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	<title>magzine &#187; #metoo</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Le donne, i media e la dignità</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Apr 2018 11:14:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Frosina]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1367" height="785" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/04/MeToo.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="metoo" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'><strong>Negli Usa è stato un ciclone</strong>, una rivoluzione socio-culturale in grado di distruggere folgoranti carriere. In Italia, di questo uragano è arrivato poco più che un venticello.</mark> Il movimento #MeToo, esploso con lo scandalo Harvey Weinstein, ha saputo catalizzare l’appoggio della società, della politica e della stampa d’oltreoceano. Lo stesso non si può dire sia avvenuto da noi: nonostante alcune iniziative e denunce analoghe, il tentativo italiano di dar voce alle donne vittime di ricatti sessuali è stato delegittimato e sminuito. Se n’è parlato a Perugia, durante il dodicesimo Festival del Giornalismo, attraverso un panel dal titolo “Da #metoo a #quellavoltache: il movimento di protesta contro le violenze sessuali e il dibattito in Italia”.</p>
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<p>Per comprendere a fondo la portata dell’”Harvey Effect”, come lo chiamano in America, bisogna partire da qualche mese prima: e precisamente «dal giorno dopo il giuramento di Donald Trump come presidente», dice <strong>Tiziana Ferrario</strong>, giornalista Rai, già volto noto del Tg1. <span class='quote quote-left header-font'>Nonostante alcune iniziative,  il tentativo italiano di dar voce alle donne vittime di ricatti sessuali è stato delegittimato e sminuito</span> «Quel giorno, il 21 gennaio 2017» &#8211; ricostruisce &#8211; «un milione di donne sfilano a Washington per far sentire la propria voce, preoccupate dagli atteggiamenti misogini e prevaricatori mostrati da Trump già durante la campagna elettorale. È un momento storico: e lo colgono anche i curatori dei musei della capitale, che insistono per raccogliere cappellini, cartelli e altre tracce del corteo, convinti che quel giorno sarà ricordato per molti anni a venire». È l’inizio di un percorso di consapevolezza e sollevazione che non si fermerà. Fino al caso Weinstein e all’esplosione di #metoo, che, nell’ottobre dello stesso anno, attirano sul problema l’attenzione dei media mondiali. <mark class='mark mark-yellow'><strong>In Italia non è successo nulla di simile</strong>: anzi, nei giorni in cui tutto il mondo scopriva il sistema di cui i soprusi di Weinstein erano espressione, da noi si preferiva discettare sulla genuinità o meno delle denunce di Asia Argento, che raccontava di aver avuto, sotto ricatto, rapporti sessuali con il produttore.</mark> Secondo <strong>Flavia Perina</strong>, ex direttrice del Secolo d’Italia, ciò è dipeso anche da un femminismo nostrano più prudente o più coraggioso a seconda degli avversari. «Quando ci si indignava per il machismo di Berlusconi, Repubblica era in prima linea. I primi due italiani coinvolti dal #metoo, invece, sono stati Franco Moretti e Fausto Brizzi, due progressisti molto stimati a sinistra, che non rispondevano allo stereotipo del maschilista violento, e fascistoide. Quel femminismo inquinato dalla politica si è spaventato, ed è divenuto inefficace, quando ha dovuto uscire dallo stereotipo».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«Questo è un sistema che non protegge le donne. Anzi, le reprime senza dar loro nulla in cambio».</span></p>
<p><strong>Dino Giarrusso</strong>, con i suoi servizi alle <em>Iene</em>, è il giornalista che più di tutti si è speso per portare il tema all’attenzione del pubblico italiano. «Perché un regista o un produttore abusi del proprio potere, non è necessario che costringa un’attrice a favori sessuali», ci dice a margine dell’incontro, «basta che li proponga, che faccia delle <em>avances </em>sfruttando la propria posizione. <mark class='mark mark-yellow'>Che accetti o che rifiuti, infatti, la donna viene sminuita come essere umano</mark>». <strong>Giulia Blasi</strong>, redattrice de <em>Il Tascabile</em>, ha lanciato in Italia l’hashtag <em>#quellavoltache</em>, nato ancor prima del <em>#metoo</em> d’oltreoceano. Le chiediamo perché, quando una donna alza la testa contro i soprusi maschili, spesso le delegittimazioni più pesanti arrivano dalle donne stesse, ancor più che dagli uomini. «Perché il nostro è un sistema patriarcale, che non si reggerebbe senza la collaborazione di tutti», dice lei. «Il patriarcato ti insegna che se tu obbedisci alle sue regole, lui ti proteggerà. Se ti sai comportare, se stai “dentro le righe”, nessuno ti farà del male. Ma non è così. Vi ricordate Chiara Poggi, la ragazza uccisa a Garlasco? Era una semplicissima ragazza di provincia, che non aveva mai fatto nulla di un po’ fuori dalle righe, di “patriarcalmente sconveniente”. <mark class='mark mark-yellow'>Eppure è morta lo stesso, per mano del suo fidanzato. Questo è un sistema che non protegge le donne. Anzi, le reprime senza dar loro nulla in cambio</mark>».</p>
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