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	<title>magzine &#187; razzismo</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Calcio sostenibile: il caso del Vermont Green Football Club</title>
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		<pubDate>Tue, 24 May 2022 13:44:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Mozzaja]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
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		<description><![CDATA[Il Vermont Green Football Club è una squadra di calcio maschile che ha da poco esordito nel campionato dilettantistico americano USL League Two. “Un gruppo di gemme riunite dall’amore per ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1056" height="594" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/05/Vermont.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: Vermontgreenfc.com" /></p><p>Il <a href="https://vermontgreenfc.com/" target="_blank"><strong>Vermont Green Football Club</strong></a> è una squadra di calcio maschile che ha da poco esordito nel campionato dilettantistico americano <a href="https://www.uslleaguetwo.com/" target="_blank">USL League Two</a>. “Un gruppo di gemme riunite dall’amore per il calcio, il Vermont e il nostro pianeta” è il loro motto. <mark class='mark mark-yellow'>Per il team la prima sfida da vincere è quella della <strong>sostenibilità </strong>e i suoi primi valori sono il <strong>rispetto dell’ambiente</strong> e la <strong>giustizia sociale</strong>. Il colore della maglia è, non a caso, il <strong>verde</strong></mark>: «Serve a ricordarci il nostro impegno nei confronti del nostro pianeta e della nostra comunità», dichiarano i giocatori.</p>
<p>Il club ha fissato cinque <strong>obiettivi</strong> su cui intende lavorare nei prossimi mesi. <mark class='mark mark-yellow'>Il primo è diventare un club <strong>net-zero</strong>, ovvero <strong>ridurre le emissioni di carbonio</strong> sull’intera catena del valore</mark>, a partire dai fornitori fino ad arrivare agli utenti finali, secondo gli standard stabiliti dall’iniziativa <a href="https://sciencebasedtargets.org/net-zero" target="_blank">Science Based Targets</a>. Per raggiungerlo è necessario sviluppare un’infrastruttura interna per il monitoraggio e la rendicontazione delle emissioni. Un altro traguardo riguarda l’acquisto di prodotti per la squadra realizzati con <strong>materiali riciclati</strong>. In questo modo si potrebbe evitare l’introduzione di nuovi elementi nella catena di rifornimento, secondo il principio del <strong>riutilizzo</strong> o dell&#8217;<strong>upcycling</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>La dimensione green del club <span style="color: #000000;">è data</span> anche dall’adesione a <a href="https://www.onepercentfortheplanet.org/" target="_blank">1% for the Planet</a>, una rete globale di aziende e organizzazioni no-profit che donano l’1% dei loro ricavi annuali ad associazioni ambientaliste.</mark></p>
<p>L’impegno del Vermont Green non si limita all’ambiente, ma include anche la lotta<b> </b>al <strong>razzismo sistemico</strong> nel calcio: per questo il Club aderisce ai principi della coalizione <strong><a href="https://www.antiracistsoccerclub.com/" target="_blank" rel="noopener">Anti Racist Soccer Club</a></strong>, nata per combattere le discriminazioni etniche nel calcio americano. «La nostra missione è costruire una squadra di calcio che rifletta questi valori e incorpori la giustizia ambientale nella sua strategia competitiva, nei suoi processi operativi e nella sua cultura», si legge nel suo manifesto.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Quella del Vermont Green è solo l’ultima di una serie di iniziative che puntano a sensibilizzare il calcio su temi come l’<strong>ambiente</strong> e i <strong>diritti umani</strong>.</mark> A fine 2021, la <strong>Uefa</strong> ha lanciato una <a href="https://editorial.uefa.com/resources/0270-13f888ffa3e5-931c597968cb-1000/uefa_football_sustainability_strategy.pdf" target="_blank">strategia da oggi al 2030</a> che include obiettivi in materia di economia circolare, politiche sociali antidiscriminatorie e di tutela dei minori e delle disabilità.</p>
<p>E il premio alla &#8220;squadra di calcio più verde del mondo&#8221;, come si autodefinisce, va ai giocatori del <strong><a href="https://www.fgr.co.uk/" target="_blank" rel="noopener">Forest Green Rovers</a></strong>, il Club inglese di Nailsworth, nel Gloucestershire, che nel 2018 è stato riconosciuto dall’<strong>Onu</strong> come il primo a <strong>zero impatto ambientale</strong>: un obiettivo raggiunto grazie a divise riciclate da fondi di caffè e bottiglie di plastica, alla dieta vegana obbligatoria per calciatori, staff e pubblico e a uno stadio che sfrutta l’energia solare.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Per saperne di più, continua a leggere su </strong><a href="https://www.lasvolta.it/1895/ce-del-verde-anche-nel-calcio" target="_blank"><strong>Lasvolta.it</strong></a><strong>.</strong></p>
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		<title>Gender gap nel giornalismo, parla Anna Masera</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jun 2021 17:01:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Natale Ciappina]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[anna masera]]></category>
		<category><![CDATA[deontologia]]></category>
		<category><![CDATA[femminicidio]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
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		<category><![CDATA[razzismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Se c’è una regola valida in generale ma essenziale nel giornalismo, è che per ogni argomento c’è un modo adatto di parlarne. È un mestiere, più di tanti altri, dov’è ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1367" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/05/13029409_10153402394987854_451808441978460347_o.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="© Alessio Jacona, Festival Internazionale del Giornalismo 2016" /></p><p><span style="font-weight: 400;">Se c’è una regola valida in generale ma essenziale nel giornalismo, è che per ogni argomento c’è un modo adatto di parlarne. È un mestiere, più di tanti altri, dov’è fondamentale la precisione nel linguaggio, anche se non è sempre così. Capita infatti di trovare sui giornali, nelle tv o nelle radio frasi e concetti intrisi di stereotipi fallaci. C’è bisogno di grande attenzione quando si scelgono le parole, specie per certi argomenti. Quando si parla di femminicidi, ad esempio, bisogna fare attenzione a non empatizzare con il presunto uccisore, anche se non bisogna arrivare a uccidere per capire quanto siano evidenti certi problemi, specie se si tratta di discriminazioni di genere. Spesso non sono nemmeno delle scelte consapevoli. Negli ultimi anni la sensibilità su questi temi è cambiata, e non tutti i giornalisti sono stati in grado di intercettare questo tipo di evoluzione. Si tratta di una questione complessa che ha a che fare anche con chi sta nelle redazioni, composte ancora oggi, in maggioranza, da uomini. </span></p>
<p><strong>Anna Masera, giornalista della <i>Stampa</i></strong><span style="font-weight: 400;"><strong>, ricopre dal 2016 il ruolo di public editor</strong> – una figura già presente in diversi giornali americani, anche se inedita in Italia, a cui è richiesta la protezione dell’integrità e della correttezza della testata per cui lavora. Masera è sempre stata molto attenta, sia al </span><a href="https://www.lastampa.it/rubriche/public-editor/2021/02/09/news/il-vaccino-non-e-un-siero-e-nemmeno-un-antidoto-1.39877389"><span style="font-weight: 400;">corretto utilizzo delle parole</span></a><span style="font-weight: 400;"> che alla </span><a href="https://www.lastampa.it/rubriche/public-editor/2021/03/22/news/la-parita-di-genere-che-manca-nelle-redazioni-1.40059677"><span style="font-weight: 400;">diversità di genere dentro le redazioni</span></a><span style="font-weight: 400;">; due questioni che spesso finiscono per incrociarsi. L’abbiamo raggiunta e abbiamo parlato di come il giornalismo stia affrontando le discriminazioni di genere, non senza rendere conto dei cambiamenti dentro le redazioni italiane.</span></p>
<p><strong><strong> </strong></strong><b>Dall&#8217;1 gennaio 2021 è entrata in vigore una versione aggiornata del testo unico dei doveri del giornalista che introduce delle indicazioni per il rispetto delle differenze di genere. </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Carlo Verna, il presidente dell’Ordine dei giornalisti (Odg), ha fatto bene a intervenire, perché era una cosa che bisognava fare prima o poi. Però, come si dice in questi casi, “fra dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Oggi c’è sicuramente maggiore sensibilità rispetto a una volta, e un po’ con il mio ruolo di garante dei lettori, un po’ con gli interventi dell’Odg, un po’ per il fatto che tutti ci criticano, alla fine i giornalisti si stanno aggiornando. Ma le contraddizioni sono ancora tantissime e non c’è una pratica diffusa a stare attenti al genere. È una prassi che va introdotta e consolidata, ci vorrà un po’ di tempo. Non è che se i giovani di oggi, che sono attenti al genere, allora vuol dire che tutta la società lo sia. Ci sono generazioni che la pensano diversamente, o che non sono proprio abituate a pensarla in questo modo. Serve cultura, che non si stabilisce con una regolina che cambia tutto da un giorno all’altro.</span></p>
<p><strong><strong> </strong></strong><b>Molte frasi fatte e luoghi comuni, tipici del giornalismo, sono legati a concetti stereotipati o discriminatori. Sconfiggere gli stereotipi aiuterebbe a eliminare certe differenze di genere, oppure servirebbe <b>qualcos’altro</b>?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ci sono i giornalisti attenti e altri meno attenti: i giornali sono fatti da persone, e ogni persona è responsabile per se stessa. Non c’è una voce unica nei giornali, tranne per quelli molto schierati che prendono posizioni provocatorie di proposito, come fanno </span><i><span style="font-weight: 400;">Libero</span></i><span style="font-weight: 400;"> e il </span><i><span style="font-weight: 400;">Giornale</span></i><span style="font-weight: 400;">, che giocano al politicamente scorretto per far parlare di sé. C’è anche questa componente. Poi, se parli singolarmente ai direttori di questi giornali, sono molto più colti di quanto appaiano. Ma sulla carta stampata scrivono provocazioni per incrementare la vendita, perché i giornali sono molto in crisi. </span></p>
<p><b>Sì, però spesso si avverte una grande contraddizione fra la neutralità dell’informazione e l’attenzione al lessico che stessi giornali dovrebbero portare avanti. Ad esempio, la scelta di usare o meno l’articolo davanti al nome di una donna è una presa di posizione da parte di chi lo fa o no?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È sbagliato scrivere </span><i><span style="font-weight: 400;">la</span></i><span style="font-weight: 400;"> Boldrini, bisogna dire Boldrini. Come si dice Giannini, come si dice Mieli, o Draghi. Non si dice </span><i><span style="font-weight: 400;">il</span></i><span style="font-weight: 400;"> Draghi. Dire </span><i><span style="font-weight: 400;">la</span></i><span style="font-weight: 400;"> Boldrini è sbagliato. Poi è colloquiale, e il giornalismo è colloquiale, quindi poiché la maggioranza parla così, i giornali si adeguano. Ma se vuoi essere corretto non lo scrivi. Un conto è il parlato, un conto è la scrittura. Il colloquiale va bene ma fino a un certo punto nella scrittura, e bisogna stare molto attenti, specie in questo periodo in cui il politicamente corretto è importante. Quindi avere rispetto per la lingua corretta è rispettoso anche del genere, e delle donne in questo caso. Ci sono una serie di regole che a me sono state insegnate, e a cui bisogna prestare attenzione. Se un uomo sceglie di cambiare sesso devi declinare al femminile, anche se te lo ricordi come una persona che all’inizio era di sesso maschile. A volte, ad esempio, si parla di Chelsea Manning come di un uomo, nonostante adesso sia una donna.</span></p>
<p><b>Ecco, il politicamente corretto. C’è da dire che in Italia spesso viene dato più risalto alle distorsioni del </b><b><i>politically correct</i></b><b>, invece che alle notizie che riguardano le violenze di genere. Il fatto che in una </b><b><i>high school</i></b><b> del Massachusetts si rimuova Omero dal piano di studi fa più rumore, rispetto a un caso di razzismo o di femminicidio.</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Preferisco non semplificare troppo il discorso, né da una parte né dell’altra. In Italia in molti sono rigorosi e attenti e attenti al </span><i><span style="font-weight: 400;">politically correct,</span></i><span style="font-weight: 400;"> altri reagiscono all&#8217;opposto, perché preferiscono l&#8217;ironia. Io penso che bisogna saper stare al gioco, ma sulle questioni serie bisogna essere seri, facendo delle distinzioni. In questo momento c’è molta tensione, perché quando emerge una tendenza nuova il vecchio cerca di resistere. Viviamo una fase molto complessa, e io cercherei di essere equilibrata; di essere corretta nella scrittura, rispettosa del genere e della dignità umana e delle notizie, ma anche rispettosa della storia, perché il politicamente corretto si applica nella revisione storica. Penso che sia esagerato non leggere Omero, perché la cultura è cultura, anche se certi personaggi hanno fatto tutta una serie di cose che non erano proprio politicamente corrette; ecco, sono contraria alla revisione storica in quel senso lì. Però è anche giusto, quando si insegna la storia, dire che alcune cose erano assolutamente sbagliate. Per esempio, ricordate quella polemica su </span><i><span style="font-weight: 400;">Via col Vento</span></i><span style="font-weight: 400;"> rimosso da Hbo Max (una piattaforma di streaming negli Stati Uniti, <em>ndr</em>), e poi re-inserito ma con un avvertimento iniziale, in cui si specifica il contesto in cui fu girato? Ecco, </span><i><span style="font-weight: 400;">Via col Vento</span></i><span style="font-weight: 400;"> è uno dei miei film preferiti, però va collocato storicamente, visto che effettivamente ci sono delle scene dove si inneggia alla schiavitù; mettere un <em>disclaimer</em> che spieghi che il film è ambientato in un contesto razzista è comprensibile, ed è giusto che non sembri normale l&#8217;esistenza degli schiavi. </span></p>
<p><b>Potrebbe essere una soluzione quella di inserire nelle redazioni un ruolo come quello del <em>gender editor</em> (una figura, presente in alcune testate statunitensi, che si occupa di temi riguardanti le discriminazioni)? </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La <em>gender editor</em> sarebbe meravigliosa! C’è bisogno di attenzione a tutto quello che è nuovo. Così come io sono <em>public editor</em>, così c’è stato il primo social media editor, il primo digital data editor, insomma, tutte figure lavorative inedite, nate grazie al giornalismo digitale. Quindi ben venga la <em>gender editor</em>, sarebbe giusto, ma prima di arrivarci… campa cavallo! I giornali che stanno nascendo possono immaginare di averlo, ma forse non ne hanno neanche bisogno, perché questi valori sono già incorporati nei giornalisti di nuova generazione. Per le vecchie redazioni potrebbe essere necessario, ma sarebbe vissuto molto male, perché in Italia i giornalisti non sono assolutamente preparati a questo tipo di idee.</span></p>
<p><b>Magari è solo una mia impressione, ma a volte mi sembra che tante donne debbano dimostrare agli uomini di essere in grado di occuparsi di determinati temi, come la politica, l’economia o lo sport. Sempre questo atteggiamento, a volte, porta le donne a non proporsi proprio, a non buttarsi, aprendo così al dilagare di firme maschili. Ad esempio </b><b><i>Ultimo Uomo</i></b><b>, una rivista online che si occupa di sport, fatica a trovare autrici donne per i propri pezzi. </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ho fatto la direttrice di un master in giornalismo, a Torino, per quattro anni. Facevamo sempre in modo che ci fossero abbastanza ragazze: su 20 studenti, dieci erano sempre ragazze. Era un osservatorio, e le ragazze si buttavano tranquillamente, fidati. Sono le giovani generazioni che si buttano tranquillamente. </span><i><span style="font-weight: 400;">Stampa</span></i><span style="font-weight: 400;"> La redazione politica di Roma de La <i><span style="font-weight: 400;">Stampa</span></i> ha tre caposervizio e sono tutte donne. È stata una scelta del direttore Giannini, quella di mettere tante donne. Si sono fatti passi da gigante rispetto al tempo passato. So per certo che le donne sono meno numerose nelle redazioni, il 41%, quindi il divario c’è ancora. In passato era un mondo prettamente maschile, poi il femminismo ha portato più donne in redazione, anche se adesso la situazione è di nuovo peggiorata: con la pandemia le prime a ritirarsi sono state le donne. I dati lo confermano in tutti i settori, non solo nel giornalismo. E in più le donne sono pagate di meno, e nei posti apicali non ci sono proprio. Non ci sono donne che fanno le direttrici: è un disastro. </span></p>
<p><b>I direttori dei sette maggiori telegiornali italiani sono tutti maschi. Lo sono anche quelli delle più importanti testate, sia cartacee che online. A conti fatti, fra i giornali a maggiore diffusione, le uniche direttrici donne sono Agnese Pini della </b><b><i>Nazione</i></b><b> e Nunzia Vallini del </b><b><i>Giornale di Brescia</i></b><b>. </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Guarda, io sono assolutamente favorevole alle quote rose, anche nel giornalismo. Michela Murgia ha fatto una bellissima campagna per sensibilizzare il tema: ha iniziato a pubblicare su Twitter le prime pagine di </span><i><span style="font-weight: 400;">Repubblica</span></i><span style="font-weight: 400;"> e del </span><i><span style="font-weight: 400;">Corriere della Sera</span></i><span style="font-weight: 400;">, cerchiando di blu le firme maschili e di rosso quelle femminili. Questi cerchi erano quasi tutti blu nella maggior parte dei casi, e infatti lei metteva l’hashtag #tuttimaschi, dimostrando come i direttori tendano a considerare più importanti gli articoli degli uomini, tanto da metterli in prima pagina. Siccome è una selezione, quella della prima pagina, non si fanno venire in mente di trovare editorialiste donne per scrivere di certi argomenti come la politica o l’economia, che di solito vanno in primo piano. Ecco, Giannini ha invertito questa tendenza, facendone addirittura una forzatura: tra le firme nelle prime pagine della </span><i><span style="font-weight: 400;">Stampa</span></i><span style="font-weight: 400;">, almeno la metà sono donne, se non di più. Abbiamo un sacco di editorialiste donne, tra cui proprio Michela Murgia, perché c’è un direttore femminista da questo punto di vista. Però se vai a vedere i vertici del giornale non è riuscito a fare un vicedirettore donna (i vicedirettori della </span><i><span style="font-weight: 400;">Stampa</span></i><span style="font-weight: 400;"> sono tre uomini, ndr). In ogni caso un passo in avanti c’è stato, come ti dicevo parlando anche della redazione di Roma della </span><i><span style="font-weight: 400;">Stampa</span></i><span style="font-weight: 400;">. Ad alcuni colleghi magari può dare fastidio di vedere le quote rosa, ma si tratta di una conquista importante per raggiungere la parità di genere. Vanno messe, sia in politica che nei giornali. Le quote rosa ci vogliono anche negli articoli, però: quando il cronista scrive un pezzo e deve sentire delle persone, deve assicurarsi di aver rappresentato un po’ tutti; altrimenti ci si parla addosso in una bolla e non si rappresenta la società che è diversa, e non è fatta solo da bianchi, maschi ed etero.</span></p>
<p><strong><strong> </strong></strong><b>Guardo molto sport, ma soprattutto in questo settore mi sembra che di diversità non ce ne sia poi molta. Per le donne, poi, è molto difficile lavorare nel giornalismo sportivo in tivù, a meno che non siano molto avvenenti. È un problema che riguarda più l’audience o le redazioni?</b></p>
<p><strong><span style="font-weight: 400;">Come sai abbiamo una fantastica giornalista che fa l’inviata di esteri, Giovanna Botteri, presa in giro da un’altra donna perché se ne fregava dell’estetica e si presentava in televisione acqua e sapone. Ora, a parte che io reputo Giovanna Botteri una bellissima donna, ma il concetto è che anche se guardi la </span><i><span style="font-weight: 400;">Cnn</span></i><span style="font-weight: 400;"> lì non sono mica tutte delle star di Hollywood. Brave, competenti, ma senza look da dive, perché non è quello il ruolo: devono fare le giornaliste. Poi per quanto riguarda lo sport, come si dice: donne e motori. Ecco, le donne sono sempre state messe lì in vetrina, a fare le giornaliste sportive, perché attirano audience: dovevano essere sexy, belle. Alba Parietti ha cominciato così, a </span><i><span style="font-weight: 400;">Telemontecarlo</span></i><span style="font-weight: 400;">, come giornalista sportiva, e poi è diventata la soubrette che tutti conosciamo. Lilli Gruber la riprendevano a tre quarti e faceva la giornalista super-sexy: poi si è scoperto che è molto brava, però l’idea maschilista che c’era dietro era quella, della vetrina. Nel mondo del giornalismo sportivo ce ne sono molte, come Giulia Zonca della </span><i><span style="font-weight: 400;">Stampa</span></i><span style="font-weight: 400;">, che è un’inviata bravissima, anche se forse nel giornalismo di scrittura è più facile per le donne, mentre in tivù si punta di più a farle apparire come soubrette, a prescindere dal fatto che siano competenti o meno. Credo che si tratti di un mondo un po’ a parte, quello del giornalismo sportivo, però ecco, sì, tendenzialmente è molto maschile. Maschile e macho. Secondo me se si mettesse qualche giornalista bravo e gay, ti assicuro che avrebbe un’attenzione diversa, nel senso che diversificherebbe la sensibilità della redazione. La parità di genere emerge anche grazie al fatto che metti persone di provenienza, genere e orientamento sessuale diverso. Se metti troppo testosterone alla fine è ovvio che a dilagare è questo tipo di cultura. Siamo ancora una società dove il machismo è imperante, c’è poco da fare.</span></strong></p>
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		<title>Questa non è l&#8217;America</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Jun 2020 06:24:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annarosa Laureti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Black Lives Matter]]></category>
		<category><![CDATA[Haroun Herry Fall]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>

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		<description><![CDATA[1979, Ahmed Ali Giama, 35 anni, bruciato vivo. 1985, Giorgio Valent, 16 anni, accoltellato perché colpevole di essere uno “sporco nero”. 1989, Jerry Essan Masslo, 30 anni, assassinato. 2009, Abdul ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="649" height="406" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/BLM.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="BLM" /></p><p>1979, Ahmed Ali Giama, 35 anni, bruciato vivo. 1985, Giorgio Valent, 16 anni, accoltellato perché colpevole di essere uno “sporco nero”. 1989, Jerry Essan Masslo, 30 anni, assassinato. 2009, Abdul Salam Guibre, 19 anni, ucciso a colpi di spranga. Ed ancora Diop Mor e Samb Modou nel 2011, Soumaila Sacko e Assane Diallo nel 2018, Modou Diop nel 2019. <mark class='mark mark-yellow'> No, non siamo negli Stati Uniti &#8220;razzisti e bifolchi&#8221;, ma in Italia, l’ennesimo Paese nel mondo sulle cui terre, spiagge, città, pesa una lunga lista di vittime innocenti, morte a causa del diverso colore della pelle. </mark></p>
<p>La nostra memoria è corta. Ci si dimentica facilmente di scandali politici recenti, figurarsi anche solo lo sforzo che serve per ricordare il nostro passato da migranti, o quella stantia carta ammuffita chiamata Costituzione. Era il 1 gennaio 1948 quando entrò in vigore, frutto dei lavori dell’Assemblea Costituente e della lotta della Resistenza contro il regime nazifascista. La neonata Repubblica si sarebbe eretta finalmente su principi sociali, ma soprattutto umani. Uno fra i primi – sancito all’ Art. 3 – quello della <mark class='mark mark-yellow'> «pari dignità sociale, dell’ugualizzano davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politiche, di condizioni personali e sociali». </mark></p>
<p>È assurdo e triste allo stesso tempo constatare come ancora oggi, nel 2020, sia necessario rispolverare assunti che, per loro natura, dovrebbero essere parte integrante del nostro essere e della nostra comunità. Il razzismo non è un problema lontano, non è una faccenda puramente americana, documentata e denunciata attraverso immagini, video, appelli, che circolano sui social media. Esiste anche qui, tra noi, e forse anche (inconsapevolmente) in noi. E quanto abbiamo visto a Roma, Milano, Torino, Bologna lo scorso 7 giugno ne è la prova.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> «Qui non tendiamo a sparare per le strade, ma comunque blocchiamo le frontiere e chiudiamo i porti» </span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> «Sta aumentando la paura nei confronti del diverso, da parte di tutte le popolazioni» dice <strong>Haroun Herry Fall</strong>, 24 anni, chiamato dal collettivo Women’s March per prender parola durante la manifestazione Black Lives Matter di Roma. </mark>  Uno dei soli cinque attori non bianchi che hanno potuto frequentare il Centro sperimentale di cinematografia sin dalla sua fondazione nel 1935, Haroun vede il suo lavoro anche come uno strumento di riscatto sociale, «da utilizzare per portare l’attenzione mediatica su problemi che in realtà non toccano solo gli Stai Uniti ma anche l’Italia, sotto molti punti di vista». Seppur tenendo bene in conto le diversità esistenti tra il razzismo statunitense e quello italiano – «Qui non tendiamo a sparare per le strade, ma comunque blocchiamo le frontiere e chiudiamo i porti» – occorre tuttavia sottolineare che il nostro più grande ostacolo da abbattere è quello del demagogismo. <mark class='mark mark-yellow'> «I politici trasmettono informazione sbagliate, di paura. Ci viene detto che le persone diverse da noi potrebbero rubarci il lavoro, i soldi, stuprare le nostre donne. Quando in realtà le persone che arrivano in Italia non potrebbero mai occupare la nostra stessa posizione sociale, perché, a prescindere, non hanno le nostre stesse possibilità. E allora, mi domando: come si fa ad aver paura di qualcuno che già, sin dall’inizio, pur avendo tutte le carte in regola per concorrere insieme a te, non è però collocato sul tuo stesso piano?». </mark></p>
<p>Nel suo intervento pubblico a Roma, Haroun fa notare quanto sia difficile incrociare un autista d’autobus nero, un taxista nero, persino un attore come lui nero. «E questo non perché nessun un uomo di colore abbia la patente o magari aspiri a lavorare nel mondo del cinema o dell’arte». Persino l’idea di un medico nero è inconcepibile in Italia, e «se anche qualcuno riuscisse a diventarlo, le persone, forse, non si farebbero curare da lui. È successo due anni fa, a Cantù, nel comasco, al dottore Andi Nganso».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>  «Credo che debba essere lasciato spazio a tutte le culture di potersi esprimere, creando al contempo i requisiti per farlo.» </span></p>
<p>Forse un retaggio culturale, una macchia che, ignari, ci impedisce, sin dalla nostra nascita, di essere limpidi e puri, alimentata dal troppo spazio concesso dai media a comunicazioni fuorvianti: <mark class='mark mark-yellow'> «Se si veicolano sempre – continua Haroun – messaggi del tipo “dieci migranti hanno stuprato una donna” e se si propone continuamente un terrorismo psicologico del genere, prima o poi è normale che si indurrà la popolazione a pensarlo realmente». </mark> Combattere contro tali insensati stereotipi, accettati senza se e senza ma, è quindi un po’ come combattere contro mulini a vento. Alla stregua di moderni Don Chisciotte possiamo solo lottare per sradicare il male, puntando su un nuovo modo di educazione sociale. «Credo che debba essere lasciato spazio a tutte le culture di potersi esprimere, creando al contempo i requisiti per farlo. Quando vado a scuola devo avere la possibilità di avere un’insegnate di matematica o di storia nera; di avere un’insegnate di italiano italo-cinese, perché no?! Tutto ciò allo scopo di porre le basi per una società fondata sul melting pot». Istruire quindi sin da subito al diverso, alle altre culture, per imparare a guardare al di là di quello che ci si trova di fronte a livello estetico. <mark class='mark mark-yellow'> «Vorrei che per un po’ di tempo – confessa Haroun – la gente diventasse cieca, per concentrarsi su come è realmente fatto l’individuo che si ha davanti, prima di poterla giudicare per il colore, l’odore…». </mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> «Le persone di colore di seconda generazione molto spesso in Italia non hanno mai avuto la loro età. Devono crescere un pochino più in fretta» </span></p>
<p>Per la maggior parte di noi, italiani bianchi, rimane difficile comprendere alcune dinamiche esistenti, magari messe in atto senza consapevolezza né cattive intenzioni. Per Haroun però, nato e cresciuto a Torino, adottato da una famiglia italo britannica, il colore della propria pelle ha significato una crescita precoce ed un’infanzia forse troppo corta: «Le persone di colore di seconda generazione molto spesso in Italia non hanno mai avuto la loro età. Ad un certo punto entri in un meccanismo della vita in cui inizi a vedere cose che gli altri non notano, devi superare degli step, devi crescere un pochino più in fretta. I sentimenti che provi – tristezza, dolore, sofferenza, rabbia, ingiustizia, incomprensione, ma soprattutto voglia di riscatto – ti portano ad avere pensieri che normalmente un bambino non ha. <mark class='mark mark-yellow'> Fino a realizzare poi che, se vuoi essere attivo all’interno della società, ogni mattina, quando ti svegli, dovrai dimostrare qualcosa a qualcuno, perché sennò non verrai mai preso seriamente. E tutto questo solo per come sei nato, per il colore della tua pelle». </mark> Dall’altro lato però questo spirito combattivo, ammette Haroun «è un motore di spinta maggiore, ti dà la carica».</p>
<p>Nelle parole, nel tono di voce di Haroun non si avverte nessun rancore, nessuna rabbia, per lui solamente veicolo di ulteriore distruzione e violenza. Forte, però, è la sua consapevolezza del tempo in cui viviamo, dell’importanza del non essere indifferenti a ciò che accade e soprattutto della necessità di abbattere ogni forma di ignoranza. «Mi auguro che tutto questo possa risvegliare le coscienze di ognuno di noi. <mark class='mark mark-yellow'> Credo fortemente nell’essere umano, e nella sua inclinazione al cambiamento. L’unica cosa però, è che ora il cambiamento deve essere fatto all’interno del nostro cervello». </mark></p>
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		<title>Tommy Kuti, il razzismo e l&#8217;Italia trash</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jun 2018 14:10:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Frosina]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
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		<description><![CDATA[«Ma lei si sente più africano o italiano?», chiede Fabri Fibra. «Afroitaliano, perché sono stufo di sentirmi dire cosa sono e cosa non sono! Sono troppo africano per essere solo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="720" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/05/maxresdefault.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="maxresdefault" /></p><p><iframe width="1140" height="641" src="https://www.youtube.com/embed/cyVuITdbFR0?start=24&#038;feature=oembed" frameborder="0" allow="autoplay; encrypted-media" allowfullscreen></iframe></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>«Ma lei si sente più africano o italiano?», chiede <strong>Fabri Fibra</strong>. «<strong>Afroitaliano</strong>, perché sono stufo di sentirmi dire cosa sono e cosa non sono! Sono troppo africano per essere solo italiano, e troppo italiano per essere solo africano».</mark> In questo interlude tratto da #Afroitaliano, il primo singolo targato Universal Music di <strong>Tommy Kuti</strong> – all’anagrafe Tolulope Kuti, classe 1989, nato in Nigeria ma in Italia dall’età di due anni – c’è tutto il messaggio di un giovane che ha ancora un’idea romantica del rap. Cresciuto a Castiglione delle Stiviere, nel mantovano, ha studiato comunicazione a Cambridge: un percorso un po’ inusuale per un rapper. È proprio in Inghilterra, ci dice, che ha avuto il primo contatto con questo genere: «Avevo quindici anni, ero andato a trovare mio cugino, e lui mi ha fatto scoprire l’hip hop. Da lì ho cominciato ad ascoltare i pezzi rap che andavano oltremanica, e a pensare che volevo portare la stessa cosa in Italia, dove allora non esisteva. Ho cominciato a lanciarmi a tradurre i testi di 50 Cent. Rappavo ovunque, a scuola rispondevo alle interrogazioni in rima». È degli ultimissimi giorni la notizia della sua partecipazione a <strong>Pechino Express</strong>, l&#8217;adventure game di Rai2, che lo riporterà in Africa insieme a Mirko Frezza, con cui formerà il team de &#8220;i Poeti&#8221;.</p>
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<p>Lo incontriamo nell’appartamento che condivide con altri cinque ragazzi nel quartiere Lorenteggio. In cinque su sei hanno la pelle scura, ma tutti parlano un italiano perfetto. Miriam Ayaba, come Tommy, cerca di sfondare nel mondo della musica: ha 6mila follower su Facebook, dove si definisce ‘Trash Queen’. Lorenzo Ferri, invece, è nel team di Trx, la neonata web radio dedicata al rap. Sono le quattro del pomeriggio, e tutti sono riuniti in cucina a mangiare riso con pollo al curry. «Qui in zona vivono tanti colleghi», ci dice Tommy Kuti, «Fred De Palma abita qui vicino, qualche strada più in là invece c’è Highsnob». La sua stanza non passa inosservata: pareti colorate di arancione acceso, due grandi casse professionali e gli “abiti di scena” appesi in bella vista. «<strong>Il rap è sincero</strong>», esordisce. «Gli artisti che fanno rap esprimono la propria vera visione del mondo. Non è un caso che sia nato nel Bronx e nelle periferie americane più disagiate».<span class='quote quote-left header-font'>«Non c&#8217;è solo il rap demenziale, il panorama è più vario che mai»</span></p>
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<p>E il mondo di Tommy Kuti è quello di tanti italiani di seconda generazione, ragazzi che seppur nati e cresciuti nel nostro Paese devono fare i conti con la diffidenza ed il razzismo strisciante. Questa è la molla che lo ha spinto a fare rap, il desiderio di dar voce a un problema ancora sottovalutato. Ma è quasi un <em>unicum</em> nel panorama italiano, dove gli esponenti del genere parlano più volentieri di donne, auto e droga che di povertà, razzismo e discriminazione. <mark class='mark mark-yellow'>«Un po’ mi dispiace di essere l’unico ad affrontare certi temi», confessa, «soprattutto quando penso che questo Paese non è solo il mio, è il Paese di tutti. Mi dispiace che questo problema possa trovare spazio solo nei testi di un rapper di colore. Io non faccio altro che raccontare ciò che vedo tutti i giorni. Mi è capitato di parlarne con altri che fanno il mio mestiere, ma non lo nego, a molti non frega un cazzo».</mark></p>
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<p>Nel curriculum di Tommy anche un post su Facebook dedicatogli niente di meno che da <strong>Matteo Salvini</strong>. Il 24 luglio 2017, in risposta al “rap per lo ius soli” uscito su Repubblica.it (in cui Tommy Kuti rimava “Chiedi a Salvini cosa starebbe a fare se tutta la sua famiglia facesse la fame, e se sapesse che, lui, partendo per quel viaggio mette a posto il suo villaggio”) il leader della Lega scrive: <mark class='mark mark-yellow'>“Al rapper Tommy Kuti dico che chi nel 2017 discrimina in base al colore della pelle è un cretino, ma questo non c&#8217;entra nulla con la cittadinanza. Che non si regala in modo automatico, ma si desidera e di conquista. #NoIusSoli”.</mark> Sotto, la ridda selvaggia dei commenti: “Devono capire che qui sono ospiti e non padroni”, “Non li vogliamo punto e basta, abbiamo le palle piene”, addirittura “Fatemi il nome di uno scienziato nero che abbia fatto qualcosa per l’umanità”. «Evidentemente Salvini ha ritenuto che tra i problemi dell’Italia ci fosse Tommy Kuti», ride lui, ricordando l’episodio.<span class='quote quote-left header-font'>«La verità è che gli italiani sono sempre stati appassionati di <em>trash»</em></span></p>
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<p>Gli chiediamo la sua opinione sulla trap, il “rap di nuova generazione” che spopola tra i giovanissimi. Un rap svuotato di contenuto, che si nutre del grottesco e del caricaturale. Sfera Ebbasta, Bello Figo, Young Signorino. <mark class='mark mark-yellow'>«La verità è che gli italiani hanno sempre avuto un debole per il trash», ride il rapper.</mark> «Veniamo da vent’anni di tv spazzatura, già quand’ero piccolo non si vedeva altro che donne nude, ostentazione del potere, misoginia. La superficialità sta in tutta la cultura di massa italiana, la trap non fa altro che dar voce a una situazione sociale che già esiste. <strong>La gente, nel 2018, è superficiale</strong>». È innegabile, però, che questa evoluzione – o involuzione, a seconda dei punti di vista – dell’hip hop l’abbia reso molto più popolare e mainstream. «Io sono contento di questo», dice Tommy. «Quando vedi i ragazzini di dodici anni che impazziscono per Ghali, Sfera Ebbasta, Bello Figo o anche per me, non ti può che fare piacere. È bello che il genere che faccio sia diventato popolare e importante. <mark class='mark mark-yellow'>E poi non c’è solo il rap demenziale: il panorama è più vario che mai, tanti artisti in giro producono cose interessanti. <strong>Non sarei così negativo</strong>».</mark></p>
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