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	<title>magzine &#187; Palestina</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Pax trumpiana: partita a scacchi in Ucraina e Medio Oriente</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Jan 2025 00:50:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirea D Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
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		<description><![CDATA[Sono trascorsi poco più di sette giorni dal giuramento del nuovo Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump ma i riflettori restano puntati su di lui:il nuovo inquilino della Casa ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="6000" height="4000" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/pexels-felixmittermeier-957312.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="pexels-felixmittermeier-957312" /></p><p>Sono trascorsi poco più di sette giorni dal giuramento del nuovo Presidente degli Stati Uniti,<strong> Donald J. Trump</strong> ma i riflettori restano puntati su di lui:<mark class='mark mark-yellow'>il nuovo inquilino della Casa Bianca rispetterà le promesse fatte in campagna elettorale?</mark> Certo è, che poco dopo il suo insediamento, il tycoon è stato <strong>molto chiaro</strong> nel suo primo <strong>discorso internazionale</strong> tenuto giovedì in videoconferenza al <em>World Economic Forum</em> di Davos. «Il mio messaggio a tutte le imprese del mondo è semplice: <strong>venite a produrre in America</strong>, e noi vi faremo pagare <strong>le tasse più basse</strong> di qualsiasi altra nazione. In caso contrario, ne pagherete il prezzo» ha esordito, di fronte all’immensa platea. Da <strong>buon imprenditore</strong>, appare chiaro che l’obiettivo del presidente sia quello di incentivare la macchina economica interna del Paese, innalzando<strong> barriere protezionistiche</strong> con l’estero, qualora ritenuto necessario. Il suo programma, così come evidenziato nel discorso tenuto poco dopo il giuramento, è <mark class='mark mark-yellow'>mettere al primo posto il benessere del Paese per far sì che «dall’oscurità del suo predecessore &#8211; che ha duramente criticato &#8211; fiorisca una nuova età dell’oro».</mark></p>
<p>«Da questo punto di vista, il <strong>protezionismo</strong> e l’<strong>imposizione di dazi</strong> da parte dell’amministrazione Trump, devono essere considerati in chiave di una strategica “<strong>pressione negoziale</strong>”. Il nuovo presidente, infatti, vuole <mark class='mark mark-yellow'>riequilibrare la bilancia commerciale degli Stati Uniti</mark>», evidenzia <strong>Davide Borsani</strong>, docente di Relazioni Internazionali dell’<em>Università Cattolica del Sacro Cuore</em> di Milano. Questa è la ragione principale per cui, tra i temi in primo piano presentati a Davos, oltre alle relazioni commerciali con Europa e Cina, di grande importanza sono la <strong>nuova soglia di spesa</strong> per la difesa della NATO &#8211; che propone per tutti i Paesi di <strong>aumentare il tasso</strong> da destinare all’Alleanza dal 2 al 5% del PIL &#8211; e il <strong>consolidamento di nuove partnership</strong> strategiche, come è il caso dell’<strong>Arabia Saudita</strong> di Mohammad Bin Salman.</p>
<p>Tra i temi che scaldano l’opinione pubblica mondiale e che &#8211; dopo anni di investimenti in difesa e aiuti umanitari &#8211; iniziano però a gravare irrimediabilmente soprattutto sulle spalle delle potenze occidentali (e non solo), <mark class='mark mark-yellow'> sono di grande rilevanza per il nuovo presidente i due conflitti in corso, in <strong>Ucraina</strong> e <strong>Medio Oriente</strong>.</mark> Sono di tale importanza, da farne il perno su cui si è sviluppata parte della folcloristica campagna elettorale di Donald Trump.</p>
<p>A Davos, il primo cittadino americano è, infatti, tornato a parlare del suo omologo russo che ha nuovamente invitato al dialogo: «<mark class='mark mark-yellow'>La guerra tra Russia e Ucraina finirebbe immediatamente se il prezzo del petrolio scendesse</mark>» ha affermato, sostenendo che l’<strong>elevato guadagno energetico</strong> permettera&#8217; al Cremlino di <strong>proseguire le operazioni</strong> militari e ha insistito: «L’Ucraina è pronta a fare un accordo». Dall&#8217;altro lato, inaspettatamente la risposta di Vladimir Putin non si è fatta attendere: «<strong>La guerra non dipende dal prezzo del petrolio</strong> ma è causata da una<strong> minaccia alla sicurezza nazionale</strong> della Federazione Russa che i Paesi occidentali rifiutano di vedere». E ha proseguito: «Faremmo meglio a incontrarci e ad avere una conversazione realista su tutte le questioni di comune interesse per gli Usa e per la Russia».</p>
<p>Nel quadro euroasiatico, «<strong>l&#8217;accellerazione dei colloqui</strong> nelle ultime settimane sta a significare che gli Stati Uniti hanno iniziato a<strong> mettere più pressione</strong> su entrambi gli attori. O, quantomento, sicuramente sull&#8217;Ucraina» sostiene Borsani. Il problema, però, in questo contesto, sono le condizioni sul terreno. «<mark class='mark mark-yellow'>L&#8217;Ucraina vuole entrare a far parte della<strong> NATO </strong> ma la posizione russa a riguardo non è negoziabile. Anche gli Stati Uniti hanno grandissime perplessità, perciò questo obiettivo al momento è irrealizzabile</mark>». Borsani tiene inoltre a sottolineare che <strong>non bisogna sopravvalutare l&#8217;influenza</strong> negoziale complessiva <strong>degli Stati Uniti</strong> sull&#8217;intero conflitto perchè ci sono tanti altri attori che operano in Ucraina o a sostengo di una delle due parti. Alla luce di questo, il punto su cui Putin e Zelensky devono confrontarsi è: «<mark class='mark mark-yellow'>sediamoci al tavolo ma sulla base di cosa trattiamo? </mark> L&#8217;obiettivo &#8211; prosegue Borsani &#8211; è <strong>cercare un compromesso</strong> affinchè nessuna delle due parti imponga una capitolazione sull&#8217;altra. Sicuramente in termini economici ma anche militari, <mark class='mark mark-yellow'>l&#8217;attore più avvantaggiato in questo scenario è la Russia</mark> rispetto all&#8217;Ucraina che ha invece bisogno di grande supporto da parte degli alleati occidentali ma ci sono delle linee rosse invalicabili che entrambe le parti non sono disposte a varcare». <mark class='mark mark-yellow'>Ad oggi, ci troviamo in una fase in cui le prospettive sono sicuramente più rosee quantomento per una possibile tregua.</mark> «La differenza che però sussiste tra tregua e pace è sostanziale: il primo caso prevede una sospensione dei combattimenti, il secondo caso invece prevede l&#8217;elaborazione di un accordo di più lungo periodo che per resistere deve soddisfare tutte le parti».</p>
<p>Scendendo più a Sud, oltre le sponde del Mar Mediterraneo, l&#8217;approccio utilizzato dall&#8217;inquilino della Casa Bianca per risolvere <strong>la questione mediorientale</strong> è ben diverso. Considerata sia<strong> l&#8217;operatività sul campo di Israele</strong> &#8211; soprattutto in Cisgiordania con <em>Iron Wall,</em> nonostante la tregua stipulata la scorsa settimana &#8211; che i provvedimenti del <strong>Trump 1</strong> &#8211; dove tra l&#8217;altro Gerusalemme è stata riconosciuta come capitale di Israele &#8211; , <mark class='mark mark-yellow'>&#8220;è lecito pensare che a Tel Aviv si guardi a Washington con l&#8217;idea che la nuova amministrazione sia disposta a tollerare più fughe in avanti da parte di Israele rispetto a quella precedente&#8221;</mark>, evidenzia Borsani. Con questo, però, non bisogna commettere l&#8217;errore di credere che i rapporti tra Israele e Stati Uniti siano sempre stati lineari. Anche in questo caso, infatti, scegliere di considerare<strong> una chiave di lettura semplicistica</strong> e riassuntiva del conflitto arabo- israeliano, <strong>potrebbe indurci in errore</strong>.</p>
<p>La vera questione è <mark class='mark mark-yellow'>«che gli Stati Uniti hanno interesse nel sostenere Israele perchè lo ritengono un bastione democratico in un&#8217;area particolarmente a rischio di squilibri. Di fatto, Tel Aviv è il pilastro della politica estera americana in Medio Oriente».</mark> Questa è la dinamica che spiega la ragione che si nasconde dietro l&#8217;ultima dichiarazione &#8211; rilasciata durante la notte in una conferenza stampa a bordo dell&#8217;<em>Air Force One</em> &#8211; proprio del presidente degli Stati Uniti e che si lega alle richieste, presentate dai coloni israeliani, in merito alla gestione<em> post-conflict</em> dell&#8217;enclave palestinese: <mark class='mark mark-yellow'>«Gaza al momento è un sito di demolizione e la gente sta morendo. La mia proposta è finanziare la costruzione di nuove abitazioni &#8211; temporanee o a lungo termine &#8211; in Egitto e Giordania</mark> in modo che i palestinesi possano vivere li&#8217; in pace. Alla fine, si tratta di un milione e mezzo di persone. Dobbiamo ripulire tutto: quel luogo ha un grande potenziale». In relazione alle ultime parole del Presidente &#8211; che non lasciano spazio ad interpretazioni -, l&#8217;emittente americana Cnn ha citato le parole di un&#8217;analista ospite del canale israeliano Channel 12,<strong> Amit Segal</strong>, secondo cui le sue parole non sono una semplice esternazione ma fanno parte di &#8220;un piano più ampio che appare coordinato con Israele&#8221;.</p>
<p>Dall&#8217;altro lato, Egitto e Giordania &#8211; così come l&#8217;Autorità Nazionale Palestinese e Hamas &#8211; hanno respinto fermamemente la proposta di un trasferimento forzato del popolo palestinese. «Mettiamo in guardia dallo <strong>sfruttare la catastrofica situazione umanitaria di Gaza</strong>, causata dal genocidio commesso dall&#8217;occupazione. Chiediamo un&#8217;azione rapida per rispondere alle diverse esigenze dei residenti di Gaza e per accelerare gli sforzi di accoglienza, soccorso e ricostruzione», ha cosi&#8217; reagito l&#8217;ufficio stampa del governo di Gaza.</p>
<p>Sin dalle prime mosse sulla scacchiera, appare chiaro che <mark class='mark mark-yellow'>l&#8217;obiettivo del nuovo Presidente sia quello di porre fine ai conflitti in corso, cercando di trovare un compromesso tra le parti. O, quanto meno, tra le parti che contano</mark>: ovvero quelle che il tycoon ritiene abbiano qualcosa da offire sia in termini economici che strategici. <strong>In fondo, è un fatto ben noto, le prime mosse di una partita a scacchi possono essere tra le più importanti.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>UNIVERSITÀ USA, LA LIBERTÀ DI PAROLA SULLA GUERRA A GAZA</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Dec 2024 16:08:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Piga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’attacco terroristico di Hamas sul suolo israeliano e la controffensiva d’Israele sulla Striscia di Gaza sono stati la miccia che ha innescato l’agitazione nelle università degli Stati Uniti. Dal 7 ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1365" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/12/GettyImages-2150007379-2048x1365.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Manifestanti studenteschi occupano il “Gaza Solidarity Encampment” pro-palestinese sul West Lawn della Columbia University, il 24 aprile 2024, a New York City. (Michael M. Santiago/Getty Images)" /></p><p>L’attacco terroristico di Hamas sul suolo israeliano e la controffensiva d’Israele sulla Striscia di Gaza sono stati la miccia che ha innescato l’agitazione nelle <strong>università degli Stati Uniti</strong>. Dal 7 ottobre 2023, i campus sono <a href="https://www.nytimes.com/interactive/2024/us/pro-palestinian-college-protests-encampments.html">l’arena</a> nella quale si contrappongono due fazioni: una considera ingiustificata e sproporzionata la risposta dell’esercito israeliano; l’altra la sostiene, ritenendosi anche bersaglio degli antisionisti e antisemiti. Negli istituti, la <a href="https://www.npr.org/sections/pictureshow/2024/05/04/1248904667/campus-protests-photos">violenza</a> sia verbale, sia fisica è divampata, con l’intento di silenziare chi esprime opinioni opposte. E ha messo sul banco degli imputati anche i <a href="https://www.nytimes.com/2024/01/02/us/harvard-claudine-gay-resigns.html#:~:text=Harvard's%20president%2C%20Claudine%20Gay%2C%20announced,7.">vertici</a> delle università, le cui azioni, in alcune circostanze, hanno comportato le loro <a href="https://www.npr.org/2023/12/10/1218432974/penn-president-resigns-after-testifying-about-antisemitism-on-campus">dimissioni</a>.</p>
<p>Ciò che accade nel mondo accademico a stelle e strisce è la quotidianità per<strong> Greg Lukianoff</strong>, presidente e CEO della <a href="https://www.thefire.org/">Foundation for Individual Rights and Expression</a>. I suoi obiettivi sono la tutela e la promozione dei diritti fondamentali nei campus universitari. Il tema che tratta nella sua newsletter <a href="https://eternallyradicalidea.com/"><em>The Eternally Radical Idea</em></a>, sul quale ha co-scritto con Rikki Schlott anche l’ultimo libro <a href="https://www.penguin.co.uk/books/455749/the-canceling-of-the-american-mind-by-schlott-greg-lukianoff-and-rikki/9780241645574"><em>The Canceling of the American Mind</em></a> (Penguin Books, 2023) e di cui ha parlato a <em>Magzine</em>.</p>
<p><strong>In varie università statunitensi c’è un’atmosfera di tensione. Nei campus, la libertà di parola scricchiola?</strong></p>
<p>«È in declino, ma questa tendenza è iniziata molto prima del 7 ottobre 2023. C&#8217;è stata un’aperta ostilità verso il concetto di libertà di espressione nei campus per decenni, qualcosa che ho osservato già mentre ero a Stanford Law negli anni Novanta. Tipicamente erano gli amministratori a cercare di limitare la libertà di parola. Intorno al 2014, però, è avvenuto un cambiamento drammatico. Una generazione di studenti è arrivata nei campus dopo essere stata educata con alcune pessime idee sul supposto e potenziale “danno” delle parole e sulla loro stessa fragilità. Per la prima volta, gli amministratori, storicamente critici verso la libertà di espressione, hanno trovato un gruppo di studenti con cui allearsi per sopprimere questo diritto ad altri studenti, docenti e relatori invitati nelle università».</p>
<p><strong>Dall’inizio del conflitto Israele-Hamas, la polarizzazione del discorso nelle università statunitensi si è intensificata. Ha implicazioni sociali più ampie che riflettono un cambiamento anche nei dibattiti tra studenti, docenti e tra studenti e docenti?</strong></p>
<p>«La polarizzazione del discorso nei campus si è sviluppata per decenni. È accelerata negli ultimi dieci anni, e l’ambiente dopo il 7 ottobre 2023 ha rivelato quanto la situazione fosse peggiorata. E la <a href="https://www.vice.com/en/article/cancel-culture-meaning/"><em>cancel culture</em></a>, che ha le sue radici nell’istruzione superiore, non sorprende che continua a essere utilizzata come arma da chi detiene opinioni maggioritarie nei campus. Ma è troppo presto per sapere se questo aumento dello scontro sia temporaneo o rappresenti una nuova normalità».</p>
<p><strong>L&#8217;approccio all’ attivismo universitario e, di conseguenza, all’applicazione del Primo Emendamento stanno mutando?</strong></p>
<p>«Un aspetto positivo del caos nei campus è che alcune università hanno iniziato a capire quanto sia rischioso esprimersi sulle questioni politiche del momento. La tendenza a emettere dichiarazioni istituzionali su temi politici divisivi è qualcosa che abbiamo iniziato a vedere dopo l’uccisione di <a href="https://www.nytimes.com/article/george-floyd.html">George Floyd nel 2020</a>, quando gli studenti hanno iniziato a chiedere che le loro scuole si pronunciassero sull’incidente e le amministrazioni sono state più che disposte ad accontentarli. Questo, prevedibilmente, ha portato a una situazione insostenibile nella quale ogni gruppo ora si aspetta che la propria università rilasci una dichiarazione quando la loro causa o questione è sotto i riflettori. Così, in questo caso, gli studenti pro-Israele hanno insistito perché venisse condannato Hamas, mentre quelli pro-Palestina si aspettavano che criticassero Israele. Questo dilemma impossibile ha portato diversi istituti, tra i quali Yale, Penn, USC, Johns Hopkins e Purdue, a vedere la saggezza nell’adottare la neutralità istituzionale».</p>
<p><strong>Questo clima si respira, principalmente, nelle università della Ivy League. È una visione distorta?</strong></p>
<p>«In generale, le scuole private d’élite si sono dimostrate avere ambienti scadenti per la libertà di parola nei loro campus. Infatti, per il secondo anno consecutivo, Harvard si è classificata ultima nella classifica <a href="https://www.thefire.org/college-free-speech-rankings">“College Free Speech Rankings”</a> di FIRE, mentre la Columbia al penultimo. Nessuna delle università della <a href="https://www.usnews.com/education/best-colleges/ivy-league-schools">Ivy League</a>, a eccezione di Yale, è riuscita a posizionarsi sopra il 200° posto nelle classifiche 2024, che ha valutato 251 scuole. Vale la pena notare, tuttavia, che l’Università della Virginia si è classificata al primo posto nelle nostre classifiche e quella di Chicago ha ottenuto buoni risultati costantemente».</p>
<p><strong>Dopo questo primo anno di proteste, quali pensa siano i rischi per la libertà di espressione e l’attivismo universitario?</strong></p>
<p>«Continuo a temere che gli studenti siano stati educati male a credere che la libertà di espressione sia uno strumento dei potenti. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. I potenti non hanno bisogno della libertà di espressione perché se la sono sempre cavata bene senza di essa. Sono sempre state le minoranze a fare affidamento sulla libertà di espressione per sfidare il governo e chiedere pari diritti».</p>
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		<title>Mandato d&#8217;arresto per Netanyahu, Gallant e Deif. La CPI: &#8220;Condizioni calcolate per distruggere una parte dei civili di Gaza&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Nov 2024 22:13:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirea D Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Corte Penale Internazionale]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;È stato emesso all&#8217;unanimità un mandato d&#8217;arresto nei confronti del Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dell&#8217;ex ministro della Difesa israeliana Yoav Gallant e di Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri, comunemente noto ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="630" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/11/Progetto-senza-titolo.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Mandati di arresto corte penale internazionale 21 nov 2024" /></p><p>&#8220;<span class="ILfuVd" lang="it"><span class="hgKElc">È </span></span>stato emesso all&#8217;unanimità un <strong>mandato d&#8217;arresto</strong> nei confronti del Primo ministro israeliano <strong>Benjamin Netanyahu</strong>, dell&#8217;ex ministro della Difesa israeliana<strong> Yoav Gallant</strong> e di<strong> Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri</strong>, comunemente noto come Deif&#8221; e capo dell&#8217;ala militare di Hamas. Cosi&#8217; si legge in una<a href="https://www.icc-cpi.int/news/situation-state-palestine-icc-pre-trial-chamber-i-rejects-state-israels-challenges"><strong> nota </strong>pubblicata sul sito web</a> della<strong> Corte penale internazionale</strong>. L&#8217;<strong>accusa</strong> è di aver commesso &#8220;<strong>crimini contro l&#8217;umanità</strong> e <strong>crimini di guerra</strong> sul territorio dello <strong>Stato di Israele</strong> il 7 ottobre 2023 &#8211; nel caso di Deif &#8211; e dello <strong>Stato di Palestina</strong> almeno dall&#8217;8 ottobre 2023 al 20 maggio 2024&#8243;. <mark class='mark mark-yellow'><span class="ILfuVd" lang="it"><span class="hgKElc">È</span></span> la prima volta nella storia che i giudici della CPI emettono mandati d&#8217;arresto anche nei confronti di esponenti politici &#8211; in questo caso di particolare rilievo &#8211; che hanno solidi legami con i governi occidentali.</mark> <span class="ILfuVd" lang="it"><span class="hgKElc">É</span></span> doveroso sottolineare che oltre a Deif &#8211; ritenuto direttamente <strong>responsabile del massacro</strong> del 7 ottobre 2023 -, la Procura aveva richiesto anche <strong>l&#8217;arresto</strong> di altri due esponenti di Hamas &#8211; <strong>Ismail Haniyeh </strong>e<strong> Yahya Sinwar</strong> &#8211; ma, essendo stata confermata la morte di entrambi, le accuse sono state ritirate.</p>
<p>In base al diritto Internazionale, sono <strong>124 gli Stati che hanno aderito alla CPI: </strong>ciò significa che, se i tre soggetti contro cui è stato emesso il mandato dovessero <strong>entrare</strong> in uno di questi Paesi, <strong>verrebbero immediatamente arrestati. </strong>Tuttavia, è doveroso evidenziare come la Corte non abbia un organo sovrastatale predisposto all&#8217;effettiva applicazione del mandato, quindi <strong>l&#8217;attuazione della sentenza</strong> spetta sempre e comunque agli Stati singoli e sovrani. In quest&#8217;ottica, infatti, si spiegherebbe perchè lo scorso settembre, la <strong>Mongolia</strong> abbia accolto a braccia aperte il presidente russo <strong>Vladimir Putin</strong> &#8211; su cui pende un mandato d&#8217;arresto internazionale &#8211; nonostante il Paese abbia aderito allo <em>Statuto di Roma, </em>documento fondativo della CPI.<em><br />
</em></p>
<p><strong>Christian Elia</strong>, giornalista che si occupa di <strong>Medio Oriente</strong> da molti anni, e coautore<a href="https://dig-awards.org/news/jaccuse-il-video-della-lectio-di-francesca-albanese-e-christian-elia-a-dig-2024/"> del volume </a><em><a href="https://dig-awards.org/news/jaccuse-il-video-della-lectio-di-francesca-albanese-e-christian-elia-a-dig-2024/">J&#8217;Accuse</a>, </em>a scritto a quattro mani con la<em> Special Rapporteur</em> delle Nazioni Unite sulla questione palestinese<strong> Francesca Albanese -</strong><em>,</em> commenta per <em>Magzine</em>  la decisione della Cortw: <mark class='mark mark-yellow'>&#8220;La Corte si è espressa di fronte all&#8217;evidenza e alle prove di cio&#8217; che sta accadendo. Questo apre uno scenario estremamente interessante.</mark> Fino ad ora, infatti, sono stati emessi mandati nei confronti solo di un certo tipo di leader &#8211; anche alleati di Paesi occidentali, certo &#8211; ma sempre quando questi erano &#8211; più o meno &#8211; in uno stato di declino politico. In questo caso, invece, parliamo di un primo ministro in carica ed è un avvenimento storico&#8221;. Elia, parlando <strong>dell&#8217;importanza della sentenza,</strong> ha inoltre evidenziato come &#8220;da qui ad un tempo indeterminato il<strong> primo Ministro</strong> di Israele <strong>non potrà più recarsi fisicamente</strong> in tutti i Paesi occidentali, e questo un grave danno&#8221; <strong>diplomatico</strong> per Tel Aviv.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La richiesta dei mandati era stata presentata lo scorso maggio dal procuratore capo della Corte, <strong>Karim Khan.</strong></mark> Poco dopo averla depositata, sulla base delle indagini sino a quel momento condotte, lo Stato di Israele ha presentato una serie di<strong> ricorsi</strong> con l&#8217;intento di farla ritirare. Sulla base dell&#8217;<strong>articolo 19.2</strong> dello Statuto ha cercato di opporsi all&#8217;indagine del procuratore, evidenziando come<strong> lo Stato ebraico non avesse mai firmato lo Statuto di Roma</strong> e per questa ragione i membri della Corte <strong>non avrebbero avuto la competenza giuridica per indagare</strong> e perseguire crimini commessi da parte di cittadini con nazionalità israeliana. Rispondendo al tentativo di bloccare sul nascere l&#8217;indagine, la Corte ha risposto però che <mark class='mark mark-yellow'>&#8220;<strong>non è necessario</strong> che uno Stato <strong>abbia firmato</strong> o ratificato lo Statuto per evitare che vengano avviate indagini ai fini di accertare la commissione di crimini di guerra o di crimini contro l&#8217;umanità.</mark>Inoltre, in questo particolare caso, la Corte può esercitare la sua funzione sulla base della <strong>giurisdizione territoriale</strong> della <strong>Palestina</strong>&#8220;.</p>
<p>Considerata la delicatezza del caso, i giudici hanno tenuto a spiegare pubblicamente la decisione per evitare ogni equivoco possibile. Si legge nella nota: &#8220;La Corte ha ritenuto che vi siano <strong>fondati motivi</strong> per ritenere che gli abitanti di Gaza<strong> siano stati privati</strong> di<strong> beni indispensabili</strong> alla loro<strong> sopravvivenza,</strong> compresi cibo, acqua, medicine e forniture mediche, nonché carburante ed elettricità. Si ritiene per questo che Netanyahu e Gallant abbiano<strong> ostacolato consapevolmente</strong> gli aiuti umanitari in<strong> violazione del diritto internazionale</strong> umanitario&#8221;.</p>
<p><span class="ILfuVd" lang="it"><span class="hgKElc">I giudici hanno </span></span>altresì evidenziato che<strong> le accuse sono basate</strong> su una serie di<strong> prove </strong>- al momento catalogate come &#8220;segrete&#8221; &#8211; fornite da sopravvisuti, testimoni oculari, a cui si aggiungono materiale video autenticato, foto e audio, immagini satellitari.<mark class='mark mark-yellow'>&#8220;Nessuna chiara necessità militare o altra giustificazione ai sensi del diritto internazionale umanitario può essere identificata per le restrizioni di accesso alle operazioni di soccorso umanitario. </mark> La Corte ha scoperto, infatti, che ci sono motivi ragionevoli per ritenere che la mancanza di forniture di base per la sopravvivenza <strong>abbia creato condizioni di vita calcolate</strong> per provocare la distruzione di una parte della popolazione civile a Gaza&#8221;, hanno concluso i giudici.</p>
<p>Questo <em>modus operandi</em> lo si evince anche attraverso &#8220;l&#8217;imposizione di un assedio totale sulla Striscia&#8221; ha riferito Khan , che ha concluso, evidenziando l&#8217;importanza dell&#8217;equità nell&#8217;applicazione della legge internazionale: &#8220;Se non dimostriamo la nostra volontà di <strong>applicare la legge allo stesso modo</strong>, creeremo le condizioni per il <strong>suo crollo</strong>. Così allenteremo i restanti legami che ci tengono insieme&#8221;.</p>
<p>La<strong> risposta</strong> dello Stato ebraico non si è fatta attendere. “La decisione<strong> antisemita</strong> della Corte penale internazionale equivale al<strong> moderno processo Dreyfus</strong>, e finirà così. Israele respinge con disgusto le azioni e le accuse assurde e false contro di esso da parte della Corte Penale Internazionale, che è un organismo politico parziale e discriminatorio”, ha pubblicamente<strong> dichiarato</strong> il primo ministro Netanyahu. Elia, sulla base di quanto scritto in <em>J&#8217;Accuse,</em> ha commentato il riferimento storico fatto dal ministro e ha evidenziato come <strong>la strategia</strong> di riportare alla luce fatti storici, strumentalizzandoli, sia parte della strategia comunicativa di Israele sin dalla sua nascita: &#8220;Sono più di trenta anni che le istituzioni israeliane<strong> tentano di sovrapporre l&#8217;antisemitismo alla legittima critica</strong> e denuncia di eventuali <strong>crimini di guerra</strong> contro l&#8217;umanità commessi dallo Stato ebraico. <mark class='mark mark-yellow'>In questo caso, <strong>spacciare per antisemitismo</strong> quella che è una mera azione legale di fronte a <strong>evidenti</strong> crimini di guerra documentati, non fa altro che agitare<strong> il vero spettro di quell&#8217;antisemitismo</strong></mark> &#8211; per intenderci, quello vero e non quello fomentato strumentalmente &#8211; che purtoppo ancora oggi esiste e che danneggia tutti quegli ebrei che, in giro per il mondo, sono costretti a pagare le conseguenze di uno dei capitoli più oscuri della storia moderna&#8221;.</p>
<p>In questo scenario, i <strong>media mainstream</strong> hanno contribuito spesso a fare il gioco dello stato ebraico. &#8220;Banalmente &#8211; prosegue<strong> Elia &#8211; </strong>non rispettando il principio della <strong>promulgazione di informazioni</strong> sulla base del <strong>pluralismo delle fonti.</strong><mark class='mark mark-yellow'>Per esempio, l&#8217;<strong>esercito israeliano</strong> &#8211; dal 7 ottobre &#8211;  è diventato non solo l&#8217;unica fonte citata in molti casi ma addirittura è stata identificata come <strong>&#8220;fonte verificata&#8221;</strong>. </mark> A questo punto mi chiedo come possiamo verificare ciò che riportano le IDF se non è permesso ai giornalisti occidentali di accedere ai territori della Striscia di Gaza&#8221;.</p>
<p>Dal 7 ottobre 2023, la <strong>controffensiva di Israele</strong> ha ucciso <strong>44mila palestinesi:</strong> la maggioranza di essi &#8211; riporta <a href="https://www.ohchr.org/en/press-releases/2024/11/un-special-committee-finds-israels-warfare-methods-gaza-consistent-genocide"> l&#8217;ultimo rapporto di 154 pagine delle Nazioni Unite</a> &#8211;  e&#8217; costituita da <strong>donne e bambini</strong>, secondo le autorità sanitarie che operano all’interno del territorio assediato. Circa il 90% dei 2,3 milioni di abitanti di Gaza è stato costretto a lasciare le proprie case.</p>
<p>Il caso alla Corte Penale Internazionale è <strong>separato</strong> dalla <a href="https://www.magzine.it/la-corte-internazionale-di-giustizia-si-e-espressa-contro-israele-il-caso-non-puo-essere-archiviato/">battaglia legale intrapresa dal<strong> Sud Africa</strong> presso la <strong>Corte Internazionale di Giustizia</strong> contro lo Stato di Israele, accusato di star commettendo <strong>un genocidio</strong></a> ai danni della popolazione palestinese. Gli avvocati di Israele, che negano ancora oggi ogni accusa, hanno sostenuto in tribunale che la guerra a Gaza è una guerra di legittima difesa.</p>
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		<title>Bot e fake news: così Israele cerca di distruggere l&#8217;UNRWA</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Apr 2024 12:44:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Sarà impossibile vincere la guerra se non distruggiamo l’UNRWA, e questa distruzione deve iniziare immediatamente». Così un ricercatore israeliano ha dichiarato alla Knesset, il parlamento israeliano, come l&#8217;eliminazione dell’Agenzia delle Nazioni ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1320" height="880" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/04/UNRWA-Palestinian-Flag-1320x880.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: jns.org" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>«Sarà impossibile vincere la guerra se non distruggiamo l’UNRWA, e questa distruzione deve iniziare immediatamente»<mark class='mark mark-yellow'></mark>. Così un ricercatore israeliano ha dichiarato alla Knesset, il parlamento israeliano, come l&#8217;eliminazione dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi sia un passaggio necessario per la vittoria della guerra. Da tempo, infatti, l’agenzia Onu è presa di mira dagli organi di informazione israeliani: l’accusa sarebbe quella di avere legami, diretti o indiretti, con il gruppo di resistenza palestinese di Hamas e di essere pertanto coinvolta nell’attacco terroristico del 7 ottobre. Insinuazioni che hanno indotto molti dei Paesi sostenitori a interrompere temporaneamente i loro finanziamenti a favore dell&#8217;ente.</p>
<p style="font-weight: 400;">L&#8217;UNRWA è stata creata nel <strong>1949</strong> per far fronte al contesto conseguente alla <em><strong>Nakba,</strong></em> quando più di 700mila palestinesi sono stati costretti da gruppi paramilitari sionisti a un esodo forzato dalle loro case per liberare il territorio e poter istituire lo Stato di Israele. Il suo scopo principale, come suggerito dallo stesso nome, è il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi e la realizzazione del loro diritto a tornare in patria. Questo progetto trova forte opposizione nel governo israeliano che, al contrario, mira a un&#8217;espulsione permanente dei profughi per poter continuare la sua occupazione del territorio.</p>
<p style="font-weight: 400;">In risposta a queste accuse, l’Agenzia Onu ha deciso di sospendere alcuni suoi dipendenti e avviare un’indagine interna, ma ha anche sottolineato come Israele non abbia fornito alcuna prova sostanziale delle sue tesi. Secondo quanto dichiarato dal portavoce dell’organizzazione, le uniche dichiarazioni di collusione con Hamas proverrebbero da alcuni funzionari delle Nazioni Unite, che avrebbero rilasciato queste affermazioni durante la detenzione israeliana perché sottoposti a tortura.</p>
<p style="font-weight: 400;">Sul punto si sono concentrate le attività del gruppo israeliano di controllo della disinformazione <em><strong>Fake Reporter</strong>,</em> i cui risultati sono stati poi resi noti dal quotidiano israeliano <em><strong>Haaretz</strong>. </em>Secondo quanto emerso, l’operazione di contrasto all’UNRWA sarebbe parte di un ampio progetto di propaganda israeliano detto <strong>“Hasbara”,</strong> volto a plasmare l’opinione pubblica globale. La narrazione contraria all’UNRWA sarebbe stata sostenuta da portali di informazione creati appositamente e  condivisa, poi, da migliaia di account social falsi, nonché da influencer pro-Israele incaricati di amplificarne la diffusione.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>La narrazione contraria all’UNRWA sarebbe stata sostenuta da portali di informazione creati appositamente e poi condivisa da migliaia di account social falsi, nonché da influencer pro-Israele incaricati di amplificarne la diffusione</span></p>
<p style="font-weight: 400;">Nel dettaglio, le tre fonti create specificamente per la propaganda anti UNRWA sarebbero: l&#8217;<em><strong>UnFold Magazine</strong></em>, che si presenta come fonte primaria di news da Israele; la<em><strong> Non-Agenda</strong></em>, che si mostra come una testata imparziale di notizie israeliane; la <em><strong>Moral Alliace</strong></em>, un’organizzazione apartitica celebrativa dei valori del mondo occidentale. Queste pagine vantano sulle varie piattaforme Facebook, Instagram e X un totale di 44.000 followers, ma la maggioranza sono fake. Sempre secondo <em>Harretz,</em> Israele avrebbe anche adottato un sistema tecnologico in grado di destinare contenuti parametrati al tipo e all’età degli utenti dei social per disincentivare la narrazione pro-palestinese nell’opinione pubblica. L’azione sarebbe avvenuta con l’utilizzo di bot per bombardare i social di articoli fortemente critici dell’UNRWA e sostenitori della sua abolizione. Tra questi pezzi ha avuto particolare diffusione un testo del <em>Wall Street Journal</em>, che però si è poi rivelato esser stato scritto con l’aiuto di un soldato israeliano in formazione e sulla base esclusivamente di affermazioni non comprovate.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’emergere di tutti questi elementi non fa che aggravare la situazione di scarsa credibilità in cui versa Israele, che è ormai percepito da larga parte dell’opinione pubblica come carnefice di un genocidio più che come semplice vittima di un attacco. Sarà quindi interessante vedere che strategia adotterà e se deciderà di implementare i progetti di disinformazione per cambiare la narrativa che si sta diffondendo. Del resto, con la diffusione di internet e dei social media, la guerra si è trasferita su un ulteriore piano rispetto al semplice campo di battaglia: quello della comunicazione. <mark class='mark mark-yellow'></mark>Da quando i mezzi tecnologici di informazione e i social hanno raggiunto una così larga scala si cerca in ogni modo di veicolare informazioni, spesso anche false, che possano plasmare l’opinione pubblica a proprio favore</mark>.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Da quando i mezzi di comunicazione tecnologici e i social hanno raggiunto una così larga diffusione il conflitto si è spostato anche sul piano dell&#8217;informazione</span> Avere la maggioranza della popolazione a proprio favore può essere un grande strumento politico, che può orientare scelte importanti per il destino dei conflitti: le decisioni dei vari Stati in merito a come prendere parte o meno ai vari sconti tengono sempre conto di quale sia l&#8217;opinione pubblica sul punto.</p>
<p style="font-weight: 400;">Qui l&#8217;articolo completo di <em>Haaretz: <a href="https://www.haaretz.com/israel-news/security-aviation/2024-03-19/ty-article-magazine/.premium/israeli-influence-op-targets-u-s-lawmakers-on-hamas-unrwa/0000018e-5098-d282-a19f-7dd95cc70000">https://www.haaretz.com/israel-news/security-aviation/2024-03-19/ty-article-magazine/.premium/israeli-influence-op-targets-u-s-lawmakers-on-hamas-unrwa/0000018e-5098-d282-a19f-7dd95cc70000</a></em></p>
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		<title>Milano chiama Palestina: campagne di boicottaggio e cortei di protesta</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Feb 2024 21:23:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Tamberi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>

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		<description><![CDATA[Stavolta erano decine di migliaia. Una delle più grandi manifestazioni nazionali per la Palestina degli ultimi mesi ha riempito le piazze sabato 24 febbraio, con la partecipazione massiccia di diverse ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="5472" height="3648" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/02/image00018.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="image00018" /></p><p>Stavolta erano decine di migliaia. <mark class='mark mark-yellow'>Una delle più grandi manifestazioni nazionali per la Palestina degli ultimi mesi ha riempito le piazze sabato 24 febbraio, con la partecipazione massiccia di</mark> diverse comunità arabe del Nord Italia, in marcia con organizzazioni sindacali e politiche. A Milano, il corteo ha attraversato la città, partendo di pomeriggio da piazzale Loreto per arrivare fino a largo Cairoli, davanti al Castello Sforzesco. Tra gli organizzatori ci sono anche i Giovani palestinesi d&#8217;Italia (Gpi), che hanno contato più di 50mila manifestanti, mentre la questura ne ha segnalati circa 15mila. Nonostante il clima di tensione che si respira da qualche settimana, il corteo ha proceduto regolarmente fino a destinazione, senza problemi di ordine pubblico.</p>
<p>Gli slogan pronunciati sono diversi, dalle richieste di fermare il genocidio a Gaza fino agli attacchi più diretti al governo Meloni, accusato di fornire sostegno a Israele. Tra gli striscioni e i cartelli si leggono frasi come &#8220;Con la resistenza palestinese&#8221; e &#8220;Stop al genocidio, fermiamo il governo della guerra&#8221;; ma si intravedono anche alcune sagome di  politici &#8220;insanguinati&#8221; da manate di vernice rossa, tra cui Giorgia Meloni, Matteo Salvini, il ministro della Difesa Guido Crosetto e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. «Ieri Milano è stata palestinese: più di 50.000 persone in piazza per il corteo nazionale tra lavoratori, studenti, comunità arabe e realtà solidali alla causa» hanno commentato i Gpi sui social, «un momento fondamentale, che chiarisce ancora una volta che noi non ci fermiamo».</p>
<h2>Boicottaggi e repressione delle proteste</h2>
<p>La mobilitazione di sabato è stata anche il risultato delle proteste ridotte delle settimane precedenti. Venerdì diverse sigle sindacali di base, tra cui Si Cobas, Adl Cobas e Usb, hanno aderito allo sciopero generale per la Palestina. «Non c&#8217;è solo la questione Palestina: la nostra volontà è dare un segnale di opposizione alla guerra e <mark class='mark mark-yellow'>all&#8217;economia di guerra</mark> in quanto lavoratori» spiega Daniele Mallamaci, rappresentante dei Si Cobas, riferendosi alla concentrazione delle risorse statali alla spesa militare, <mark class='mark mark-yellow'>«Significa che, da un lato, si spende per la militarizzazione e non per i salari e per i servizi sociali; dall&#8217;altro, significa che c&#8217;è una militarizzazione della società, cioè aumenta la repressione contro le proteste».</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Daniele Mallamaci, rappresentante dei Si Cobas: «Non c&#8217;è solo la questione Palestina: la nostra volontà è dare un segnale di opposizione alla guerra e all&#8217;economia di guerra in quanto lavoratori. Significa che, da un lato, si spende per la militarizzazione e non per i salari e per i servizi sociali; dall&#8217;altro, significa che c&#8217;è una militarizzazione della società, cioè aumenta la repressione contro le proteste»</span></p>
<p>I fatti avvenuti durante lo sciopero a <mark class='mark mark-yellow'>Pisa, Firenze e Catania</mark> sembrano avvalorare questa tesi: in queste città le forze dell&#8217;ordine hanno caricato i cortei con manganellate, coinvolgendo diversi ragazzi tra cui dieci minorenni e suscitando la reazione sconcertata di diverse figure istituzionali. Anche nei giorni precedenti ci sono stati altri casi: i presidi davanti alle sedi Rai, all&#8217;indomani della chiusura del festival di Sanremo e delle dichiarazioni di supporto a Israele, sono stati respinti con la violenza a Torino, a Napoli e a Bologna. Mentre a Milano, lo scorso 27 gennaio, il corteo per la Palestina non è stato autorizzato e di conseguenza è stato bloccato a piazzale Loreto con la forza.</p>
<p>Anche il boicottaggio globale viene usato come strumento di protesta nei confronti di Israele. <mark class='mark mark-yellow'>La prima tra le aziende ad essere stata boicottata è stata McDonald&#8217;s</mark>, accusata di dare pasti gratuiti ai militari israeliani: dopo un appello pubblico, il boicottaggio nei Paesi del Medio Oriente e a maggioranza musulmana è stato tale che in quelle zone l&#8217;azienda non è riuscita a raggiungere gli obbiettivi di vendita trimestrali. Anche in Italia si stanno svolgendo delle campagne di boicottaggio, che, nonostante non raggiungano lo stesso impatto, sono servite a rilanciare la manifestazione del giorno dopo. Non a caso, venerdì a Milano si sono tenuti due presidi di denuncia davanti alle sedi di via Farini di Carrefour e McDonald&#8217;s.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/02/IMG_20240223_164106.jpg"><img class="alignnone wp-image-70731 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/02/IMG_20240223_164106-1024x576.jpg" alt="Presidio davanti al Carrefour in via Farini, venerdì 23 febbraio. Credits: Mattia Tamberi" width="1024" height="576" /></a></p>
<p><em>(Galleria fotografica di Mirea D’Alessandro)</em></p>
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		<title>Vik, l&#8217;anarchia dell&#8217;anima e la memoria di una madre</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Feb 2020 15:41:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Broglio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Egidia Beretta]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Arrigoni]]></category>

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		<description><![CDATA[Egidia Beretta, mamma di Vittorio Arrigoni, ha i capelli ricci e biondi. Alla guida della sua utilitaria rossa ci racconta Bulciago, paese di quasi tremila anime in provincia di Lecco ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="845" height="629" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/02/IMG_0885.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="IMG_0885" /></p><p class="p1"><span class="s1"><strong>Egidia Beretta,</strong> mamma di Vittorio Arrigoni, ha i capelli ricci e biondi. Alla guida della sua utilitaria rossa ci racconta Bulciago, paese di quasi tremila anime in provincia di Lecco e di cui è stata sindaco per dieci anni. Qui il municipio, lì la libreria, là l&#8217;unico hotel della zona. Qualche sorriso, uno scambio di battute e, pochi minuti dopo essere scesi dal treno, siamo a casa sua. Il tempo di un saluto al cane Teo e di due mandate per aprire la porta di casa a l&#8217;atmosfera cambia. Entrare in empatia con Egidia è semplice, perché gli occhi di Egidia parlano. Il suo sguardo si posa sulla bandiera della Palestina che suo figlio, Vittorio Arrigoni, ha portato con sé per tutta la sua permanenza a Gaza. Lettere appese al muro, premi e riconoscimenti, libri, fotografie: ogni dettaglio nelle stanze, dalla cucina al soggiorno, parla di lui.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><mark class='mark mark-yellow'>La storia di Vittorio è molto meno nota di quello che dovrebbe essere. Attivista, giornalista e scrittore: così viene descritto. Ma non esistono forse etichette né forme adatte per potere definire “l&#8217;anarchia dell&#8217;anima&#8221; di Vik, rapito da un gruppo di terroristi il 14 aprile 2011 e morto per strangolamento quella stessa notte.</mark> «Mi chiedi una lettera che in qualche modo presenti la mia persona, un segno tangibile che descriva il mio passaggio su questo mondo. Ho sempre pensato che oltre a lasciare un segno nelle anime delle persone, segno possibilmente indelebile, segno di umana passione, compassione, condivisione delle pene e infinita empatia, è necessario anche imprimere una traccia più fisica, visibile e che rimanga nel tempo, come la pietra angolare di un ospedale, le fondamenta di un orfanotrofio per bimbi tristemente rinnegati dal mondo». Questo era Vittorio.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>Cosa ha spinto Vittorio a partire in giro per il mondo per aiutare i più deboli?</b></span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><mark class='mark mark-yellow'>La scintilla che ha mosso Vittorio non è stata tanto quella di volere andare ad aiutare il prossimo, ma volere trovare una risposta a una domanda che si è sempre posto: conoscere perché era venuto al mondo.</mark> È stato il bisogno di conoscenza ciò che ha portato Vittorio ad andare nei primi campi di lavoro internazionali. Lì ha vissuto delle situazioni che, se fosse rimasto a Bulciago, gli sarebbero rimaste ignote. Il Perù, l&#8217;Europa dell&#8217;Est, l&#8217;Africa e infine la Palestina. Per lui la missione era mettersi a disposizione delle persone, soprattutto dove i diritti umani erano violati. &#8220;Assenza di confini e barriere. Siamo tutti parte di una famiglia: quella umana&#8221;: queste sono le parole perfette attraverso cui lui ha dato la sua visione del mondo.</span></p>
<p class="p1"><span class='quote quote-left header-font'>Egidia Beretta, madre di Arrigoni: &#8220;Vittorio voleva trovare una risposta a una domanda che si è sempre posto: conoscere perché era venuto al mondo&#8221;.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>E veniamo, quindi, alla passione per la Palestina.</b></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In Palestina Vik incontra un popolo che vive una situazione di emarginazione.<mark class='mark mark-yellow'>Proprio lì, in quella terra, raccontava di avere sentito il suo cuore battere all&#8217;unisono con quello dei palestinesi perché vedeva in loro le stesse propensioni che aveva lui: la libertà e la giustizia. È stato quindi naturale per Vittorio sposare la causa del popolo palestinese attuando una resistenza non armata.</mark> A volte io e suo padre rimanevamo stupiti della tenacia di Vittorio nell&#8217;applicare questo principio di non violenza: come si fa a non reagire di fronte a palesi violazioni dei diritti umani? </span></p>
<div id="attachment_41161" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/02/57565D2D-3916-474C-AE01-C73D354155A4.png"><img class="wp-image-41161 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/02/57565D2D-3916-474C-AE01-C73D354155A4-300x198.png" alt="57565D2D-3916-474C-AE01-C73D354155A4" width="300" height="198" /></a><p class="wp-caption-text">Egidia Beretta</p></div>
<p class="p1"><span class="s1"><b>Parla in modo orgoglioso di Vittorio. Ci sono stati momenti in cui la paura per ciò che faceva prevaleva?</b></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Non so se fosse più orgoglio o timore. Di certo c&#8217;era la paura che lui rimanesse sotto le bombe. Nello stesso tempo non me la sentivo di chiedergli di tornare a casa perché diceva di essere diventato la voce di quel popolo.<mark class='mark mark-yellow'>Mi sono preoccupata non tanto quando Vittorio è andato in Palestina per la prima volta, ma dopo quello che gli è successo nel 2005: picchiato e incarcerato. Il mio timore era che tutto questo potesse causare un danno alla sua anima, rendendolo demotivato e sofferente a causa di quella privazione della libertà che lui aveva conosciuto.</mark> Temevo che gli lasciasse dei segni profondi, ma in realtà quanto vissuto ha solo contribuito a renderlo più fermo in ciò che considerava un dovere. Un&#8217;altra cosa: con Vittorio non bisognava mai far trasparire la paura, perché lui la avvertiva. Il nostro compito era dunque quello di dargli tutto il sostegno possibile.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>Vittorio credeva nello stato bi-nazionale come soluzione ideale per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Alla luce dei recenti sviluppi, crede che questa possa essere una strada ancora percorribile?</b></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ho sempre ritenuto che Vittorio avesse ragione.<mark class='mark mark-yellow'>Uno stato bi-nazionale racchiude l&#8217;idea di una democrazia che contiene tante etnie, tante fedi. Lui infatti non credeva nell&#8217;esistenza di due stati separati, anche perché questa soluzione avrebbe significato uno Stato palestinese ridotto e uno Stato d&#8217;Israele molto ampio, autorizzato a spostare sempre i suoi confini.</mark> Ci sono colonie che continuano a penetrare in Cisgiordania, le strade che tagliano nel mezzo lembi di terra, il muro – costruito su terra palestinese – che divide Israele dalla Palestina. Mi viene quindi da sorridere quando la comunità internazionale parla di Stato palestinese.</span></p>
<p class="p1"><span class='quote quote-left header-font'>&#8220;Il mio scopo è cercare di fare capire quanto sia stata bella la vita di Vittorio e quanto sia importante avere dentro la passione. Vorrei che i giovani avessero la capacità di indignarsi&#8221;.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>Vittorio Arrigoni e Giulio Regeni: due ragazzi uccisi perché scomodi. Perché i regimi hanno così tanta paura dei giovani?</b></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il giovane non si porta sulle spalle il peso delle tradizioni, delle abitudini; non è inquadrato come i loro padri che vengono da situazioni difficili, anche sotto il profilo economico, e che vedono nel potere costituito la salvezza. Il ragazzo smania, vuole uscire dai confini, aspira alla libertà.<mark class='mark mark-yellow'>Forse quello che terrorizza maggiormente è la capacità del giovane di raccogliere attorno a sé altre voci simili. E tante voci &#8220;in direzione ostinata e contraria&#8221; possono davvero rivoluzionare il mondo. Questi giovani, questi figli danno molto coraggio a noi grandi, spingendoci a portare avanti la loro battaglia.</mark></span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><b>Battaglia che Lei porta avanti nelle scuole attraverso la <a href="http://http://www.fondazionevikutopia.org/index.php" target="_blank">Fondazione VIK Utopia Onlus</a>. </b></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quando vado nelle scuole penso a Vittorio e mi ricordo dei dubbi sorti in lui durante il periodo scolastico. Mi pare però che ci sia una forte differenza. Lui era alla ricerca del senso della vita, della sua missione; oggi i ragazzi mi sembrano distratti da tantissimi stimoli, alcuni dei quali possono fare perdere di vista l’obiettivo.<mark class='mark mark-yellow'>Il mio scopo è cercare di fare capire quanto sia stata bella la vita di Vittorio e quanto sia importante avere dentro di sé il fuoco, la passione. Vorrei che i giovani che incontro imparassero a conoscere la realtà, il mondo, i problemi e che avessero la capacità di indignarsi, di arrabbiarsi, senza scuotere le spalle con indifferenza dicendo “tanto le cose vanno così, il mondo non può essere cambiato”.</mark><span class="Apple-converted-space"> </span>Oltre a ciò, la Fondazione sostiene progetti e iniziative a favore di persone bisognose per garantire loro l&#8217;accesso ai diritti fondamentali. Noi vogliamo essere espressione concreta, segno e testimonianza dei valori di solidarietà che hanno ispirato la vita di Vittorio Arrigoni.</span></p>
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