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	<title>magzine &#187; rapina</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Forse quelli della mala: come i furti alle gioiellerie non passano mai di moda</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Jul 2024 13:50:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La storia della criminalità, italiana e non solo, è costellata di piccoli Arsenio Lupin che con i loro reati ingolfano i fascicoli delle procure. Se, infatti, le collezioni di gioielli, ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1156" height="694" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/07/2250772056_68e05171ef_o.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="2250772056_68e05171ef_o" /></p><p><span style="font-weight: 400;">La storia della criminalità, italiana e non solo, è costellata di piccoli Arsenio Lupin che con i loro reati ingolfano i fascicoli delle procure. Se, infatti, le collezioni di gioielli, come le mode, si evolvono nel tempo, ciò che non cambia è la voglia di accaparrarseli come bottino di rapine, ricorrendo ai metodi più vari. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>L’ultimo eclatante caso è avvenuto meno di un mese fa. Nella notte del 9 giugno scorso, nella celebre via Condotti romana</mark> , una banda di almeno tre uomini a volto coperto ha razziato gioielli per mezzo milione di euro introducendosi da </span><i><span style="font-weight: 400;">Bulgari</span></i><span style="font-weight: 400;"> attraverso la vecchia “tecnica del buco”, ossia scavando un cunicolo che da un palazzo vicino ha permesso loro di entrare nel punto vendita.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Di episodi simili ce ne sono stati anche a Milano, la capitale del lusso, dove le vie del Quadrilatero diventano un banchetto prelibato per gruppi più o meno improvvisati di rapinatori. Come nel 2018, quando cinque uomini con l’accento dell’Est Europa e a volto scoperto hanno svaligiato l’orologeria </span><i><span style="font-weight: 400;">Audemars Piguet</span></i><span style="font-weight: 400;"> di via Montenapoleone per poi scappare in bicicletta, dopo aver arraffato 17 orologi per un totale oltre un milione di euro.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma la creatività delle bande si spreca nell’ideare i metodi più disparati per portare a termine il colpo: negli scorsi sei-sette anni nel capoluogo lombardo erano predominanti le cosiddette “spaccate” , irruzioni che consistono nel penetrare all’interno degli esercizi rompendone le vetrine; eppure, da qualche tempo le acque, almeno su questo fronte, sembrano essersi calmate. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>«Dal 2022 effettivamente non abbiamo più assistito a fatti analoghi, particolamente violenti, ma ciò non significa che non si siano consumate rapine a piccole gioiellerie piuttosto che a rivenditori»</mark> afferma il vicequestore aggiunto </span><b>Francesco Giustolisi</b><span style="font-weight: 400;"> della Squadra mobile della Questura di Milano. Oltre che verso le gioiellerie dei marchi più noti e i rivenditori autorizzati, rimane costante l’attrazione della criminalità anche per i laboratori orafi, dove è possibile e più conveniente reperire materie prime o manufatti da fondere, occultare o rivendere senza lasciarne traccia. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tre anni fa toccò al laboratorio </span><i><span style="font-weight: 400;">Trafilor</span></i><span style="font-weight: 400;"> di via Assab, zona Cimiano, vittima di un vero e proprio raid messo a segno con tanto di pistole e fascette da elettricista per sequestrarne i dipendenti. Il bottino, in questo caso, fu una partita di gioielli lavorati, semilavorati e pezzi di oro e palladio per un milione di euro. Lo scorso aprile, una banda di dodici italiani è stata arrestata con le accuse di detenzione di armi e</span><span style="font-weight: 400;"> munizionamento, detenzione e ricettazione di divise delle forze dell’ordine di provenienza illecita e detenzione di sostanze stupefacenti: secondo quando emerso sinora, alcuni di loro potrebbero essere gli esecutori della rapina a </span><i><span style="font-weight: 400;">Trafilor</span></i><span style="font-weight: 400;">, ma le indagini sono ancora in corso. Si tratta comunque di una residuale espressione della delinquenza di matrice autoctona che, dagli anni Novanta, sembra ormai relegata a un ruolo secondario dagli organizzatissimi gruppi balcanici. <mark class='mark mark-yellow'>«Se in passato abbiamo assistito alle grandi rapine realizzate soprattutto da italiani, con partecipazione di gruppi provenienti dal Sud e banditi locali, nell’ultimo quindicennio si è registrata una discreta evoluzione della criminalità straniera per quanto riguarda l’oggettistica di lusso e il comparto orologi e gioielli: ora l’attenzione è puntata anche su gruppi di origine rumena e soprattutto verso la criminalità balcanica dei </span><i><span style="font-weight: 400;">Pink Panther</span></i><span style="font-weight: 400;">» spiega Giustolisi.</mark> Questo gruppo trae le sue origini dall’ambiente militare e paramilitare dell’ex Jugoslavia ma poi si è evoluto, coinvolgendo anche generazioni più giovani, e ha avuto un’esplosione in tutto il mondo: le sue cellule, caratterizzate da una violenza e una capacità inusuali, hanno colpito, ad esempio, dal Giappone alla Francia, dalla Germania alla Svizzera, fino al Nord Italia. </span></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Sembrano ormai lontani i tempi in cui i volti noti della mala milanese, da Renato Vallanzasca a Luciano Lutring, da Enzo Barbieri a Francis Turatello, erano protagonisti, oltre che della maggior parte delle malefatte meneghine, anche delle prime pagine della cronaca cittadina</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sembrano ormai lontani i tempi in cui i volti noti della mala milanese, da Renato Vallanzasca a Luciano Lutring, da Enzo Barbieri a Francis Turatello, erano protagonisti, oltre che della maggior parte delle malefatte meneghine, anche delle prime pagine della cronaca cittadina. In quei giorni a terrorizzare le strade del centro non erano le “pantere balcaniche” ma la </span><i><span style="font-weight: 400;">ligera,</span></i><span style="font-weight: 400;"> la mala sorta dalle ceneri della povertà del dopoguerra, e la cui evoluzione fu un filo rosso, che intrecciò le varie fasi di sviluppo della metropoli, dalla sua ricostruzione al boom economico, sino agli anni di piombo. La provenienza del termine “</span><i><span style="font-weight: 400;">ligera</span></i><span style="font-weight: 400;">” è discussa, ricondotta da alcuni alla leggerezza delle tasche semivuote dei criminali e da altri a quella degli atti, compiuti senza ricorrere ad armi e senza spargimenti di sangue. <mark class='mark mark-yellow'>I protagonisti non erano veri e propri “gangsters”, ma  criminali comuni  quali borseggiatori,  piccoli rapinatori,  protettori,  strozzini,  contrabbandieri  e ricettatori, di trent’anni o poco più, che comunicavano con un gergo tutto loro: l’oro lo chiamavano “polenta”, i dadi delle bische “borlótt”</mark>. Dalle prime spaccate per poi arrivare alla progettazione di colpi più studiati, è così nata nell’immaginario la leggenda del criminale milanese, ancora oggi fonte di rispetto e di fascino non solo all’interno dello stesso ambiente criminale e carcerario, ma anche nel mondo letterario e nella tradizione cinematografica. «Il rapinatore, o per lo meno chi studia i colpi, è una delle figure più rispettate tra i detenuti, perché viene considerato un criminale di spessore, astuto e coraggioso, che riesce a guadagnare molto lavorando poco»  spiega il giornalista e scrittore</span><b> Piero Colaprico</b><span style="font-weight: 400;">, autore di diversi romanzi sulla criminalità cittadina.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La seduzione che queste figure continuano ad esercitare anche sull’opinione pubblica è poi favorita dal metodo con cui erano solite agire: «Da sempre, per chi riesce a fare il colpo senza ferire non esiste mai una grande riprovazione», osserva Colaprico. Soprattutto perchè, in alcuni casi, il bottino veniva poi redistribuito tra la gente bisognosa del proprio quartiere: è il caso di Enzo Barbieri, noto come il “Robin Hood dell’Isola”. Emblema di questa sensazione popolare è del resto la frase con cui Indro Montanelli commentò la celebre rapina di via Osoppo del 27 febbraio 1958, in cui venne assaltato un portavalori: «Ufficialmente sì, tutti scrivono e proclamano che sono contenti, anzi entusiasti del fatto che i criminali siano stati smascherati in modo da togliere a chiunque la voglia di imitarli. Ma, sotto sotto, senza osare dirlo o dicendolo a bassa voce, la maggioranza tifava per i rapinatori. Quello scontro, calcolato alla frazione di secondo, fra il portavalori e il camion, per distrarre l’attenzione dei passanti, e quell’assalto al furgone, rapido ed esatto da sembrare radiocomandato, aveva mandato in visibilio gli italiani».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>«Ufficialmente sì, tutti scrivono e proclamano che sono contenti, anzi entusiasti del fatto che i criminali siano stati smascherati in modo da togliere a chiunque la voglia di imitarli. Ma, sotto sotto, senza osare dirlo o dicendolo a bassa voce, la maggioranza tifava per i rapinatori», scriveva Indro Montanelli sulla rapina di via Osoppo</span></span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Proprio la rapina di via Osoppo è entrata a far parte della memoria storica della città, assieme a quella di via Montenapoleone del 1964</mark>, che venne però compiuta non da bande locali, ma dal cosiddetto clan dei Marsigliesi, che riusci&#8217; a raccogliere un bottino stimato in più di 350 milioni di lire, tra anelli, collier, bracciali, spille e orecchini.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dopo questi primi anni di monopolio da parte della mala milanese, a contenderle il terreno e la scena criminale arrivarono quelli che le rapine le facevano per finanziare la propria attività politica illecita: iniziarono gli anni di piombo e la violenza divenne sempre più sistematica. Intanto, i grandi della mala, Turatello, Vallanzasca ed Epaminonda, capirono che era necessario armarsi sino ai denti per poter continuare i loro affari in una città dove vigeva ormai la legge del più forte.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Credevano che sarebbero rimasti impuniti per sempre: «Col cavolo che a me mi prenderanno mai», diceva Francis Turatello. <mark class='mark mark-yellow'>Ma negli anni Ottanta arrivò la resa dei conti con la giustizia per molti: iniziarono gli arresti e la criminalità cambiò volto, per adeguarsi al mutare dei tempi e a una città che stava diventando troppo grande per essere gestita come avvenuto sino a quel momento</mark>. É nata così una delinquenza più occulta, che si nutre di rapporti con le istituzioni e con le altre realtà criminali organizzate provenienti dal Sud Italia e dall’Estero, e che si focalizza maggiormente sul mercato di droga e sull’aggiudicazione di appalti.</span></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>I grandi personaggi della criminalità milanese ormai non hanno più niente da fare sul dilagare di quella straniera</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">É cominciato allora un lento declino di quella che era la leggendaria mala di una volta, per arrivare ai giorni nostri, descritti da Colaprico in questi termini: «I grandi personaggi della crminalità milanese ormai non hanno più niente da fare sul dilagare di quella straniera: mentre il controllo del territorio c’è ancora in alcune parti di Italia, come in Sicilia e in Puglia, dove è difficile fare rapine senza il benestare del boss locale, in grandi città come Milano è facile riuscire ad agire liberamente senza farsi notare, per cui la delinquenza autoctona è spiazzata da quelle provenienti dall’esterno».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Con il suo evolversi, la criminalità odierna ha quindi perso gran parte dell’alone di fascino con cui era percepita nei decenni scorsi. Per questo, chi vuole romanzarla attinge a piene mani dalle storie e dalle figure del passato, evocandone le gesta, tra luci e ombre di vite spesso al limite. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
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