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	<title>magzine &#187; ONG</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Liberi di scrivere senza subire ripercussioni: la libertà di stampa secondo Amnesty</title>
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		<pubDate>Sat, 03 May 2025 19:01:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirea D Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Amnesty international]]></category>
		<category><![CDATA[giornata internazionale della libertà di stampa]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di stampa]]></category>
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		<description><![CDATA[«La libertà di stampa non è scrivere ciò che vogliamo &#8211; e già questo non è sempre possibile &#8211; ma è scrivere quello che vogliamo senza avere ripercussioni». Così esordisce Riccardo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="900" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/2-1.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="2-1" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>«La libertà di stampa non è scrivere ciò che vogliamo &#8211; e già questo non è sempre possibile &#8211; ma è scrivere quello che vogliamo senza avere ripercussioni».</mark> Così esordisce <strong>Riccardo Noury</strong>, portavoce di <em>Amnesty International Italia</em> dal 2003, parlando dell&#8217;Italia. «<strong>Questo è lo stato dell&#8217;Unione Europea che ha il maggior numero di giornalisti sotto scorta</strong>. Si tratta per l&#8217;80% di giovani freelance, per lo più di giovani donne che non hanno una tutela adeguata».</p>
<p>Nel 2024 in Italia sono stati segnalati sulla piattaforma <a href="https://www.mappingmediafreedom.org/">Mapping Media Freedom</a> oltre 130 casi di attacchi ai giornalisti. Sulla base delle segnalazioni, i responsabili di 17 dei 44 casi legali contro giornalisti sono funzionari pubblici. Inoltre secondo quanto riportato nell’ultimo <a href="%20Liberties Media Freedom Report 2025">Liberties Media Freedom Report 2025</a> di Civil Libertities Union for Europe, <mark class='mark mark-yellow'>«l’Italia non ha intrapreso alcuna azione nel 2024 per introdurre la legislazione necessaria ad adeguare il Paese all&#8217;<a href="https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2024/03/26/european-media-freedom-act-council-adopts-new-rules-to-protect-journalists-and-media-providers/">EMFA</a> — la legge europea per la libertà dei media —. Non esiste infatti una legislazione a livello statale che regoli l&#8217;uso di spyware o vieti la sorveglianza dei giornalisti senza il controllo giudiziario».</mark></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Come Amnesty International interviene quando si tratta di proteggere i giornalisti che svolgono il loro lavoro? E come si mette in contatto con loro?</strong> «Vorrei riproporre un’espressione che è diventata famosa in Italia negli ultimi anni: la <strong>scorta mediatica</strong>. Oggi accade con più frequenza, infatti, che giornaliste e giornalisti si occupino dei loro colleghi facendo conoscere le loro storie, collaborando anche con le autorità, facendo manifestazioni davanti alle ambasciate o entrando direttamente in contatto con loro». <mark class='mark mark-yellow'>Fare uscire dall&#8217;anonimato storie di soprusi e limitazioni alla libertà — e farle diventare internazionali per quanto possibile — è fondamentale perché questo permette di implementare una forma di<strong> protezione non armata ma efficace</strong>.</mark></p>
<p>Una delle violazioni più gravi di cui è vittima il mondo dell&#8217;informazione — a prescindere dalle forme di governo — riguarda la <strong>sorveglianza occulta</strong>. Molte delle giornaliste e dei giornalisti che hanno contattato Amnesty per ricevere sostegno hanno infatti scoperto che i loro telefoni sono stati infettati da spyware. Amnesty — che ha sviluppato un <a href="https://www.amnesty.org/en/tech/">dipartimento apposito</a> — per contrastare questo fenomeno e offrire un adeguato supporto, collabora con un organizzazione canadese: la <strong>Citizens Lab che ha sede a Toronto</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>L’Amnesty Tech ha poi sviluppato al suo interno il Security Lab, un team multidisciplinare di ricercatori, hacker, programmatori, attivisti e sostenitori che lavorano per proteggere la società civile dalla sorveglianza digitale illegale, spyware e altre violazioni dei diritti umani abilitate dalla tecnologia. Tra i progetti implementati dal laboratorio, c&#8217;è il <a href="https://securitylab.amnesty.org/digital-forensics-fellowship/">Digital Forensi Fellowship</a> che mira a rafforzare la conoscenza tecnica degli attivisti in tutto il mondo.</mark></p>
<p>Sulla base di quanto riportato nell&#8217;ultimo rapporto pubblicato proprio da <a href="https://citizenlab.ca/2025/03/a-first-look-at-paragons-proliferating-spyware-operations/">Citizen Lab</a>, in Italia sono stati identificati diversi casi di utilizzo dello spyware israeliano <em>Graphite</em> di <a href="https://www.magzine.it/caso-paragon-ancora-troppe-ombre-e-poche-luci/">Paragon</a> sia contro giornalisti che contro difensori dei diritti umani. Un caso molto recente &#8211; e di cui si è discusso negli ultimi mesi &#8211; riguarda il giornalista <strong>Francesco Cancellato</strong>, caporedattore del quotidiano FanPage. L&#8217;azienda ha poi scoperto che Paragon ha preso di mira anche i suoi utenti già nel dicembre 2024 e da allora aveva bloccato l&#8217;attacco. Al momento non si hanno informazioni certe riguardo al periodo in cui Cancellato è stato spiato, ma, nel maggio del 2024 il giornalista ha pubblicato un&#8217;inchiesta che ha rivelato come membri dell&#8217;ala giovanile del partito di estrema destra legato al primo ministro italiano Giorgia Meloni, si fossero dedicati a cori fascisti, saluti nazisti e invettive antisemite. Cancellato, ad oggi, non è il solo giornalista di FanPage spiato con <em>Graphite</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/aiTvXdYyFSA?si=fRcytNaQja5cvr7w" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non c&#8217;è solo l&#8217;Italia tra i Paesi maglie nere del fenomeno: purtroppo sono moltissimi i Paesi dove la libertà di stampa è in pericolo. «Il punto da cui bisogna partire è che in tutto il mondo chi rifiuta di occuparsi di cronaca leggera, spettacolo, arte o gastronomia ma si addentra nei luoghi di potere e scopre violazioni di diritti umani, corruzione e commistioni tra la politica e la criminalità è sempre in pericolo e per questo bisogna pensare a dei meccanismi per proteggere questi professionisti». Nel report annuale dell’organizzazione<a href="https://www.google.com/url?sa=t&amp;source=web&amp;rct=j&amp;opi=89978449&amp;url=https://www.amnesty.org/en/documents/pol10/8515/2025/en/&amp;ved=2ahUKEwjZ6bKF3v-MAxXFQ_EDHeeHGvIQFnoECBgQAQ&amp;usg=AOvVaw3o7MI2ypjWWcPQNI5hxjpp"> The State of the World’s Human Rights</a> pubblicato il 28 aprile si legge: <span class='quote quote-left header-font'>«La repressione contro i giornalisti ha alimentato un clima di paura che porta all’autocensura».</span> E ancora: «Molti giornalisti sono stati minacciati, aggrediti fisicamente e/o arrestati arbitrariamente in molti Paesi come l’Angola, il Ciad, la Guinea, il Kenya, la Nigeria, la Tanzania, il Togo. Al 10 dicembre 2024, otto giornalisti erano stati uccisi in Africa, cinque dei quali in Sudan, secondo la <strong>Federazione Internazionale dei Giornalisti</strong>».</p>
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<p>C&#8217;è poi da dire che <mark class='mark mark-yellow'> le pressioni esercitate sui giornalisti non avvengono strettamente in contesti bellici o dichiaratamente autoritari.</mark> Tutti quei giornalisti che decidono di sfidare il silenzio in  subiscono arresti, processi, condanne se non peggio — sparizioni o uccisioni extra giudiziali —. «Noi abbiamo raccolto in questi anni testimonianze da luoghi come il Messico — che ha il numero più alto al mondo di giornalisti uccisi dell&#8217;ultimo anno — , il Burkina Faso, Paesi dell’Asia o dell&#8217;ex spazio sovietico». Il giornalismo visto come un nemico e il giornalista è un bersaglio nei contesti di guerra.<mark class='mark mark-yellow'> Lo si vede con chiarezza in Palestina, dove in due anni centinaia di giornalisti sono diventati obiettivi di guerra per il solo fatto di essere testimoni diretti di ciò che sta accadendo.</mark> Per non parlare della Russia, dove il caso della ventisettenne Victoriia Roshchyna, reporter della testata <em>Ukrainska Pravda </em>arrestata a Zaporizhzhia, detenuta nelle carceri  russe, e &#8220;restituita&#8221; cadavere ai familiari, senza organi e con evidenti segni di tortura, la dice lunga sullo stato dell&#8217;opera nel 2025. «Ad oggi — conclude il portavoce di Amnesty International Italia — tra i casi che stiamo seguendo in Russia, c’è quello di <a href="https://www.amnesty.it/russia-estesa-la-condanna-alla-giornalista-maria-ponomarenko/">Maria Ponomarenko</a>, una giornalista russa condannata a sei anni di carcere per aver scritto un post in cui denunciava la strage di civili compiuta dalle truppe russe nel teatro di Mariupol in Ucraina. La donna ha minacciato più volte il suicidio».</p>
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		<title>Il terremoto in Myanmar raccontato da chi l&#8217;ha vissuto</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Apr 2025 05:10:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luciano Simbolo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Myanmar]]></category>
		<category><![CDATA[ONG]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
		<category><![CDATA[Thailandia]]></category>

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		<description><![CDATA[Una catastrofe nella catastrofe. A poco più di una settimana dal terremoto di magnitudo 7.7 sulla Scala Richter, uno dei più potenti che lo abbia mai colpito, il Myanmar continua ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="1000" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/earthquake_myanmar_Ap.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Photo Credit: Ap (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/)" /></p><p>Una catastrofe nella catastrofe. A poco più di una settimana dal <strong>terremoto</strong> di magnitudo 7.7 sulla Scala Richter, uno dei più potenti che lo abbia mai colpito, il <b>Myanmar</b> continua a fare i conti con una complicata situazione umanitaria, che si sovrappone ad un contesto già funestato dalla povertà diffusa e da una continua guerra civile interna.<br />
Raccontare i giorni successivi al terremoto è complesso, <a href="http://https://www.ilpost.it/2025/04/05/racconto-bbc-mandalay-terremoto-yanmar/">considerate le difficoltà per i giornalisti e in generale per gli stranieri</a> di entrare all’interno del Paese. Suppliscono – ma solo in parte – i numeri, diffusi ed aggiornati dalla giunta militare che dal 2021 è tornata al potere: <mark class='mark mark-yellow'> al 6 aprile, i morti sono oltre 3350, i feriti intorno ai 4000, i dispersi poco più di 200. </mark> Un bollettino che si modifica col passare dei giorni, durante i quali si continua a scavare sotto le macerie da cui qualcuno, per miracolo, è stato estratto vivo, anche a più di cento ore dalla scossa.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>La macchina internazionale degli aiuti si è attivata, sebbene nelle ultime ore si susseguono gli appelli di varie organizzazioni mondiali a fare di più alla luce della gravità della situazione. Diversi Paesi – tra cui Cina, India, Thailandia – hanno inviato soccorritori, veicoli, aiuti materiali. <a href="https://www.esteri.it/it/sala_stampa/archivionotizie/comunicati/2025/04/terremoto-in-myanmar-deliberati-contributi-di-emergenza-della-cooperazione-italiana/">Altri, come l’Italia, hanno stanziato fondi economici</a>, nella fattispecie due milioni di euro destinati alla Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa. Non saranno gli unici, poiché è stato previsto un ulteriore e successivo contributo di 1,3 milioni di euro a supporto delle Organizzazioni di Società Civile italiane che operano in Myanmar.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>«La situazione è drammatica», commenta <strong>Livio Maggi</strong>, cooperante della Ong <i>New Humanity</i>, che dal 1986 fornisce assistenza umanitaria in oltre 100 Paesi. Tra questi c’è il Myanmar, dove Livio si trova da 11 anni: «Abbiamo già mandato dei gruppi di intervento e dei camion con medicinali da destinare agli ospedali di Mandalay e Sagaing», spiega. Oltre ad affrontare l’emergenza immediata, Maggi e il suo gruppo di volontari si portano avanti, perché un’ulteriore difficoltà potrebbe arrivare dal cielo: «Ci preoccupiamo anche di costruire i primi ripari, in attesa dell’arrivo delle piogge», aggiunge.</p>
<p>L’insidia climatica è anche di segno opposto, considerando le temperature di oltre 40 gradi registrate nell’ex Birmania nei giorni scorsi. A dirlo è <strong>Angelo Conti</strong>, già giornalista e oggi responsabile della comunicazione e della raccolta fondi di <i>MedAcross, </i>altra Ong italiana presente in Myanmar da 7 anni, dove è impegnata – con dipendenti locali – nel garantire assistenza sanitaria anche a chi non può permettersela tramite cliniche mobili, talvolta allestiste su imbarcazioni per raggiungere gli abitanti dell’Arcipelago delle Andamane, nel Sud del Paese. «Da quando c’è stato il terremoto, abbiamo dirottato tutti i nostri sforzi e le nostre risorse su Mandalay», racconta Conti. <mark class='mark mark-yellow'> Il ritratto che ci offre della seconda città del Myanmar per numero di abitanti – oltre 1.200.000 – e non distante dall’epicentro, è impietoso: «Qui c’è stata la maggior parte dei morti e ci sono circa 650.000 sfollati. Mancano beni primari, come cure, farmaci, scatolame e soprattutto l’accesso all’acqua potabile, dato l’inquinamento di pozzi e acquedotti, dovuto anche ai cadaveri». </mark> Accanto alle cose che servono, il volontario pone l’accento su questioni di natura logistica, <a href="http://http://www.magzine.it/myanmar-un-paese-a-pezzi/">dovute alla guerra civile che colpisce alcune aree del Paese</a>: «Spesso è difficile far arrivare gli aiuti, soprattutto in termini di tempi: alcune strade sono bloccate per gli scontri armati tra militari del regime e truppe ribelli. A volte bisogna spiegare loro quello che stiamo facendo», prosegue Conti. <i>MedAcross, </i>come altre realtà, ha attivato da subito una raccolta fondi pubblica, <a href="https://medacross.org">cui si può partecipare tramite il sito dell’organizzazione</a>.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><a href="http://http://www.magzine.it/per-gli-esperti-il-sisma-in-myanmar-sarebbe-un-raro-caso-di-supershear/">Il terremoto dello scorso<strong> 28 marzo</strong> è stato così forte</a> da essere avvertito anche in aree distanti oltre 1000 km dall’epicentro, come la regione cinese dello Yunnan e parte della Thailandia, entrambi ad est del Myanmar. A Bangkok sono almeno 18 gli operai rimasti vittime del crollo di un grattacielo in costruzione, simbolo tangibile degli effetti di questa scossa. «Qui il numero dei danni e dei morti è stato molto basso, in proporzione all’intensità del terremoto», dice <strong>Ambra Schillirò</strong>, giornalista che vive e lavora tra la capitale thailandese e Shangai.<br />
<mark class='mark mark-yellow'> I suoi occhi e la sua voce, seppur a distanza di giorni, restituiscono i momenti di panico e la paura che hanno segnato quei momenti concitati, da lei vissuti in prima persona: «Ero in casa e ho sentito il palazzo muoversi, come per effetto di un’onda», racconta. </mark> «Ho capito che si trattava di un terremoto quando sono uscita e ho visto l’intonaco cedere e le crepe sui muri. Ero con altre persone, le scale di emergenza erano bloccate e per scendere dal diciannovesimo piano abbiamo preso l’ascensore: una decisione folle ma era l’unica possibilità rimasta per tentare di raggiungere il piano terra», confessa la giornalista. Quindi, la fuga in strada, dove lei ed altri condomini hanno trascorso una decina di ore data la non agibilità dell’edificio: «Avevo con me solo il cellulare e i pagamenti tramite Qr non funzionavano. Nel corso del giorno è stato importante il  supporto di miei conoscenti qui, soltanto a sera un custode è salito per recuperarmi il passaporto, il computer e pochi vestiti per potermi trasferire al sicuro, in un albergo lontano dal centro», conclude Ambra. La giornalista è poi volata in Cina: per quanto il peggio sembra passato – almeno in Thailandia – ci vorrà del tempo per tornare nel suo appartamento.</p>
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		<title>Lo sbarco della Geo Barents nel porto di Ancona: quando il mare diventa un luogo di morte</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2023 09:24:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Rossi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[Medici Senza Frontiere]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando viaggi a bordo di una nave con un proiettile nel ginocchio per te il mare non è un luogo piacevole. Quando hai una ferita fresca o il corpo ricoperto ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1000" height="667" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/01/msf1.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="msf1" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Quando viaggi a bordo di una nave con un proiettile nel ginocchio per te il mare non è un luogo piacevole. Quando hai una ferita fresca o il corpo ricoperto di ustioni, eredità delle violenze subite nei centri di detenzione in <strong>Libia</strong>, tre giorni in più di navigazione possono fare la differenza. Quando nel <strong>Mediterraneo</strong> sei stato già respinto da una guardia costiera libica e riportato alla condizione di maltrattamento da cui hai cercato di fuggire, quando vi hai perso parenti e amici che come te hanno tentato la traversata, ma, a differenza tua, non ce l’hanno fatta, allora quel luogo diventa per te il posto in cui si muore.</mark> Uno spazio di sepoltura che rievoca il trauma e suscita sofferenza. I 73 naufraghi a bordo della nave ong <strong>Geo Barents</strong> soccorsi al largo della Libia sabato 7 gennaio si trovavano in queste condizioni. Tra di loro, ben 16 erano minori non accompagnati. «Poi c’era un ragazzo eritreo di 21 anni: sua madre lo ha fatto scappare perché nel loro Paese vige la leva forzata anche per i bambini e voleva evitare che venisse arruolato nell’esercito. L’esercito lo ha scampato, ma la detenzione in Libia no, e neanche le torture». «Un altro racconta di essere stato imprigionato in un container, insieme ad altri migranti. Una di loro era una donna, che aveva partorito un bambino morto. Per giorni sono stati rinchiusi lì dentro insieme a quel corpo senza vita».</p>
<div id="attachment_61724" style="width: 1000px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/01/msf2.jpeg"><img class="size-full wp-image-61724" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/01/msf2.jpeg" alt="Tra i migranti a bordo della Geo Barents 16 erano i minori non accompagnati. Molti erano ragazzi provenienti dai centri di detenzione libici." width="1000" height="563" /></a><p class="wp-caption-text">Tra i migranti a bordo della Geo Barents 16 erano i minori non accompagnati. Molti erano ragazzi provenienti dai centri di detenzione libici.</p></div>
<p style="font-weight: 400;">A conoscere e raccontare le loro storie è il portavoce di <strong>Medici Senza Frontiere</strong> <strong>Maurizio Debanne</strong> che ha preso parte alle operazioni di aiuto. <mark class='mark mark-yellow'>Il momento del soccorso non ha rappresentato però la fine della loro sofferenza, protrattasi invece per altri cinque giorni. Quelli necessari a raggiungere, dal punto del ritrovamento, il porto di <strong>Ancona</strong>, designato dal governo italiano quale unico possibile per lo sbarco. <span class='quote quote-left header-font'>«Le operazioni di sbarco dei 73 migranti nel porto di Ancona sono iniziate al mattino presto e sono andate bene. Anche se nelle ultime ore il mare era molto mosso, con onde di quattro metri. Una sera al posto del cibo abbiamo dovuto distribuire sacchetti per il vomito», racconta Debanne.</span> Un attracco che, secondo le distanze inflessibili dello spazio e del tempo, significava 1500 chilometri e tre giorni e mezzo di navigazione</mark>, poi aumentati a causa delle pessime condizioni meteorologiche. «Le operazioni di sbarco sono iniziate al mattino presto, poco dopo l’ingresso in porto alle 7:30 e sono andate bene: le persone hanno potuto scendere dalla nave e toccare finalmente terra – racconta Debanne –. Eravamo molto sollevati che l’intervento avesse potuto concludersi. Anche se le ultime ore sono state alquanto agitate a causa del mare mosso, con onde alte quattro metri. Una sera, invece di fare l’abituale distribuzione del cibo, abbiamo dovuto consegnare sacchetti per il vomito».</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>La scelta del porto marchigiano si inscrive alla perfezione nella politica perseguita nelle ultime settimane dal governo Meloni in tema di sbarchi: mercoledì 28 dicembre è stato infatti approvato un nuovo decreto legge</mark>, che è adesso all’esame del Parlamento e che entro sessanta giorni le Camere dovranno stabilire se approvare o meno, che introduce una serie di nuove norme concernenti le operazioni di salvataggio dei migranti in mare. Tra queste l’obbligo di raggiungere il porto di sbarco indicato dalle autorità italiane, qualunque esso sia, senza ritardi né altre soste per secondi soccorsi. <span class='quote quote-left header-font'>Il nuovo decreto varato dal governo sui soccorsi in mare allunga i tempi degli sbarchi e, di conseguenza, le sofferenze dei migranti a bordo: persone vulnerabili, già provenienti da lunghi viaggi o dai centri di detenzione libici. «Per loro il mare non è un luogo piacevole, ma quello in cui si muore», chiosa Maurizio Debanne.</span> Per chi contravviene alle indicazioni del nuovo decreto, è prevista una pena fino a 50mila euro di multa e la confisca della nave che violi le nuove regole, per quanto contrarie ad alcuni principi basilari del diritto marittimo internazionale. <mark class='mark mark-yellow'>«Le norme internazionali parlano chiaro: il comandante di una nave ha l’obbligo di salvare vite in mare, non è un’opzione</mark> – chiarisce Debanne –. Se hai un incidente in auto a Torino, non ti porteranno mai all’ospedale Meyer di Firenze, ma in quello più vicino, dove il tuo caso potrà essere preso in considerazione nel più breve tempo possibile. È lo stesso principio dei salvataggi in mare». Si tratta di una decisione spontanea, dettata dall’urgenza del momento e dalle concrete esigenze delle vittime. A ricordarlo sono, tra gli altri, l’<strong>articolo 98 della Convenzione dell’ONU del 1982</strong>, con cui si vincola l’equipaggio a informare gli assistiti del “più vicino porto di scalo”, e la <strong>Convenzione di Amburgo del 1979</strong> che richiama “le Parti interessate ad adottare le disposizioni necessarie affinché lo sbarco in questione abbia luogo nel più breve tempo ragionevolmente possibile”.</p>
<div id="attachment_61723" style="width: 1000px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/01/msf5.jpeg"><img class="size-full wp-image-61723" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/01/msf5.jpeg" alt="Il momento dello sbarco dei 73 migranti a bordo della nave di Msf Geo Barents nel porto di Ancona, avvenuto, dopo cinque giorni di navigazione, giovedì mattina." width="1000" height="563" /></a><p class="wp-caption-text">Il momento dello sbarco dei 73 migranti a bordo della nave di Msf Geo Barents nel porto di Ancona, avvenuto, dopo cinque giorni di navigazione, giovedì mattina.</p></div>
<p style="font-weight: 400;">Oltre a prolungare il disagio delle persone, raggiungere un porto più distante comporta una serie di altre conseguenze meno immediatamente visibili, quali l’aumento dei costi legati al maggior consumo di carburante: nel caso della Geo Barents ad Ancona con i prezzi di oggi la spesa è stata di 70mila euro. Inoltre, trattenendo più a lungo le navi in punti distanti dal tratto che costeggia le coste africane, dove l’incidenza dei naufragi è più elevata, diminuisce la possibilità di effettuare soccorsi utili.</p>
<p style="font-weight: 400;">«È chiaro che allontanare le ong dal luogo di soccorso è un modo per ostacolarne l’azione, ma <mark class='mark mark-yellow'>ciò cui Msf vuole invitare è mantenere la luce dei riflettori sulle persone, che rischiano la morte in mare se non c’è un sistema di soccorso efficace. Noi siamo pronti domani a smettere con questa attività, a condizione che l’Italia e gli Stati europei costruiscano un sistema adeguato di intervento. Non possiamo accettare che questa rotta sia diventata un cimitero a cielo aperto».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">«Nel tempo si è creato un cortocircuito che tende a mostrare soltanto l’ultima parte di un problema che in realtà è gravissimo già in partenza, ma che noi continuiamo a trattare come se cominciasse quando le persone sono in mare e arrivano – riflette la giornalista italo-siriana <strong>Asmae Dachan </strong>che ha seguito lo sbarco di Ancona –. <mark class='mark mark-yellow'>Il problema è a monte e riguarda il diritto umano alla mobilità: bisognerebbe ampliare le possibilità di viaggio anche per le persone del sud del mondo, perché non è possibile che se nasci in una parte povera o colpita da eventi bellici l’unica modalità concessa per metterti in salvo o non morire di fame è partire pagando i trafficanti.</mark> Credo che andrebbe allargato lo sguardo, andando oltre i discorsi pietistici di assistenzialismo e ripristinando il diritto di queste popolazioni di poter essere finalmente autonome e di praticare un potere decisionale sul destino delle proprie risorse».</p>
<p style="font-weight: 400;">
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		<title>Quelle battaglie politiche sulla pelle dei migranti</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2022 08:29:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Stella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
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		<description><![CDATA[Il braccio di ferro, durato quasi due settimane, tra il governo italiano guidato da Giorgia Meloni e i capitani delle due navi Ong ferme nel porto di Catania con a ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2000" height="1500" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/WhatsApp-Image-2022-11-14-at-16.16.59.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Credits: Msf" /></p><p>Il braccio di ferro, durato quasi due settimane, tra il governo italiano guidato da Giorgia Meloni e i capitani delle due navi Ong ferme nel porto di Catania con a bordo centinaia di profughi si è risolto definitivamente nella sera di martedì 8 novembre. Al termine di lunghe trattative e ispezioni tutti i migranti sono potuti sbarcare, ma nelle giornate precedenti decine di queste persone, già estremamente provate per la lunga traversata effettuata via mare in condizioni non semplici, sono rimaste vittime di uno stallo che ha attirato l’attenzione dell’Europa intera.</p>
<p>Ma cosa è cambiato nelle ultime settimane, dopo diversi mesi durante i quali le navi Ong non hanno avuto mai reali problemi nell’ottenere il consenso per sbarcare nei porti italiani? <mark class='mark mark-yellow'>«Il nuovo decreto, firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha cambiato le regole del “gioco” se possiamo definire in questi termini una simile tragedia umanitaria»</mark>, <strong>spiega Mimmo Trovato, caposervizio aggiunto dell’Ansa</strong>, che ha seguito direttamente sul campo l’evoluzione dei fatti legati alla Humanity 1 (Sos Humanity) e alla Geo Barents (MSF), le due imbarcazioni ferme nel porto di Catania. E continua: «In ogni caso, questo decreto contro le Ong è stato subito applicato. <mark class='mark mark-yellow'>Oltre a donne incinte e minori, inizialmente sono potuti scendere solo gli adulti ritenuti fragili e malati al termine di un’ispezione medica».</mark></p>
<p>Come sosteneva nei giorni più concitati <strong>Riccardo Gatti, responsabile delle operazioni MSF</strong>: «Stiamo cercando di dare le migliori cure possibili con le limitazioni che abbiamo. Queste limitazioni hanno fatto sì che le infezioni cutanee e respiratorie e, tra l’altro, l’aumento della sofferenza dovuta non solo alla mancanza di spazio, ma anche al prolungamento dei tempi in mare, aumentassero il livello della loro sofferenza».</p>
<p>Ma nelle navi non c’erano solo uomini adulti. <strong>Candida Lobes, responsabile della comunicazione di Medici Senza Frontiere</strong>, era sulla nave umanitaria Geo Barents e ha raccontato durante tutta la permanenza in mare le condizioni dei 572 migranti salvati. La più giovane era una bambina di 11 mesi. Assieme a lei, molti altri naufraghi erano minori. Poco meno della metà delle persone a bordo erano donne, di cui tre incinte.</p>
<p>Sono ben 249 le persone visitate da un’equipe <a href="https://www.salute.gov.it/portale/usmafsasn/homeUsmafSasn.jsp">dell’Usmaf</a> (Ufficio di sanità marittima, affiliato al Ministero della salute), che si sono viste negare la possibilità di sbarcare. Il governo successivamente ha imposto ai capitani delle due navi di lasciare il porto siciliano nel più breve tempo possibile, ricevendo come risposta un deciso rifiuto. Continua Trovato: «Dal 6 novembre la tensione si è alzata notevolmente. Il termine “carico residuale” utilizzato dal governo per riferirsi ai migranti respinti ha suscitato molte proteste e alcuni profughi hanno cercato di abbandonare la nave tuffandosi in mare». <mark class='mark mark-yellow'><strong><span style="font-weight: 400;">“</span><i>Help us</i><span style="font-weight: 400;">”, gridano i migranti dalla nave mentre aspettano di scendere. La stessa scritta l’hanno disegnata su dei pezzi di cartone, che sventolano verso il porto mentre scandiscono il coro e battono a ritmo le mani. Altri cartelli recitano “</span><i>We are suffering</i><span style="font-weight: 400;">”, stiamo soffrendo.</mark></span></strong></p>
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<p>Dopo le numerose polemiche, il giorno successivo, un’altra squadra dell’Usmaf coadiuvata da alcuni psichiatri e psicologi dell’<strong>Asp (Aziende Sanitarie Provinciali)</strong> ha proceduto a un nuovo triage medico: «I dottori hanno stabilito che coloro che erano rimasti sulle navi dovevano essere considerati fragili sotto l’aspetto psicologico, a causa delle cattive condizioni di vita presenti sulle imbarcazioni sia per una questione di spazi, sia sotto il profilo sanitario», racconta ancora Trovato. L’esecutivo è stato quindi costretto a cedere e nel giro di poche ore tutti hanno avuto la possibilità di scendere a terra.</p>
<p>A questo punto, però, è sorto il problema di dove collocare le persone, in balia degli eventi da diversi giorni. Spiega il giornalista dell’Ansa: «Dopo una notte passata in un centro sportivo, adiacente allo Stadio Massimino di Catania, i migranti sono stati trasferiti a bordo di alcuni pullman in strutture consone tra Campania e Veneto. Chi si è occupato del ricollocamento ha cercato, con grande umanità, di mantenere uniti i nuclei familiari e i gruppi legati da rapporti di amicizia». All’interno dell’emergenza generale si è aggiunta poi quella specifica di come gestire tutti i minori non accompagnati: la Procura dei Minori, con l’aiuto dei servizi sociali, ha però trovato in breve tempo delle sistemazioni adeguate. <mark class='mark mark-yellow'>Tra le tante storie difficili di questi bambini coinvolti in qualcosa di più grande di loro, c’è quella di <strong>Sama</strong> (nata in Togo e arrivata dalla Libia coi genitori), la già citata piccola di soli 11 mesi nata col labbro leporino e con conseguenti difficoltà nella deglutizione. Molte Ong italiane si sono subito mobilitate per garantire alla piccola un’operazione chirurgica nel breve periodo e per trovare un alloggio efficace alla famiglia.</mark></p>
<p>Tra ideologie politiche e reali difficoltà nel sistema di accoglienza, a rimetterci anche in questo caso, come spesso accade, sono stati degli esseri umani già privati di tutto o quasi nella loro vita. La battaglia del governo italiano contro le Ong e l’Unione Europea è appena iniziata, ma ci sono dei numeri che fanno capire come queste associazioni non siano il problema principale dell’intera questione: nel 2022 sono sbarcate in Italia oltre<a href="https://www.interno.gov.it/sites/default/files/2022-11/cruscotto_statistico_giornaliero_11-11-2022.pdf"> 90.297 migranti</a>. Ma come specifica Mimmo Trovato: «Solo 10.980 di questi sono stati portati da navi Ong». Poco meno del 12 percento del totale delle persone arrivate sul territorio italiano dallo scorso gennaio.</p>
<p><strong>(Alessandro Stella e Andrea Miniutti)</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Tutte le difficoltà dell&#8217;accoglienza</b></p>
<p>«A Catania la società civile si è attivata fin da subito, soprattutto la Rete antirazzista catanese. Poi c’è da dire che in Sicilia il fenomeno dell’immigrazione è una cosa talmente nota che ormai è diventato la normalità. A Trapani, ad esempio, i tunisini e la gente del posto sono ormai un tutt’uno». A parlare è <strong>l’attivista e traduttrice Cristina Bocchi</strong>, da anni in prima linea quando si tratta di sbarchi e di migranti. A seguire l’approdo della Humanity 1 e poi della Geo Barents, in Sicilia, c’era pure lei. <mark class='mark mark-yellow'>«Il fatto è che queste imbarcazioni non sono equipaggiate: servono solo per operazioni di salvataggio e invece le persone sono state costrette a viverci, in condizioni pessime, per 17 giorni»</mark>, ha detto la donna. E poi ha aggiunto: <mark class='mark mark-yellow'>«L’effetto psicologico è stato devastante e due siriani, in un gesto disperato, si sono anche buttati in mare. Per non parlare della mamma che è stata costretta a partorire lì dentro».</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«I centri di accoglienza stanno diventando sempre più saturi, le associazioni molto spesso sembrano speculare con il denaro raccolto e il nuovo governo Meloni rende le procedure, già fin troppo lunghe, sempre più frammentate e questo porta ad un rischio di violazioni ancora più grande».</span>                                                                                                Una situazione “al limite” secondo l’attivista, con imbarcazioni che arrivano in Sicilia ogni giorno senza sosta e lo Stato che appare sempre più assente. «Gli sbarchi continuano, ma anche i quotidiani come il <em>Giornale di Sicilia</em> non danno mai grande eco a questo tipo di eventi», dice. «I centri di accoglienza stanno diventando sempre più saturi, le associazioni molto spesso sembrano speculare con il denaro raccolto e il nuovo governo Meloni rende le procedure, già fin troppo lunghe, sempre più frammentate e questo porta ad un rischio di violazioni ancora più grande».</p>
<p>E proprio sulle violazioni si sofferma Cristina Bocchi, ammettendo che anche questa volta sono state tante. In primis la mancata tutela dei diritti dei minori non accompagnati, un fatto che si verifica spesso e che spinge questi ragazzi nei giri della prostituzione e della criminalità organizzata. <mark class='mark mark-yellow'>Ma ad essere violate con frequenza sono anche le normative che regolano il trattato d’asilo e il diritto alla salute, con donne in gravidanza e persone gravemente disabili che restano intrappolate anche per settimane sopra le barche.</mark> Un altro aspetto sottovalutato è poi la mancanza di interpreti e traduttori almeno di inglese, arabo e francese. Secondo la Bocchi, subito dopo lo sbarco dalla Geo Barents, i migranti sono stati obbligati a “firmare carte e documenti di cui non conoscevano neanche il contenuto”. Ma il problema delle violazioni non vive solo in Italia. «Oggi ci sono poche tutele ovunque. In Spagna adesso c’è il problema dei minori marocchini non accompagnati. In Svezia stanno portando via i bambini dalle famiglie dei siriani. E potrei continuare con altri mille esempi», afferma la donna.</p>
<p>Secondo chi opera sul campo, in prima linea, l’immigrazione è un fenomeno che esiste da sempre e che potrà essere gestito in modo appropriato soltanto quando verrà considerato non più un’emergenza, bensì un fatto umano normale. <mark class='mark mark-yellow'>«Non è vero che Grecia, Spagna e Italia (dove avvengono gli sbarchi) sono abbandonate a loro stesse: ogni anno ricevono dalla comunità europea tantissimi soldi che basterebbe investire per infrastrutture apposite, sanità e un’istruzione mirata all’integrazione dei ragazzi»</mark> conclude l’attivista. E le sue ultime parole fanno da monito: «In Italia i migranti, soprattutto i più colti e istruiti, non hanno opportunità. Ecco perché le menti migliori se ne vanno all’estero e qui resta solo una cosa: la delinquenza».</p>
<p><strong>(Aurora Ricciarelli)</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>L&#8217;aspetto legale: il decreto Piantedosi vs il regolamento di Dublino</b></p>
<p>La questione è stata fino a qui inquadrata sotto il profilo umano ma intrecciato ad esso c’è la parte legale e politica. Cerchiamo quindi di fare luce su questo aspetto, fondamentale per comprendere al meglio l’intera dinamica.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>“Sbarchi selettivi” e “carichi residuali”. Queste due brevi espressioni, un sostantivo e un aggettivo, sono sufficienti ad esprimere il fulcro del nuovo decreto varato dal neoministro dell’Interno Matteo Piantedosi in ambito migratorio.</mark> La misura è stata introdotta lo scorso 4 novembre, a seguito delle vicende che hanno visto coinvolte le navi umanitarie Geo Barents di Medici Senza Frontiere e la tedesca Humanity 1, dell’ong SOS-Humanity. Le due imbarcazioni sono entrate in acque territoriali italiane al largo di Catania con a bordo rispettivamente 572 e 179 persone. Di queste, però, soltanto 357 e 144 hanno potuto scendere a terra, dopo l’approdo nel porto catanese. Gli altri sono rimasti a bordo. A stabilirlo è appunto il testo del decreto interministeriale sopra menzionato che, siglato “di concerto” dai ministri dell’Interno Piantedosi, della Difesa Guido Crosetto e delle Infrastrutture Matteo Salvini, sancisce il divieto alle due navi umanitarie di “sostare nelle acque territoriali nazionali oltre il termine necessario ad assicurare le operazioni di soccorso e assistenza nei confronti delle persone che versino in condizioni emergenziali e in precarie condizioni di salute segnalate dalle competenti Autorità nazionali”. <mark class='mark mark-yellow'>Tradotto: le navi possono entrare in porto, viene compiuta un’ispezione delle forze dell’ordine e una selezione tra i passeggeri, in base alla quale soltanto donne, bambini e persone ritenute fragili possono sbarcare. Tutti gli altri, ovvero i “carichi residuali” cui il decreto riconosce “l’assistenza occorrente per l’uscita dalle acque territoriali”, restano a bordo e abbandonano le acque italiane.</mark> Il ministro Piantedosi in conferenza stampa si esprime per similitudini: secondo lui le navi andrebbero paragonate a delle isole dello stato di cui battono bandiera. Di conseguenza spetterebbe al governo di quest’ultimo prendersi carico della richiesta d’asilo. La poetica spiegazione del capo dicastero viene poi corroborata con riferimenti giuridici. Nello specifico, l’appoggio è cercato nell’<a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/12/19/20A07086/sg">articolo 1 comma 2 del decreto-legge 130/2020</a>, il cui testo convertito in legge prevede che “il ministro dell’interno può limitare o vietare il transito e la sosta di navi nel mare territoriale […] per motivi di ordine e sicurezza pubblica”.</p>
<p>La parzialità di sbarchi così impostati si è tuttavia procurata la qualifica di “incostituzionale” da più parti. In primis quella di Medici Senza Frontiere che, citando le Linee Guida sul Trattamento delle Persone Soccorse in Mare, ha subito ribadito come, competenza del governo responsabile, sarebbe piuttosto quella di limitare al minor tempo possibile la permanenza a bordo dei migranti. «Il nuovo decreto sulle navi Ong è contrario alla legge del mare e alla Costituzione. Le nostre leggi vietano di discriminare in base al sesso, all’età o a un’infermità in atto» – ha commentato <strong>il giurista Giovanni Maria Flick</strong> in <a href="https://www.repubblica.it/cronaca/2022/11/07/news/migranti_flick_piantedosi_circolare-373432798/">un’intervista rilasciata a Repubblica</a> – «La vita è sacra e le convenzioni internazionali impongono il diritto-dovere di portare la nave in un porto sicuro; non certo di discriminare tra un migrante e l’altro».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Nello stabilire quale sia questo ruolo influiscono tre parametri: l’accessibilità al ricongiungimento familiare, l’elargizione di un titolo di soggiorno valido oppure, in mancanza dei primi due, il criterio del “primo ingresso illegale”.</span> Parlare di “convenzioni” richiama subito la dimensione europea con cui i singoli stati membri condividono la competenza sulle tematiche migratorie, che coinvolgono le sfere della libertà, sicurezza e giustizia. <mark class='mark mark-yellow'>«Per quanto riguarda il diritto europeo, il più importante atto legislativo nel merito è il cosiddetto <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=celex%3A32003R0343">Regolamento di Dublino</a>, approvato nel 2003, che cerca di implementare l’idea per cui la competenza di esaminare la domanda di asilo debba ricadere sullo Stato che abbia svolto un ruolo più significativo in relazione all’ingresso del richiedente»</mark>, spiega <strong>Enrico Zonta di Understanding Europe</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Nello stabilire quale sia questo ruolo influiscono tre parametri: l’accessibilità al ricongiungimento familiare, l’elargizione di un titolo di soggiorno valido oppure, in mancanza dei primi due, il criterio del “primo ingresso illegale”.</mark> Quest’ultimo, che riconosce la competenza allo stato la cui frontiera è stata varcata illegalmente dal richiedente, è nella pratica quello più seguito.  «L’Unione Europea ha attuato misure per aiutare i Paesi di primo approdo, come il meccanismo di ricollocamento volontario, che prevede che altri Stati membri in modo volontario accolgano richiedenti asilo da Paesi di primo approdo, o il fondo di asilo migrazioni integrazione, che predispone fondi per la gestione integrazione dei richiedenti asilo» – prosegue Zonta – «In questo scenario si colloca “Frontex”, l’agenzia europea che monitora le frontiere esterne dell’UE e gestisce i pericoli per la loro sicurezza. Entro il 2024 verrà introdotto un corpo di 10mila guardie di frontiere aggiuntive, il cui ruolo principale è quello di assistenza e supervisione sul rispetto dei diritti fondamentali».</p>
<p>Ma proprio in queste ore, dopo le tensioni tra i governi di Italia e Francia scaturite dalle vicende che ruotano intorno a una terza nave Ong, la Ocean Viking, il governo Meloni sta pensando a nuove norme per regolamentare le pratiche di salvataggio in mare e soprattutto quelle per l’approdo nei porti italiani. Per entrare in acque italiane le Ong dovranno dimostrare che il loro intervento si basa su reali situazioni di pericolo per i migranti aiutati. E in ogni caso, subito dopo il soccorso sarà necessario avvisare le autorità del paese più vicino. Chi non rispetterà queste regole andrà in contro a pesanti sanzioni amministrative oltre che al sequestro delle proprie imbarcazioni coinvolte.</p>
<p><strong> (Ludovica Rossi)</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il caso &#8220;Ocean Viking&#8221; e le tensioni sull&#8217;asse Italia-Francia</strong></p>
<p>Ma vediamo ora più nello specifico i motivi che hanno portato due stati come Francia e Italia, solitamente molto collaborativi tra loro, a scambiarsi pesanti accuse reciproche e a giocare sulla pelle di centinaia di vite umane rimbalzandosi la responsabilità.</p>
<p>Si può dire che se il destino dei migranti a bordo della Humanity 1 e della Geo Barents è stato quello di trovare rifugio in Italia, quello dei 234 naufraghi in viaggio sulla Ocean Viking ha avuto un nome diverso e si chiama Francia. La nave dell’Ong “SOS Mediterranée” respinta dal governo italiano è riuscita ad attraccare nel porto sicuro di Tolone dopo una scia di polemiche politiche tra Roma e Parigi. Un’eccezione da parte del governo francese che ha accettato a fatica la “scelta incomprensibile” del governo italiano rifiutatosi di rispondere alle molteplici richieste di solidarietà.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>«Il fatto che la Francia abbia aperto le sue porte alla Ocean Viking, non vuol dire che sia stata più generosa dell’Italia»</mark> spiega <strong>Laura Zanfrini</strong>, <strong>docente di Sociologia delle migrazioni e della convivenza interetnica</strong>, all’Università Cattolica di Milano. «Stando alle cifre degli ultimi anni, <mark class='mark mark-yellow'>è vero che paesi come Germania e la stessa Francia, hanno registrato un numero maggiore di rifugiati titolari di alta protezione umanitaria rispetto al nostro Paese. Ma è pur vero che il numero degli sbarchi non può essere equiparato al numero dei richiedenti asilo».</mark> E aggiunge: «È la prima volta che la Francia si trova ad accogliere uno sbarco là dove l&#8217;Italia, da tanti anni, è sottoposta a questa pressione che, anche per le modalità con cui si manifestano questi flussi, impattano molto sull&#8217;opinione pubblica. Ma ciò non toglie che impedire lo sbarco ad una nave rappresenta un comportamento al limite, in quanto il diritto d’asilo è un diritto che va riconosciuto individualmente».</p>
<p>Dunque, per contrastare il fenomeno, ora come ora, <mark class='mark mark-yellow'>«Sarebbero necessari sforzi politici e progettuali provenienti da tutto il mondo. Ci vuole un cambio di marcia, perché ce lo impone proprio il rispetto delle vite umane».</mark> Una possibile soluzione, secondo la Professoressa Zanfrini, sarebbe quella di «Gestire le domande a livello europeo, dopodiché una volta ricevuto il riconoscimento del diritto alla protezione, permettere a queste persone di muoversi liberamente all’interno dell’Unione europea, così come avviene per altri cittadini. Entrare in una logica di suddivisione di una responsabilità storica, perché il diritto d’asilo lo abbiamo inventato noi e dovremmo essere fieri del fatto che ci sia tutta una parte del mondo che ci guarda e ci apprezza per le opportunità economiche, per la nostra libertà e democrazia».</p>
<p>Dopo aver accolto la Ocean Viking, il ministro degli Interni, Gérald Darmanin, ha adottato una linea dura contro il governo italiano, sospendendo di fatto l’accordo stipulato pochi mesi fa che prevede l’accoglienza di circa 3.500 rifugiati attualmente in Italia. <mark class='mark mark-yellow'>Le tensioni tra i due paesi si ripercuotono alle frontiere del Nord, in particolar modo tra la città di Ventimiglia e Mentone. Cinquecento uomini della gendarmerie pattugliano i passi di <strong>Ventimiglia</strong>, rotta chiave dei migranti verso la Francia</mark>. «Ma la questione dei controlli – fa sapere <strong>Alessandra Zunino</strong>, referente del progetto di accoglienza <a href="https://www.facebook.com/ventimigliaconfinesolidale/">“Ventimiglia CONfine solidale”</a> della <strong>Caritas</strong> – non è un problema nuovo. <mark class='mark mark-yellow'>I poliziotti controllano le frontiere sistematicamente dal 2016, salendo su tutti i treni che arrivano nella prima stazione francese dall’Italia. Attualmente vengono respinte 80-100 persone al giorno».</mark> Numeri che però lasciano fuori coloro i quali cercano di attraversare il confine in altri punti di passaggio: attraverso le montagne, in autostrada o accettando passaggi clandestini da passeur. «Sono 150-250 i migranti che arrivano in città e non hanno un posto dove stare. Il 98% di essi sono uomini soli, provenienti principalmente dal Sudan, Eritrea ed Etiopia. Solo il 2% sono donne o nuclei familiari di origine curda irachena, curda iraniana, afgana, siriana o libica». Un flusso migratorio completamente diverso da quello avvenuto nel biennio 2016/2017, quando il numero di migranti in cerca di rifugio arrivava fino a 600. <span class='quote quote-left header-font'>«Qualche notte fa, ho ricevuto una telefonata nella quale mi veniva detto che in strada c’era un gruppo di circa 28 persone di cui 20 erano bambini – racconta Zunino – erano buttati sul marciapiede senza nulla, solo con i vestiti addosso.</span>                                                                                                                                                                                   «Qualche notte fa, ho ricevuto una telefonata nella quale mi veniva detto che in strada c’era un gruppo di circa 28 persone di cui 20 erano bambini – racconta Zunino – erano buttati sul marciapiede senza nulla, solo con i vestiti addosso. Insieme con una mia collega, siamo corse sul posto per recuperare quelle persone in difficoltà.  Una parte del gruppo siamo riuscite a sistemarlo nella nostra casa di accoglienza, gli altri, invece, sono stati ospitati in una parrocchia. Il giorno seguente si sono sottoposti alle visite mediche offerte dalla Caritas, si sono rifocillati e poi dopo qualche ora sono andati via. Di solito alcuni passano a salutare prima di partire, altri non li rivediamo più».</p>
<p><strong>(Melissa Scotto di Mase)</strong></p>
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		<title>NEL RICORDO DI GINO STRADA, FARO DI SPERANZA IN UN MONDO DI GUERRE</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Apr 2022 16:26:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Eugenia Durastante]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Emergency]]></category>
		<category><![CDATA[Gino Strada]]></category>
		<category><![CDATA[ONG]]></category>

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		<description><![CDATA[“Se uno di noi, uno qualsiasi di noi esseri umani, sta in questo momento soffrendo come un cane, è malato o ha fame, è cosa che ci riguarda tutti. Ci ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="400" height="268" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/04/Gino_Strada.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Gino_Strada" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>“Se uno di noi, uno qualsiasi di noi esseri umani, sta in questo momento soffrendo come un cane, è malato o ha fame, è cosa che ci riguarda tutti. Ci deve riguardare tutti, perché ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi”</mark>. <strong>Gino Strada</strong>, chirurgo di guerra e fondatore di <strong>Emergency</strong>, lo ripeteva spesso. Dal 13 agosto 2021 Gino non c’è più ma la sua mancanza è solo fisica perché nel cuore di chi lo ha conosciuto, anche solo attraverso un televisore o uno dei suoi libri, il lascito rimane vivo. È di questa idea Paola, 60 anni, di Verona, da sempre sostenitrice attraverso il 5 per mille della onlus fondata da Strada nel 1994. «Ho iniziato a seguire Emergency per ammirazione verso tutte quelle persone che lavorano in luoghi di guerra, pur sapendo quali sono i rischi a cui vanno incontro».</p>
<p>Emergency nasce infatti in seguito alle importanti esperienze che Strada, nato a Sesto San Giovanni (Mi) nel 1948, aveva accumulato con la Croce Rossa in giro per il mondo nell’assistenza ai feriti di guerra. Nel 1994 insieme alla prima moglie, <strong>Teresa Sarti</strong>, e ad alcuni amici colleghi fonda l’<mark class='mark mark-yellow'>Associazione che porterà alla nascita di progetti umanitari e di ospedali nei paesi più colpiti dalla violenza dei conflitti: Ruanda, Cambogia, Iraq, Sierra Leone, Sudan e molti altri.</mark> L’Afghanistan, per esempio, è stata una delle prime mete di Gino nel lontano 1988 e in circa 7 anni sono state migliaia le vittime di guerra e delle mine antiuomo che lui e il suoi primi collaboratori hanno curato. Oggi nel Paese, grazie ad Emergency, ci sono 3 ospedali, un Centro di maternità e un pronto soccorso con 44 posti letto. <span class='quote quote-left header-font'>Gino Strada è stato un uomo che ha sempre creduto nei valori di pace, solidarietà e nella difesa dei diritti umani.</span> Tutto questo creato da zero da un uomo che ha sempre creduto nei valori di pace e di solidarietà. Non dimentichiamo però che la onlus opera anche in Italia dove gestisce sportelli socio-sanitari, ambulatori, anche mobili, per portare assistenza sanitaria gratuita a migranti e persone più bisognose.</p>
<p>Nel ricordare che <mark class='mark mark-yellow'>dalla sua fondazione ad oggi Emergency ha curato gratuitamente più di 11 milioni di persone negli angoli più sperduti e dimenticati del mondo</mark>, Paola Patuzzi, la nostra testimone, si commuove. «Sono uomini e donne coraggiosi. Mettono a disposizione la loro vita per salvarne altre senza tener conto del colore della pelle o della provenienza. Condivido i loro ideali e mi dispiace non aver avuto il titolo di medico o infermiere che mi avrebbe permesso di aiutarli sul campo». La potenza del messaggio di <mark class='mark mark-yellow'>Emergency è incredibile proprio per questo: anche chi non opera direttamente sul territorio può fare il gesto simbolico di condividere e diffondere la necessità di dover difendere i diritti umani.</mark> Paola continua, «Gino lascia in eredità tutto quello che ha costruito insieme alla moglie Teresa Sarti, e che la figlia Cecilia oggi porta avanti con coraggio. Gino ci lascia testimonianza di vita, di ideali che spero siano portati avanti anche se viviamo in un mondo dove la voglia di ricchezza dei potenti calpesta i diritti umani».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Gino Strada: &#8220;Passare il tempo a costruire arsenali anziché diffondere libri è deleterio, forse letale, per la nostra specie&#8221;</span></p>
<p>Emergency esiste e resiste, e così Gino come faro di speranza. Manca molto il suo esporsi e schierarsi a favore dei più deboli, sempre con educazione e rispetto, ma i suoi insegnamenti non si perderanno mai. <mark class='mark mark-yellow'>E forse, oggi più che mai, Gino Strada ricorderebbe che il mondo spende trilioni di dollari, cifre difficili anche solo da immaginare, per le spese militari a discapito della sanità pubblica, e con milioni di persone che muoiono di fame.</mark></p>
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