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	<title>magzine &#187; mostra</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>&#8220;Amano Corpus Animae&#8221;: alla Fabbrica del Vapore la mostra dell&#8217;illustratore di Final Fantasy</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Mar 2025 11:21:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Tamberi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per la maggior parte degli appassionati, il nome di Yoshitaka Amano evoca immediatamente le immagini e le illustrazioni della serie di Final Fantasy. Il suo contributo alla famosa serie videoludica, che ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="560" height="315" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/amano-corpus-animae-copertina.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="amano-corpus-animae-copertina" /></p><p>Per la maggior parte degli appassionati, il nome di Yoshitaka Amano evoca immediatamente le immagini e le illustrazioni della serie di <em>Final Fantasy</em>. Il suo contributo alla famosa serie videoludica, che va dagli inizi della sua carriera fino a oggi e si protrae quindi per quasi quarant’anni, è sicuramente ciò che l’ha consacrato come uno degli artisti dallo stile più inconfondibile nel mondo del disegno contemporaneo. Questa, però, è solo la punta dell’iceberg di una carriera che nasce e spazia tra ambiti completamente diversi tra di loro.</p>
<h2>Dagli inizi alle collaborazioni internazionali</h2>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/amano-corpus-animae-1.jpg"><img class="alignleft wp-image-78747 size-full" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/amano-corpus-animae-1.jpg" alt="amano-corpus-animae-1" width="8001" height="2850" /></a>Se riavvolgiamo il nastro agli inizi, ci troviamo davanti al personaggio di <strong>Pinocchio</strong>. La storia del burattino di legno pubblicata da Collodi ne 1883 non è solo una delle storie più tramandate al mondo, ma rappresenta anche <mark class='mark mark-yellow'>un particolare crocevia per il maestro di Shizuoka a cui è dedicata la mostra</mark>. All’età di soli 14 anni viene assunto nello studio di animazione <strong>Tatstunoko Production</strong> e lavora prima come animatore intercalatore e poi, sotto la guida del fondatore dello studio Tatsuo Yoshida, come vero e proprio <em><strong>character designer</strong></em>, dando vita a migliaia di personaggi per serie iconiche come <em>Time Bokan, Kyashan, Tekkaman e Hurricane Polimar</em>.<a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/amano-corpus-animae-2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-78757" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/amano-corpus-animae-2.jpg" alt="amano-corpus-animae-2" width="8160" height="6144" /></a></p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/amano-corpus-animae-3.jpg"><img class="alignleft wp-image-78762 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/amano-corpus-animae-3-222x300.jpg" alt="amano-corpus-animae-3" width="222" height="300" /></a>Tra tutte queste serie compare anche quella di Pinocchio, grazie alla quale realizzerà successivamente un portfolio di illustrazioni inedite per avviare la sua carriera da illustratore per bambini; questa piccola collezione viene ampiamente rappresentata all’interno della mostra, testimoniando i primi periodi dell’artista e la sua volontà di sperimentare stili e soggetti diversi. Archiviato il periodo della Tatsunoko Production, dalla quale si allontanerà progressivamente dopo la morte del suo mentore Yoshida, tra il 1982 e il 1986 inizia un quinquennio di attività frenetica e ricco di numerosi riconoscimenti. Degni di nota, in particolare, sono il <strong>premio Seiun come miglior artista giapponese</strong>, vinto per ben quattro anni di fila. Al conseguimento di questo prestigioso premio, tra le decine di pubblicazioni a cui ha lavorato il maestro c&#8217;e&#8217; la serie di romanzi illustrati <em>Vampire Hunter D</em> – che narra di un dampiro, ovvero un figlio di un vampiro e di un umano, che caccia vampiri di professione – e il lungometraggio <em>Angel’s Egg</em>, diretto dal regista di <em>Ghost in the Shell</em> Mamoru Oshii. Di quest’ultimo progetto il trailer, che rispecchia lo stile onirico del film, viene trasmesso in loop nella parte iniziale della mostra, accompagnando lo spettatore con i suoi suoni attraverso tutto il percorso.<a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/amano-corpus-animae-5.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-78768" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/amano-corpus-animae-5.jpg" alt="amano-corpus-animae-5" width="8160" height="5440" /></a></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Yoshitaka Amano: «Ho visto molti artisti intrappolati nel loro stile, e temo ancora quella trappola»</span>Negli anni ancora successivi, a partire dal suo sbarco negli Stati Uniti con l’apertura di uno studio a New York nel 1997, Amano si apre a molteplici collaborazioni occidentali, andando a toccare icone assolute. Parliamo dell’universo <em>The Sandman</em>, eroi ed eroine del fumetto come Batman, Superman, Harley Quinn, Elektra e Wolverine, la collaborazione con <em>Magic: The Gathering</em> o la rottura degli schemi fotografici di riviste come <em>Vogue</em>. Questo insieme di lavori, che spazia dalla fine degli anni Novanta fino ai giorni nostri e che sono esposti in un’area della mostra denominata <em>Icons</em>, racconta la capacità dell’artista di Shizuoka di adeguarsi a contesti creativi vari e diversi, muovendosi tra lavori su commissione e lavori nati dalla sua stessa immaginazione.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/amano-corpus-animae-6.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-78777" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/amano-corpus-animae-6.jpg" alt="amano-corpus-animae-6" width="8160" height="6144" /></a></p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/amano-corpus-animae-7.jpg"><img class="alignleft wp-image-78778 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/amano-corpus-animae-7-225x300.jpg" alt="amano-corpus-animae-7" width="225" height="300" /></a>Più avanti durante il percorso, dopo una breve introduzione sui lavori in collaborazione con altre software house giapponesi, si trova un’intera sezione dedicata ai suoi innumerevoli lavori su Final Fantasy. La storia inizia quando <strong>l’ideatore originale della serie, Hironobu Sakaguchi</strong>, comincia a concepire il primo capitolo della serie per il <strong>Nintendo Famicom</strong> – meglio noto come NES in Occidente – e si trova di fronte alla sfida di creare un universo unico nel panorama videoludico dell’epoca. Solo un anno prima, nel 1986, aveva debuttato il primo capitolo di <em>Dragon Quest</em>, rivoluzionando il genere dei giochi di ruolo (Rpg) in Giappone grazie anche all’apporto artistico di <a href="https://www.magzine.it/addio-maestro-ci-lascia-akira-toriyama-il-padre-di-dragonball/">Akira Toryiama</a>, già molto famoso per il suo lavoro sul manga <em>Dragon Ball</em>. Consapevole della necessità di forgiare un’identità altrettanto forte per Final Fantasy, Sakaguchi opta per uno stile più maturo ed eclettico con un ballottaggio tra il francese Jean Giraud, in arte <strong>Moebius</strong>, e Yoshitaka Amano. Alla fine ad aggiudicarsi la guida stilistica del progetto fu Amano, <mark class='mark mark-yellow'>dando il via a una collaborazione lunga ben trentasette anni</mark>. Quel progetto, così sperimentale ai tempi, a cui contribuirono anche <strong>Nobuo Uematsu</strong> per le musiche e <strong>Nasir Gebelli</strong> per la programmazione conta ad oggi sedici capitoli, innumerevoli <em>spin-off</em>, pellicole di animazioni e ampissimo merchandising. Una vera e propria icona globale, di cui Amano è uno dei testimoni fondamentali grazie alla sua presenza ininterrotta, prima come character designer e poi come illustratore di quasi tutti i loghi ufficiali dal 1987 ad oggi.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/amano-corpus-animae-8.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-78779" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/amano-corpus-animae-8.jpg" alt="amano-corpus-animae-8" width="3946" height="1808" /></a></p>
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		<title>Hokusai, a Pisa la mostra del maestro del &#8220;mondo fluttuante&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jan 2025 09:07:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Tamberi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Dall’età di sei anni ho la mania di copiare la forma delle cose, dai cinquanta in poi ho pubblicato molti disegni, ma si può dire che tra quello che ho ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1080" height="740" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Screenshot_2024-12-31-15-13-42-210_com.microsoft.emmx_.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Screenshot_2024-12-31-15-13-42-210_com.microsoft.emmx" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>«Dall’età di sei anni ho la mania di copiare la forma delle cose, dai cinquanta in poi ho pubblicato molti disegni, ma si può dire che tra quello che ho raffigurato fino ai settanta non c’è nulla di considerevole»</mark> così <strong>Katsushika Hokusai</strong>, il celebre autore de La grande onda di Kanagawa, parla di sé stesso e della sua carriera artistica. «[…] a ottantasei migliorerò ancora, a novanta avrò approfondito il senso recondito delle cose, mentre a cento anni avrò forse veramente compreso la dimensione del divino […]».</p>
<p>Questa citazione si trova nella postfazione delle <strong>Cento vedute del monte Fuji</strong>, tre volumi stampati a partire dal 1835 in inchiostro nero, e sono considerate come il testamento artistico di Hokusai, che all’epoca aveva settant’anni e si firmava con lo pseudonimo <em>Gakyo Rojin Manji</em>, ovvero “<em>Manji</em> il vecchio pazzo per la pittura”. Con queste parole Hokusai auspicava di continuare a dipingere fino a cento anni per diventare, a detta sua, un vero pittore. Non raggiunse mai quell’età, spegnendosi a ottantanove anni, ma fino alla fine continuò tutti i giorni a disegnare e creare opere.</p>
<p>Con oltre duecento opere, tra cui alcuni lavori mai esposti in precedenza, la mostra dedicata al più famoso degli artisti giapponesi, aperta fino al 23 febbraio al <strong>Palazzo Blu di Pisa</strong>, ripercorre i suoi capolavori più importanti, spiegandone la fama e mostrandone le influenze sugli artisti immediatamente successivi e contemporanei.</p>
<h2>La fortuna degli <em>u</em><em>kyioe</em></h2>
<p>Il percorso parte dalle sue opere più conosciute, ovvero gli <em>ukiyoe</em>, le <strong>“immagini del mondo fluttuante”</strong>. Questo tipo di stampa artistica basata sulla silografia, la cui tecnica viene spiegata nel dettaglio da un video illustrativo durante la mostra, è quello che ha fatto la fortuna dell’artista in vita.</p>
<p>Il contesto storico è quello del Giappone nel <strong>periodo Edo</strong> (1603-1868), e in particolar modo parte dal 1720, quando l’ottavo shogun – ovvero la massima autorità politica, amministrativa e militare – allentò le politiche proibizioniste sulle importazioni di libri e immagini dall’estero. Questo provvedimento, che permise la circolazione di volumi in lingua straniera, fu il primo passo verso un avvicinamento culturale tra Oriente e Occidente che influenzò pesantemente la tradizione artistica. Le serie <em>ukyioe</em> più famose di Hokusai, pubblicate più di un secolo dopo, devono la loro fortuna commerciale proprio a questo tipo di apertura: <mark class='mark mark-yellow'>l’applicazione del blu di Prussia, una novità importata in Giappone dalla Germania, insieme all’assimilazione della prospettiva occidentale, ne sono la testimonianza.</mark></p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Screenshot_2024-12-31-14-58-53-119_com.microsoft.emmx_.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-76765" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Screenshot_2024-12-31-14-58-53-119_com.microsoft.emmx_.jpg" alt="Screenshot_2024-12-31-14-58-53-119_com.microsoft.emmx" width="1080" height="724" /></a></p>
<p>A queste serie, tra cui le <em>Vedute insolite di famosi ponti giapponesi di tutte le province</em>, <em>Viaggio tra le cascate giapponesi</em> e soprattutto <em>Trentasei vedute del monte Fuji</em>, è dedicata interamente la prima parte della mostra. Queste opere rientrano nella categoria dei <em>meishoe</em>, ovvero <strong>immagini e vedute di località celebri</strong>. Si tratta di luoghi già resi famosi dalla poesia e dalla letteratura classica, associati a specifiche caratteristiche come le cascate, la fioritura dei ciliegi o la presenza di architetture come ponti, templi o santuari. La rappresentazione dei ponti con forme surreali, la celebrazione della dinamicità e della bellezza della natura e la raffigurazione di scene della quotidianità dei giapponesi decretarono Hokusai come il massimo maestro dell’<em>ukiyoe</em>.</p>
<p>Così si può dire in particolare delle <strong>vedute del monte Fuji</strong>. Previste inizialmente in numero di trentasei, come suggerisce il titolo, diventarono presto quarantasei fogli, a dimostrazione del loro immediato successo riscontrato sul mercato. <mark class='mark mark-yellow'>Nella cultura giapponese, il Fuji rappresenta il monte degli Dei e, allora come oggi, è luogo di pellegrinaggio. Nel periodo Edo divenne inoltre simbolo di unità nazionale proprio grazie alla popolarità delle vedute.</mark> Nella serie Hokusai raffigura l’azione umana nella sua quotidianità, con uomini e donne che lavorano o si divertono, immersi nel paesaggio e con il monte Fuji sempre presente sullo sfondo, in modo più o meno evidente. In alcuni casi, come in quello della <strong><em>La Grande Onda presso la costa di Kanagawa</em></strong> o <strong><em>Kajikazawa nella provincia di Kai</em></strong>, viene anche raccontata la potenza della natura messa in relazione con l’azione umana, creando tra i due una forte tensione.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Screenshot_2024-12-31-15-22-46-695_com.microsoft.emmx_.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-76747" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Screenshot_2024-12-31-15-22-46-695_com.microsoft.emmx_.jpg" alt="Screenshot_2024-12-31-15-22-46-695_com.microsoft.emmx" width="1080" height="735" /></a></p>
<h2>Le influenze successive e il giapponismo</h2>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Edgar Degas: «Hokusai non è solo un artista tra gli altri nel Mondo Fluttuante. È un&#8217;isola, un continente, un mondo intero in sé».</span></p>
<p>Uno dei punti forti dell&#8217;esposizione è la volontà di mostrare quanto il lavoro di Hokusai abbia influenzato, nel corso dei secoli, non solo altri artisti giapponesi, ma del mondo intero. Esso ebbe un tale impatto su artisti e intellettuali europei dell&#8217;Ottocento che impressionisti e post-impressionisti diedero vita la movimento del <strong>giapponismo</strong>. Gli artisti usarono le sue opere non solo come oggetti esotici da collezionare ed esporre in privato, ma anche come fonte di spunti creativi per le loro opere artistiche, trovandoci un approccio innovativo alla linea, al colore e alla costruzione dell&#8217;immagine che stravolgeva i canoni pittorici del tempo.</p>
<p>Oltre alle sue celebri stampe, furono fonte d&#8217;ispirazione anche i suoi <em>manga – </em>letteralmente <strong>&#8220;schizzi sparsi&#8221; –</strong> ai quali è dedicata un&#8217;intera sala all&#8217;interno mostra. Al contrario del significato che attribuiamo al termine oggi, i quindici libri chiamati &#8220;<em>Hokusai Manga. Denshin kaishu</em>&#8221; (&#8220;Schizzi sparsi di Hokusai. Educazione dei principianti tramite lo spirito delle cose&#8221;) rappresentano l&#8217;emblema della sua enorme produzione di manuali, realizzata sotto il nome d&#8217;arte di <em>Taito</em>. <mark class='mark mark-yellow'>Con l&#8217;obbiettivo di realizzare delle guide per chiunque volesse avvicinarsi al disegno e alla pittura, al loro interno veniva disegnata qualunque cosa: dai soggetti più classici come fiori e uccelli, a modelli e motivi decorativi per artigiani del settore tessile, della ceramica e del metallo delle <em>Illustrazioni per mille mestieri</em>.</mark></p>
<p>Nel percorso viene dato ampio spazio anche ai cosidetti <strong>&#8220;nuovi&#8221; giapponismi</strong>, ovvero alle citazioni e alle rivisitazioni delle opere di Hokusai da parte degli artisti contemporanei del pop. Uno di questi è <strong>Manabu Ikeda</strong> con il suo <em>Foretoken</em>, che riprende il tema della grande onda in un&#8217;immagine apocalittica come forma di denuncia della società post-industriale e consumistica; da citare anche l&#8217;opera digitale <em>Memory of waves</em> di <strong>teamLab</strong>, un&#8217;installazione video che mostra il movimento dell&#8217;acqua e dà vita alle onde tridimensionali che interagiscono tra di loro.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/sdKzXFSDy29bMW2a229zyU.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-76782" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/sdKzXFSDy29bMW2a229zyU.jpg" alt="sdKzXFSDy29bMW2a229zyU" width="3840" height="1138" /></a></p>
<h2>L&#8217;altra faccia di Hokusai</h2>
<p>La produzione di Hokusai presentata nel Palazzo Blu non si limita solo alle stampe silografiche dal grande successo commerciale, ma è composta anche da una vasta produzione di <mark class='mark mark-yellow'>immagini e dipinti realizzati per una committenza legata al mondo dei circoli letterari e poetici.</mark> Se da un lato vi troviamo gli <em>ukiyoe</em> e gli <em>shunga </em>– letteralmente &#8220;immagini di primavera&#8221;, indica il genere delle immagini erotiche che garantivano entrate sicure agli artisti pur circolando clandestinamente a causa della censura –, dall&#8217;altro ci sono i ritratti spirituali dei poeti, i dipinti realizzati su seta e i cosiddetti <strong><em>surimono</em></strong>, una produzione <em>ukyioe</em> culturalmente elevata pensata per una committenza ristretta.</p>
<p>Quest&#8217;ultima categoria fa riferimento a biglietti augurali e commemorativi, calendari, annunci o inviti destinati a circoli poetici. <mark class='mark mark-yellow'>Spesso alla stampa del disegno venivano affiancati i versi dei poeti più rinomati che arricchivano la composizione con i loro versi in prosa, spesso a completare il soggetto della stampa e il suo significato.</mark> Risulta di particolare interesse una delle ultime opere di Hokusai visibili nell&#8217;esposizion, ovvero <strong><em>La conchiglia del passero</em></strong> (<em>suzumegai</em> in giapponese): una stampa policroma arricchita con elementi in oro e argento che richiama un racconto popolare in cui un vecchio viene ricompensato con dei tesori da un passero dopo che la sua lingua è stata tagliata.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Katsushika_Hokusai_-_De_mus_schelpSuzumegai_title_on_objectEen_vergelijking_van_Genroku_gedichten_e_-_MeisterDrucke-1367189.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-76768" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Katsushika_Hokusai_-_De_mus_schelpSuzumegai_title_on_objectEen_vergelijking_van_Genroku_gedichten_e_-_MeisterDrucke-1367189.jpg" alt="Katsushika_Hokusai_-_De_mus_schelpSuzumegai_(title_on_object)Een_vergelijking_van_Genroku_gedichten_e_-_(MeisterDrucke-1367189)" width="1117" height="1260" /></a></p>
<p>A dimostrazione dell&#8217;alto valore letterario e culturale di quest&#8217;opera, tra gli oggetti rappresentati vi sono alcuni richiami allegorici a elementi della cultura e del folklore giapponese, come per esempio il <em>kakuregasa</em>, un cappello che si ritiene renda invisibili e che protegge chi lo indossa dalla sfortuna e dai disastri. Una delle due poesie che accompagnano l&#8217;immagine, scritta da <em>Kyokado</em>, simboleggia l&#8217;abbondanza primaverile e recita: <mark class='mark mark-yellow'>«Le preziose sette erbe della primavera sono disposte in un cesto intrecciato: invisibili, i passeri possono cercare la borsa del pastore».</mark></p>
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		<title>“Platonic Volumetric Rings Show”: la mostra nel metaverso ispirata alla classicità</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Mar 2023 14:28:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Rossi]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[arte]]></category>
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		<description><![CDATA[Un link, un avatar e una sequenza di quadri esposti, che di colpo si materializzano sul proprio schermo, pronti per essere visitati. Il tutto comodamente dalla propria postazione di lavoro ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="3024" height="1571" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/Schermata-2023-03-24-alle-16.47.09.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Schermata 2023-03-24 alle 16.47.09" /></p><p style="font-weight: 400;">Un link, un avatar e una sequenza di quadri esposti, che di colpo si materializzano sul proprio schermo, pronti per essere visitati. Il tutto comodamente dalla propria postazione di lavoro o dal proprio divano di casa. È così che funzionano le mostre allestite nella realtà del metaverso. <mark class='mark mark-yellow'><strong>Roberto Zanon</strong>, architetto e docente di Design all’Accademia di Belle Arti di Venezia, ha scelto di scoprire e sfruttare le potenzialità offerte dai nuovi spazi virtuali per allestirvi la sua prima meta-mostra, intitolata <strong><em>Platonic Volumetric Rings Show</em></strong>.</mark> L’esposizione, visitabile gratuitamente sulla piattaforma <a href="https://www.spatial.io" target="_blank">spatial.io</a>, si snoda tra cinque anelli, appartenenti alla serie dei 43 “gioielli volumetrici” da lui disegnati e ispirati ai solidi platonici.</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Il risultato ottenuto da Zanon è quindi quello di una contemporaneità rispettosa della tradizione millenaria, su cui continua a poggiare le proprie radici: i gioielli creati dall’architetto muovono infatti dalle forme classiche, da lui reinterpretate in un’ottica improntata all’evoluzione e all’attualità.</mark> Il visitatore può accedere al percorso semplicemente attraverso un link che subito lo trasporta in uno spazio altro, in cui la propria fisicità viene incarnata da un<strong> avatar</strong>. Muovendosi con la tastiera del proprio pc o smartphone è possibile esplorare il luogo, collocato in un ambiente roccioso metafora di un volume sgravato però dal peso.</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Tutti gli oggetti presenti al suo interno sono galleggianti: fluttuano nell’aria conferendo allo spettatore un senso di <strong>evanescenza</strong>.</mark> I due strati che danno vita all’esibizione permettono di confrontare i cinque anelli di Zanon con i relativi disegni costruttivi, esposti al piano superiore. Ogni installazione è poi corredata da una rispettiva sezione illustrativa, accessibile con un clic, che permette di leggere la spiegazione delle varie opere. Per il designer veneziano, «se allestire nel reale è l’opportunità di sperimentare l’organizzazione strutturata dello spazio in rapporto al soggetto da esporre, anche nel virtuale questo rimane vero, ma cambiano le modalità: per apprezzare un’architettura virtuale bisognerà quindi guardarla con la lente giusta e pensarla immersa in un ambiente dotato di sue regole, senza riferimenti al mondo fisico».</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: center;"><strong>La mostra virtuale è visitabile al link: <a href="https://www.spatial.io/s/Platonic-Volumetric-Rings-Show-62d671592eeb4a0001f58938?share=4167843164087272517">Platonic Volumetric Rings Show.</a></strong></p>
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		<title>Ucraina e Corno d&#8217;Africa a confronto per immagini nella mostra &#8220;The Last Drop&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2022 07:24:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lavinia Beni]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[mostra]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="6720" height="4480" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/TheLastDrop-02.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Acquario Civico Milano" /></p><p>“Il titolo dell’esposizione rimanda all’ultima goccia che neanche riesce a cadere dai cieli in Corno d’Africa, come potrebbe essere l’ultima goccia &#8211; o l’ultima bomba &#8211; che potrebbe cadere dai cieli in Ucraina”. <mark class='mark mark-yellow'>Rimarrà aperta ancora fino all’11 dicembre, all’Acquario Civico di Milano, la mostra curata da Nicola Ballario che raccoglie cento scatti inediti del fotografo <strong>Fabrizio Spucches</strong>.</mark> È proprio lui che accosta le gocce d’acqua che non cadono da anni dal cielo che sovrasta una buona parte del territorio africano e le bombe che invece si schiantano sul suolo ucraino dal 24 febbraio. Gli scatti da lui realizzati sono stati fatti sul posto: in Ucraina e in Corno d’Africa. <mark class='mark mark-yellow'>“Quasi tutti gli scatti hanno lo sfondo blu: è voluto. L’azzurro è un colore democratico, un po’come il cielo. Sia l’Ucraina che il Corno d’Africa alla fine condividono lo stesso cielo blu”.</mark></p>
<div id="attachment_60636" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><img class="size-medium wp-image-60636" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/TheLastDrop-16-300x200.jpg" alt="Acquario Civico Milano" width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Acquario Civico Milano</p></div>
<p>Mettere in relazione due parti del mondo che stanno subendo violenza. “Abbiamo cercato di fare un esperimento”, spiega il fotografo, “ho preso contatti con l’organizzazione sanitaria italiana CESVI e abbiamo cercato di mettere a confronto la condizione umana di uomini, donne e bambini ucraini con gli abitanti del Corno d’Africa”.Una condizione di totale emergenza per il continente africano. “L’Ucraina e la Russia sono i granai del mondo e quindi anche i maggiori esportatori. In Corno d’Africa, ci sono Paesi che hanno il fabbisogno del settanta/ottanta/novanta per cento (novanta per cento come per la Somalia) di esigenza di importare i cereali. Il grano e i cereali purtroppo sono bloccati”. Alla siccità e alla pandemia si aggiunge anche questa problematica.<mark class='mark mark-yellow'>“L’ambizione di eliminare la fame nel mondo entro il 2030 non è possibile”, dichiara Spucches.</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>“L’Ucraina e la Russia sono i granai del mondo e quindi anche i maggiori esportatori. In Corno d’Africa, ci sono Paesi che consumano tanto il cereale. Per la Somali si tratta del novanta per cento del fabbisogno. Il grano e i cereali purtroppo, però, sono bloccati”, racconta il fotografo Fabrizio Spucches.</span></p>
<p>Secondo un rapporto OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari), datato settembre 2022, si registra che in Corno d’Africa ci sono 21 milioni di persone – fra cui 4 milioni di bambini – che si trovano in seria criticità alimentare, situazione aggravata anche da una siccità eccezionalmente persistente. “Nel Nord del Kenya non piove da oltre due anni. I maschi adulti sono a giro col bestiame a cercare un filo d’erba, mentre le donne e i bambini rimangono in casa, come abbandonati a loro stessi”.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Somiglianza di drammaticità della condizione umana, ma differenza nella comprensione della propria tragicità.</mark> “Mentre in Ucraina esiste una consapevolezza di tutto c’è che è successo, in Africa no. Il popolo ucraino ha subito un attacco: prima aveva tutto, adesso ha perso tutto. Nei villaggi africani più remoti, invece, non hanno nessun termine di paragone. Per loro, vivere in quelle condizioni precarie di fame, sete e salute è la normalità. Accucciarsi tra coperte ricavate da sacchi di plastica è la normalità. Sanno che ci sono posti nel mondo diversi dal loro, ma per loro è come leggere un libro, un romanzo. È solamente una fantasia”.</p>
<p>Ma se per il popolo africano rimane una fantasia e si muove nella fanghiglia, nella sporcizia, nella fame e nella povertà e percepisce tutto come normale, gli ucraini sono stati scaraventati in un incubo. <mark class='mark mark-yellow'>“Una delle immagini che mi ha colpito di più è stato uno scatto (non realizzato da me) che è stato fatto a Irpin a inizio marzo: una famiglia distesa a terra con le proprie valige, colpita dall’artiglieri russa. Una mamma, due figli e due cagnolini non ce l’hanno fatta.</mark> Il padre si trovava da un’altra parte dell’Ucraina, in Donbass. “Abbiamo contattato questo signore e gli abbiamo chiesto di prestarci tutto ciò che era rimasto dei suoi cari. Ci ha consegnato un trolley grigio, una valigia blu e un trasportino per animali. Abbiamo inserito questi oggetti all’interno della mostra, con a fianco un cartonato che mostra le ultime conversazioni via Telegram con la moglie”. I primi messaggi mostrati risalgono al 23 febbraio, un giorno prima dello scoppio della guerra. L’ultimo mostra la chiamata senza risposta. Poco prima l’ultimo messaggio di Tatiana: “Non ti preoccupare. Andrà tutto bene. Mi manchi”.</p>
<div id="attachment_60637" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><img class="size-medium wp-image-60637" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/TheLastDrop-05-300x200.jpg" alt="Acquario Civico Milano" width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Acquario Civico Milano</p></div>
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		<title>#IOnonESISTO, fotografare quel nemico che ti vive dentro</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2022 11:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Aurora Ricciarelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[disturbi alimentari]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[mostra]]></category>

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		<description><![CDATA[“Spesso ci sono cose più naufragate in fondo a un’anima che in fondo al mare”. È con questa frase di Victor Hugo che si apre la mostra fotografica #IOnonESISTO: un ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/03/Marco-Rilli-Foto.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: Marco Rilli, fotografo della mostra" /></p><p>“Spesso ci sono cose più naufragate in fondo a un’anima che in fondo al mare”. È con questa frase di Victor Hugo che si apre la mostra fotografica <strong>#IOnonESISTO</strong>: un vero e proprio <mark class='mark mark-yellow'>viaggio nel mondo dei disturbi alimentari, a Milano a Palazzo Pirelli, sede del Consiglio regionale della Lombardia, dal 23 febbraio al 4 marzo</mark>. Il progetto è finalizzato ad aumentare la <strong>consapevolezza</strong> verso una problematica sempre più diffusa all’interno della società, soprattutto nei giovani e che conta <mark class='mark mark-yellow'>tre milioni di malati e circa tremila morti all’anno</mark>, secondo i dati forniti dalla Società Italiana per lo Studio dei Disturbi del Comportamento Alimentare (SISDCA).</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Sono 60 i soggetti intervistati, fotografati e poi esposti alla mostra: non solo persone ricoverate a Miralago, ma anche i loro familiari, amici e fidanzati; con la partecipazione speciale di cuochi, terapeuti, infermieri e addetti alle pulizie del centro.</span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>“Raccontare con le immagini, ma senza spettacolarizzare”</mark> è l&#8217;obiettivo che si è posto <strong>Marco Rilli</strong>, l’intraprendente fotografo autore di tutti i ritratti della mostra. Un professionista sensibile, in grado di capire quanto lo “tsunami” della malattia devasti, insieme alle “vittime”, anche quelle persone che ogni giorno gravitano intorno a loro. Tutto questo, però, non sarebbe stato possibile senza il fondamentale contributo dell’Associazione <strong>ANANKE</strong> e del Centro di cura <strong>Villa Miralago</strong>.</p>
<p>“Sono rimasto colpito dal desiderio dei ragazzi di esternare, di raccontare e raccontarsi” afferma Rilli. <mark class='mark mark-yellow'>Sono ben 60 i soggetti intervistati, fotografati e poi esposti alla mostra</mark>: non sono solo le persone ricoverate a Miralago, ma anche i loro familiari, amici e fidanzati; con la partecipazione speciale di cuochi, terapeuti, infermieri e addetti alle pulizie del centro. Il lavoro è durato un anno intero.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Il fondale neutro, l’uso del bianco e nero, la coerenza stilistica in ogni ritratto</mark> sono i punti cardine su cui si è basato l’intero lavoro di Rilli. L’artista ha cercato di mettere in evidenza esclusivamente i <strong>soggetti</strong>, senza però mai scadere nella spettacolarizzazione. Così spiega: “Spesso si resta in superficie, focalizzando l’attenzione solo sugli effetti che la malattia ha sul corpo”. E aggiunge: “Noi abbiamo provato ad andare oltre”. <mark class='mark mark-yellow'>Infatti, il progetto mette l&#8217;accento non tanto sull’estetica, quanto sul fermare nell&#8217;obiettivo momenti di vita vissuta reale e senza infingimenti.</mark></p>
<p>“In ogni ritratto c’è sempre uno <strong>scambio di energia</strong> tra il fotografo e il soggetto da ritrarre: più è intenso questo scambio, più c’è la possibilità che avvenga la magia”, spiega Marco Rilli. E la magia è avvenuta proprio grazie all’ascolto e al <strong>dialogo</strong> con le ragazze e i ragazzi di Villa Miralago, vera fonte d’ispirazione. Gli oggetti a loro cari, le interviste, i racconti e le sensazioni da loro vissute sono stati gli <strong>spunti</strong> da cui Rilli è partito. Ogni ragazza ha portato con sé, sul set dello shooting, un <strong>oggetto</strong> per lei importante: una bilancia, una maschera, un costume, una semplice matita da disegno. <mark class='mark mark-yellow'>La libera espressione di sé ha fatto da padrona in ogni fase del progetto.</mark></p>
<p>Colpiscono soprattutto le fotografie scattate con la tecnica della <strong>doppia esposizione</strong>, ovvero quando “uno stesso soggetto compare nello scatto in due posizioni differenti”. Questa serie di ritratti è nata proprio grazie all’intenso dialogo con i pazienti del centro che hanno più volte espresso il loro sentirsi come <strong>“sdoppiati”</strong> nella personalità. <mark class='mark mark-yellow'>“Arriva un momento in cui la malattia capisce che ti stai staccando da lei ed è proprio allora che diventi due persone e tutto si complica, perché tu combatti una guerra contro te stessa”</mark> dice <strong>Sabrina</strong>, giovane paziente di Villa Miralago.</p>
<p>Il lavoro di Marco Rilli invita alla <strong>comprensione</strong> di un problema ben più complesso della semplice percezione del cambiamento estetico del corpo: è il tentativo non convenzionale di far comprendere, attraverso il <strong>ritratto</strong>, quanto questa malattia sia radicata in profondità; non nei fianchi, ma nell’anima.</p>
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		<title>Ginelli, fotografia dalle Americhe tra sogno e realtà</title>
		<link>https://www.magzine.it/ginelli-fotografia-dalle-americhe-tra-sogno-e-realta/</link>
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		<pubDate>Tue, 20 Oct 2020 06:14:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Broglio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[mostra]]></category>

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		<description><![CDATA[Mostrare la parte nascosta della realtà, come fosse un sogno. È questa la firma di Marcello Ginelli, 43 anni, fotoreporter indipendente e insegnante di fotografia alla scuola messicana &#8220;Pedro Meyer&#8221;. ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2316" height="1540" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/vino-italiano02.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="vino-italiano02" /></p><p>Mostrare la parte nascosta della realtà, come fosse un sogno. È questa la firma di <strong>Marcello Ginelli, 43 anni, fotoreporter indipendente</strong> e insegnante di fotografia alla scuola messicana &#8220;Pedro Meyer&#8221;. Una vita tra Italia, Parigi, Londra e Città del Messico, dove si è trasferito nel 2015. <mark class='mark mark-yellow'>«Il mio metodo è trasformare le persone &#8211; che io chiamo &#8220;le mie creature&#8221; &#8211; in qualcosa che va tra l’onirico e il surreale. </mark>Ma non per estrapolarne la parte comica o brutta. Ciò che cerco di mostrare con i miei scatti è l&#8217;altra faccia della povertà, mettendo al centro la persona. Che è prima di tutto un essere umano che merita rispetto».</p>
<p>Le foto ha imparato a scattarle a undici anni grazie al padre, Nat Ginelli, fotografo della nazionale di calcio e del Milan. E proprio sui campi da calcio ha capito ciò che avrebbe voluto immortalare. «Ciò che mi affascinava non erano le gesta dei calciatori e i goal, ma gli spettatori. Mentre lui scattava al centro del campo, io rivolgevo l’obiettivo sui volti dei tifosi in tribuna», racconta. Nel 2009 il trasferimento a Parigi per lavorare con i maestri della street photograpy. <mark class='mark mark-yellow'>Ed è  lì che l&#8217;obiettivo mette a fuoco una fotografia sempre più sociale, umanistica. «Per un anno ho lavorato  in strada, cercando di diventare amico di chi incontravo e viveva in situazioni di difficoltà. Un fotografo è prima di tutto un comunicatore: non può solo rubare lo scatto, ma deve interagire con il soggetto»</mark>. Poi Londra, vendendo le prime fotografie a riviste importanti. E dopo qualche anno Città del Messico, realizzando i due servizi fotografici che lo lanceranno definitamente nel mondo del reportage: uno sul muro di Tijuana, al confine tra Stati Uniti e Messico; l&#8217;altro sui cartelli della droga. [/mark]«La vita da fotografo a Città del Messico mi piace perché ha molta sostanza: non mancano soggetti e situazioni. È un immenso laboratorio per sperimentare la mia fotografia»[/mark]. In una parola: libertà.</p>
<div id="attachment_47262" style="width: 200px" class="wp-caption alignleft"><img class="wp-image-47262 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/PHOTO-2020-10-12-18-00-28-200x300.jpg" alt="PHOTO-2020-10-12-18-00-28" width="200" height="300" /><p class="wp-caption-text">Amatrice</p></div>
<div id="attachment_47263" style="width: 200px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/PHOTO-2020-10-12-18-01-05.jpg"><img class="wp-image-47263 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/PHOTO-2020-10-12-18-01-05-200x300.jpg" alt="PHOTO-2020-10-12-18-01-05" width="200" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Cuernavaca</p></div>
<p>Ma libertà significa anche affrontare rischi. «Con i cartelli della droga non è stato facile. Oltre a fotografare spiegavo infatti alla popolazione cosa facessero davvero i cartelli messicani: una catena malvagia e di cui la popolazione non ha reale conoscenza. Il pericolo l’ho quindi avvertito più volte, ma è come ti poni nei confronti della gente che ti può salvare o meno la vita e che ti permette di fare il lavoro che faccio io in modo sicuro», spiega. Umanità e dramma si intersecano per chi, come Marcello, vive viaggiando. Anche se le distanze a volte sembrano non esistere. Nel 2017 due terremoti sconvolgono il mondo: Amatrice e Città del Messico. Da lì l&#8217;idea della mostra<em> Terrae Motus</em>. [/mark]«Ho voluto avvicinare le due realtà per mostrare conseguenze identiche in posti così lontani, come per esempio la morte e l&#8217;aiuto reciproco. Tra tutti gli scatti, un parallelismo è stato più che evidente: le torri campanarie di Cuernavaca e Amatrice, entrambe con le lancette dell&#8217;orologio ferme sull&#8217;ora del sisma»[/mark].</p>
<p>Nel 2020 il Museo Galleria di città del Messico gli commissiona un reportage in un Paese del latino America. E Marcello Ginelli sceglie L&#8217;Avana. Spiaggia caraibica, il rum e una donna con il sigaro. È Cuba. O forse solo il suo stereotipo. «Ho sempre pensato che ci fosse molto altro. Quella che spesso vediamo è la faccia sporca, finta, turistica, che non c’entra nulla con la realtà. <mark class='mark mark-yellow'>La vera vita del cubano è di notte: di giorno si occupa del turista e di notte di se stesso, incontrando persone alle due del mattino, giocando a domino da un lato all’altro della strada o solo stando seduto sui bordi dei marciapiedi o sulle scale dei solares, i cortili. Sembrano persone intrappolare in un sogno, come nel ventre di una madre che non vuole partorire</mark>». Il  &#8220;viaggio in una notte&#8221;, il sogno, può diventare incubo.<br />
E così che il fotografo descrive l&#8217;incontro con due ragazzi argentini che cercano di farlo entrare in un bar per turisti. «Una scena mi ha fatto pensare all&#8217;entrata di un girone dantesco. Il locale aveva una lampada molto forte rossa per richiamare il turista. <mark class='mark mark-yellow'>Da qui l&#8217;idea di quella foto, l&#8217;unica ad avere la cornice rossa, così come rossi sono i numeri dell&#8217;orario, nella forma di un timer di una sveglia degli anni &#8217;80, cui è avvenuto lo scatto</mark>». Ma il sogno poi riprende e continua. Almeno fino all&#8217;alba di domenica 25 ottobre, ultimo giorno per visitare la mostra.</p>
<p><iframe width="1140" height="641" src="https://www.youtube.com/embed/KAfp-2ilD7E?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Non c&#8217;è nulla di programmato e pensato negli scatti di Marcello Ginelli. Il racconto si srotola da sé passo dopo passo, incontro dopo incontro. «<mark class='mark mark-yellow'>Per me la fotografia è energia e movimento, come un cuore che batte nel petto, che contiene una forza invisibile che trasmette a tutto il corpo. Lo scopo deve essere uno: emozionare, investigare, fare emergere domande</mark>», dice. «Anche se oggi è l&#8217;arte più popolare, si è perso il senso vero di ogni scatto. C&#8217;è troppa auto celebrazione, valorizzando il nostro io e quasi mai il prossimo. Ed è questo ciò che mi dispiace di più».</p>
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		<title>Per le strade mercenarie del sesso</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Oct 2020 18:41:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annarosa Laureti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[mostra]]></category>
		<category><![CDATA[prostituzione]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento sessuale]]></category>

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		<description><![CDATA[Una segnaletica gialla taglia in diagonale l’asfalto grigio. Su di essa una sagoma, un’ombra. «Io mi sento così. Io sono così» dice Meg, o forse era Jo, oppure Beth, magari ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="5120" height="3840" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/JO_009.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ri-scatti. Per le strade mercenarie del sesso" /></p><p>Una segnaletica gialla taglia in diagonale l’asfalto grigio. Su di essa una sagoma, un’ombra. «Io mi sento così. Io sono così» dice Meg, o forse era Jo, oppure Beth, magari Amy, Hannah, Daisy o Sallie. Nomi di fantasia per raccontare storie vere, ripresi da <em>Piccole donne</em> perché come le protagoniste del romanzo di Louisa May Alcott anche le autrici delle fotografie – in esposizione al Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano sino al 25 Ottobre – mostrano coraggio e forza nella loro vita, “Per le strade mercenarie del sesso”.</p>
		<div id="aesop-image-component-47145-1" class="aesop-component aesop-image-component " >

			
			<figure class="aesop-content">
				<div class="aesop-image-component-image aesop-component-align-center aesop-image-component-caption-center" style="width:70%;max-width:100%;">
					
						<a class="aesop-lightbox" href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/BETH_008.jpg" title="Ri-scatti. Per le strade mercenarie del sesso">
							<p class="aesop-img-enlarge"><i class="aesopicon aesopicon-search-plus"></i> Enlarge</p>
							<img src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/BETH_008.jpg" alt="BETH_008">
						</a>

					
						<figcaption class="aesop-image-component-caption">
							Ri-scatti. Per le strade mercenarie del sesso
						</figcaption>

					
					
				</div>
			</figure>

			
		</div>
		
<p><mark class='mark mark-yellow'> Arrivato alla sesta edizione, il progetto di fotografia sociale dell’associazione di volontariato milanese <a href="https://www.ri-scatti.it/"><em>Ri-Scatti Onlus</em></a>, promosso dal Comune di Milano con il sostegno di Tod’s, dopo essersi rivolto ai senza fissa dimora, ai migranti, agli adolescenti malati di cancro, ai giovani colpiti dal terremoto di Amatrice e alle vittime di bullismo, quest’anno volge lo sguardo verso la realtà scomoda della tratta a scopo di sfruttamento sessuale. </mark> «Era da un paio d’anni che io e <strong>Diego Sileo</strong> (<strong>curatore della mostra e conservatore del PAC</strong> n.d.r.) pensavamo a un progetto su questo tema» racconta <strong>Federica Balestrieri</strong>, <strong>fondatrice e presidente di Ri-scatti</strong>. «È stato molto impegnativo realizzarlo. Soprattutto per la difficoltà di avvicinarsi a queste donne e di vincere la loro paura e diffidenza. In questo ci ha aiutato <em><a href="https://www.luleonlus.it/">Lule Onlus</a></em>, associazione attiva da più di venti anni nell’aiuto delle vittime di tratta. Grazie agli operatori del progetto <a href="https://www.progettotrafficlight.it/"><em>Traffic Light</em></a> siamo andati sulla strada, di notte, e abbiamo parlato con le nigeriane, le rumene, le peruviane, per convincerle proprio del fatto che questo progetto sarebbe stato bello anche per loro».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> «Queste ragazze hanno veramente donato qualcosa a tutti noi» </span></p>
<p>Dopo un breve workshop di fotografia tenuto da <strong>Amedeo Novelli</strong>, <strong>Federico Bernini</strong> e <strong>Marcello Fauci</strong>, <strong>fotoreporter dell’agenzia <em>Visual Crew</em></strong><em>,</em> le sette ragazze che hanno risposto positivamente all’iniziativa e, armate di cellulare, hanno documentato la loro quotidianità. Al di là degli ottanta scatti in mostra, «queste ragazze hanno veramente donato qualcosa a tutti noi» afferma Novelli. <mark class='mark mark-yellow'> «Hanno trovato la forza, l’energia e la voglia di raccontarsi anche se lo facevano a rischio della loro incolumità fisica, allontanandosi dal luogo di lavoro per seguire il corso di fotografia. Andavamo a prenderle con delle macchine diverse, come se fossimo dei loro clienti, le portavamo in un camper allestito in un posto più sicuro e poi le riportavamo indietro». </mark> La conquista della loro fiducia è stata lenta e graduale – «Durante le prime settimane le ragazze non producevano le foto che ora sono in mostra. Stavano ancora misurando la nostra credibilità, quanto potessero aprirsi con noi» &#8211; ma elemento imprescindibile per avere la possibilità di «vedere in soggettiva un lato che difficilmente può venire fuori, in grado di andare oltre al cliché del marciapiede».</p>
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							Ri-scatti. Per le strade mercenarie del sesso
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<p><span class='quote quote-left header-font'> «Parlando con queste ragazze ti rendi conto che sono proprio donne come noi. Quando sono fuori dalla strada ti raccontano di cosa cucinano, della giornata dei loro figli&#8230;» </span></p>
<p>Alle immagini di segnali stradali e dei preservativi in terra, si sovrappongono quelle più intime della realtà privata ed umana: come una piacevole serata al cinema, le parrucche simbolo del lavoro dei propri sogni ed ancora la meticolosa e lunga preparazione di un pasto consumato poi in solitudine. «Da donna mi sono sentita molto coinvolta» ammette la Balestrieri. «Parlando con queste ragazze ti rendi conto che sono proprio donne come noi. Quando sono fuori dalla strada e riescono, come nel caso del corso fotografico, a ritagliarsi un’oasi di normalità, ti raccontano di cosa cucinano, della giornata dei loro figli, che vivono a distanza e che vedono magari soltanto tramite videochiamate. Mi ha colpito il modo in cui riescano a staccare un po’ la spina da quella che poi è la maggior parte della loro giornata, fatta di violenze e di una schiavitù». <mark class='mark mark-yellow'> «In progetti come questi – continua Diego Sileo – bisogna calarsi nella loro realtà e conoscerla. Non è sufficiente limitarsi semplicemente a selezionare le foto e a pensare all’aspetto di curatela tradizionale. Non abbiamo a che fare con artisti che raccontano la loro visione ma con persone che ti raccontano la loro vita». </mark> Unica licenza poetica ammessa è quella della scelta del titolo della mostra, tratto dall’incipit della canzone <em>Un’estate al mare</em>, scritta da Franco Battiato per Giuni Russo: «La canzone racconta la storia di una donna che sogna di andare un’estate al mare con le amiche. Lei che non può lasciare la strada, che non può permettersi una vacanza. Il verso mi sembrava perfetto per poter raccontare le storie di queste ragazze che non sognano nulla di straordinario, solamente la possibilità di avere un lavoro normale, di ricongiungersi con la propria famiglia, di allontanarsi dalla strada».</p>
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							Ri-scatti. Per le strade mercenarie del sesso
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<p><span class='quote quote-left header-font'> «Occorre essere consapevoli che la prostituzione coatta non ha nulla a che fare con la libertà sessuale, ma con la violenza, con la prevaricazione, con lo sfruttamento» </span></p>
<p>Quello della prostituzione è un mondo scomodo di cui si conosce l’esistenza ma di cui si ignora le fattezze. «Pensiamo di sapere tutto ma non sappiamo niente. La realtà è ben altra e è difficile da accettare» dice Novelli. «Nessuno qui ha la presunzione di cambiare il destino di queste ragazze – afferma Sileo – perché non è il nostro lavoro. Il nostro compito è far conoscere. Occorre essere consapevoli che la prostituzione coatta non ha nulla a che fare con la libertà sessuale, ma con la violenza, con la prevaricazione, con lo sfruttamento. Sono convito che chi “usa” queste donne per soddisfare determinati istinti può essere paragonato a un vero e proprio stupratore perché conosce benissimo il sistema e chi lo governa». L’obiettivo della mostra, tuttavia, non si ferma alla mera denuncia ma assume connotati reali per mezzo di una raccolta fondi che, tramite la vendita delle fotografie e del catalogo, verrà devoluta interamente a Lule Onlus, per l’avvio di nuovi progetti a sostegno delle vittime di tratta.</p>
<p>«Questi progetti – sottolinea la Balestrieri – sin dal primo, sono stati possibili anche grazie all’aiuto di Diego Della Valle e di Tod’s. Non è scontato per un brand del lusso accettare di mettere il proprio nome su una mostra così forte e a tratti violenta. Che racconta di una realtà che non ha nulla a che fare con il bello, ma che è scomoda e che non si vuole vedere». <mark class='mark mark-yellow'> «Voglio ricordare – conclude – che un italiano su tre è cliente di prostitute. Gli scatti sono stati realizzati alle porte di Milano, nella nostra città. Non dimentichiamolo. Le prostitute si mettono in periferia, nelle zone industriali, perché magari danno fastidio al “decoro”. Questa realtà violenta la spostiamo, un po’ come si mette la polvere sotto al tappeto. Ma esiste sempre e ciò dovrebbe scuotere le coscienze. E anche questo è il senso della mostra». </mark></p>
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		<title>&#8220;Armàti di paura&#8221;, le foto che guardano nell&#8217;anima</title>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2019 13:39:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Frosina]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;C&#8217;è nessuno in casa tua adesso?&#8220;. Il claim di una ditta di vigilanza compare a grandi lettere su un 6&#215;3 illuminato da una luce spettrale nella periferia di una metropoli. ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/sUNgBVWr.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="sUNgBVWr" /></p><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/ga9vj7uZ.jpeg"><img class="alignright size-medium wp-image-39119" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/ga9vj7uZ-300x200.jpeg" alt="ga9vj7uZ" width="300" height="200" /></a><mark class='mark mark-yellow'>&#8220;<strong>C&#8217;è nessuno in casa tua adesso?</strong>&#8220;</mark>. Il claim di una ditta di vigilanza compare a grandi lettere su un 6&#215;3 illuminato da una luce spettrale nella periferia di una metropoli. È l&#8217;immagine con cui <strong>Claudio Rizzini </strong>apre &#8220;Armàti di paura&#8221;, una delle mostre fotografiche esposte nell&#8217;edizione 2019 del <strong>Milano Photofestival </strong>(a palazzo Sormani fino al 30 giugno), presentata venerdì 3 maggio al Festival dei Diritti Umani in Triennale. Rizzini, pluripremiato fotoreporter bresciano, ha scelto di esplorare un tema delicato e dai forti riflessi politici: la &#8220;corsa alle armi&#8221; all&#8217;italiana, incoraggiata dalle promesse di difesa senza limiti della Lega. Lo ha fatto partendo non dai fanatici, ma dalle persone normali, dai proletari, gli operai, i pensionati, le casalinghe, che nelle armi trovano il conforto a un&#8217;insicurezza che viene dal profondo. La rivoltella e il fucile diventano coperte di Linus, rosari laici da tenere accanto al letto per scacciare i propri demoni, anche se, nei fatti, quelle armi non si avrebbe mai il coraggio di usarla davvero. «La foto è solo il momento finale di un percorso che ho fatto insieme a queste persone, per conoscerle e capire cosa pensano, come vivono e soprattutto cosa temono», dice Rizzini. «Non è stato facile. Tanti hanno rifiutato una volta chiarito loro che sono contrario alla diffusione delle armi. Ma altri hanno capito che il mio scopo non era condannarli, ma  capirli. E allora mi hanno lasciato entrare nelle loro case e nelle loro vite».</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/ZWheVaEq.jpeg"><img class="wp-image-39126 aligncenter" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/ZWheVaEq-1024x682.jpeg" alt="ZWheVaEq" width="806" height="537" /></a>  <a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/edV6vAiD.jpeg"><img class="wp-image-39127 aligncenter" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/edV6vAiD-1024x682.jpeg" alt="edV6vAiD" width="806" height="537" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><mark class='mark mark-yellow'>«Fammi vedere la stanza in cui ti senti meno sicuro», ha chiesto a tutti Claudio.</mark> Quasi sempre è la camera da letto. Tutte le foto sono in bianco e nero, un linguaggio che &#8211; senza il conforto dei colori &#8211; enfatizza ancora di più la solitudine. L&#8217;ambiente non è mai preparato: si vedono letti sfatti, soggiorni disordinati, avanzi di cibo in tavola. «In televisione le persone armate si vedono solo al<img class="alignright wp-image-39110 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/6S58uH1w-300x200.jpeg" alt="6S58uH1w" width="300" height="200" /> poligono, o comunque in situazioni artefatte &#8211; spiega Claudio &#8211; io volevo svelarle in contesti più intimi, dove i loro sentimenti potessero emergere in modo naturale. Sono tutte case normali, alcune anche un po&#8217; spoglie, di solito senza oggetti di particolare valore. &#8220;Non si sa mai&#8221;, è quello che mi hanno detto tutti quando ho chiesto perchè avessero comprato un&#8217;arma. <mark class='mark mark-yellow'>Ma uno di loro, un pensionato, mi ha svelato che il fucile lo tiene scarico accanto al letto, e non saprebbe nemmeno usarlo</mark>. <strong>Non è nient&#8217;altro che un feticcio</strong>, un simbolo a cui aggrapparsi per scacciare le paure più profonde».</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/p5iynlCD.jpeg"><img class="alignnone wp-image-39137" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/p5iynlCD-300x200.jpeg" alt="p5iynlCD" width="806" height="537" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/LX61wbhK.jpeg"><img class="alignnone wp-image-39131" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/LX61wbhK-300x200.jpeg" alt="LX61wbhK" width="806" height="537" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">«Al di là dell&#8217;estetica, di questa ricerca mi ha attratto l&#8217;idea che ci  sta dietro», dice il critico fotografico <strong>Roberto Mutti</strong>, curatore del Milano Photofestival. «Rizzini ha dimostrato garbo e capacità di entrare in relazione con gli altri, fondamentale soprattutto quando &#8211; come in questo caso &#8211; non si condividono affatto i loro pensieri. Qui, però, il fotografo non giudica, ma lascia a ognuno la possibilità di leggere le immagini come preferisce. Come effetto, molti sono portati a guardare i soggetti ritratti con una certa pena, a vederli come vittime di una campagna di terrore giocata sulla loro pelle. La fotografia è il mezzo più adatto a raccont<img class="alignleft size-medium wp-image-39104" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/Y9uQhFbL-300x200.jpeg" alt="Y9uQhFbL" width="300" height="200" />are storie come queste perché è democratica: il messaggio arriva nudo, diretto, non filtrato. Però è necessario saper fermarsi su un&#8217;immagine, guardarla invece di vederla soltanto. E ogni scatto va contestualizzato, va spiegato. Qui ad esempio c&#8217;è un abbraccio. Ma è un abbraccio ambiguo, perchè violentato da una pistola che compare in primo piano. Allora, lui la protegge o la minaccia? Che cosa li lega nel profondo? <mark class='mark mark-yellow'>Quanto stringe quel braccio?</mark>».</p>
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