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	<title>magzine &#187; medicina</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Una Pasqua di solidarietà per i malati di fibrosi cistica</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Apr 2024 11:38:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una malattia ingombrante e la speranza di trovare una terapia risolutiva: queste sono le motivazioni che alimentano l’attività di Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica. Un’associazione che è attiva ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2560" height="1500" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/03/Pasqua-Homepage-2024-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fondazione Ricerca Fibrosi Cistica" /></p><p class="vlaz4d">Una malattia ingombrante e la speranza di trovare una terapia risolutiva: queste sono le motivazioni che alimentano l’attività di <b>Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica</b>. Un’associazione che è attiva da vent’anni sul territorio nazionale, con lo scopo di promuovere una corretta informazione scientifica e di sostenere la ricerca sulla patologia con una serie di iniziative, disseminate nel corso dell’anno. <mark class='mark mark-yellow'>In particolare, per il corrente periodo pasquale è stata organizzata <b>una vendita di uova e colombe, nonché di biglietti di auguri, vini e box di cioccolata</b></mark>. L’acquisto dei prodotti, provenienti dalla ditta siciliana <i>Fiasconaro</i> per i lievitati e dall’azienda <i>Baiocchi Dolciaria</i> di Ravenna per le pietanze in cioccolato<i>, </i>è ad offerta libera. Al netto di quanto necessario per coprire il costo degli alimenti, il resto del ricavato sarà interamente devoluto ai progetti di ricerca scelti dalla Fondazione.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La <b>fibrosi cistica</b> è una delle malattie genetiche rare gravi più diffuse</mark>: nel 2020, in Italia, si registravano 5.810 soggetti affetti. Si tratta di una patologia caratterizzata dalla presenza di un gene alterato, il <b>CFTR</b> (<i>Cystic Fibrosis Transmembrane Regulator</i>), a causa del quale il malato produce del muco eccessivamente denso che va ad ostruire le vie respiratorie e qualsiasi dotto, con potenziale danno di numerosi organi, specie quelli degli apparati respiratorio e digerente. Oltre a ciò, da questa situazione possono derivare numerose complicanze: colpi di calore, scompensi elettrolitici, disidratazione, aumento della frequenza cardiaca, affaticamento, debolezza, riduzione della pressione sanguigna,  crescita della probabilità di infezioni batteriche, malassorbimento dei nutrienti, osteoporosi, osteopenia e infertilità.</p>
<p class="vlaz4d">Ad oggi, esistono alcuni farmaci che riescono a correggere un po&#8217; il difetto di base e a migliorare in parte la vita dei malati, ma si tratta di terapie applicabili soltanto ad alcune mutazioni e comunque non risolutive. Al punto che, per i casi di insufficienza respiratoria più grave, l’unica via percorribile resta il <b>trapianto polmonare</b>, che, però, nel migliore dei casi, può risolvere soltanto il problema a livello respiratorio e non anche sul piano genetico e comunque implica numerosi rischi, legati all’operazione e all’elevata probabilità di rigetto. Proprio per questo vi si ricorre soltanto nel caso in cui risultino non esserci più alternative.<b></b></p>
<p class="vlaz4d">«Ho fatto il trapianto di polmoni nel 2010 perché ormai la malattia aveva preso il sopravvento e l&#8217;insufficienza respiratoria era grave. Il trapianto era l&#8217;unica soluzione. Sono stata fortunata: è andato tutto bene e sono tornata a vivere. Ma la malattia non è scomparsa: prendo trenta pastiglie al giorno e so che ogni giornata del mio futuro resta un’incognita» racconta <b>Nicla Bonardi</b>, volontaria della <b>Delegazione Franciacorta</b>, uno dei distaccamenti territoriali della Fondazione. «Quando ho iniziato a stare meglio mi sono chiesta come aiutare gli altri, perché so quanto è ingombrante questa malattia. Vorrei che venissero scoperti dei farmaci per correggere il difetto di base, per evitare che i malati più giovani si vedano costretti a ricorrere al trapianto o corrano il rischio di non farcela». L’aspettativa media di vita per i malati di fibrosi cistica è, infatti, di 40 anni, ma sono in molti a morire prima di raggiungere questa età.</p>
<p class="vlaz4d"><span class='quote quote-left header-font'>«Quando ho iniziato a stare meglio mi sono chiesta come aiutare gli altri, perché so quanto è ingombrante questa malattia», racconta Nicla Bonardi, paziente e volontaria del progetto</span></p>
<p class="vlaz4d">«Ho deciso di impegnarmi a favore della <b>ricerca</b> perché è una scienza in cui credo molto e che mi appassiona da sempre: anni fa mi sarebbe piaciuto fare la ricercatrice, avevo iniziato anche a studiare chimica e tecnologie farmaceutiche, ma la malattia mi ha impedito di proseguire» spiega Nicla, con una voce da cui traspare la speranza che un giorno la fibrosi cistica non condizioni più la vita di chi ne è affetto. «Anche solo le terapie che deve sostenere un malato sono molto impegnative: bisogna fare la fisioterapia respiratoria tutti i giorni, mattina e sera, a volte anche il pomeriggio, perché altrimenti il giorno dopo non si sta bene; e poi le flebo, i ricoveri, gli antibiotici» racconta. <mark class='mark mark-yellow'>«Sono cure che portano via un sacco di tempo, sin da bambino, quando quelle ore dovresti invece spenderle per giocare al parco con i tuoi amici: per questo ogni singolo farmaco che potrebbe apportare un minimo miglioramento, una terapia in meno, un antibiotico in meno, è un gran passo in avanti»</mark>.</p>
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		<title>Crioconservazione degli ovociti, il &#8220;social freezing&#8221; cresce anche in Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Mar 2024 13:52:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Crioconservazione]]></category>
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		<description><![CDATA[«Parlando con mia figlia di 16 anni le dicevo: quando avrai 21 anni ti regalerò il social freezing, così almeno non ci pensi più, ti fai la tua vita e ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="900" height="760" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/03/terzo-mese-di-gravidanza-ecografia_900x760.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Shutterstock" /></p><p><span style="font-weight: 400;">«Parlando con mia figlia di 16 anni le dicevo: quando avrai 21 anni ti regalerò il </span><i><span style="font-weight: 400;">social freezing, </span></i><span style="font-weight: 400;">così almeno non ci pensi più, ti fai la tua vita e quando vorrai avere una gravidanza, se non ti dovesse venire naturalmente, gli ovuli ce li ha già lì». Con queste parole sui social, la modella e influencer </span><b>Bianca Balti</b><span style="font-weight: 400;"> ha riacceso il dibattito sul tema della crioconservazione degli ovociti, ancora oggi molto discusso.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">«Si tratta di un procedimento di prelievo e congelamento di ovociti maturi che permette di mantenerne la qualità, per poterli utilizzare in futuro e tentare una gravidanza con le stesse probabilità del momento dell’aspirazione», spiega </span><b>Cristina Pozzobon</b><span style="font-weight: 400;">, ginecologa e direttrice del centro IVI di Milano. Si tratta di una pratica sempre più comune e a cui moltissime donne hanno scelto di avere accesso, solitamente in forma preventiva.</span> <b>Laura Rienzi</b><span style="font-weight: 400;">, embriologa e direttore scientifico di <em>Genera Centers for Reproductive Medicine </em>ne illustra le opportunità: <mark class='mark mark-yellow'>«Congelare le uova “allunga” la finestra riproduttiva della donna perché, mentre con il passare dell’età gli ovuli cambiano qualità genetica, l’utero può restare accogliente anche oltre i quarant’anni, anche se ovviamente il rischio ostetrico è diverso e più elevato»</mark>.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In cosa consiste la criconservazione degli ovociti? Prima di avviare il trattamento, la donna viene per prima cosa sottoposta a <strong>prelievi del sangue ed ecografie</strong>, che di solito vengono svolti ogni 48/72 ore, per una quindicina di giorni. Poi, <strong>inizia la fase di  stimolazione ovarica</strong>, che avviene tramite delle iniezioni sottocutanee di farmaci ormonali, identici a quelli naturali, allo scopo di far crescere, invece che un unico follicolo naturale, più follicoli: nei primi giorni, la terapia è a schema fisso, poi la dose viene individualizzata a seconda dei risultati degli esami a cui la paziente viene continuamente sottoposta. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>La crioconservazione degli ovuli è una pratica che, tramite la stimolazine ovarica, il prelievo chirurgico e la conservazione e il congelamento degli ovuli, permette alle donne di mantenere delle riserve di gameti nel caso di una gravidanza tardiva</span></span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Segue la fase del <strong>prelievo ovocitario</strong>: <mark class='mark mark-yellow'>«Si tratta di un intervento chirurgico minimamente invasivo, che dura una decina di minuti e viene svolto in sedazione, per cui il successivo recupero della donna è molto veloce»</mark>, commenta la dottoressa Pozzobon. Nello specifico, la chirurgia permette di aspirare ovociti attraverso un ago coassiale a sonda ecografica, che viene condotto sino alle ovaie della paziente. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una volta estratti gli ovuli, si effettua un controllo della loro qualità per scegliere quelli idonei alla crioconservazione: come spiega la dottoressa Rienzi, prima di tutto si utilizzano degli enzimi per rompere i legami tra le cellule, e si pulisce l’uovo tramite delle pipette. Poi, una volta scelti gli ovociti maturi, si usano dei crioprotettori per togliere l’acqua dal citoplasma delle cellule, che vengono immediatamente messe a contatto con l’azoto liquido, la materia più fredda che si usa in laboratorio. Questa sostanza ferma ogni tipo di reazione chimica e di degenerazione e consente quindi agli ovociti di passare dalla fase solida direttamente a quella vitrificazione, uno stato che può durare per <strong>un tempo potenzialmente infinito</strong>. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">«Come tutti gli atti chirurgici, non è a rischio zero: complicanze si verificano raramente, circa un caso 1500/2000 operazioni, ma possono richiedere persino un’ospedalizzazione di qualche giorno o un’intervento chiurugico riparativo» osserva </span><b>Luca Gianaroli</b><span style="font-weight: 400;">, dottore specializzato in ginecologia e ostetricia e direttore della S<em>ISMer, Società Italiana di Studi di Medicina della Riproduzione</em>. Per quanto riguarda i farmaci a base di ormoni, non vi sono rischi a lungo termine di aumento di insorgenza di malattie, ma solo possibili conseguenze immediate. «Come tutti i farmaci possono funzionare poco, ossia non raggiungere il loro scopo, o funzionare troppo, dando adito a un’“iperstimolazione” non richiesta di tutte le funzioni; ma in linea di massima questi sintomi spariscono in pochi giorni», spiega il dottor Gianaroli.</span></p>
<div id="attachment_72004" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/03/agi-medica-Procreazione-Medicalmente-Assistita-crioconservazione1-300x300.jpg"><img class="wp-image-72004 size-full" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/03/agi-medica-Procreazione-Medicalmente-Assistita-crioconservazione1-300x300.jpg" alt="Fonte: Agimedica.it" width="300" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Fonte: Agimedica.it</p></div>
<p><span style="font-weight: 400;">Del resto, la crioconservazione ovocitaria, che è stata inizialmente sperimentata dagli Stati Uniti e dai Paesi scandinavi, è una pratica consolidata da una quindicina di anni.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Oggi sempre più donne vi ricorrono, come spiega la dottoressa Pozzobon, ma non c’è ancora  un monitoraggio ufficiale dei dati: <mark class='mark mark-yellow'>«In Italia, soprattutto dopo il Covid, si parla di circa 6mila cicli annui e nei centri <em>IVI</em> abbiamo avuto un boom di richieste, più di 3mila, da parte di donne che intendono svolgerla in via precauzionale per assicurarsi una garanzia per un’eventuale futuro».</mark></span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tuttavia, se da una parte c’è stata una crescita della pratica, il problema della scarsa natalità persiste: «Il gap che esiste tra la volontà iniziale di avere una gravidanza e i numeri effettivi di nascite è comunque altissimo: anche se c’è stato un aumento consistente, non è abbastanza», commenta il Dottor Gianaroli. I fattori che incidono su questa insufficienza sono molteplici: <mark class='mark mark-yellow'>«Da un lato, l’informazione è ancora frammentaria; dall’altro lato la pratica non è coperta dal sistema sanitario nazionale, per cui il ricorso a queste tecniche resta ad appannaggio del ceto sociale medio-alto».</mark></span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Inoltre, osserva Gianaroli, «non c’è alcuna garanzia di successo dell’operazione perché entrano in gioco una serie di fattori, tra cui la qualità del liquido seminale del partner o la quantità di ovociti che la specifica paziente è riuscita a produrre: per queste ragioni si può decidere di effettuare più di un prelievo per aumentare le chance di riuscire ad avere una gravidanza nel momento in cui lo si desidererà».</span></p>
<p><b>I DIRITTI RIPRODUTTIVI</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Bisogna distinguere due tipologie di pratica, di cui soltanto la prima è coperta dal servizio sanitario nazionale: quella svolta per motivazioni cliniche o patologiche e il cosiddetto “</span><i><span style="font-weight: 400;">social freezing</span></i><span style="font-weight: 400;">”</mark>. La prima avviene in presenza di condizioni cliniche e patologiche che portano a un esaurimento della riserva follicolare, come malattie gonado-tossiche che mettono a rischio la propria funzionalità ovarica o la sottoposizione a cicli di chemioterapia o radioterapia. La seconda è a scopo autologo, quando una donna decide cautelativamente di conservare i propri ovociti per sua volontà, il che dovrebbe idealmente avvenire i 28 e i 33 anni: si tratta di una sorta di “paracadute” che la paziente vuole assicurarsi. Ciò consente di avere a disposizione il proprio patrimonio genetico in qualunque momento e garantisce la possibilità di avere figli potenzialmente a qualunque età.<br />
</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Come detto, il sistema sanitario italiano, però, sostiene economicamente la crioconservazione soltanto nella prima ipotesi</mark>. «In Francia viene supportata dal sistema sanitario nazionale, mentre da noi attualmente è ancora una pratica attuabile solo privatamente &#8211; spiega il dottor </span><b>Massimo Candiani</b><span style="font-weight: 400;"> del Dipartimento di Ostetricia e Ginecologia di Medicina della riproduzione dell’<em>Ospedale San Raffaele di Milano</em>.- Anche se una recente delibera della Regione Lombardia di fine 2023 ha aperto la possibilità di un sussidio da parte della Regione nel sostenere questo tipo di campagna e di pratica negli ospedali, in modo tale che non sia più una spesa totalmente a carico della donna». </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le donne che scelgono di ricorrere al </span><i><span style="font-weight: 400;">social freezing</span></i><span style="font-weight: 400;"> tendenzialmente devono sostenere dei costi che oscillano tra i 2500 e i 5000 euro, a cui devono aggiungersi le spese per il mantenimento degli ovociti congelati, che di solito sono di qualche centinaia di euro all’anno.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tuttavia, ci sono delle realtà che si battono per ampliare l’accessibilità della pratica a chi decide di ricorrervi per libera scelta. Ne è un esempio l’<em>Associazione Luca Coscioni</em>: «In passato abbiamo presentato anche delle proposte ai parlamentari affinché anche nel nostro Paese fosse prevista la crioconservazione dei gameti per la preservazione della fertilità», racconta l’avvocata </span><b>Filomena Gallo</b><span style="font-weight: 400;">, segretario nazionale dell’associazione. E commenta: «Bianca Balti ha posto un problema: nei livelli essenziali di assistenza non puoi preservare la tua fertilità, se non sei a rischio di infertilità, sterilità oppure malato oncologico: invece, dovrebbe essere una garanzia per tutte le donne».<br />
</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Del resto, la crioconservazione dei gameti tutela il patrimonio di fertilità della donna, con la garanzia che solo lei può usufruirne, perché la legge 40/2004 considera il materiale genetico ricavato dal corpo di una paziente e conservato come una sua proprietà esclusiva, a meno che non vi rinunci e decida di donarlo a terzi o alla ricerca.</mark> «La legge italiana dispone che ci sia un consenso firmato e rinnovato ogni anno e che i gameti non possano essere utilizzati in caso di decesso della donna, perché la fecondazione </span><i><span style="font-weight: 400;">post mortem </span></i><span style="font-weight: 400;">è vietata nel nostro Paese, essendo i gameti un bene strettamente personale. «Tutto ciò che si stacca dal nostro corpo è soggetto a una proprietà immateriale &#8211; commenta l’avvocato Gallo -. C’è un’attribuzione personale».<br />
</span></p>
<p><b>LA STORIA DI MARINA</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">«A febbraio 2018 scopro di avere un tumore al seno». Con queste parole </span><b>Marina Ferrante</b><span style="font-weight: 400;"> inizia a raccontare la sua storia. Al tempo era sposata da poco. «Ero molto giovane e la chemioterapia poteva portarmi a una riduzione importante  della fertilità». Di solito, nelle cure oncologiche, le donne vengono indotte farmacologicamente alla menopausa precoce per mettere a riposo le ovaie, ma molto spesso ciò non basta per preservarne la fertilità. Tra vari cicli di chemioterapia, un intervento chirurgico di rimozione del seno e un altro di ricostruzione, Marina, in accordo col suo oncologo, decide di optare per la crioconservazione dei suoi ovociti. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">«La stimolazione ovarica mi ha provocato forti dolori addominali,: mi sono riempita d’acqua»: questa è una conseguenza probabile, dice Marina. «Non è stato un percorso facile, sia dal punto di vista fisico che psicologico», confessa, ma ammette anche che diventare genitore era uno dei suoi sogni nel cassetto e per questo era determinata a portare avanti la pratica di crioconservazione. <mark class='mark mark-yellow'>«Ho fatto venti giorni di punture sulla pancia: erano dolorosissime &#8211; spiega Marina -. Poi, finalmente siamo riusciti a conservare 14 ovociti che attualmente si trovano al centro Sant’Anna di Torino». Aggiunge: «Sono ancora lì, congelati».</mark> Marina, infatti, nel frattempo è diventata mamma, ma in maniera naturale: «Mi ero arresa: avevo prenotato la PMA (procreazione medicalmente assistita, </span><i><span style="font-weight: 400;">ndr</span></i><span style="font-weight: 400;">), ma pochi giorni prima dell&#8217;appuntamento ho scoperto di essere incinta». Continua, però, tuttora a conservare i suoi ovuli, consapevole che il protrarsi delle cure potrebbe rendere impossibile una nuova gravidanza naturale, per non precludersi la possibilità di avere un secondo figlio in futuro, qualora lo desiderasse.</span></p>
<p><b>LA STORIA DI LOREDANA</b></p>
<div id="attachment_72005" style="width: 353px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/03/oneofmany.png"><img class="wp-image-72005 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/03/oneofmany.png" alt="Fonte: oneofmany.it" width="353" height="147" /></a><p class="wp-caption-text">Fonte: oneofmany.it</p></div>
<p><span style="font-weight: 400;">Quanto sia ancora lunga la strada da percorrere per rendere la crioconservazione una pratica sufficientemente nota lo dimostra poi la storia di </span><b>Loredana Vanini</b><span style="font-weight: 400;">. A 34 anni, a causa di un ciclo mestruale irregolare, Loredana ha effettuato degli accertamenti e ha scoperto di essere affetta da una infertilità precoce, che la ha portata ad avere una riserva ovarica decisamente troppo bassa. «Se a 18 o 20 anni avessi saputo che esisteva la possibilità di crioconservare i propri ovuli, lo avrei sicuramente fatto, per essere libera in tutte le mie scelte di vita, di studio, di carriera, di viaggi &#8211; osserva Loredana -. Infatti, magari a 40 anni un figlio non lo vuoi, ma a 45 sì, e il fatto di poter utilizzare i tuoi gameti di vent’anni prima ti consente di risparmiare delusioni, attese, pianti, ormoni e soldi».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Loredana Vanini è una sostenitrice della pratica: «Il fatto di poter utilizzare i propri gameti di vent’anni prima ti consente di risparmiare delusioni, attese, pianti, ormoni e soldi»</span></span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Loredana ha quindi dovuto inevitabilmente ricorrere alla via della fecondazione eterologa: un percorso difficile che l’ha però portata a diventare mamma. «La prima volta che mi hanno parlato di fecondazione eterologa mi sembrava una cosa non etica e sono stata malissimo, anche perchè il dottore mi aveva detto di non raccontarlo a nessuno, soprattutto a un eventuale figlio, perchè una volta cresciuto avrebbe potuto recriminarmi di non essere la sua vera madre». Racconta: «Ho capito cosa si intende quando si parla di lutto biologico, perché è questo che provi nel momento in cui capisci che la persona che sarà la più importante della tua vita non potrà mai avere il tuo dna, ma poi ci ho riflettuto e ho pensato che ci si innamora dell’anima di una persona, non del suo dna».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dalla storia di Loredana traspare la sofferenza di essersi trovata e sentita sola nell’affrontare un argomento pieno di incognite e considerato ancora un tabù. «Ho quindi iniziato a desiderare di realizzare <em>Unadelletante</em>, una raccolta di ritratti di tante donne a cui era stata diagnosticata l’infertilità, per comunicare tranquillità, serenità e supporto a chi si trovasse in questa situazione». Questo progetto si è rafforzato ancor di più con il lockdown, quando Loredana ha iniziato a fare dirette Instagram su queste tematiche, per condividere esperienze e fare divulgazione.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E&#8217; nato così <strong>Oneofmany</strong>, un movimento che, con il contributo di medici e professionisti, vuole<strong> </strong>normalizzare il tema dell’infertilità e aiutare chi si approccia al mondo della PMA a orientarsi, nel tentativo di non far sentire nessuno solo e </span>inadeguato.<br />
<mark class='mark mark-yellow'>«Parlo anche di crioconservazione perchè, anche se le donne che mi seguono tendenzialmente sono persone a cui è già arrivata una diagnosi negativa, è importante che loro capiscano che ne devono parlare alle ragazze più giovani, affinché conoscano questa possibilità, che consente di farsi un regalo bellissimo»</mark>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Monitorare la tosse con le app: l’AI al servizio della salute</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Apr 2023 13:48:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Bianca Terzoni]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non ci facciamo spesso caso, ma in base a quanto, come e quando tossiamo potremmo carpire informazioni importanti sulla nostra salute. Infatti, la tosse può essere il segnale benigno di ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1438" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/04/cough-6917762_1920.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="cough-6917762_1920" /></p><p>Non ci facciamo spesso caso, ma <mark class='mark mark-yellow'>in base a quanto, come e quando tossiamo potremmo carpire informazioni importanti sulla nostra salute.</mark> Infatti, la tosse può essere il segnale benigno di un semplice raffreddore o può rappresentare un segnale precoce di patologie respiratorie più rare, come l’asma o il cancro ai polmoni.</p>
<p>Nell&#8217;era in cui viviamo le app presenti sui nostri smartphone sono già in grado di raccogliere e analizzare i nostri dati medici: <mark class='mark mark-yellow'>aziende come <a href="https://health.google/" target="_blank"><strong>Google Health</strong></a> hanno messo a punto sistemi che possono accuratamente misurare il numero di volte al giorno in cui una persona tossisce e utilizzare quel dato per eseguire delle diagnosi più ampie.</mark></p>
<p>I dati sanitari di una persona, contenuti all’interno del suo smartphone, sono specifici per l’individuo e possono aiutare il personale medico a condurre diagnosi più accurate. Nello specifico, Google Health sta cercando di impiegare il monitoraggio della tosse per tre obiettivi principali: <mark class='mark mark-yellow'>aiutare le persone a capire come allergeni e polline influiscono sulla salute; informare quando si registra un alto numero di persone che tossiscono nell’ambiente, indicativo della presenza di un’influenza o di casi di COVID-19; far presente alle persone affette da malattie respiratorie eventuali cambiamenti nel loro modo di tossire.</mark></p>
<p>Uno strumento in grado di riuscire a fare tutto questo è l’app <a href="https://www.hyfe.ai/" target="_blank">Hyfe AI</a> che, attraverso il monitoraggio della tosse, aiuta i medici a creare collegamenti tra la salute dei pazienti e il modo in cui tossiscono. Inoltre, <mark class='mark mark-yellow'>la raccolta dei dati velocizzerebbe il processo della diagnosi al momento della visita, poiché il medico potrebbe prescrivere un trattamento per alleviare la tosse sulla base del monitoraggio giornaliero personale del paziente</mark>.</p>
<p>In particolare, l&#8217;app dimostrativa gratuita <a href="https://coughpro.com/" target="_blank">CoughTracker</a> sarebbe in grado di registrare il numero delle volte in cui si tossisce in un giorno. L’azienda Hyfe sta, inoltre, sta verificando se il monitoraggio della tosse attraverso le app digitali possa prevedere l&#8217;incidenza di malattie respiratorie anche gravi. Per esempio, <mark class='mark mark-yellow'>la ricerca con l’app Hyfe AI ha scoperto che più un paziente tossisce all’inizio dell’infezione, migliori sono le sue possibilità di ripresa.</mark></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Per saperne di più, continua a leggere su <a href="https://time.com/6267654/ai-track-coughing-health/" target="_blank">Time.com</a>.</strong></p>
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		<title>OFF THE RADAR &#8211; DIECI PEZZI DA NON PERDERE #58</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Jun 2022 17:03:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Eugenia Durastante]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>
		<category><![CDATA[#offtheradar]]></category>
		<category><![CDATA[crisi climatica]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>

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		<description><![CDATA[Torna Off the Radar, la rubrica di Magzine dedicata ai migliori longform e reportage della settimana: dieci articoli di grandi testate internazionali per raccontare le varie sfumature del mondo. In ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="682" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/06/offtheradarLAPPONIA.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: Internazionale" /></p><p class="western" lang="en-US" align="left">Torna <strong>Off the Radar</strong>, la rubrica di Magzine dedicata ai migliori longform e reportage della settimana: dieci articoli di grandi testate internazionali per raccontare le varie sfumature del mondo. In questo numero si spazia dalle conseguenze del ritorno dei Talebani in Afghanistan all’innalzamento dei livelli del mare in Indonesia, dal coraggio dei giovani ragazzi ucraini al futuro di San Francisco. Buona lettura!</p>
<p class="western" lang="en-US" align="left">L’avventura di <strong>Chesa Boudin</strong> da Procuratore Distrettuale della città di San Francisco è finita il 7 giugno scorso, quando gli elettori californiani hanno scelto di cambiare direzione politica. La situazione della metropoli negli ultimi anni è, infatti, peggiorata drasticamente su tutti i fronti, dalla povertà allo spaccio di droga. Un&#8217;analisi del presente e del possibile futuro della città. (<a href="https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2022/06/how-san-francisco-became-failed-city/661199/" target="_blank">The Atlantic</a>)</p>
<p class="western" lang="en-US" align="left">Il ritorno al potere dei <strong>Talebani in Afghanistan</strong> ha riportato la condizione femminile del Paese a quella di un decennio fa. Il <strong>velo</strong> è tornato ad essere obbligatorio per le donne, ma a Kabul c’è chi non si arrende e manifesta per i propri diritti. (<a href="https://www.spiegel.de/international/world/the-courageous-women-of-kabul-standing-up-to-the-taliban-s-burqa-decree-a-bfe73610-b25a-4f86-bc66-33f9cac76770" target="_blank">Der Spiegel International</a>)</p>
<p class="western" lang="en-US" align="left">La costa settentrionale dell’<strong>Indonesia</strong> sta lentamente scomparendo e il livello del mare si sta alzando. I centri urbani stanno affondando nell’acqua e i residenti lottano per preservare la loro storia e il loro destino. A <strong>Giacarta</strong>, una città di oltre 10 milioni di abitanti, ben il 40% della Terra è sotto il livello del mare. (<a href="https://www.nationalgeographic.com/magazine/article/their-homes-are-sinking-fast-can-their-community-survive-feature" target="_blank">National Geographic</a>)</p>
<p class="western" lang="en-US" align="left">I pubblici ministeri ucraini lottano con un nuovo scopo: investigare sui <strong>crimini di guerra</strong>. In un villaggio dell’<strong>Ucraina orientale</strong>, vicino a Kharkiv, Vadym Bobryntsev racconta la perdita di sua moglie e le difficoltà per poterle dare degna sepoltura. Sembrerebbero 16mila i crimini di guerra registrati sinora in tutta l’Ucraina. (<a href="https://www.bbc.com/news/world-europe-61749877" target="_blank">BBC</a>)</p>
<p class="western" lang="en-US" align="left">In <strong>Nigeria </strong>il taglio degli alberi per il disboscamento, l&#8217;agricoltura e l&#8217;aumento della domanda di energia sta mettendo sotto pressione le foreste. Dal 2001 al 2021 il Paese ha perso 1,14 milioni di ettari di <strong>copertura arborea</strong>, pari a 587 milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica. (<a href="https://www.aljazeera.com/gallery/2022/6/9/photos-in-nigerias-forests-loggers-outnumber-trees" target="_blank">Al Jazeera</a>)</p>
<p class="western" lang="en-US" align="left">I <strong>giovani ucraini</strong> sono stati costretti a prendere decisioni molto più difficili di quanto la maggior parte degli adulti sia in grado di fare. Un longform racconta le storie di questi adolescenti, che hanno dimostrato di avere un <strong>coraggio</strong> straordinario in un periodo di terrore. (<a href="https://www.theatlantic.com/international/archive/2022/06/young-ukrainians-ukraine-russia-war/661213/" target="_blank">The Atlantic</a>)</p>
<p class="western" lang="en-US" align="left">Il corpo che controlla la mente: le molecole rilasciate dai muscoli in movimento favoriscono il <strong>benessere</strong> del nostro <strong>cervello</strong>. La recente scoperta degli scienziati potrebbe portare a nuove cure per malattie neurocognitive come l’<strong>Alzheimer</strong>. (<a href="https://www.nationalgeographic.com/magazine/article/new-clues-are-revealing-why-exercise-can-keep-the-brain-healthy" target="_blank">National Geographic</a>)</p>
<p class="western" lang="en-US" align="left">La<strong> siccità</strong> minaccia la <strong>California</strong>, che continua a prosciugare le acque della valle di Owens. Le particelle tossiche che rimangono sul fondo del lago vengono sollevate dai venti delle montagne, provocando un <strong>disastro ambientale</strong>. (<a href="https://www.internazionale.it/reportage/daria-addabbo/2022/06/06/california-acqua" target="_blank">Internazionale</a>)</p>
<p class="western" lang="en-US" align="left">Giugno è il mese del <strong>Pride</strong>, il periodo dedicato alla comunità <strong>LBGTQ+</strong>. Il movimento è nato all’indomani dell’episodio accaduto a Stonewall Inn, nel 1969 quando la polizia fece l’ennesima incursione in un locale del <strong>Greenwich Village</strong> per arrestare e sanzionare gli<strong> omosessuali</strong> presenti all’interno, ma questi si ribellarono dando vita al movimento per la rivendicazione dei loro <strong>diritti</strong>. (<a href="https://www.nationalgeographic.it/storia-e-civilta/2022/06/pride-month-2022-i-moti-di-stonewall-e-linizio-del-movimento-lgbtq" target="_blank">National Geographic</a>)</p>
<p class="western" lang="en-US" align="left">Nella regione del Sápmi (<strong>Lapponia</strong> in italiano), terra tra Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia, si trova <strong>l’unico popolo indigeno d’Europa:</strong> <strong>i</strong> <strong>sámi</strong>. Le terre che abitano vengono sfruttate dai sámi per la pesca, la caccia e l’allevamento di renne. La Svezia però, come molte imprese e istituzioni, considera queste terre selvagge e inabitate. (<a href="https://www.internazionale.it/notizie/ula-idzikowska/2022/06/10/svezia-colonialismo-verde" target="_blank">Internazionale</a>)</p>
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		<title>Vulvodinia, questa sconosciuta</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2022 06:12:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lavinia Beni]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[medicina]]></category>
		<category><![CDATA[salute intima]]></category>
		<category><![CDATA[vulvodinia]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono tante le battaglie che la donna ha dovuto combattere nel corso dei secoli. Oggi, nell’anno 2022, esistono ancora tabù legati all’apparato genitale femminile. Tabù, indifferenza e non curanza hanno ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="3000" height="1688" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/03/620bc7c775e6a50522c1f517_61791bd90422d3f5a2a5b0d9_la-vulvodinia-dal-dolore-fisico-al-dolore-emotivo.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: unobravo.com" /></p><p>Sono tante le battaglie che la donna ha dovuto combattere nel corso dei secoli. Oggi, nell’anno 2022, esistono ancora tabù legati all’apparato genitale femminile. Tabù, indifferenza e non curanza hanno portato ad oscurare importanti malattie vaginali, vulvari e pelviche. La <strong>vulvodinia </strong>non è una patologia rara. <mark class='mark mark-yellow'>Si stima, infatti, che ne soffra una donna su sette, eppure allo Stato italiano non importa, eppure la maggior parte dei ginecologi non sa di cosa si tratta.</mark> Spesso accade anche che, quando qualche medico conosce la malattia, non ha idea di come curarla. Una patologia invalidante non può essere trascurata. Questa è la storia di donne stanche, sole e abbandonate. Vite comuni, come quella di Nadia, una ragazza di ventiquattro anni e come quella di Serena, una giovane donna trentatreenne.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>La vulvodinia è una patologia vaginale comunissima: si stima che in Italia ne soffra una donna su sette</span></p>
<p>Il ginecologo <strong>Romualdo Nieddu, professionista specializzato all’Ospedale Brotzu di Cagliari,</strong> spiega di cosa si tratta: <mark class='mark mark-yellow'>“La vulvodinia è una patologia caratterizzata da una serie di sintomi e da una neuropatia a localizzazione ginecologica”. La donna accusa per più di sei mesi dolore, fastidio, bruciore, prurito, sensazione di scosse elettriche o spilli, sensazione di abrasioni nella zona vulvare.</mark> Può essere locale – la forma più comune – o generalizzata. La maggior parte delle donne con vulvodinia è tormentata in un solo sito vulvare, il più delle volte nella zona del vestibolo, il tessuto che circonda l’apertura vaginale (in questo caso si specifica con il nome di vestibulodinia). Generalizzata, invece, è quando il dolore è esteso a tutta la vulva. È una patologia che può scatenarsi in modo spontaneo, quando si tratta di un disagio continuo, anche in assenza di stimolazione, oppure può essere provocata, quando ad esempio la donna malata va in bicicletta, ha un rapporto sessuale oppure indossa un semplice slip. Il dolore può interessare anche l’uretra, la clitoride e in generale tutto il pavimento pelvico. L’origine non è ancora del tutto chiara, anche se si ritiene che una delle cause più ricorrenti siano infezioni recidive, come la candida.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Il dolore diventa cronico, perché alcune cellule del sistema immunitario, chiamate mastociti, sono eccessivamente stimolate. I mastociti, posizionati in prossimità di vasi sanguigni e nervi periferici, rilasciano sostanze infiammatorie e alterano le strutture nervose.</mark> Non è facile individuare la vulvodinia, in quanto a occhio nudo si può notare solamente un arrossamento della pelle e la malattia può venir confusa con infezioni o altri disturbi. <mark class='mark mark-yellow'>Per capire se la paziente soffre di vulvodinia è necessario procedere con lo <em>swab test</em>, il test del cotton fioc. Si tratta di toccare con il cotton fioc la vulva. Una donna con vulvodinia sentirà fastidio e dolore, anche al minimo sfioramento.</mark></p>
<p>Il percorso di guarigione è complesso: alla terapia farmacologica si accompagna spesso anche la riabilitazione del pavimento pelvico; inoltre, è necessario che la donna abbia accortezze verso il proprio corpo ogni giorno. Bere tanta acqua, avere una dieta equilibrata, usare uno sgabello per andare in bagno, indossare biancheria bianca e di cotone, fare a meno di abiti aderenti e stretti. Questi sono solo alcuni dei tanti consigli. A volte è necessario seguire anche una terapia di supporto psicologico; non perché questa sia una patologia che sorge da disagio mentale, tutto il contrario: è il continuo dolore fisico che logora la donna nel corpo e nell’anima.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>“Ero a letto. Non riuscivo a muovermi, non riuscivo ad alzarmi, non riuscivo a vestirmi”, racconta Nadia.</span></p>
<p>Nadia ha una storia dentro di sé che ha bisogno di raccontare. “Ero a letto. Non riuscivo a muovermi, non riuscivo ad alzarmi, non riuscivo a vestirmi”. Nel gennaio dello scorso anno Nadia rimane confinata nel suo letto: stare ferma è l’unica cosa che può fare per non essere travolta dal dolore straziante che le brucia le carni. Un bruciore che non passava con nessun farmaco o crema. A letto lavora, per fortuna è in smartworking. Di certo, però, se l’azienda non avesse adottato questo sistema, non sarebbe stato possibile per Nadia andare al lavoro e prendere così il suo stipendio. <mark class='mark mark-yellow'>In Italia la vulvodinia non è riconosciuta come malattia invalidante, eppure lo è. Molte donne non riescono a camminare, a stare in piedi o a stare sedute. Sono donne dimenticate.</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>“In questa situazione sei completamente sola &#8211; dice Nadia &#8211; sei totalmente abbandonata a te stessa, perché se non puoi dipendere dal tuo lavoro, devi dipendere dagli altri. Se vuoi guarire, non puoi affidarti né allo Stato né ad un medico a caso”.</span></p>
<p>“In questa situazione sei completamente sola”, dice Nadia, “sei totalmente abbandonata a te stessa, perché se non puoi dipendere dal tuo lavoro, devi dipendere dagli altri”. Altri chi però? “Se vuoi guarire, non puoi affidarti né allo Stato né ad un medico a caso”. Molti dottori ignorano la malattia. Le donne malate, però, non hanno tempo. Per fortuna Nadia sembrerebbe aver trovato il giusto percorso, anche piuttosto velocemente (rispetto alla media). <mark class='mark mark-yellow'>Molto più tempo, invece, ci ha impiegato Serena, che soffre di vulvodinia da otto anni. Otto anni di logoramenti fisici, malesseri umorali e sacrifici economici e di periodi stressanti per una vita quotidiana normale.</mark> E ancora dovrà passarne di tempo, perché il suo percorso è ancora molto lontano dal traguardo. In tutti questi anni non è più riuscita a far pace con il suo corpo, soprattutto in determinati momenti quotidiani: andare in bicicletta e avere rapporti sessuali. Dopo queste normali attività, la sua condizione peggiora e prepotenti cistiti le aggrediscono l’apparato genitale. <mark class='mark mark-yellow'>È straziante non trovare una cura in otto anni. Si sente frustrata per quella sana vita amorosa e sessuale che ha diritto di vivere, ma che per ora non può permettersi.</mark> Non ha più fiducia, tanto che è indecisa se continuare con la riabilitazione, perché non sa quanto questa sia efficace e soprattutto perché combattere la vulvodinia costa tanto.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>“I costi delle cure sono fuori di testa. Spesso si spendono soldi e si è nel percorso sbagliato&#8221;, lamenta Serena.</span></p>
<p>“I costi delle cure sono fuori di testa”, lamenta. “Spesso si spendono soldi e si è nel percorso sbagliato”. È una malattia per ricchi: visite care, medicine care. Per non parlare se si è costrette a spostarci dalla propria città, magari in un’altra regione, perché nella propria uno specialista non esiste. D’altronde di dottori che curano la vulvodinia ce ne sono ancora pochi.</p>
<div id="attachment_54484" style="width: 382px" class="wp-caption alignright"><img class=" wp-image-54484" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/03/Schermata-2022-03-08-alle-20.08.54-300x144.png" alt="Fonte: Cistite.info" width="382" height="183" /><p class="wp-caption-text">Fonte: Cistite.info</p></div>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Rosanna Piancone, fondatrice e Presidente dell’associazione Cistite.info APS, racconta di cifre altissime, nonostante la patologia non sia affatto rara: 800 euro a visita, addirittura 1200 euro.</mark> Rosanna è stata malata di neuropatia pelvica, ma è riuscita ad uscirne vincitrice e nel 2008 ha deciso di creare un forum di discussione per aiutare le donne a combattere il suo stesso calvario. Nel 2015 Cistite.info diventa associazione di promozione sociale, così da assumere forma istituzionale. Per far capire la portata del fenomeno, Rosanna lancia qualche dato: <mark class='mark mark-yellow'>“Nel nostro sito passano ogni mese 170 mila visite e ogni giovedì spediamo la nostra newsletter a 30 mila persone. 30 mila persone che hanno richiesto di essere aggiornate sulla salute urogenitale”.</mark> Nonostante il grande numero, la vulvodinia rimane ancora molto sconosciuta da parecchi dottori. Non esiste una formazione universitaria specifica, perciò i medici non sono in grado di diagnosticare la malattia.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>“Ci insegnano che si deve sopportare il dolore del ciclo mestruale, del parto, del rapporto sessuale. Niente di tutto questo è normale”.</span></p>
<p>C’è alla base un problema di genere, anche nella medicina, e una cultura della “sopportazione del dolore”. La donna deve sopportare. “Ci insegnano che si deve sopportare il dolore del ciclo mestruale, del parto, del rapporto sessuale. Niente di tutto questo è normale”. <mark class='mark mark-yellow'>I tabù impediscono alle donne di dichiarare i loro patimenti, allungando così il loro periodo di sofferenza e frenando la possibilità di trovare una cura. Non si deve subire nessun dolore; bisogna parlare e rivendicare il diritto alla vita in salute.</mark></p>
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		<title>Una nuova riforma sanitaria: ecco come cambierà la Lombardia</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2021 09:47:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Giangaspero]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Covid 19]]></category>
		<category><![CDATA[Dottore]]></category>
		<category><![CDATA[medicina]]></category>
		<category><![CDATA[Medico]]></category>
		<category><![CDATA[Regione Lombardia]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>
		<category><![CDATA[Sistema Sanitario]]></category>

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		<description><![CDATA[La partita sulla sanità in Lombardia, che ha da qualche giorno in Letizia Moratti una nuova protagonista in campo, vede intrecciarsi la gestione dell&#8217;emergenza Covid e la ricostruzione del sistema ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="303" height="166" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/images.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="images" /></p><p>La partita sulla sanità in Lombardia, che ha da qualche giorno in Letizia Moratti una nuova protagonista in campo, vede intrecciarsi la gestione dell&#8217;emergenza Covid e la ricostruzione del sistema sanitario; d’altronde la pandemia ha messo in luce tutti i limiti del sistema sanitario regionale. <mark class='mark mark-yellow'> Il consiglio regionale si prepara a discutere la revisione della Legge 23/2015, la riforma sanitaria Maroni, la cui sperimentazione è finita a dicembre. La stessa Moratti, nella sua prima conferenza stampa, ha detto che la legge dovrà essere rivista </mark> . Al momento, però, c&#8217;è una sola proposta depositata. È quella che vede come primo firmatario il consigliere regionale Marco Fumagalli (M5S) il quale spiega perché il dibattito rischia di arenarsi tra i veti e le pressioni di lobby e gruppi di potere, mentre medici e infermieri boccheggiano da mesi sotto la pressione del virus.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>La novità più significativa della proposta di legge è la creazione di una sola Ats lombarda, verso cui verrebbe trasferita la competenza delle diverse Ats territoriali. Le ats territoriali si doterebbero poi di centri dove concentrare gli studi di medici di base e dei pediatri, ma anche l&#8217;assistenza domiciliare integrata, la guardia medica, l&#8217;emergenza e alcune specialità come il ginecologo e l&#8217;oculista </span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> La novità più significativa della proposta è la creazione di una sola Ats (Agenzia di Tutela della Salute) lombarda, verso cui verrebbe trasferita la competenza delle diverse Ats territoriali. Nello stesso tempo le attività sanitarie delle aziende di tutela della salute sarebbero trasferite verso il basso, alle Asst (Aziende Socio Sanitarie Territoriali), le quali farebbero riferimento anche un nuovo ente: le Case della comunità </mark>. Sono centri dove concentrare gli studi di medici di base e dei pediatri, ma anche l&#8217;assistenza domiciliare integrata, la guardia medica, l&#8217;emergenza e alcune specialità come il ginecologo e l&#8217;oculista. <mark class='mark mark-yellow'> Ne servirebbe una ogni 15mila abitanti. In parallelo, infatti, gli ospedali più grandi dovrebbero essere aziende ospedaliere autonome, secondo l&#8217;organizzazione precedente alla  riforma Maroni </mark> .</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> L&#8217;idea è avere un unico luogo dove il cittadino può trovare tutte le cure primarie, insieme al Cup (Centro Unico Prenotazioni) per la prenotazione degli appuntamenti e i codici bianchi e verdi, togliendo parte della pressione al pronto soccorso </mark> . Il governo aveva previsto di investire dai 5 ai 9 miliardi di euro a livello nazionale per questa iniziativa, un budget ricavato dal Recovery Plan, in gestione ai sindaci. In alcuni ambiti sono già stati individuati vecchi ospedali in disuso o ex scuole da riadattare. <mark class='mark mark-yellow'> Ma la vera domanda è capire cosa è successo sul tavolo della politica: il progetto non è ancora partito nelle sedi istituzionali e ora la maggioranza non è pronta, mentre la commissione sanità non è a lavoro su questo punto </mark> . Eppure da quando c&#8217;è il Covid tutti si sono accorti dei problemi della sanità lombarda. Critiche che arrivarono già da cinque anni fa e che adesso sono mosse persino Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> Dal 16 dicembre sono scattati i 30 giorni per calendarizzare una proposta di riforma. Il tema è entrato in Consiglio regionale lunedì 19 gennaio, in concomitanza con l&#8217;esordio nell&#8217;aula del Pirellone del neo-assessore al welfare </mark> . Proprio a lei, sul lavoro dei &#8220;saggi&#8221;, l&#8217;esponente di +Europa-Radicali Michele Usuelli ha rivolto un&#8217;interrogazione a risposta immediata, chiedendo che i documenti prodotti dalla task force vengano resi pubblici, in commissione sanità o meglio ancora ai cittadini. La Moratti ha risposto che il lavoro della task force «è ancora da consolidare», dunque i documenti prodotti non sono ancora definitivi, ma la sua introduzione come elemento di novità potrebbe cambiare le carte in gioco.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Per Guido Marinoni, presidente dell&#8217;Ordine dei medici di Bergamo, per affrontare l&#8217;emergenza &#8220;nella medicina territoriale è mancata la presenza di infermieri ed amministrativi nell&#8217;ambulatorio privato del medico di famiglia&#8221;</span></p>
<p>Per <strong>Guido Marinoni, presidente dell’ordine dei medici di Bergamo, </strong><mark class='mark mark-yellow'><strong> </strong>&#8220;quello che è mancato nella medicina territoriale, per affrontare al meglio questa emergenza, è la presenza di infermieri ed amministrativi nell&#8217;ambulatorio privato del medico di famiglia&#8221; </mark> .</p>
<p><strong>Verranno formati più CPT e il carico di pazienti a medico scenderà dai 1500 attuali?</strong></p>
<p>La gestione di 1500 pazienti potrebbe funzionare al meglio solo se la sanità lombarda come quella nazionale si adattasse a quella europea.  Aumentare la presenza, sul territorio, di CPT, ovvero centri poli-funzionali territoriali, aiuterebbe la medicina di base ad affrontare meglio situazioni di emergenza come la pandemia da Covid-19, ma anche migliorerebbe l&#8217;analisi che il medico, nelle visite, fa ad ogni paziente. Si tratterebbe di una unione di più medici di famiglia, infermieri, segretaria, in una stessa struttura. Invece, <mark class='mark mark-yellow'> quello che purtroppo mancherà nei prossimi anni sarà proprio la presenza del medico di famiglia. Infatti, ci ritroveremo tra tre-cinque anni a dover colmare un cambio generazionale di medici che andranno in pensione e in quel momento dovremo essere bravi a formare ed istruire i nuovi medici, magari anche in un sistema nuovo ed efficace, collaudato già da qualche anno </mark> .</p>
<p><strong>Creerete più portali per il tracciamento e la diretta condivisione dei dati con i centri di assistenza, ospedali e protezione civile?</strong></p>
<p>Naturalmente <mark class='mark mark-yellow'> bisogna avere un sistema informatico che funzioni e non è quello presente in Regione Lombardia </mark> . Questo perché si tratta di una postazione fissa, creata intorno agli anni Ottanta che non dà, quindi, la possibilità a chi ci lavora di continuare da casa o dall&#8217;ufficio. Il sistema, inoltre, è soggetto a numerosi rallentamenti.</p>
<p><strong>Il tema privatizzazione degli ospedali, dopo quanto accaduto con il Covid, come verrà gestito?</strong></p>
<p>L&#8217;apporto che il privato accreditato dà alla sanità lombarda è di una dimensione tale che non può essere annullato o abbandonato. Però mettendo a confronto i due sistemi,  se ci deve essere una parità,  non devono essere lasciate le attività più numerose e costose al pubblico, altrimenti continuerà a trattarsi di una parità squilibrata. <mark class='mark mark-yellow'> Avrebbe senso formare un assessorato forte che possa gestire al suo interno i rapporti con il privato e non farli proseguire tramite le ATS di competenza sanitaria </mark> .</p>
<p><em>NOTA DELLA REDAZIONE: </em> <em>Guido Marinoni con condiviso con la nostra redazione il programma firmato da tutti i presidenti lombardi dell&#8217;Ordine per creare una nuova sanità. Qui il documento per la consultazione pubblica.</em></p>

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		<aside class="aesop-documument-component aesop-content "><a href="#" class="aesop-doc-reveal-50403-1"><span>document</span><br /> Proposte dei presidenti dell'Ordine dei medici Lombardia </a><div id="aesop-doc-collapse-50403-1" style="display:none;" class="aesop-content"><object class="aesop-pdf" data="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Legge-23_2015-Proposte-FROMCeO-.pdf" type="application/pdf" ></object></div></aside>
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		<title>Medicina solidale, la risposta ad una chiamata di aiuto</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2020 07:58:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Melissa Paini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<category><![CDATA[Covid 19]]></category>
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		<category><![CDATA[solidarietà]]></category>

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		<description><![CDATA[Un sentimento di fratellanza, di vicendevole aiuto, materiale e morale, esistente tra i membri di una collettività pronti a collaborare e ad assistersi a vicenda. Questa è la definizione del ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1944" height="1945" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/lanzani.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="lanzani" /></p><p>Un sentimento di fratellanza, di vicendevole aiuto, materiale e morale, esistente tra i membri di una collettività pronti a collaborare e ad assistersi a vicenda. Questa è la definizione del concetto di solidarietà che, a Milano, è, in carne e ossa, rappresentato da <strong>Medicina Solidale, u</strong>n servizio di assistenza e consultazione medicale online e gratuita. Il progetto è nato a Milano lo scorso 9 novembre, ma è in continua crescita ed evoluzione. L’iniziativa prende vita grazie a una pagina Facebook, una email e un semplice numero di cellulare e ideatore ne è il dottor <strong>Alessandro Lanzani</strong>, medico specializzato in ortopedia e medicina dello sport, che ci ha spiegato come funziona.</p>
<p><strong>Come è nata Medicina Solidale?<br />
</strong><br />
Medicina solidale nasce in maniera molto semplice. un gruppo di cittadini, medici, colleghi si sono detti: “ma perché invece che fare volontariato singolo non ci diamo una struttura per fare questo tipo di supporto online?” Visto il grosso deficit del sistema sanitario nazionale a rispondere alle esigenze non-Covid, oltre che quelle Covid. <mark class='mark mark-yellow'>Perché l’altra metà del problema del Covid è che c’è un sequestro di reparti e di energie e per motivi epidemiologici il ritmo della medicina preventiva, diagnostica e curativa è estremamente rallentato.</mark> Così abbiamo creato una pagina Facebook e da lì c’è stata una svolta immediata. Da subito ci sono state le utenze, persone che chiamavano per fare queste visite, consulti online.</p>
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		</div>
		
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>In cosa consiste l&#8217;assistenza che offrite?</strong></p>
<p>È un’assistenza da remoto, che non è esattamente una visita medica in presenza. Ha vantaggi e svantaggi. Il vantaggio è che si possono comunque scambiare dati e informazioni. Quello che avviene più spesso, infatti, è che il risultato di elettrocardiogrammi, referti, tac, esami specialistici rischia di  generare qualunque diagnosi scorretta, se interpretato dal paziente. Una parte dell’utenza è composta da cittadini che possiedono esami di controllo appena consegnati e che non riescono a tornare dallo specialista o dal medico curante per ottenere un referto. Ci sono situazioni in cui si può aspettare e altre per cui sarebbe importante invece agire in tempi brevi, tempi che in questo momento il servizio sanitario non può esaudire. Quindi noi offriamo indicazioni in questo “tempo emergenziale” a ogni singola persona, su come ci si può muovere riducendo i rischi e orientandosi in momento in cui la filiera dei servizi sanitari è stata interrotta in più punti.</p>
<p><strong>Qual&#8217;è la procedura che seguite dopo essere stati contattati?</strong></p>
<p>Dopo la prima chiamata, si decide se si può risolvere il caso con il medico che risponde oppure se la chiamata deve essere reindirizzata ad uno specialista. Il numero degli specialisti sta aumentando, di giorno in giorno e di ora in ora. In questo momento copriamo ortopedia, medicina generale – che è la specialità dei medici curanti – oculistica, odontoiatria, psicologia, cardiologia, che sono le specialità più richieste, più comuni. Sono anche le specialità per le quali si possono dare dei pareri più pertinenti, per altre la visita medica è necessaria. A volte ci sono situazioni gravi dove oggettivamente noi non possiamo fare più di tanto. Per questi pazienti servirebbe il servizio sanitario nazionale ma, al momento, il servizio non c’è. Ed è questo il motivo per cui telefonano. <mark class='mark mark-yellow'>Noi cerchiamo di provvedere professionalmente, orientandoli a una soluzione temporanea fino a quando non riusciranno ad accedere nuovamente al percorso sanitario completo.</mark></p>
<p><strong>Al momento quante persone si rivolgono a Medicina solidale?</strong></p>
<p>Abbiamo iniziato con piccoli numeri, ma siamo già arrivati a una quarantina di chiamate al giorno. Le utenze che abbiamo stanno crescendo anzi, parlare di crescita esponenziale, è riduttivo. Stiamo gestendo una grande disponibilità da parte di medici, infermieri, personale sanitario, fisioterapisti oltre che di operatori del benessere che possono anche, tramite videochiamata, suggerire attività motoria in casa o all’esterno. Il ritmo di crescita è esponenziale e stiamo lavorando sia sull&#8217;operatività che sulla logistica, perché in realtà siamo un gruppo di volontari che ha cercato di strutturarsi. <mark class='mark mark-yellow'>Abbiamo visto che c’è un bisogno, come ordine di grandezza, dieci, cento, volte più grande delle nostre possibilità al momento.</mark> Adesso stiamo cercando di accoppiare le disponibilità di volontariato con le utenze che crescono in maniera vertiginosa, di giorno in giorno.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Offrite assistenza solo ai pazienti non-Covid?<br />
</strong><br />
Inizialmente volevamo occuparci solo di quelle situazioni di cronicità dove le persone hanno bisogno di un consulto nell’attesa di andare da uno specialista. Possiamo consigliare loro cosa fare, cosa non fare, se i farmaci possono andare bene o se è meglio sostituirli, il tutto con molta prudenza, attenzione e professionalità. Poi, in realtà, è diventato un call-center medicale che affronta le esigenze più disparate. Per quanto riguarda l’area Covid, c’è chi telefona perché ha problemi con il saturimetro, per esempio. A quel punto forniamo un aiuto non solo per i cittadini che non riescono accedere al sistema sanitario nazionale, ma anche per chi vi accede.</p>
<p>Secondo il dottor Alessandro Lanzani, Medicina Solidale è di ausilio anche per i volontari, per chi mette il proprio numero di telefono, il proprio tempo e le proprie competenze al servizio del prossimo. <mark class='mark mark-yellow'>«C’è molta la gente che ha voglia di fare. Abbiamo questo grande ritorno di disponibilità che nasce dalla motivazione umana e psicologica di solidarietà. In un clima di ansia, di incertezza e di paura si sente il bisogno di dare una mano, di fare qualcosa, di diventare un corpo unico, ci sostituire l&#8217;io con il noi.»</mark></p>
<p><em>Le linee di accesso a Medicina Solidale sono il numero di telefono <strong>351 6955152</strong>, l’email <strong>medisolidale@gmail.com</strong> e la</em> <a title="Medicina Solidale" href="https://www.facebook.com/medisolidale">pagina Facebook</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<aside id="aesop-audio-48399-1" class="aesop-component aesop-audio-component " >

					
					<h5>Intervista al Dr. Lanzani</h5><!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('audio');</script><![endif]-->
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<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Io sono prevenuta&#8221;, prendersi cura di sé oltre l’ottobre rosa</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Oct 2020 06:45:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Covid 19]]></category>
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		<description><![CDATA[Mancano poche ore alla fine di ottobre e con esso termina anche il mese della prevenzione contro il tumore al seno. Nell’anno maledetto dalla pandemia di Covid-19, migliaia di pazienti ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="580" height="267" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/Io-sono-prevenuta_foto-simbolo-mostra.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Io sono prevenuta_foto simbolo mostra" /></p><p>Mancano poche ore alla fine di ottobre e con esso termina anche il mese della prevenzione contro il tumore al seno. <strong>Nell’anno maledetto dalla pandemia di Covid-19, migliaia di pazienti oncologici hanno denunciato ritardi o annullamenti di visite magari programmate da mesi</strong>, con conseguenze severe sulla propria condizione fisica. C’è voluto il mese di maggio, con l’allentamento del lockdown, per far ripartire i controlli ambulatoriali e specialistici, che comunque hanno dovuto far fronte all’emergenza sanitaria ammettendo un numero limitato di persone. <strong>I danni provocati dal Covid non sono ancora stimabili con precisione, ma di certo hanno influito – e continueranno a farlo – sulla tempestività della diagnosi delle diverse patologie</strong>.</p>
<p>È proprio a causa del clima respirato nei mesi passati – e che adesso, purtroppo, avvolge di nuovo tutta Europa – che la <strong>Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori</strong> (LILT) di Milano <strong>ha deciso di rafforzare la sua campagna a favore della prevenzione sponsorizzando una mostra fotografica</strong> allestita all’aperto, in zona Brera.</p>
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				</div>
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		</div>
		
<p><mark class='mark mark-yellow'><strong>“<em>Io sono prevenuta</em>” è una raccolta di diciotto scatti realizzati dal fotografo Giovanni Diffidenti. Le immagini raccontano storie vere di donne che nella loro vita si sono scontrate direttamente e indirettamente con il tumore al seno</strong>;</mark> le protagoniste sono state catturate durante momenti di visita in ambulatorio o di vita quotidiana, mentre meditano facendo yoga o rinunciano al fumo di sigaretta. Per Diffidenti, già autore di reportage in contesti critici come la Libia, la Siria e l’Afghanistan, l’approccio con cui affrontare una tematica così diversa, in cui il dolore è vissuto prima di tutto interiormente, è stato “molto prudente e nel rispetto profondo della singola persona” che ha ritratto: <mark class='mark mark-yellow'>«È fondamentale per me instaurare un certo tipo di dialogo con chi ho davanti per capire fino a dove posso arrivare con la fotografia. Gli scatti che vedete in questa mostra sono l’elaborazione di una collaborazione tra la Lilt e le donne fotografate».</mark> E alla domanda se ci sia un ritratto che preferisce rispetto agli altri, risponde con prontezza: «Ogni scatto è stato un percorso, fondamentale per riuscire a ritrarre ogni donna nel modo migliore e rispettoso».</p>
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<p>Tra le protagoniste delle foto c’è anche <strong>la giovane <em>influencer</em> Ludovica Pagani, madrina della mostra a soli 25 anni</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>«Credo che quando si parla di queste cause sia fondamentale battersi in prima persona o comunque fare ciascuno qualcosa nel suo piccolo</mark> – dice, mentre sosta davanti al pannello dedicato al suo ritratto. Poi aggiunge: – <mark class='mark mark-yellow'>Ho vissuto questo problema tramite amicizie e purtroppo al giorno d’oggi è molto presente nelle donne.</mark> Penso che sensibilizzare le giovani generazioni a una vita sana e alla prevenzione sia un messaggio importante da dare». Con oltre due milioni e mezzo di <em>followers</em> su Instagram, Ludovica spera che il suo impegno non passi inosservato: «Anche solo poche persone in futuro possono fare la differenza – afferma, spiegando poi quanto sia fondamentale dare il buon esempio: – <mark class='mark mark-yellow'>Mi alleno tutti i giorni. Non sono una ragazza che beve o fuma moltissimo, cerco di limitare il consumo di tutto ciò che fa male. Non sono ipocrita, so benissimo che i giovani per divertirsi fumano e bevono, ma moderarne l’uso fa veramente la differenza. Evitare sarebbe anche meglio.</mark> Insomma, è importante vivere con la testa».</p>
<p>A ribadire lo stesso concetto è <strong>Marco Alloisio, presidente di Lilt Milano</strong>, che mette al centro anche l’alimentazione: <mark class='mark mark-yellow'>«È indispensabile la dieta mediterranea, ricca di verdura, frutta e pesce. Poca carne, massimo due o tre volte a settimana. <strong>Unendo cibo e attività fisica, possiamo prevenire tre tumori su dieci</strong>».</mark> Ma a che età bisognerebbe cominciare le visite preventive e con quale frequenza? «<strong>Le giovani donne che hanno avuto un’importante familiarità è bene che inizino a controllarsi dai 30 anni</strong> – raccomanda il prof. Alloisio –. Dai 40 anni un’ecografia. <mark class='mark mark-yellow'><strong>Con la prevenzione e le giuste terapie riusciamo a guarire l’87% delle donne che si ammalano</strong>. Inoltre gli interventi chirurgici diventano meno invasivi e il tasso di sopravvivenza aumenta: <strong>l’obiettivo è arrivare presto oltre il 90-95%</strong>»</mark></p>
<p>A proposito della situazione nel nostro Paese, Alloisio afferma: «In Italia si registrano circa 370mila casi annui e il tumore non si ferma per la pandemia. <mark class='mark mark-yellow'><strong>È vero che si deve fare tantissima attenzione al Covid-19, ma altrettanta va prestata al mantenere uno stato importante di salute pubblica con la prevenzione e le terapie</strong>».</mark> Un messaggio che risulta ancora più importante alla luce dell’attuale andamento dei contagi da coronavirus: il rischio non è solo quello di vedere di nuovo colme le terapie intensive, ma anche di sapere ridotti o sospesi quegli stessi trattamenti oncologici che hanno affrontato la più nera delle primavere. Invitando a fare tesoro degli errori passati, Lilt lancia il proprio appello e si rivolge soprattutto alle giovani – che molto spesso sottovalutano la minaccia del tumore – e al mondo della sanità, chiedendo a quest’ultimo di non dimenticare i pazienti oncologici in questa seconda ondata della pandemia. <mark class='mark mark-yellow'>L’ottobre rosa volge al termine, ma la prevenzione e la lotta contro il più insidioso dei mali non possono arrestarsi.</mark></p>
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		<title>Tecnologia anti-Parkinson: da Hong Kong una speranza</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Jun 2020 13:29:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando tecnologia e medicina si incontrano, gli esiti possono essere incredibili. Una nuova frontiera, stavolta contro la sindrome di Parkinson, è stata superata dai ricercatori della Hong Kong Baptist University, inventori ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/05/nerve-cell-2213009_1920.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="nerve-cell-2213009_1920" /></p><p>Quando tecnologia e medicina si incontrano, gli esiti possono essere incredibili. Una nuova frontiera, stavolta contro la sindrome di Parkinson, è stata superata dai ricercatori della <strong>Hong Kong Baptist University</strong>, inventori di una <strong>nanostruttura</strong> che <mark class='mark mark-yellow'>induce le cellule staminali neurali a diventare neuroni</mark> da impiantare nel cervello dei pazienti malati per permettere la progressiva sostituzione delle cellule danneggiate.</p>
<p>Da tempo le staminali sono considerate il fulcro delle terapie contro questa malattia neurodegenerativa, ma la coltura e la differenziazione cellulare vengono stimolate attraverso principi chimici che possono favorire l’insorgere del cancro. <mark class='mark mark-yellow'>La nanomatrice sviluppata a Hong Kong invece compie un’azione più mirata</mark>“con un rischio di carcinogenesi sostanzialmente ridotto”, afferma il professor <strong>Jeffery Huang </strong>del<strong> Dipartimento di Fisica </strong>della HKBU.</p>
<p>Quando le staminali entrano in contatto con questa struttura, formata da una lastra in silice, l’interazione “può indurre le cellule a differenziarsi rapidamente in neuroni dopaminergici”, che rimpiazzano le cellule malate nella cosiddetta <em>substantia nigra</em>, tra mesencefalo e diencefalo.</p>
<p>Gli esperimenti preliminari sono stati condotti sui topi, che a otto settimane dal trapianto hanno mostrato evidenti segni di miglioramento. A distanza di altri due mesi,<mark class='mark mark-yellow'>i neuroni dopaminergici hanno attecchito al tessuto cerebrale riproducendosi senza presentare lesioni precancerose.</mark> Si getta quindi un seme di speranza che i ricercatori auspicano possa fiorire presto.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Per approfondire, continua a leggere su <a href="https://phys.org/news/2020-05-nanostructure-growth-stem-cells-parkinson.html">Phys.org</a></strong></p>
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		<title>Usa, un impianto cerebrale aiuta i non vedenti a leggere</title>
		<link>https://www.magzine.it/usa-un-impianto-cerebrale-aiuta-i-non-vedenti-a-leggere/</link>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2020 07:49:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>
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		<description><![CDATA[Un piccolo, importante passo nella lotta alla cecità. Gli scienziati del Baylor College of Medicine di Houston hanno sviluppato e sperimentato su pazienti ciechi e vedenti un impianto cerebrale che ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="881" height="460" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/05/Dispositivo-anti-cecità.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Dispositivo anti cecità" /></p><p>Un piccolo, importante passo nella lotta alla cecità. Gli scienziati del <strong>Baylor College of Medicine di Houston</strong> hanno sviluppato e sperimentato su pazienti ciechi e vedenti un <strong>impianto cerebrale</strong> che in futuro potrebbe permettere di superare definitivamente questo tipo di disabilità.</p>
<p>Inserendo degli elettrodi a livello della corteccia visiva primaria, il team di ricercatori ha trasmesso dei segnali direttamente al cervello dei pazienti osservati ricorrendo a impulsi elettrici. <mark class='mark mark-yellow'>Sia i ciechi che i vedenti hanno poi confermato di aver “visto” delle scie luminose</mark> che di fatto riproducevano i contorni delle lettere dell’alfabeto, riconosciute perfettamente dai partecipanti all’esperimento.</p>
<p>Lo studio, pubblicato sulla rivista <strong>Cell</strong>, conferma che lo sviluppo di questa speciale protesi è solo agli inizi, ma per <strong>Daniel Yoshor</strong>, tra gli autori della pubblicazione, in futuro “l’abilità di captare la silhouette di un familiare o di spostarsi in maniera indipendente potrebbe essere un grandioso miglioramento per molti non vedenti”.<mark class='mark mark-yellow'>Il prossimo passo avanti, con la collaborazione dei neuro ingegneri, sarà lo sviluppo di migliaia di altri elettrodi che stimolino maggiormente e con più precisione il cervello</mark> :in questo modo, ha aggiunto Yoshor, “Si realizzerà il sogno di trasmettere utili informazioni visive alle persone cieche”.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Per approfondire, continua a leggere su <a href="https://futurism.com/brain-implant-allows-blind-people-to-see-letters">Futurism</a></strong></p>
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