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	<title>magzine &#187; manifestazioni</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>UNIVERSITÀ USA, LA LIBERTÀ DI PAROLA SULLA GUERRA A GAZA</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Dec 2024 16:08:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Piga]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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		<description><![CDATA[L’attacco terroristico di Hamas sul suolo israeliano e la controffensiva d’Israele sulla Striscia di Gaza sono stati la miccia che ha innescato l’agitazione nelle università degli Stati Uniti. Dal 7 ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1365" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/12/GettyImages-2150007379-2048x1365.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Manifestanti studenteschi occupano il “Gaza Solidarity Encampment” pro-palestinese sul West Lawn della Columbia University, il 24 aprile 2024, a New York City. (Michael M. Santiago/Getty Images)" /></p><p>L’attacco terroristico di Hamas sul suolo israeliano e la controffensiva d’Israele sulla Striscia di Gaza sono stati la miccia che ha innescato l’agitazione nelle <strong>università degli Stati Uniti</strong>. Dal 7 ottobre 2023, i campus sono <a href="https://www.nytimes.com/interactive/2024/us/pro-palestinian-college-protests-encampments.html">l’arena</a> nella quale si contrappongono due fazioni: una considera ingiustificata e sproporzionata la risposta dell’esercito israeliano; l’altra la sostiene, ritenendosi anche bersaglio degli antisionisti e antisemiti. Negli istituti, la <a href="https://www.npr.org/sections/pictureshow/2024/05/04/1248904667/campus-protests-photos">violenza</a> sia verbale, sia fisica è divampata, con l’intento di silenziare chi esprime opinioni opposte. E ha messo sul banco degli imputati anche i <a href="https://www.nytimes.com/2024/01/02/us/harvard-claudine-gay-resigns.html#:~:text=Harvard's%20president%2C%20Claudine%20Gay%2C%20announced,7.">vertici</a> delle università, le cui azioni, in alcune circostanze, hanno comportato le loro <a href="https://www.npr.org/2023/12/10/1218432974/penn-president-resigns-after-testifying-about-antisemitism-on-campus">dimissioni</a>.</p>
<p>Ciò che accade nel mondo accademico a stelle e strisce è la quotidianità per<strong> Greg Lukianoff</strong>, presidente e CEO della <a href="https://www.thefire.org/">Foundation for Individual Rights and Expression</a>. I suoi obiettivi sono la tutela e la promozione dei diritti fondamentali nei campus universitari. Il tema che tratta nella sua newsletter <a href="https://eternallyradicalidea.com/"><em>The Eternally Radical Idea</em></a>, sul quale ha co-scritto con Rikki Schlott anche l’ultimo libro <a href="https://www.penguin.co.uk/books/455749/the-canceling-of-the-american-mind-by-schlott-greg-lukianoff-and-rikki/9780241645574"><em>The Canceling of the American Mind</em></a> (Penguin Books, 2023) e di cui ha parlato a <em>Magzine</em>.</p>
<p><strong>In varie università statunitensi c’è un’atmosfera di tensione. Nei campus, la libertà di parola scricchiola?</strong></p>
<p>«È in declino, ma questa tendenza è iniziata molto prima del 7 ottobre 2023. C&#8217;è stata un’aperta ostilità verso il concetto di libertà di espressione nei campus per decenni, qualcosa che ho osservato già mentre ero a Stanford Law negli anni Novanta. Tipicamente erano gli amministratori a cercare di limitare la libertà di parola. Intorno al 2014, però, è avvenuto un cambiamento drammatico. Una generazione di studenti è arrivata nei campus dopo essere stata educata con alcune pessime idee sul supposto e potenziale “danno” delle parole e sulla loro stessa fragilità. Per la prima volta, gli amministratori, storicamente critici verso la libertà di espressione, hanno trovato un gruppo di studenti con cui allearsi per sopprimere questo diritto ad altri studenti, docenti e relatori invitati nelle università».</p>
<p><strong>Dall’inizio del conflitto Israele-Hamas, la polarizzazione del discorso nelle università statunitensi si è intensificata. Ha implicazioni sociali più ampie che riflettono un cambiamento anche nei dibattiti tra studenti, docenti e tra studenti e docenti?</strong></p>
<p>«La polarizzazione del discorso nei campus si è sviluppata per decenni. È accelerata negli ultimi dieci anni, e l’ambiente dopo il 7 ottobre 2023 ha rivelato quanto la situazione fosse peggiorata. E la <a href="https://www.vice.com/en/article/cancel-culture-meaning/"><em>cancel culture</em></a>, che ha le sue radici nell’istruzione superiore, non sorprende che continua a essere utilizzata come arma da chi detiene opinioni maggioritarie nei campus. Ma è troppo presto per sapere se questo aumento dello scontro sia temporaneo o rappresenti una nuova normalità».</p>
<p><strong>L&#8217;approccio all’ attivismo universitario e, di conseguenza, all’applicazione del Primo Emendamento stanno mutando?</strong></p>
<p>«Un aspetto positivo del caos nei campus è che alcune università hanno iniziato a capire quanto sia rischioso esprimersi sulle questioni politiche del momento. La tendenza a emettere dichiarazioni istituzionali su temi politici divisivi è qualcosa che abbiamo iniziato a vedere dopo l’uccisione di <a href="https://www.nytimes.com/article/george-floyd.html">George Floyd nel 2020</a>, quando gli studenti hanno iniziato a chiedere che le loro scuole si pronunciassero sull’incidente e le amministrazioni sono state più che disposte ad accontentarli. Questo, prevedibilmente, ha portato a una situazione insostenibile nella quale ogni gruppo ora si aspetta che la propria università rilasci una dichiarazione quando la loro causa o questione è sotto i riflettori. Così, in questo caso, gli studenti pro-Israele hanno insistito perché venisse condannato Hamas, mentre quelli pro-Palestina si aspettavano che criticassero Israele. Questo dilemma impossibile ha portato diversi istituti, tra i quali Yale, Penn, USC, Johns Hopkins e Purdue, a vedere la saggezza nell’adottare la neutralità istituzionale».</p>
<p><strong>Questo clima si respira, principalmente, nelle università della Ivy League. È una visione distorta?</strong></p>
<p>«In generale, le scuole private d’élite si sono dimostrate avere ambienti scadenti per la libertà di parola nei loro campus. Infatti, per il secondo anno consecutivo, Harvard si è classificata ultima nella classifica <a href="https://www.thefire.org/college-free-speech-rankings">“College Free Speech Rankings”</a> di FIRE, mentre la Columbia al penultimo. Nessuna delle università della <a href="https://www.usnews.com/education/best-colleges/ivy-league-schools">Ivy League</a>, a eccezione di Yale, è riuscita a posizionarsi sopra il 200° posto nelle classifiche 2024, che ha valutato 251 scuole. Vale la pena notare, tuttavia, che l’Università della Virginia si è classificata al primo posto nelle nostre classifiche e quella di Chicago ha ottenuto buoni risultati costantemente».</p>
<p><strong>Dopo questo primo anno di proteste, quali pensa siano i rischi per la libertà di espressione e l’attivismo universitario?</strong></p>
<p>«Continuo a temere che gli studenti siano stati educati male a credere che la libertà di espressione sia uno strumento dei potenti. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. I potenti non hanno bisogno della libertà di espressione perché se la sono sempre cavata bene senza di essa. Sono sempre state le minoranze a fare affidamento sulla libertà di espressione per sfidare il governo e chiedere pari diritti».</p>
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		<title>Proteste in Nuova Caledonia: l&#8217;ardua strada della convivenza</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Jun 2024 07:36:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Tamberi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[kanak]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazioni]]></category>
		<category><![CDATA[numea]]></category>
		<category><![CDATA[nuova caledonia]]></category>
		<category><![CDATA[proteste]]></category>

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		<description><![CDATA[Poco più di un mese fa abbiamo assistito alle proteste che hanno messo in subbuglio Numea, la capitale della Nuova Caledonia: automobili date alle fiamme, negozi saccheggiati, il coprifuoco notturno, ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="630" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/06/barricate-nuova-caledonia-proteste.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="barricate-nuova-caledonia-proteste" /></p><p>Poco più di un mese fa abbiamo assistito <mark class='mark mark-yellow'>alle proteste che hanno messo in subbuglio Numea, la capitale della Nuova Caledonia</mark>: automobili date alle fiamme, negozi saccheggiati, il coprifuoco notturno, l’intervento delle autorità locali prima e poi dell’esercito francese hanno delineato uno scenario senza precedenti nella storia dell’arcipelago malesiano.</p>
<h2>L&#8217;antefatto storico</h2>
<p>Le ragioni di queste grandi manifestazioni sono legate all’ultima svolta nella politica locale, ovvero la discussione nel Parlamento francese di una riforma costituzionale che porterebbe all’aumento degli aventi diritto al voto, e che di conseguenza diminuirebbe il peso delle popolazioni indigene locali nei momenti di elezioni e di referendum. Per comprendere il fatto più recente, bisogna prima capire che la questione è storica, e affonda le proprie radici nel fatto che <mark class='mark mark-yellow'>la Nuova Caledonia, come tutti i territori della Francia d’oltremare, sono residui del suo impero coloniale</mark>: «Questa questione ha sempre avuto a che fare con il tema della colonizzazione. La Nuova Caledonia infatti venne annessa formalmente alla Francia nel 1853. Il trauma però, storicamente, non è tanto l’annessione formale, ma le questioni che emergono a fine ‘800, come la sottrazione di terre e l’adozione del codice dell’indigenato» spiega <strong>Adriano Favole</strong>, professore ordinario di Antropologia culturale all&#8217;Università di Torino e Visiting Professor all&#8217;Università della Nuova Caledonia. Secondo il codice dell’indigenato, abolito nel 1946, gli autoctoni delle colonie venivano considerati di fatto sudditi francesi, e venivano sottomessi ai lavori forzati, sottoposti a varie misure repressive come la requisizione, il carcere o la deportazione.</p>
<p>«I fatti recenti si legano a uno snodo che si colloca tra il 1988 e il 1998. Nell’88 si chiudono infatti quattro anni di rivolte, quelli che localmente vengono chiamati <em>Les évènements </em>(“gli avvenimenti”). Questi anni si chiudono con l’accordo di Matignon, voluto tra gli altri da un grande leader statista, <strong>Jean-Marie Tjibau</strong>: una figura storicamente importante non solo per il Paese, ma anche per l&#8217;idea di come si risolve un conflitto coloniale». Jean-Marie Tjibau fu negli anni ’80 il leader del movimento indipendentista dei kanak, ovvero la popolazione locale: la sua importanza storica sta nella decisione di non proseguire il processo di liberazione tramite la lotta armata, ma deponendo le armi e spianando la strada alla convivenza dei popoli, a partire appunto dall’accordo di Matignon.</p>
<h2>L&#8217;accordo di Numea</h2>
<p>Su quella scia, dieci anni dopo, viene firmato <strong>l’accordo di Numea</strong>: «Questo nuovo accordo ha gli stessi tre attori del precedente, ovvero la fazione degli indipendentisti, quella dei non indipendentisti e lo Stato francese nel ruolo di garante. Esso si basa su tre grandi principi che stanno nel prologo del testo: <mark class='mark mark-yellow'>il primo è il riconoscimento del fatto coloniale, ovvero la Francia riconosce di aver annesso la Nuova Caledonia in modo giuridicamente improprio. In secondo luogo, viene riconosciuto popolo kanak, l’unico ancora oggi ad avere questo status nei territori francesi d’oltremare.</mark> Infine, i kanak riconoscono il diritto di rimanere agli altri gruppi che si sono stabiliti sul territorio dall’800 a oggi, per costruire insieme un destino comune. A differenza di tutte le altre colonie francesi, questo è l’unico caso in cui c’è un accordo di decolonizzazione dove i bianchi e tutte le altre comunità non vengono cacciate». L’accordo, dalla durata di vent&#8217;anni, di fatto trasferisce per la prima volta al governo locale tutta una serie di competenze che, di norma, spetterebbero allo Stato francese. Vengono anche fissati tre referendum sull’indipendenza: il primo il 4 novembre 2018, il secondo il 4 ottobre 2020, e l’ultimo, in caso di vittoria del no nei primi due, il 12 dicembre 2021.</p>
<p>C’è un altro aspetto dell’accordo di Numea da prendere in considerazione per capire appieno cosa ha portato alle manifestazioni dello scorso mese: «Chi sono i cittadini che possono votare ai referendum? Solo coloro che sono riconosciuti come tali nel 1998, al momento dell’accordo, e i loro figli. Questo è il <mark class='mark mark-yellow'>congelamento del corpo elettorale</mark>: vent’anni dopo potranno votare coloro che stavano già lì, non chi nel frattempo arriva dalla Francia o da altrove. L’idea dietro questa scelta è di costruire una comunità, e non sbilanciarla: sennò se arrivassero moltissime persone da Parigi, si tornerebbe a una dinamica coloniale».</p>
<h2>Gli errori della politica francese</h2>
<p>Nel primo referendum ha vinto il no all’indipendenza, al 57%. Nel secondo la vittoria del no si riduce al 53%, tracciando la strada verso l’indipendenza. Nell’ultimo referendum però, la crisi sanitaria dovuta alla pandemia da coronavirus e il rifiuto di Parigi di posticipare le elezioni hanno spinto gli indipendentisti al boicottaggio del voto, facendo un’ultima schiacciante vittoria al no. È il primo di una serie di errori del governo francese che, da da ruolo di garante di un Accordo per arrivare all&#8217;indipendenza, viene ora percepito di nuovo come favorevole al campo anti-indipendentista.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Adriano Favole, professore di antropologia culturale all&#8217;Università di Torino: «Quello che tengo sempre a sottolineare è che l’accordo di Numea era un accordo di convivenza tra comunità differenti: questa è la sua grandezza. Non è un accordo unicamente a difesa dei Kanak, come spesso si pensa: riconoscerlo come popolo dava loro un recupero di dignità dopo cento anni di colonizzazione»</span>«Non credo che Macron di principio volesse ricolonizzare il Paese. Davanti a questa impasse, egli decide che per il rinnovo il congresso ‒ previsto per dicembre 2024 ‒ bisogna togliere il congelamento del corpo elettorale. Macron quindi chiede quindi al Parlamento francese di approvare una riforma costituzionale, che per l’appunto si chiama disgelo del corpo elettorale. Questo provvedimento passa all’Assemblée Nationale a fine aprile, e in quel momento cominciano le prime grandi manifestazioni pacifiche, sia dei non indipendentisti che chiedono il disgelo, sia degli indipendentisti che affermano che il disgelo è un atto coloniale. La cosa degenera quando il provvedimento passa al Senato, il 13 di maggio».</p>
<p>I problemi che hanno portato all’inasprimento degli scontri in tempi recenti sono dovuti ad errori politici e a una crisi economica che ha colpito duramente tutta la regione: «Secondo me c’è una grande ignoranza rispetto alla storia di questo Paese e rispetto alle dinamiche dei popoli indigeni. La mia idea è che il presidente e i suoi con consiglieri si sono dimostrati incapaci di capire la dinamica politica locale. C’è stata grande sottovalutazione, insieme all’incapacità di conoscere la storia di questo Paese […]. <mark class='mark mark-yellow'>La Nuova Caledonia inoltre è uno dei quattro depositi mondiali più ricchi di nichel</mark>. È il territorio europeo più ricco di nichel. Da qualche anno a questa parte le grandi aziende mondiali che producono batterie, che fanno un importante uso di nichel, hanno spostato i loro acquisti verso l’Indonesia. Perché? Perché costa meno. Questo ha gettato le miniere della Nuova Caledonia in una crisi tremenda. Sono infatti tutte quante sull’orlo del fallimento: in realtà sarebbero già fallite se non fosse per l’intervento dello Stato».</p>
<p>Oltre alla crisi economica, la situazione attuale rimane molto incerta. Nonostante sembrino terminati i giorni di proteste violente, ci si chiede come si evolverà la situazione: «Secondo me questo provvedimento si fermerà, perché non ha neanche più la maggioranza a Parigi. <mark class='mark mark-yellow'>Il problema è capire come ricostruire localmente il dialogo, ed evitare di ricreare dinamiche di conflitto».</mark></p>
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		<title>Proteste in Francia, un &#8220;affaire&#8221; che riguarda anche le giovani generazioni</title>
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		<pubDate>Fri, 05 May 2023 15:18:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Sara Fisichella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazioni]]></category>
		<category><![CDATA[pensioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Giovani, famiglie, studenti, sindacati, black bloc. La mobilitazione francese contro la contestatissima riforma delle pensioni di Macron, promulgata da metà aprile senza l’approvazione del Parlamento, coinvolge varie frange della popolazione. ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2000" height="1228" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/IMG-20230504-WA00151.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Thomas e Justine, due giovani francesi" /></p><p>Giovani, famiglie, studenti, sindacati, black bloc. <mark class='mark mark-yellow'> La mobilitazione francese contro la contestatissima riforma delle pensioni di <strong>Macron</strong>, promulgata da metà aprile senza l’approvazione del Parlamento, coinvolge varie frange della popolazione. </mark> Il primo maggio, in alcune zone, è sfociata in scontro tra polizia e manifestanti, con oltre 500 arresti in più di 300 cortei e più di 400 poliziotti feriti. La prima ministra <strong>Elizabeth Borne</strong> ha parlato di “un nuovo stadio di violenza”.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> Si scende in piazza da marzo e, almeno fino ad ora, tutti i tentativi di far recedere il presidente sono stati vani: </mark> il 3 maggio scorso, per la seconda volta, il Consiglio costituzionale ha detto no al referendum. I sindacati non cedono: la prossima giornata di mobilitazione generale, la quattordicesima, sarà martedì 6 giugno.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> «Sembra che faccia bene al morale poter manifestare: camminare per le strade e poter comunicare i propri messaggi e le proprie richieste». </mark> <strong>Thomas</strong> vive a <strong>Grenoble</strong> ed è uno dei tanti ragazzi che qualche volta ha preso parte alle manifestazioni della città sudorientale transalpina. Non è a <strong>Parigi</strong>, ma delinea lo scenario della capitale: molte più persone e luoghi simbolici dal significato politico come Place de la République, Place de la Bastille e Place de la Concorde.</p>
<p>«A Grenoble è un po’differente: tutti i sindacati si riuniscono in un punto preciso della città e, generalmente, si ritrovano alle 10 in stazione. Dopo marciano lentamente per tre/quattro ore fino al punto di arrivo. Non è un corteo statico – aggiunge – è mobile, perché ci si muove continuamente, ed è una situazione piuttosto calma: <mark class='mark mark-yellow'> i sindacati avanzano le loro richieste, mentre le persone che non ne fanno parte hanno i loro messaggi sui cartelli di cartone». </mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> «A Grenoble i sindacati avanzano le loro richieste, mentre le persone che non ne fanno parte hanno i loro messaggi sui cartelli di cartone». Thomas vive nella città francese e racconta di cortei che partono dalla stazione e si muovono per qualche ora. </span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> L’altra faccia della medaglia mostrata da <strong>Thomas</strong> è un governo non disposto ad ascoltare le richieste dei giovani</mark>. Le nuove generazioni si sono così organizzate in maniera autonoma, scendendo in piazza per conto proprio. Thomas si è recato ad uno di questi raduni non ufficiali ed è rimasto stupito per i tanti ragazzi presenti. Racconta che l’evento è sfociato in un momento di tensione: «Ad un certo punto i poliziotti hanno fermato il corteo, ci hanno accerchiato e hanno cominciato a lanciare dei gas lacrimogeni. Una cosa del genere a Grenoble non era mai successa».</p>
<div id="attachment_66285" style="width: 1440px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/IMG-20230504-WA0017.jpg"><img class="wp-image-66285 size-full" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/IMG-20230504-WA0017.jpg" alt="Una delle manifestazioni a Grenoble, in Francia. Fonte: pagina Facebook CGT ISERE" width="1440" height="917" /></a><p class="wp-caption-text">Una delle manifestazioni a Grenoble, in Francia. Fonte: pagina Facebook CGT ISERE</p></div>
<p>Spiega che il governo <strong>Macron</strong> ha fatto molte leggi per incrementare le forze dell’ordine e diminuire il numero di partecipanti: la volontà è limitare i cortei, e per farlo si è disposti anche ad usare la violenza. Un fattore che intimorisce i giovani: in molti hanno paura a partecipare: <mark class='mark mark-yellow'> «Purtroppo i media mainstream si concentrano principalmente sulle azioni dei black bloc ,che noi chiamiamo i “guastatori”, e non sulle violenze della polizia. Il governo non fa altro che parlare di violenze commesse dai manifestanti <strong><span style="font-weight: 400;">e non di quelle commesse dai poliziotti»</span></strong>. </mark></p>
<p>Anche <strong>Justine</strong> vive a Grenoble. Concorda sulla grande visibilità che i media forniscono ai black bloc: «Le manifestazioni non sono solo loro. Probabilmente sono più visibili, perché tendono a distruggere ed incendiare tutto, ma esistono anche persone come me che sono interessate alla questione climatica».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> Anche Justine vive a Grenoble e critica la scelta del presidente Macron di appellarsi all&#8217;art 49-3: «È come se il governo non ascoltasse più i francesi che non sono d’accordo e che hanno delle richieste da avanzare<strong><span style="font-weight: 400;">»</span></strong>. </span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> Il tema caldo rimane quello delle pensioni: </mark> «Io manifesto perché penso che questa riforma sia inutile: disponiamo di nuove tecnologie che ci permetterebbero di stare più tranquilli e di diminuire le ore di lavoro. Molte persone soffrono e vanno in burnout perché sono costrette a lavorare troppo per mantenersi. Lo Stato ci dice che ci sono aiuti, che la <strong>Francia</strong> ha i soldi per concedere questi finanziamenti. Non è possibile far pagare delle tasse del genere a lavoratori che ricevono un piccolo salario. Anche la sanità non garantisce un aiuto ai più in difficoltà<strong><span style="font-weight: 400;">»</span></strong>.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> Justine critica anche la scelta di Macron di appellarsi all’art 49-3: </mark> «È come se il governo non ascoltasse più i francesi che non sono d’accordo e che hanno delle richieste da avanzare. Macron, nonostante abbia vinto, ha pochi elettori. Il suo governo ci pone delle leggi che non sono condivise dalla maggioranza della popolazione. <mark class='mark mark-yellow'> Sapeva di non aver ottenuto la maggioranza e aveva promesso di ascoltare le nostre richieste. Così non è stato, e quindi la mobilitazione sarà sempre più forte<strong><span style="font-weight: 400;">»</span></strong>. </mark></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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