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	<title>magzine &#187; Netanyahu</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Cybersecurity: nuovi accordi tra Italia e Israele</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Mar 2023 05:26:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Sofia Valente]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[cybersecurity]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
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		<description><![CDATA[«Vogliamo accrescere il livello della nostra cooperazione nei settori più innovativi come l’intelligenza artificiale». «Credo che questa cosa si possa concretizzare. L&#8217;ultimo incontro risale a nove anni fa, ed è ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="700" height="499" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/Incontro-Roma.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu in Rome" /></p><p style="font-weight: 400;">«Vogliamo accrescere il livello della nostra cooperazione nei settori più innovativi come l’intelligenza artificiale». «Credo che questa cosa si possa concretizzare. L&#8217;ultimo incontro risale a nove anni fa, ed è arrivato il momento di darvi il benvenuto in Israele». <mark class='mark mark-yellow'>Nella conferenza stampa dello scorso giovedì 9 marzo, i premier Giorgia Meloni e Benjamin Netanyahu hanno espresso la volontà di rafforzare la partnership tra Roma e Tel Aviv sul campo diplomatico-militare e sulla<em> cybersecurity.</em></mark> «Israele è una superpotenza tecnologica, l&#8217;Italia è una grande potenza industriale – ha affermato il ministro per Sviluppo economico e il Made in Italy Adolfo Urso –. Siamo ben consapevoli che dalla nostra piena collaborazione possa sortire un effetto positivo».</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Nel 2022 gli attacchi informatici in Italia sono stati 188, con una crescita del 169% sull’anno. Le attività più colpite sono le aziende manifatturiere, del settore tecnico-scientifico e dei servizi professionali. Più dell’80% tra queste ha segnalato conseguenze molto gravi dopo gli attacchi.</span></p>
<p style="font-weight: 400;">In Italia, come in altri Stati, i cyberattacchi stanno aumentando di anno in anno, dando vita a una vera e propria “guerra cibernetica diffusa”. In base al rapporto annuale di <strong>Clusit</strong> (Associazione italiana per la Sicurezza Informatica) solamente nel 2022 gli attacchi informatici verso il nostro Paese sono stati 188, con una crescita del 169% sull’anno. Le attività più colpite sono le aziende manifatturiere del Made in Italy, del settore tecnico-scientifico e dei servizi professionali. Più dell’80% tra queste ha segnalato conseguenze molto gravi dopo gli attacchi. Ma, come spiega il professore del dipartimento di elettronica, informazione e bioingegneria del Politecnico di Milano <strong>Stefano Zanero,</strong> «<mark class='mark mark-yellow'>questi numeri sono casuali, perché non abbiamo degli strumenti che ci permettono di misurare gli attacchi. La respnsabilità di questa situazione non deve ricadere su Clusit, perché fa quello che deve fare, ovvero informazione. Gli attacchi informatici sono difficili da quantificare perché, per loro natura, non sono tutti visibili.</mark> Per esempio, se compio un attacco di <em>denial of service</em>, ovvero spengo il servizio di un sito con un’aggressione, questo è visibile perché il sito non funziona più. Gli attacchi che invece sottraggono informazioni sono, per loro natura, nascosti. Gli attacchi in aumento sono i <em>ransomware</em>, perché capitano spesso a aziende o a persone vicino a noi e ne abbiamo un’esperienza diretta». Per poter scoprire le tracce di questi attacchi è fondamentale la tempestività e la progettazione di sistemi sicuri che possano essere monitorati e sorvegliati. «Anche per gli attacchi meno evidenti, un sistema funzionante e completo potrebbe fare la differenza – spiega Zanero –. Possiamo fare un esempio analogo con l&#8217;installazione dell’antifurto in casa: se un ladro apre la porta con la bomba a mano lo senti, però, anche se è più silenzioso e hai inserito l’allarme, magari hai una probabilità in più che lo faccia scattare e che tu riesca a sentirlo. È la stessa cosa per il sistema informatico. Gli attacchi possono essere identificati, purché i sistemi siano analizzati e sorvegliati in maniera costante».</p>
<p style="font-weight: 400;">Oggi per le imprese è diventato fondamentale comprendere il proprio livello di esposizione al rischio di cyberattacchi e mettere in totale sicurezza i propri sistemi tecnologici. Per questo motivo, per il governo italiano è fondamentale mantenere vivo il rapporto con <mark class='mark mark-yellow'>Israele, che secondo il <em>Data Innovation Index</em> di Bloomberg è il leader del mondo in quanto a intensità di ricerca e di sviluppo e il quinto per densità di aziende hi-tech con oltre 7mila startup. Inoltre, il 40% degli investimenti globali in round di finanziamento ad aziende <em>cyber</em> è in Israele.</mark> «L’Italia è un Paese con cui abbiamo uno scambio proficuo – racconta l’esperto in strategia cyber <strong>Rami Efrati</strong> –. Noi possiamo aiutarla nel supportare, costruire e aggiornare le sue strategie di difesa». Un recente esempio, frutto di questa partnership, è l’accordo siglato tra il <em>Gruppo Camozzi</em> che produce soluzioni per l’automazione industriale e la società israeliana <em>Radiflow</em> esperta in Cybersecurity industriale e Operational Techology. L’obiettivo è  implementare tecnologie per proteggere i siti dell’azienda bresciana. «Ci sono iniziative meritorie che vanno nella direzione positiva come la neonata Agenzia per la cybersicurezza e i sistemi di coordinamento. Ma la difesa informatica è un problema di sistema, che affligge in modo trasversale settore pubblico e privato – dice Zanero –. Nella difesa della sicurezza informatica, ogni piccola entità è una parte del fronte, una cosa che non si verifica in altri settori. L’Italia è fatta al 97% di piccole imprese e poi ci sono i singoli cittadini che non posseggono risorse intensive per attuare questo tipo di difesa. Servirebbe un intervento per fornire a queste entità che non possono difendersi da sole almeno quegli strumenti per cercare di proteggersi. È un’azione difficile da fare in l’Italia, perché noi abbiamo tante piccole e medie imprese e questo problema da noi è presente in misura maggiore rispetto agli altri Paesi».</p>
<div id="attachment_64775" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/Stefano-Zanero.jpeg"><img class="size-medium wp-image-64775" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/Stefano-Zanero-300x300.jpeg" alt="«Gli attacchi informatici sono difficili da quantificare perché per loro natura non sono tutti visibili. Possono essere identificati, purché i sistemi siano analizzati e sorvegliati in maniera costante»" width="300" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">«Gli attacchi informatici sono difficili da quantificare perché per loro natura non sono tutti visibili. Possono essere identificati, purché i sistemi siano analizzati e sorvegliati in maniera costante»</p></div>
<p style="font-weight: 400;">Anche l’Unione europea si è mobilitata per aumentare il livello di protezione degli Stati membri. <mark class='mark mark-yellow'>La direttiva NIS2 è entrata in vigore il 17 gennaio del 2023 e permette ai Paesi di adottare in modo coordinato misure tecniche e organizzative adeguate al miglioramento della gestione degli incidenti <em>cyber</em> e misure stringenti in termini di <em>cyber risk management</em>.</mark> Inoltre, per Zanero «c’è un elemento importante all’interno della direttiva, che riguarda la scoperta e la divulgazione delle vulnerabilità. I sistemi informatici possono avere dei difetti e le vulnerabilità sono quelle che vengono sfruttate dagli aggressori per compiere gli attacchi. Molto spesso queste vulnerabilità vengono scoperte da persone esperte del settore o da semplici cittadini e la loro segnalazione è uno dei metodi alla base dell’industria della security. La segnalazione delle vulnerabilità storicamente ha avuto sempre delle problematiche, perché chi indica la disfunzionalità del sistema a volte rischia di essere denunciato. Alcune aziende considerano la segnalazione come una forma di aggressione nei loro confronti e non come un aiuto per individuare il problema. La direttiva NIS impone alle pubbliche organizzazioni di creare dei processi standardizzati con cui è possibile contattarle per informarle delle vulnerabilità senza correre dei rischi».</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Per Stefano Zanero, esperto di cyber security e docente al PoliMi, &#8220;nel momento in cui si diventa dipendenti da un partner per la fornitura di soluzioni si possono creare degli effetti negativi come il pericolo di essere esposti a comportamenti non corretti da parte di questi collaboratori tecnologici: dobbiamo sempre essere sicuri che il nostro Paese mantenga la propria sovranità in certi temi, soprattutto in materia di <em>cybersecurity&#8221;</em></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Nell’incontro di giovedì 9 marzo tra Giorgia Meloni e Benjamin Netanyahu è stato annunciato un altro appuntamento che determinerà nuovi sviluppi negli accordi tra i due Paesi. <mark class='mark mark-yellow'>«Abbiamo condiviso la necessità di un intergovernativo: non se ne tiene uno dal 2013. Il prossimo dovrebbe svolgersi in Israele e vorremmo organizzarlo quanto prima»</mark> ha detto la premier italiana. Il suo omologo israeliano ha aggiunto: «Vogliamo fare un passo ulteriore, pianificando tra qualche mese un incontro tra i due governi che affronterà una decina di argomenti per la cooperazione reciproca». I dettagli della partnership tra Italia e Israele non sono stati ancora resi completamente pubblici e sono in fase di elaborazione. Ma c’è un elemento che per Zanero non deve essere trascurato ed è «il tema della sovranità digitale e tecnologica. Se cooperiamo con un partner straniero, bisogna considerare che finché si coopera è tutto positivo. Nel momento in cui si diventa dipendenti da un partner per la fornitura di soluzioni si possono creare degli effetti negativi come il pericolo di essere esposti a comportamenti non corretti da parte di questi collaboratori tecnologici. Dobbiamo sempre essere sicuri che il nostro Paese mantenga la propria sovranità in certi temi, in particolare in materia di <em>cybersecurity</em>».</p>
<p style="font-weight: 400;">Le preoccupazioni sull&#8217;accordo sono relative anche all&#8217;uso che è possibile fare di prodotti di questa particolare industria.<mark class='mark mark-yellow'>Israele è il Paese che ha creato nonché sviluppato, perfezionato, utilizzato e venduto lo spyware Pegasus, di cui è produttrice l&#8217;azienda israeliana NSO Group. Si tratta di un virus informatico <em>troyan</em> che può essere inviato <em>on air</em> per infettare i telefoni cellulari.</mark> Pegasus è in grado di leggere messaggi di testo, tenere traccia delle chiamate, raccogliere password, tracciare la posizione, accedere al microfono e la fotocamera del dispositivo target di destinazione e raccogliere informazioni dalle app.  Lo spyware è stato scoperto nell&#8217;agosto 2016, dopo un tentativo di installazione fallito sull&#8217;iPhone l&#8217;attivista per i diritti umani Ahmad Mansour. L&#8217;attacco ha portato a un&#8217;indagine che ha rivelato dettagli sulle sue capacità e sulle vulnerabilità di sicurezza che lo spyware ha sfruttato. Questo è stato definito l&#8217;attacco smartphone &#8220;più sofisticato&#8221; di sempre: era infatti la prima volta che un <em>exploit</em> remoto malevolo utilizzava il <em>jailbreak</em> per ottenere l&#8217;accesso illimitato a un iPhone.<mark class='mark mark-yellow'>Lo spyware è stato utilizzato per la sorveglianza di attivisti anti-regime, giornalisti e leader politici di diverse nazioni in tutto il mondo, tra cui i sauditi Jamal Khashoggi &#8211; poi assassinato &#8211; e Omar Abdulaziz, nonché il businessman ed editore del <em>Washington Post</em>, Jeff Bezos e, secondo l&#8217;inchiesta <a href="https://www.theguardian.com/news/series/pegasus-project">The Pegasus Project</a>, continua ad essere utilizzato contro obiettivi di alto profilo</mark>.</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Inoltre, secondo <a href="https://www.washingtonpost.com/opinions/global-opinions/how-a-chilling-saudi-cyberwar-ensnared-jamal-khashoggi/2018/12/07/f5f048fe-f975-11e8-8c9a-860ce2a8148f_story.html?utm_term=.c36edf47d8dd">un&#8217;inchiesta del <em>Washington Post</em></a>, sullo sviluppo di questo software, ma soprattutto sulla vendita per scopi di spionaggio su attivisti dei diritti umani, avrebbe avuto un ruolo non indifferente l&#8217;azienda italiana <em>Hacking Team </em>con sede a Milano</mark>. Fondata nel 2003 dall&#8217;imprenditore David Vincenzetti, essa sviluppa negli anni un prodotto chiamato RCS, acronimo che sta per <em>Remote control system</em>, che la società chiama <em>Galileo</em>: si tratta un pacchetto offensivo in grado di infettare computer e dispositivi portatili come tablet e smartphone, attraverso un malware che viene attivato mediante l’apertura di una mail o lo scaricamento di un file. A quel punto interviene lo spyware che invia screenshot, mail, chat o conversazioni al server che lo sta controllando da remoto.<mark class='mark mark-yellow'>L&#8217;azienda finì poi al centro del &#8220;più grande scandalo italiano di cybersecurity&#8221;, detto il <a href="https://www.agi.it/estero/storia_hacking_team_omicidio_khashoggi-4720850/news/2018-12-10/">Datagate italiano</a>, soprattutto dopo che il suo stesso sistema venne hackerato e tutti i suoi file, informazioni riservate e clienti, resi noti al pubblico, nel 2015</mark>. Tra i suoi clienti figuravano Paesi come Bahrein, Egitto, Kazakistan, Nigeria, Uzbekistan, Marocco, Sudan, Venezuela e Arabia Saudita. Nel giugno del 2018 il tribunale di Milano ha deciso di archiviare le indagini su <em>Hacking Team</em>. Subito dopo, l&#8217;azienda, a rischio chiusura, è stata salvata dall&#8217;investimento di un fondo saudita, tramite una società con sede a Cipro, che avrebbe rilevato il 20% delle azioni della società stessa.</p>
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		<title>Israele in lockdown rafforzato, tra fede e emergenza</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Oct 2020 11:03:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Castagna]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[lockdown]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Potrebbe essere necessario prolungare il lockdown per più di un mese&#8221;. Così ha dichiarato il premier israeliano Benyamin Netanyahu, confermando le parole pronunciate in precedenza dal ministro della sanità Yuri ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1400" height="933" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/09/LP_11756663-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Israele, nuovo lockdown tra proteste e critiche a Netanyahu" /></p><p>&#8220;Potrebbe essere necessario prolungare il lockdown per più di un mese&#8221;. Così ha dichiarato il premier israeliano Benyamin Netanyahu, confermando le parole pronunciate in precedenza dal ministro della sanità Yuri Edelstein. Ed è stato subito dissenso della piazza contro Netanyahu, in particolare da parte degli ebrei ultra-ortodossi.<mark class='mark mark-yellow'>Come è possibile conciliare il rispetto delle norme di sicurezza per contenere un possibile contagio da Covid-19 e il rispetto delle complesse pratiche religiose, soprattutto nelle fasce della società israeliana meno laica?</mark> Lo abbiamo chiesto a <strong>Chiara Cruciati</strong>, giornalista de <em>Il Manifesto</em>.</p>
<p><strong>A seguito della decisione del Governo di venerdì scorso di rafforzare il lockdown, come hanno reagito i cittadini israeliani? Cosa ne pensano della chiusura dei luoghi di culto?</strong></p>
<p>La popolazione israeliana è divisa sulla decisione &#8211; assolutamente necessaria &#8211; del governo. Fin da marzo, tra i contrari alla chiusura ci sono gli ebrei ultra-ortodossi che la definiscono una limitazione della libertà religiosa, tanto più in tempo di festività ebraiche. Non è un caso che nei mesi passati i principali focolai si siano registrati proprio nei quartieri ultra-ortodossi delle grandi città e nelle cittadine a maggioranza ultra-ortodossa, dove quasi mai sono state rispettate le misure minime di contenimento del virus.<mark class='mark mark-yellow'>Tra i contrari c&#8217;è anche una fetta importante di commercianti e ristoratori che denunciano il crollo dell&#8217;economia, opinione condivisa anche dal commissario nominato dal governo per gestire l&#8217;emergenza, Ronni Gamzu, che invoca una chiusura meno rigida  del Paese per salvaguardare l&#8217;economia interna.</mark> Sono invece a favore del lockdown le città e i villaggi palestinesi in Israele su cui pesano condizioni di vita molto peggiori dovute a minori servizi sia medici che infrastrutturali: perché non sono in grado di far fronte alla crisi sanitaria a causa della marginalizzazione strutturale che subiscono dal governo centrale.</p>
<p><strong>Ad una settimana da queste nuove misure, com&#8217;è la situazione? Si pensa di poter riaprire dopo l’11 ottobre o il governo è incerto a riguardo?</strong></p>
<p>La situazione non sta migliorando. Al momento Israele ha sorpassato anche gli Stati Uniti quanto a numero di decessi al giorno in rapporto alla popolazione totale, dopo aver scalato la classifica dei contagi pro-capite. Se si tiene conto che la popolazione israeliana supera di poco i 9 milioni di persone, 6-7mila nuovi casi positivi al giorno sono un&#8217;enormità.<mark class='mark mark-yellow'>Secondo l&#8217;Oms, in Israele risultano positive tra le 13 e le 15 persone ogni cento tamponi effettuati. Sulla base di questi dati molto allarmanti per il sistema sanitario (che è principalmente privato, come negli Stati Uniti, e costosissimo) il dibattito nel governo su una possibile riapertura dopo il 10 ottobre è molto acceso</mark>: la maggior parte dei ministri punta a proseguire con il lockdown (tra questi il ministro della Sanità, Yuli Edelstein, che in questi giorni ha rigettato totalmente l&#8217;idea di una fine a breve del lockdown). Lo stesso Netanyahu pochi giorni fa ha ammesso gli errori commessi all&#8217;inizio della epidemia, ma si vedrà quanto questa &#8220;presa di coscienza&#8221; servirà: su di lui sono forti le pressioni dei partiti ultra-ortodossi (fondamentali a tenere in piedi il governo), gli stessi che sono riusciti a rinviare la chiusura fino a portare il Paese a simili livelli di allarme.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Chiara Cruciati: &#8220;Da mesi, ogni sabato, migliaia di israeliani manifestano sotto la residenza del premier a Gerusalemme chiedendone le dimissioni. E&#8217; un fatto storico: mai Benjamin Netanyahu è stato oggetto di una simile contestazione in quasi venti anni al potere&#8221;</span></p>
<p><strong>In generale, qual è la percezione della pericolosità del Coronavirus e delle misure di contenimento in Israele? Ci sono fenomeni di negazionismo?</strong></p>
<p>Non ci sono fenomeni ampi,<mark class='mark mark-yellow'>non ci sono state manifestazioni di negazionisti o movimenti visibili come in Germania</mark>, in Italia (dove comunque parliamo di una piccola minoranza di persone) o negli Usa.</p>
<p><strong>A livello economico che impatto può avere una decisione del genere? Quali potrebbero i settori più colpiti essere per un Paese come Israele?</strong></p>
<p>L&#8217;impatto sull&#8217;economia è significativo come altrove, ma è aggravato dall&#8217;assenza in Israele di un sistema di welfare solido. A partire dagli anni Ottanta la rapida ascesa della destra ha cancellato molte delle riforme laburiste che avevano caratterizzato i primi 30-35 anni di storia di Israele (esattamente come, in Inghilterra e negli Stati Uniti, fecero la Thatcher e Reagan). Privatizzazioni feroci, politiche neo-liberiste, riduzione del tasso di sindacalizzazione dei lavoratori e lento smantellamento degli ammortizzatori sociali hanno portato alla attuale situazione: crescita costante del precariato, gravi diseguaglianze socio-economiche e scarsissime tutele per i lavoratori. Al momento si parla di circa mezzo milione di nuovi licenziati e altri 850-900mila in cerca di un impiego (numeri altissimi su una manodopera totale che si aggira intorno ai 5 milioni di persone, ovvero donne e uomini in età lavorativa).<mark class='mark mark-yellow'>A essere più colpiti sono il settore turistico &#8211; praticamente annullato al momento con la chiusura dei voli con l&#8217;estero &#8211; e quello commerciale, vista la chiusura di tutti i negozi tranne supermercati e farmacie: Israele ha un&#8217;economia che si fonda sui servizi, il settore manifatturiero è meno centrale</mark>. Questo fa pensare che il settore più innovativo, quello dell&#8217;high tech e delle start up, sarà meno colpito di altri. Ma va comunque sottolineato come questo rappresenti solo il 9-10% del Pil totale. Per cui c&#8217;è da aspettarsi che il Covid-19 allargherà ancora il gap tra ricchi e poveri, tra lavoratori specializzati e manodopera non specializzata, che in Israele spesso coincide anche con le minoranze etniche e religiose (palestinesi per primi, ma anche ebrei etiopi ed ebrei arabi).</p>
<p><strong>Rispetto agli altri paesi Israele è attualmente nella fase più complessa dell’emergenza sanitaria. Ciò accade perché le autorità non hanno saputo gestire adeguatamente il problema o dipende da una forma di negligenza della popolazione?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Il governo ha commesso errori gravissimi. Pur nascendo &#8211; ufficialmente &#8211; per affrontare l&#8217;epidemia, l&#8217;esecutivo Netanyahu-Gantz l&#8217;ha ignorata, concentrandosi invece sul piano di annessione della Cisgiordania occupata e sui rapporti con i Paesi arabi, reale ma ufficioso motivo dietro la nascita di un governo stabile. Fin dall&#8217;inizio le misure di contenimento non sono state imposte sul Paese, né spiegate</mark>. L&#8217;iniziale chiusura è durata pochissimo: se Israele è stato il primo Paese a chiudere ai voli con l&#8217;Italia a marzo, non ha poi mai optato per un reale lockdown. I motivi sono quelli elencati prima: le pressioni dei commercianti e i negozianti, quelle delle comunità e i partiti ultra-ortodossi, il timore che i danni all&#8217;economia fossero troppo alti e non valessero la perdita di vite umane. A ciò si aggiunge uno scarso rispetto delle misure di contenimento da parte di una buona fetta di cittadini.</p>
<p><strong>Se sono vietate le manifestazioni oltre un chilometro dalla propria abitazione, come sono gestite le proteste in piazza dalle forze dell&#8217;ordine, a seguito di una probabile cancellazione del Natale? Cosa ne pensa l&#8217;opposizione di Netanyahu di queste misure?</strong></p>
<p>Le proteste che da settimane interessano Israele non sono legate alle festività religiose, ma alla rabbia verso un primo ministro, Netanyahu, accusato di corruzione e incapacità di gestire l&#8217;epidemia.<mark class='mark mark-yellow'>Da mesi, ogni sabato, migliaia di israeliani manifestano sotto la residenza del premier a Gerusalemme chiedendone le dimissioni. E&#8217; un fatto storico: mai Netanyahu è stato oggetto di una simile contestazione in quasi venti anni al potere</mark>. Ora il parlamento sta valutando la possibilità di impedire per legge le manifestazioni a causa del Covid-19, possibilità che proprio in questi giorni ha portato centinaia di persone a manifestare anticipatamente davanti alla Knesset contro le eventuali limitazioni alla protesta. Secondo il movimento di protesta, che ha scelto la bandiera nera come simbolo, il parlamento e il governo intendono utilizzare l&#8217;emergenza sanitaria per zittire le voci che si alzano contro il più longevo dei premier israeliani.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Israele, gestire l&#8217;emergenza in stallo politico</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2020 10:27:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marianna Mancini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Gantz]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
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		<description><![CDATA[Israele insieme all&#8217;emergenza Coronavirus affronta da ormai un anno un&#8217;impasse politica che potrebbe essere arrivata a una svolta. Infatti, dopo il mancato accordo tra Benny Gantz e Benjamin Netanyahu nel dar vita a un governo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1440" height="1080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/94243269_10216195133422661_2490325662896750592_o.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="94243269_10216195133422661_2490325662896750592_o" /></p><p>Israele insieme all&#8217;emergenza Coronavirus affronta da ormai un anno un&#8217;impasse politica che potrebbe essere arrivata a una svolta. Infatti, <mark class='mark mark-yellow'>dopo il mancato accordo tra <strong>Benny Gantz</strong> e <strong>Benjamin Netanyahu</strong> nel dar vita a un <strong>governo di emergenza e unità</strong>, il presidente israeliano <strong>Reuven Rivlin</strong> ha affidato, lo scorso 15 aprile, l’<strong>incarico alla</strong> <strong>Knesset</strong>, il Parlamento monocamerale. Ora si prospettano due possibili scenari: la nascita di un’alleanza o il ritorno alle urne.</mark> Per fare chiarezza, ne abbiamo parlato con <strong><span style="font-family: 'Georgia',serif;">Nello Del Gatto</span></strong>, corrispondente da Gerusalemme per l&#8217;AGI e autore per Radio 3 Rai.</p>
<p>«La decisione di Rivlin — commenta Del Gatto — serve infatti a dilatare i tempi affinché i due leader possano trovare una convergenza. Diversamente è già stata indicata come data possibile per le prossime elezioni il 4 di agosto». Se quest’ultima ipotesi fosse confermata, si tratterebbe del quarto voto consecutivo per gli israeliani. L’iter di formazione del governo prevede infatti che «l’incarico prima debba essere dato al parlamentare che porti 61 voti, cosa che ottenne Gantz grazie ad un’alleanza allargata dopo le elezioni dello scorso marzo. Terminato il periodo di incarico senza un nulla di fatto, il presidente può stabilire se estenderlo al primo designato o indicarne un secondo, scelta tuttavia non percorribile nei confronti del leader del <strong>Likud</strong>, dato che al momento si trova con 59 voti».  La terza possibilità — seguita da Rivlin — è appunto rimettere tutto nelle mani della Knesset, che «avrà <strong>21 giorni</strong> per indicare come premier qualsiasi membro del Parlamento in grado di ottenere il sostegno della maggioranza, il quale entro 14 giorni potrà presentare un governo. Se questo non accadrà, il Parlamento si scioglierà aprendo la strada a nuove consultazioni», afferma Del Gatto.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Sebbene Netanyahu e Gantz si siano finora trovati concordi sia nella gestione dell’emergenza Covid-19, che nella rotazione del premierato, al centro del loro dibattito resta l’indistricabile <strong>nodo</strong> sulla<strong> giustizia</strong>.</mark> Ieri sera, rispettando le distanze e muniti di mascherina, qualche migliaio di israeliani è sceso in piazza a Tel Aviv per manifestare contro un possibile governo di coalizione. Netanyahu infatti, imputato al momento in tre diversi procedimenti penali, sta cercando una soluzione per evitare il processo, rinviato causa Coronavirus a data da destinarsi. Come spiega Del Gatto, <mark class='mark mark-yellow'>«la legge israeliana prevede che un ministro incriminato, non possa mantenere incarichi di governo, mentre nulla dice per il premier.</mark> Ora, poiché l’accordo con Gantz stabilisce che sarà Bibi il primo a ricoprire il ruolo di capo del governo, ci si domanda che cosa accadrà allo scadere dei 18 mesi, quando l’incarico passerà all’attuale presidente della Knesset e Netanyahu, presumibilmente ancora imputato, occuperà il ruolo di ministro. Per questo, il leader del Likud sta pensando ad una legge che lo tuteli e, nello stesso tempo, ha chiesto di poter avere il ministero della Giustizia, per contare sulle nomine dei giudici, in modo da non essere sollevato da alcuna carica». D’altra parte, il leader del <strong>Blu e Bianco</strong> non sembra disposto a cedere sul versante della giustizia e «negli ultimi giorni ha detto a Netanyahu che se non si troverà a breve un accordo, lui, in qualità di speaker della Knesset, riunirà il Parlamento avanzando una proposta legislativa che vieti anche al premier imputato di mantenere un incarico. Così formulata la proposta otterrebbe la maggioranza in Parlamento, ma i tempi paiono stretti per riuscire ad approvare la legge».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Israele è uno dei Paesi più all’avanguardia per quanto riguarda le biotecnologie e già da tempo si era preparato per fronteggiare l’emergenza sanitaria. La ricerca scientifica rappresenta una delle sue grandi bandiere.</span></p>
<p>In attesa di un governo stabile, Israele sta offrendo prova di grande capacità nell’affrontare il <strong>Covid-19</strong>, tanto che «secondo gli ultimi sondaggi il Likud sarebbe in testa, motivo per cui Bibi vuole andare alle elezioni, proprio perché a lui viene riconosciuta un’ottima gestione dell’emergenza. Stando poi ad alcuni algoritmi Israele sembra il miglior Paese ad aver gestito l’emergenza Coronavirus», aggiunge il corrispondente da Gerusalemme. <mark class='mark mark-yellow'>Su 8 milioni di abitanti infatti risultano ad oggi 13.362 i casi positivi e 171 i decessi. Mettendo in atto con tempestività misure preventive, si classifica come uno dei primi Stati ad aver attuato graduali chiusure, già iniziate ai primi di febbraio.</mark>  Ma com’è stato possibile tutto questo e perché proprio qui? «Israele è uno dei Paesi più all’avanguardia per quanto riguarda le biotecnologie e già da tempo si era preparato per fronteggiare l’emergenza sanitaria. La ricerca scientifica rappresenta una delle sue grandi bandiere; non a caso <strong>Tel Aviv</strong> è la città al mondo dove, in proporzione alla densità demografica, nasce il maggior numero di start up, in particolare tra commilitoni e militari o fra giovani studenti. Al momento le ricerche sperimentali sul Covid-19 stanno avendo buoni risultati e sono in mano all’università». Oltre ad aver investito nella scienza, l’esecutivo si è poi rivolto alle sue agenzie, per approvvigionarsi delle attrezzature sanitarie e monitorare la diffusione del contagio. Alcuni aiuti sono arrivati da Usa e Cina, altri rifornimenti sono invece stati effettuati in loco. <mark class='mark mark-yellow'>«Israele ha preso la lezione da Taiwan e dalla Corea del Sud: Il <strong>ministero della Salute</strong> israeliano ha dapprima diffuso un’app nella quale gli iscritti, dopo aver dichiarato il proprio stato di salute, venivano avvisati, a seconda degli spostamenti, sulla presenza di persone infette. In un secondo momento è stato messo sul campo lo <strong>Shin Bet</strong>, per poter controllare le persone contagiate ed individuarne di possibili.</mark> La scelta si deve al fatto che l’agenzia interna risultava la più adatta e formata a gestire il compito», chiarisce Del Gatto.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Israele ha fissato a dieci il numero di persone che possono stare nello stesso luogo, perché secondo la legge religiosa ebraica questo è il numero minimo di credenti per poter pregare.</span></p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/829d3ef3efabadba3a442fc52fea870a-kwxE-1020x533@IlSole24Ore-Web.jpg"><img class="aligncenter wp-image-43835 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/829d3ef3efabadba3a442fc52fea870a-kwxE-1020x533@IlSole24Ore-Web-300x156.jpg" alt="Fedele al Santo Sepolcro, Gerusalemme" width="375" height="195" /></a><mark class='mark mark-yellow'>Le misure applicate per il contenimento del contagio, trovano un riscontro pratico nella vita delle comunità religiose. Il distanziamento sociale richiesto, è stato deciso nella misura appropriata per i fedeli.</mark>  «Israele ha fissato a dieci il numero di persone che possono stare nello stesso luogo, perché secondo la legge religiosa ebraica questo è il numero minimo di credenti per poter pregare. La scelta non ha incontrato il favore degli ebrei ortodossi, che vivono in comunità isolate e non riconoscono il governo ufficiale, ma solo l’autorità religiosa. Non a caso proprio i quartieri e le città da loro abitate hanno riscontrato la maggior diffusione del virus». <mark class='mark mark-yellow'>I dati: la città più colpita è <strong>Gerusalemme</strong> con 2.579 casi e 900.000 abitanti, seguita, a nord di Tel Aviv, dalla cittadina ortodossa di 200.000 abitanti <strong>Bnei Brak</strong>, che ne conta  2.307.</mark> «Il governo ha dunque disposto la chiusura di Bnei Brak, poi i quartieri di Gerusalemme dove vivono le comunità ortodosse, imponendo un coprifuoco durante la Pasqua ebraica. Un secondo focolaio è presente all’interno della comunità musulmana, tanto che le stesse autorità religiose hanno chiesto ai fedeli di restare a casa» spiega Del Gatto. Per il momento dunque i luoghi di culto restano chiusi. Il <strong>Gran Muftì </strong>ha annunciato che il 23 aprile dovrebbe cominciare il Ramadam e che per tutta la sua durata non si potrà andare a pregare in moschea. Per la Pasqua ortodossa le autorità israeliane si sono messe a disposizione perché il <strong>Patriarca</strong> ortodosso possa distribuire il fuoco sacro, ma sempre nel rispetto delle regole stabilite.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Si cerca un accordo di scambio di prigionieri tra <strong>Hamas</strong> e il governo israeliano. Da un lato Israele deve difendersi; dall’altro non deve opprimere popoli, che hanno la necessità di avere un proprio Paese.</span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Diversi Paesi a causa del Coronavirus hanno dovuto affrontare il problema delle carceri.</mark> In <strong>Iran</strong> e in alcuni stati del <strong>Nord Africa</strong> si è arrivati anche al rilascio dei detenuti. «Il problema dei carcerati in Israele è primariamente politico, poiché l’accusa più frequente è di essere terroristi palestinesi. Ad oggi non sono noti casi di contagio nelle prigioni. <mark class='mark mark-yellow'>Tuttavia si sta sfruttando questo momento di tranquillità tra le diverse fazioni per un accordo di scambio di prigionieri tra <strong>Hamas</strong> e il governo israeliano.</mark> L’organizzazione palestinese ha chiesto la liberazione di 250 prigionieri, in cambio di informazioni su quattro israeliani due morti e due vivi, ancora nelle loro mani. All’inizio sembrava che Israele fosse disposto a fornire in cambio alcuni ventilatori, materiale che poi ha dato, fuori dall’accordo», racconta del Gatto. La tregua che non senza difficoltà si va cercando in questi giorni è fragile. Per concludere: <mark class='mark mark-yellow'>«Da un lato Israele vede la sua esistenza continuamente minacciata e deve difendersi; dall’altro non deve opprimere popoli, che legittimamente hanno la necessità di avere un proprio Paese. Tutto questo ha portato ad una temporanea distensione. Israele ha aiutato Gaza creando un ospedale al confine e inviando test in Palestina. I medici palestinesi sono stati addestrati da quelli israeliani per la gestione del Covid-19».</mark></p>
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