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	<title>magzine &#187; Rap Italiano</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Metal Carter, il rapper romano che veniva dalla strada</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Apr 2021 10:14:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emiliano Dal Toso]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Hip Hop Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Metal Carter]]></category>
		<category><![CDATA[Rap Italiano]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutti noi, almeno in un momento della vita, ci siamo sentiti come Metal Carter. Arrabbiati, feroci, distruttivi. Il rapper romano, storico membro del collettivo Truce Klan, ha avvicinato all&#8217;hip hop ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1365" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/04/metal.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="metal" /></p><div>Tutti noi, almeno in un momento della vita, ci siamo sentiti come <strong>Metal Carter</strong>. Arrabbiati, feroci, distruttivi. Il rapper romano, storico membro del collettivo Truce Klan, ha avvicinato all&#8217;hip hop anche chi ascoltava soltanto generi estremi, come hardcore e heavy metal. Dopotutto, la sua formazione musicale proveniva da quell&#8217;ambiente. E se l&#8217;atteggiamento antisociale e provocatorio è stato sempre un modo di esprimersi dell&#8217;hip hop della vecchia scuola, le dimensioni di aggressività espresse da canzoni che parlano di disagio interiore e di carattere borderline sono state raggiunte soltanto da questo autentico iconoclasta, cresciuto nella periferia romana e che ha individuato nel rap la sua àncora di salvezza, per esprimere, comunicare e sfogare tutta la sofferenza attraversata in un&#8217;infanzia e in un&#8217;adolescenza vissute ai limiti del degrado e della sopravvivenza mentale. Album come <em>La verità su Metal Carter</em> (2005) e <em>Cosa avete fatto a Metal Carter?</em> (2007) rimangono ancora oggi due oggetti di culto per gli appassionati: dentro ci sono il racconto di un mondo sgradevole, eccessivo, di un&#8217;interiorità a tratti persino inaccettabile e di una psicologia distorta, ma in cui emerge in maniera fortissima il romanticismo involontario e inconsapevole di chi non ha conosciuto altro nella vita. Nella canzone <em>Nella mia mano</em> &#8211; per chi scrive, la più bella di Marco De Pascale aka Metal Carter &#8211; le rime che descrivono un passato doloroso (&#8220;<em>Da bambino ho subito violenze di ogni tipo, parenti e genitori mi trattavano da schifo&#8221;</em>), si alternano al desiderio irrealizzabile di vivere un&#8217;altra realtà (&#8220;<em>Vorrei non conoscere sconfitta, vorrei avere la schiena dritta, vorrei avere più forza per affrontare il domani, ma sono andati all&#8217;aria tutti i miei piani&#8221;</em>). Grazie alla musica, oggi Metal Carter è uno degli artisti di riferimento dell&#8217;hip hop italiano.</div>
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<div><strong>Qual è stata la spinta che ti ha portato a fare rap? Quali erano i sentimenti che ti hanno dato la motivazione per scrivere canzoni?</strong></div>
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<div>Ho iniziato a fare rap per necessità. Nel periodo in cui ho cominciato, per vari motivi, stavo sempre per strada e avevo bisogno di un tipo di attitudine che mi rappresentasse. Il rap era il genere che meglio rappresentava i miei sentimenti. Molta della gente che incontravo in giro ascoltava rap o aveva a che fare con la scena hip-hop romana. Le emozioni che mi hanno spinto a diventare un rapper sono state molto naturali, spontanee e legate alla vita da teenager che facevo in quel periodo. Questa musica mi ha aiutato molto, perché mi ha dato una direttiva. Piano piano mi sono sempre di più appassionato alla cultura hip hop a 360 gradi.</div>
<div></div>
<div></div>
<div><strong>Mi piacerebbe che mi raccontassi come nacque il Truce Klan. Che anni erano? Trovi molte differenze con il modo di oggi di concepire il rap?</strong></div>
<div></div>
<div>Il Truce Klan era costituito da un gruppetto di amici che si beccava tutti i giorni e tutte le sere. Dato che frequentavamo gente già nota nell&#8217;ambiente rap romano, anche a noi è venuta voglia di rappare. Ovviamente avevamo già un&#8217;idea sul tipo di stile che volevamo approcciare, conoscevamo un certo tipo di rap americano e frequentavamo assiduamente gli eventi hip hop della capitale. Adesso è cambiato veramente tantissimo il modo di vivere e concepire il rap rispetto ad allora. L&#8217;epoca in cui ho cominciato ad interessarmi all&#8217;hip hop &#8211; ovvero la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila &#8211; era veramente un altro momento storico. Noi proveniamo dalla generazione che è arrivata subito dopo i primi pionieri. Ci trovo veramente poche cose in comune con quello che è diventato questo genere adesso. Probabilmente se fossi stato un ragazzo di oggi non avrei mai fatto rap.</div>
<div></div>
<div></div>
<div><strong>Il tuo linguaggio è sempre stato violento, brutale, provocatorio. Ho sempre pensato però che nella tua musica ci fossero anche una grande consapevolezza e una sottile ironia di fondo. Sei d’accordo?</strong></div>
<div></div>
<div>Sì, sono d&#8217;accordo. E sono anche consapevole che il mio modo di pormi abbia suscitato diverse reazioni anche se sono sempre stato molto chiaro e diretto nell&#8217;esprimermi, senza dubbio. Mi va benissimo così. C&#8217;è anche una sorta di ironia di fondo soprattutto dentro ad alcune mie canzoni. In altre penso invece che ci sia molto meno ironia e in altre ancora la trovo quasi assente del tutto. Nel complesso mi sento un autore più consapevole che ironico.</div>
<div></div>
<div><strong>Quale pensi che sia stato il tuo momento più alto a livello artistico? </strong></div>
<div></div>
<div>Probabilmente il mio picco artistico a livello di fama e numeri l&#8217;ho raggiunto, più o meno, tra il 2005 e il 2010. Penso di non aver mai attraversato momenti particolarmente bassi, sono sempre riuscito a prendermi il mio spazio e il mio pubblico. Il momento forse più difficile della mia vita a livello personale ha coinciso forse con il migliore a livello professionale, ed è corrisposto con l&#8217;uscita dell&#8217;album <em>Cosa Avete fatto a Metal Carter?</em>, nel gennaio del 2007. Rispetto a prima, oggi a 42 anni mi sento come non mai esperto e sicuro in tutto quello che faccio.</div>
<div></div>
<div><strong>Roma è una delle città in cui il rap esplose come vero e proprio fenomeno nei primi anni Duemila, in un’epoca in cui il genere era considerato fortemente di nicchia. Penso anche a crew come Colle der Fomento e Cor Veleno. Pensi che all’epoca nel mondo del rap ci fosse un più forte senso di condivisione e fratellanza rispetto a oggi?</strong></div>
<div></div>
<div>Sì, sicuramente c&#8217;era un senso più grosso di condivisione e forse c&#8217;erano anche più fratellanza e rispetto, ma neppure così tanto come si potrebbe immaginare. Ho sempre percepito la scena in maniera molto competitiva, a volte persino cattiva e scorretta. C&#8217;è sempre stata grossa sfida e competizione tra gli MC e a volte si poteva sfociare anche in atteggiamenti poco dignitosi. Adesso percepisco meno questi lati negativi. Probabilmente questo mi succede perché sono andato avanti con l&#8217;età e mi sono creato una posizione ben precisa e solida nel &#8220;rap game&#8221;, che piaccia o no.</div>
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<div><strong>Da ragazzino ho davvero consumato il tuo primo album, La verità su Metal Carter. Rispecchiava un forte senso di rabbia e frustrazione tipico degli adolescenti, ma era filtrato anche da un linguaggio visionario e beffardo che bilanciava la durezza dei temi. Che ricordi hai dei tuoi esordi?</strong></div>
<div></div>
<div>Ho ricordi un po&#8217; confusi della scrittura di quel disco, ma ricordo benissimo quel senso di novità ed eccitazione nel fare i miei primi passi nel rap che era presente. Non mi sentivo particolarmente pronto all&#8217;epoca per affrontare un album solista, ma dato che i Truceboys, purtroppo, avevano già finito il loro percorso mi sono sentito in dovere di debuttare a livello solista, anche perché nel mio crew, il Truce Klan, c&#8217;era grosso fermento. È vero che in quel disco si percepisce ancora oggi questo lato adolescenziale, in certe rime e in un certo tipo di approccio, ed è giusto che sia così. Sicuramente è il disco dove il lato visionario ma soprattutto quello beffardo stanno a dei livelli piuttosto buoni.</div>
<div></div>
<div><strong>Al di fuori del Truce Klan, quali sono gli artisti del rap italiano che apprezzi di più? Ascolti la trap? Ti piace?</strong></div>
<div></div>
<div>Non ascolto più rap italiano. Mi annoia e non lo trovo stimolante per la mia ispirazione. Sono più o meno a conoscenza di quello che succede nella scena, ma neanche troppo. Sicuramente ero più interessato alla scena italiana da ragazzo ma era anche molto più facile starle appresso perché c&#8217;erano molti meno rapper. Ascolto però sempre una valanga di rapper americani sia contemporanei che &#8220;old school&#8221;. Per quanto riguarda la trap non ne ascolto molta, se lo faccio sempre e comunque rigorosamente a stelle e strisce e di alto livello.</div>
<div></div>
<div><strong>Oggi pensi che le canzoni di Metal Carter abbiano raccontato in pieno il tuo mondo e il tuo modo d’essere? Che cosa c’è nel futuro di Metal Carter?</strong></div>
<div></div>
<div>No, penso che ci sia ancora molto da dire sul mio modo di essere. Se non lo pensassi forse non scriverei più. Sicuramente con tutti gli album che ho fatto un bel po&#8217; di argomenti e skills fighe sono venute fuori. Nel futuro di Metal Carter c&#8217;è ancora tanto nuovo rap che spacca tutto, una grossa collaborazione con l&#8217;etichetta &#8220;Time 2 Rap&#8221;, l&#8217;intenzione di mettere pezze dove servono e di far valutare nuovamente e maggiormente tutta la mia intera discografia, a partire dal mio ultimo album <em>Fresh Kill</em> (2020).</div>
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		<title>VibraRecords, alle origini del rap italiano</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2021 06:28:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emiliano Dal Toso]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Bassi Maestro]]></category>
		<category><![CDATA[Dj Zeta]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="660" height="330" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/rap-italiano.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="rap-italiano" /></p><p>&#8220;Troppo stanco per dormire, come Pellico mi metto a scrivere memorie su memorie per reprimere/ la voglia insoddisfabile di pormi dubbi irrisolvibili, circondato da un deserto di inquietudini&#8221;. Abbiamo parlato di <a href="http://www.magzine.it/qui-mondo-marcio-dove-sono-finiti-i-rapper/">Mondo Marcio</a> e dell’ingresso dell’hip-hop italiano nel mainstream della musica italiana, ma facciamo ancora un passo indietro.</p>
<p>Torniamo al 1998, l’anno in cui due ragazzi di Verona, Andrea e Fabio, gettarono le basi per l’etichetta discografica indipendente che ha permesso di promuovere e diffondere i suoni e le canzoni di artisti oggi noti in tutta Italia, come Club Dogo, Fabri Fibra, Inoki, Marracash. <mark class='mark mark-yellow'> Insieme a loro, troviamo anche una sorta di padre putativo, <strong>Davide Bassi, conosciuto con il nome di Bassi Maestro</strong>, figura chiave dell’underground e autore di <a href="https://www.youtube.com/watch?v=yQ6ikmnF8Vc"><em>Foto di gruppo</em></a>, forse la canzone più rappresentativa dell’intero panorama rap italiano e ancora oggi una delle più emozionanti </mark> : un ritratto dei rapporti che mutano, delle persone che si perdono e degli amici che rimangono, ma anche delle perplessità e degli interrogativi che anticipano ogni nuovo inizio e ogni nuova sfida.</p>
<p>Proprio come quella che lanciò la <strong>VibraRecords</strong> alla fine degli anni Novanta: <mark class='mark mark-yellow'> scommettere che il rap potesse avere un valore commerciale e attrattivo anche in Italia, sostenendo una cultura autentica e stradaiola, che non scendesse a compromessi con il nazional-popolare e con la musica italiana a cui tutti, fino a quel momento, erano abituati, pubblico e addetti ai lavori inclusi </mark> .</p>
<p><em>&#8220;VibraRecords</em> è nata nel settembre del 1998 come negozio di dischi e materiale per dj e writers, ma in poco tempo siamo diventati dei piccoli distributori e successivamente etichetta discografica. <mark class='mark mark-yellow'> Quello che ci ha spinto è stata la motivazione di poter fare della nostra passione un business vero e proprio in un momento in cui in Italia al mercato dell’hip hop serviva un punto di riferimento serio ed affidabile, dato che i grandi distributori avevano bisogno di un interlocutore con il quale poter programmare e garantire una continuità nel flusso di lavoro </mark> , che fino ad allora si era basato solamente su collaborazioni estemporanee direttamente con gli artisti, che erano molto difficili da gestire&#8221;, commenta <strong>Andrea Zanetti</strong>, uno dei due fondatori, nonché storico beatmaker conosciuto dagli amanti del genere anche con il nome di <strong>Dj Zeta</strong>.</p>
<p><strong>Come avveniva la scelta degli artisti? Siete partiti subito con l’idea di produrre e promuovere artisti hip-hop? Quali erano i vostri primi obiettivi?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> La nostra passione è sempre stata l’hip-hop, di conseguenza non abbiamo mai pensato di produrre altro tipo di musica </mark> . Tenevamo sempre gli occhi e le orecchie ben aperti e abbiamo cercato di produrre e distribuire quello che secondo noi era il meglio che artisticamente la scena avesse da proporre. Inizialmente, l’obiettivo era riuscire a fare in modo di rendere reperibili sul mercato musicale tutti quei titoli che si trovavano solamente in vendita ai banchetti fuori dalle <em>jam</em> o in pochissimi negozi di avanguardia musicale.</p>
<p><strong>Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila il rap era considerato un genere fortemente di nicchia. La sensazione che ho è che tra chi faceva rap si creasse un grande senso comunitario, collettivo e di fratellanza. Riascoltando alcuni album, mi sembra che ciò che muovesse gli artisti fosse soprattutto la passione e la condivisione. Trovi differenze con le dinamiche di oggi di concepire il rap?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> Oggi come allora le dinamiche sono sempre le stesse: tutti vogliono fare musica con passione e cercano di condividerla con chi sentono di avere più affinità e valori e/o interessi comuni </mark> . Può essere che in quegli anni il concetto di fratellanza e coesione fosse più forte di oggi a livello generale. Penso però che i problemi personali, le invidie e i litigi ci fossero anche allora. Le antipatie ci sono sempre state e sempre ci saranno. La differenza consiste soltanto nel fatto che oggi qualsiasi cosa succeda, positiva o negativa che sia, viene esposta, riportata ed amplificata tramite i social media nel giro di qualche ora, mentre una volta, per conoscere quello che stava succedendo veramente, dovevi venirlo a sapere direttamente dalle persone interessate o da qualche loro amico stretto.</p>
<p><strong>Uno degli album che ho ascoltato di più nella mia adolescenza è stato il tuo <em>Zeta Duemila</em>, in cui hai collaborato con Bassi Maestro e Fabri Fibra. Che cosa pensi, oggi, della scelta di Bassi di allontanarsi dal rap? E che cosa pensi invece del percorso artistico che ha intrapreso Fabri?</strong></p>
<p>Proprio con Bassi abbiamo da poco stampato per la prima volta <em>Zeta Duemila</em> in vinile e mi sono potuto rendere conto, grazie ai tantissimi messaggi ricevuti, che tanti, come te, hanno amato tantissimo questo disco, e la cosa mi fa enormemente piacere. <mark class='mark mark-yellow'> Per quanto riguarda Bassi ci tengo a precisare che ha scelto di non fare più dischi come rapper, ma il rap fa parte di lui, rimane ancora una delle sue più grandi passioni e non smetterà mai di proporre dj set dal gusto hip hop. Ho interpretato questa sua decisione come la sua naturale evoluzione: a livello artistico sentiva di aver bisogno di nuovi stimoli e di nuove sfide </mark> . Per quanto riguarda il percorso di Fabri Fibra, penso che lui sia e sia sempre stato un gradino sopra tutti dal punto di vista artistico, e credo che continuerà a esserlo ancora per molto tempo.</p>
<p><strong>Quali sono stati gli album più importanti e rappresentativi del panorama del rap italiano, a cavallo tra la fine degli anni Novanta e gli anni Duemila?</strong></p>
<p>Ce ne sono tantissimi. Se devo dirti quelli che io ho amato di più a livello personale ne scelgo quattro, in ordine cronologico: <em>SxM</em> dei <em>Sangue Misto</em> (1994), F<em>oto di gruppo</em> di <em>Bassi Maestro</em> (1998), <em>Mondo Marcio</em> di <em>Mondo Marcio</em> (2004) e <em>Mr. Simpatia</em> di <em>Fabri Fibra</em> (2004).</p>
<p><strong>Qual è il tuo giudizio sul rap italiano di oggi e sulle evoluzioni che ha avuto a livello di produzioni? Ascolti la trap? Ti piace?</strong></p>
<p>La qualità artistica in Italia si è alzata notevolmente negli ultimi anni, sia a livello di delivery che a livello di produzioni. <mark class='mark mark-yellow'> Soprattutto le produzioni, a mio parere, hanno poco da invidiare alla musica che arriva dagli Stati Uniti </mark> . Ammetto che la trap non mi fa impazzire, però la ascolto e riesco comunque a trovare al suo interno qualche brano che, in fondo in fondo, mi piace.</p>
<p><strong>Oggi di che cosa si occupa Dj Zeta? </strong></p>
<p>Continuo a occuparmi di musica. <mark class='mark mark-yellow'>Oltre all’attività di dj, faccio parte del team di A&amp;R di <em>The Saifam Group</em>, la storica etichetta indipendente di Verona con cui collaboro dai primi anni Duemila </mark>  e che ha contribuito in maniera fondamentale al successo commerciale del catalogo di <em>VibraRecords</em>.</p>
<p><strong>Siete orgogliosi di aver portato alcuni dei vostri artisti al successo <em>mainstream</em>? C’è stato qualche artista su cui puntavate ma che non ha ottenuto l’attenzione e il successo che meritava?</strong></p>
<p>Fa sicuramente piacere sapere di aver contribuito ad aver lanciato sul mercato discografico italiano artisti che oggi sono costantemente ai primi posti delle classifiche di vendita. <mark class='mark mark-yellow'> Credo che tutti gli artisti che abbiamo prodotto abbiano raggiunto gli obiettivi che sia noi che loro pensavamo di poter raggiungere. Senza dubbio l’attenzione non è mai mancata a nessuno </mark> . Per arrivare al successo penso però che contino tante altre cose che vanno ben oltre il valore artistico.</p>
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