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	<title>magzine &#187; lockdown art diaries</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Lockdown art diaries 5 &#8211; #divani nel 2020</title>
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		<pubDate>Mon, 11 May 2020 11:47:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Natale Ciappina]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
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		<description><![CDATA[Nonostante la fase 2 sia iniziata ormai da una settimana, il ritorno alla routine degli spazi esterni, che caratterizzava le giornate di ogni italiano e di ogni essere umano, è ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/05/living-room-2569325_1920.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="living-room-2569325_1920" /></p><p>Nonostante la fase 2 sia iniziata ormai da una settimana, il ritorno alla routine degli spazi esterni, che caratterizzava le giornate di ogni italiano e di ogni essere umano, è ancora lontana dall’essere ripresa. Fra aperitivi su Skype, flashmob sul balcone e panificazioni del fine settimana, in questi due mesi tutti hanno evoluto, in un modo o in un altro, il rapporto e il legame con le proprie case.<mark class='mark mark-yellow'>Di tutta questa umanità, compressa fra le mura domestiche, <strong>Cristina Puccinelli</strong>, attrice e regista, ne ha identificato un frame, un oggetto che meglio di altri incarna quella che per tanti è una quarantena destinata ancora a durare: il divano di casa, come comune denominatore ai lockdown di ognuno di noi; tutti diversi, ma simili fra loro.</mark></p>
<div id="attachment_44803" style="width: 340px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/05/unnamed1.jpg"><img class="size-full wp-image-44803" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/05/unnamed1.jpg" alt="Cristina Puccinelli" width="340" height="512" /></a><p class="wp-caption-text">Cristina Puccinelli, foto di Federico Ferrantini</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>«L’idea era quella di raccogliere un po’ di intimità di questo momento» racconta l’attrice lucchese, che ha dato come titolo provvisorio al proprio progetto, che vedrà luce il prossimo giugno, un esplicativo <em>Divani nel 2020</em>.<mark class='mark mark-yellow'>Un mediometraggio partecipato, «lungo al massimo una cinquantina di minuti e dove ogni persona è autrice del video che invia», prosegue Cristina Puccinelli, che definisce questi contributi come delle «cartoline di solitudine», con il divano come sfondo.</mark> Una sorta di documentario, dunque, dove ogni attore, professionista o improvvisato, raccoglie in video un po’ di quell’intimità che l’ha accompagnato in questi mesi.</p>
<p>«Il divano è lo spazio più indicato per farlo – commenta Puccinelli – perché rappresenta un habitat personalissimo, dove si trovano le realtà che si vivono in prima persona.<mark class='mark mark-yellow'>Nei contributi che ho ricevuto finora, è un tratto che è emerso con forza, seppur differenziato di volta in volta. C’è gente che già da prima viveva molto la propria casa, e il proprio divano, ma per altre non è stato sempre così; poi c’è la differenza nel viverlo a seconda se si è donne o uomini. O ancora, se si è attori comici o drammatici; alcuni contributi che mi sono arrivati sono stati molto originali, e divertenti; altri, invece, più filosofici».</mark></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Oltre che il divano, il filo conduttore dei diversi videoclip è il legame fra lo spazio interno ed esterno.</mark> Un’idea che ha iniziato a formarsi, nella testa di Cristina Puccinelli, dopo una dozzina di giorni di quarantena forzata. «Le prime due settimane le ho passate da sola – confida l’attrice – e c’era una sensazione di straniamento, con tutto che si trasforma, tu che ti ritrovi a stare con te stessa, ad avere pensieri diversi, nonostante si rimanga immobili, a casa propria. Per <em>Divani nel 2020</em> avevo quindi chiesto che questi momenti emergessero durante la proiezione verso il fuori: nel mezzo di una videochiamata, a comprare qualcosa su internet oppure affacciati al balcone per parlare con un vicino, ma per poi rientrare e trovarsi soli, in quello stesso spazio che ha come chiave narrativa il divano».</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Questi giorni, che per molti italiani hanno dei vaghi contorni di un ritorno alla normalità, per Cristina Puccinelli non sono troppo differenti rispetto a quelli che li hanno preceduti.</mark> «Questo perché certi atteggiamenti assunti nella fase 1 non si sono ancora persi, e tornare fuori non sarà per tutti così semplice».<mark class='mark mark-yellow'>Ed è proprio per questo che il progetto di selezione per i contributi che confluiranno in <em>Divani nel 2020</em> proseguirà fino al 30 maggio, allargandosi anche ai lettori di Magzine, cui la regista si rivolge.</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>L&#8217;attrice e regista Cristina Puccinelli lancia un progetto di medio-metraggio in cui il divano è protagonista: «Sono cartoline di solitudine dove ogni attore, professionista o improvvisato, raccoglie in video un po’ di quell’intimità che l’ha accompagnato in questi mesi.»</span></p>
<p>«Chi avesse un‘idea può mandare il proprio video-contributo via WeTransfer alla mail <a href="mailto:20divani@gmail.com">20divani@gmail.com</a>, dove potete scrivermi anche per ulteriori spiegazioni.<mark class='mark mark-yellow'>La cosa che vi accomunerà tutti è, appunto, il vostro divano. Potete fare davvero quello che volete. Raccontate cosa sta cambiando nel vostro atteggiamento, cosa pensate, cosa volete, se ci sono rammarichi, a cosa rinunciate, cosa per voi è più importante in questa circostanza.</mark> Il contenuto può essere comico, drammatico, silenzioso, sportivo: non ci sono limiti, tutto è lecito. Ognuno di voi sarà un&#8217;istantanea di questo periodo storico».</p>
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		<title>Lockdown art diaries 4 &#8211; #StayHomeSounds</title>
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		<pubDate>Thu, 07 May 2020 05:47:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annarosa Laureti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[lockdown art diaries]]></category>
		<category><![CDATA[StayHomeSounds]]></category>

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		<description><![CDATA[In questo periodo ho sempre pensato che uno dei cinque sensi maggiormente colpito dal lockdown – dopo il tatto ovviamente – sia quello della vista. Il panorama contemplabile da ognuno ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1481" height="864" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/05/Sound-map-of-the-world-and-field-recordings-by-Cities-and-Memory-Google-Chrome-05_05_2020-18_30_50-2.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="#StayHomeSounds" /></p><p>In questo periodo ho sempre pensato che uno dei cinque sensi maggiormente colpito dal <em>lockdown</em> – dopo il tatto ovviamente – sia quello della vista. Il panorama contemplabile da ognuno di noi ha assunto le dimensioni rettangolari di una finestra. I più fortunati hanno potuto continuare ad osservare il mare, le montagne, il tramonto sulle colline; altri invece si sono dovuti accontentare del profilo grigio e sporco del palazzo di fronte. A me poteva andare peggio. Seppur in città, infatti, ho potuto comunque osservare, nei due mesi trascorsi, l’avanzata della primavera, con lo sbocciare dei fiori nel cortile condominiale e la crescita delle foglie sugli alberi nel parco al di là della strada. La televisione e Internet sono poi diventanti il nostro unico grande occhio sul mondo, vicino e lontano. Da un po’ di tempo però, ho iniziato a riflettere su quanto l’isolamento abbia impattato anche su l’udito, forse quel senso che più di tutti è strettamente collegato alla paura. Un pericolo invisibile lo si avverte infatti rizzando le orecchie, ascoltando con attenzione ogni minimo rumore che ci circonda. <mark class='mark mark-yellow'>I suoni di questo mondo chiuso sono cambiati. Abbiamo iniziato a notare e a distinguere con attenzione le varie tipologie di sirene, di allarmi. Le canzoni e la musica hanno scandito per un po’ gli orari della giornata, il mezzogiorno così come le sei del pomeriggio, e un concerto di aspira polveri ha allietato ogni nostro sabato mattina. </mark> Anche il canto degli uccelli ci è sembrato più forte, a tratti fastidioso, perché in grado di ricordarci costantemente la natura che là fuori si risveglia.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Stuart Fowkes ha raccolto i suoni dal lockdown: «Volevo far comprendere ad ognuno di noi come il mondo ora stia “suonando” all&#8217;unisono».</span></p>
<p>Mi sono resa conto di non essere l’unica ad aver notato questo cambiamento quando per puro caso ho scoperto il progetto artistico <em>#StayHomeSounds</em> ad opera di <strong>Stuart Fowkes</strong>. Raccogliendo suoni del <em>lockdown</em> provenienti da tutto il mondo, questo <strong><em>sound artist</em> di Oxford</strong>, ha pensato bene di documentare e «registrare per i posteri l’unicità della situazione che stiamo vivendo anche dal punto di vista sonoro». Ciò che ne risulta, visivamente parlando, è un vero e proprio planisfero digitale attraverso il quale ascoltare i rumori del nostro pianeta. «Volevo far comprendere ad ognuno di noi» racconta Stuart «come il mondo ora stia “suonando” all&#8217;unisono, attraverso la condivisione di storie e relazioni tra persone che vivono una situazione simile».</p>
<p>Centinaia di suoni differenti sapientemente catalogati per Stato, regione e città. La libera partecipazione al progetto ha permesso a Stuart di ricevere registrazioni eterogenee in grado di descrivere al meglio ogni diversa sfaccettatura sonora di questo particolare frangente. <mark class='mark mark-yellow'> «Molte persone hanno deciso di partecipare inviandoci – e continuando ad inviarci – centinaia di suoni differenti: da quelli registrati nei luoghi un tempo affollati ed ora deserti, a quelli che riproducono il riemergere della natura, passando per i nuovi rumori che hanno caratterizzato i mesi trascorsi, come i <em>flashmod</em> sui balconi… ed ancora suoni di vita domestica, di malcontento sociale e di protesta». </mark></p>
<p>Con un semplice clic sul tasto play è possibile intraprendere un vero e proprio viaggio, tra sensazioni e ricordi. Ascoltando ad occhi chiusi un audio intitolato “Lunch time in Le Marche”, è stato facile ritrovarsi, anche solo per quattro minuti, nel giardino di casa, tra il canto delle tortore e il fruscio del vento tra le foglie. Un’esperienza emotiva molto forte, riconosciuta anche dallo stesso Stuart: «Ho parte della famiglia in Italia, e ascoltare suoni registrati nelle sue vicinanze mi aiuta a sentirmi più unito ad essa. Scoprire poi che ci sono persone da tutto il mondo, dall&#8217;Argentina all&#8217;Australia, che stanno attraversando uguali problemi e momenti è davvero straordinario».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> Nato da poco, <em>#StayHomeSounds</em> fa parte del più ampio progetto <em>Cities&amp;Memory</em>, avviato nel 2014 con lo scopo di «remixare il mondo, un suono alla volta». </span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> Nato da poco, <em>#StayHomeSounds</em> fa parte del più ampio progetto <em>Cities&amp;Memory</em>, avviato nel 2014 con lo scopo di «remixare il mondo, un suono alla volta». </mark> «Solitamente – spiega Stuart – chiediamo agli artisti di registrare suoni e reagire ad essi artisticamente realizzando nuove composizioni, in modo da poter presentare non solo i rumori del nostro pianeta ma anche un mondo sonoro alternativo costruito dai ricordi, dal talento, dalle riflessioni e dalle esperienze personali». Con più di 4000 registrazioni e una copertura di oltre cento Paesi differenti, <em>Cities&amp;Memory </em>permette una conoscenza di luoghi, ambienti più profonda, e maggiormente immersiva di una comune foto o cartolina. «Trovo sempre fantastico, aprendo le email al mattino, scoprire di essere riusciti a raggiungere persone dall&#8217;Islanda, dall&#8217;Iran, dall&#8217;India… è un successo incredibile!».</p>
<p>Difficile stabilire, tra quanto raccolto, un suono preferito, più caro. Ognuno, con la sua peculiarità, riesce a toccare diverse corde e suscitare un sentimento a parte. Tuttavia, ammette Stuart, «Non posso non sentirmi scosso e toccato nel profondo ogni volta che ascolto tutte le raccolte di applausi agli operatori sanitari, registrate spontaneamente in diverse località e allo stesso momento». E forse è proprio il semplice battere delle mani quel suono che, più di tutti, rimarrà inciso nella nostra memoria, rappresentando una ritrovata un’unità sotto la paura nei confronti di un comune male e la speranza di un ritorno ad una vita da vivere in maniera più consapevole.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ascolta qui i suoni del lockdown <a href="https://citiesandmemory.com/covid19-sounds/">#StayHomeSounds</a></p>
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		<title>Lockdown art diaries 3 &#8211; Messages from Quarantine</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Apr 2020 06:57:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annarosa Laureti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[lockdown art diaries]]></category>
		<category><![CDATA[messages from quarantine]]></category>
		<category><![CDATA[niccolò natali]]></category>
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		<description><![CDATA[La tecnologia non sempre è nostra amica. Problemi di connessione, un tasto premuto per sbaglio o &#8211; come nel mio caso &#8211; una semplice svista, possono compromettere definitivamente qualunque lavoro. ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1666" height="972" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/Messages-from-quarantine-2.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Immagine tratta da Messages from Quarantine, di Niccolò Natali e Nikola Lorenzin" /></p><p>La tecnologia non sempre è nostra amica. Problemi di connessione, un tasto premuto per sbaglio o &#8211; come nel mio caso &#8211; una semplice svista, possono compromettere definitivamente qualunque lavoro. E così, per via di un errore di registrazione, anche una breve intervista via Skype  può trasformarsi in una chiacchierata a più riprese. Per questo salvataggio in <em>corner</em> però, non posso farlo altro che ringraziare la gentilezza (e la pazienza) di <strong>Niccolò Natali</strong>, che, nonostante tutto, ha accettato di incontrami virtualmente per una seconda volta, sottoponendosi di nuovo al mio interrogatorio. <strong>Videomaker pisano naturalizzato milanese</strong>, Niccolò da qualche settimana ha visto il proprio nome comparire sulle versioni online di diversi quotidiani internazionali, primo far tutti il <em>New York Times</em>. Motivo di questa recente notorietà è il video <em>Messages from Quarantine</em>, da lui realizzato insieme a <strong>Nikola Lorenzin e al collettivo di filmmakers <a href="http://www.santabelva.com/"><em>Santabelva</em></a></strong>.</p>
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							<img src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/Message-from-quarantine.png" alt="Message-from-quarantine">
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							Immagine tratta da Messages from Quarantine, di Niccolò Natali e Nikola Lorenzin
						</figcaption>

					
					
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		</div>
		
<p><span class='quote quote-left header-font'> «Ci siamo detti “dal momento che siamo già in contatto con queste persone, perché non chiediamo loro di rispondere ad alcune domande con dei messaggi vocali?”» </span></p>
<p>Come ogni progetto figlio della quarantena anche quello di Niccolò «nasce un po’ per caso». «Volevamo raccontare l’emergenza che stiamo vivendo da un nostro punto di vista e inizialmente ci siamo interessati al risveglio della natura. Nonostante il virus, i fiori sbocciano comunque e la primavera avanza». Un incontro inaspettato però ha fatto cambiare idea ai due videomaker: «Un giorno eravamo a girare alcune immagini in giro. <mark class='mark mark-yellow'> Ero perso dietro a un’inquadratura di un’ape che volava su di un fiore di ciliegio quando, improvvisamente, sento alle mie spalle un forte vociare. Era molto strano, per strada c’eravamo solo noi; quindi d’istinto, per vedere da dove arrivasse tutto quel rumore, mi volto e davanti a me vedo un palazzo di tredici piani. Lì, affacciate dal balcone e con un bicchiere di vino in mano, diverse persone parlavano tra loro. Ho deciso di lasciar perdere il mio fiore e ho urlato loro un fragoroso “ciao!”». </mark> Sono bastate quattro chiacchiere e la richiesta di poter filmare la scena con un drone è stata subito accettata dai condomini. Qualcosa però ancora non tornava «e a quel punto Nikola ha avuto l’intuizione» continua Niccolò. «Mi dice “dal momento che siamo già in contatto con queste persone, perché non chiediamo loro di rispondere ad alcune domande con dei messaggi vocali?”. La cosa mi è subito piaciuta». E così, inviando sul gruppo WhatsApp del condominio un questionario di sei domande – «Partendo da un banale “come stai”, abbiamo chiesto di raccontarci paure e speranze» – Niccolò e Nikola hanno iniziato a dare al progetto una forma definitiva.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> «Inizialmente abbiamo inviato il video alla presidenza del Consiglio dei Ministri perché in maniera un po’ ingenua pensavamo di regalarglielo, nella speranza venisse utilizzato in qualche campagna virale sull’importanza di rimanere a casa. Chiaramente non ci ha risposto nessuno e abbiamo quindi provato con <em>La Repubblica</em>. Volevamo diffondere il video a livello nazionale. <em>Repubblica </em>però ci ha chiesto di rivisitare tutti i contenuti in senso drammatico. A noi non stava bene e allora abbiamo guardato alle testate internazionali». </mark> Nonostante la prima risposta ricevuta è stata quella di <em>Al Jazeera</em>, la scelta è ricaduta sulla prestigiosa sezione <em>Op-Docs</em> del <em>New York Times</em>. «Abbiamo sempre desiderato vedere un nostro video in questa sezione riconosciuta a livello internazionale».</p>
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							Immagine tratta da Messages from Quarantine, di Niccolò Natali e Nikola Lorenzin
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<p><span class='quote quote-left header-font'> «Siamo riusciti a dare delle immagini poco note della periferia della città» </span></p>
<p><em>Messages from Quarantine</em> però, è molto più di un video racconto della quarantena; è una lettera d’amore aperta alla città di Milano, ai suoi abitanti e ai suoi meravigliosi scorci, anche di periferia. «Siamo riusciti –anche un po’ involontariamente se devo essere sincero – a dare delle immagini poco note della periferia della città che secondo me non è rappresentata abbastanza a livello di immaginario». Partiti da Barona – «il quartiere che conosciamo meglio» – e guidati da una grande passione per l’architettura, Niccolò e Nikola hanno raggiunto le torri di Gratosoglio, le case a ringhiera di via Sarpi, il complesso residenziale Monte Amiata progettato da Aldo Rossi. <mark class='mark mark-yellow'> «Seguendo l’idea del nostro <em>sound designer</em> di Berlino, ogni palazzo ha avuto un trattamento sonoro differente. Abbiamo costruito infatti, per ognuno di essi, un <em>audio bed</em> registrando i rumori dei vari ambienti. Un’operazione che è possibile solo ed esclusivamente durante la quarantena per via dell’assenza di traffico». </mark></p>
<p>Il risultato ottenuto è una forte caratterizzazione dei luoghi filmati, data dal suono, dalle voci e dalle risposte ricevute che cambiano di quartiere in quartiere. «85 persone hanno accettato di partecipare e selezionare tutto il materiale non è stato semplice». A correre in loro soccorso è stato Henry Albert, anche lui parte del collettivo<em> Santabelva</em>, «che ha trascritto in un documento Word tutte le interviste che man mano gli inviavamo». Singolare però è stata la scelta di affidarsi successivamente ad una soluzione analogica, in casi come questo migliore di quella digitale. «In maniera molto poco ecologica abbiamo stampato tutte le risposte, divise per palazzi. Ce le siamo lette tutte, abbiamo cerchiato quelle che ritenevamo essere più forti e le abbiamo ritagliate e suddivise a seconda di macro blocchi tematici. Abbiamo lasciato per terra questo schema di foglietti per tutti i dieci giorni di montaggio e ci è capitato più volte di guardare ad esso quando volevamo modificare qualcosa in corso d’opera».</p>
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							Immagine tratta da Messages from Quarantine, di Niccolò Natali e Nikola Lorenzin
						</figcaption>

					
					
				</div>
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		</div>
		
<p>Nonostante il contratto firmato con il <em>New York Times</em> prevedesse clausole stringenti – «un’esclusiva del video per trenta giorni e il successivo consenso per la pubblicazione dello stesso su altre piattaforme» –<em>Messages from Quarantine</em> ha potuto raggiungere anche la Cina. <mark class='mark mark-yellow'> «Alcuni ragazzi di Bologna dell’associazione italo-cinese <em>4xDecameron</em> ci hanno aiutato a tradurre i vari sottotitoli ma soprattutto a veicolare il video su ogni tipo di media adatto. In Cina non si ha accesso a Vimeo, Instagram, Facebook, Youtube ecc e quindi c’è bisogno anche di questo tipo di “traduzione”». </mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> «La forzatura del dover utilizzare il messaggio vocale di Whatsapp ci è tornata a favore. Le persone si sono prese un personale momento di riflessione. Hanno parlato con il loro tempi, nel loro spazio». </span></p>
<p>Il video, infine, è stato anche pubblicato nella sezione <em>Staff Picks </em>di Vimeo e Niccolò e Nikola si dicono molto contenti del successo ottenuto. Il motivo di tutto ciò credo sia molto semplice: guardando il loro filmato è impossibile non riconoscersi in almeno una delle frasi e confessioni rilasciate volontariamente. Tanta è la carica emotiva, così come quella empatica, risultato della situazione comune che si sta vivendo. «La forzatura del dover utilizzare il messaggio vocale di Whatsapp – ammette Niccolò – ci è tornata a favore. Inviandoci le risposte, le persone si sono prese un personale momento di riflessione. Hanno parlato con il loro tempi, nel loro spazio. <mark class='mark mark-yellow'> Questo ci ha consentito di arrivare a quel livello di intimità che – mi viene da dire – è l’obiettivo di ogni intervista. Riuscire a levare all’intervistato la veste dell’intervistato; e farlo parlare per chi è veramente». </mark></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Guarda qui <a href="https://vimeo.com/408103142"><em>Messages from Quarantine</em></a></p>
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		<title>Lockdown art diaries 2 &#8211; Quando poi</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2020 08:13:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annarosa Laureti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<description><![CDATA[Non sono mai stata una grande amante delle videochiamate. L’idea di poter sostituire il rapporto, il calore umano, tramite lo schermo di un computer è per me impensabile. Skype, Facetime, ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1136" height="640" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/Coez-fronte-copertina-04_04_20.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Quando poi, Coez, Ph. Simone Biavati" /></p><p>Non sono mai stata una grande amante delle videochiamate. L’idea di poter sostituire il rapporto, il calore umano, tramite lo schermo di un computer è per me impensabile. Skype, Facetime, WhastApp, e ora anche Zoom e Houseparty, di colpo hanno iniziato a scandire le nostre giornate. Faccioni in primo piano dalle voci metalliche hanno sostituito amici e parenti. Ecco, se c’è una cosa che detesto di più – dopo l’odioso ritornello della notifica di chiamata – è proprio quell&#8217;orrenda inquadrata dal basso capace di accentuare ogni tuo minimo difetto. Devo ammettere, però, che mi sono ricreduta quando ho visto le foto di <strong>Simone Biavati, giovane e promettente fotografo classe ’99</strong>. Se non fosse stato per <strong>Alessandra Lanza – editorial manager per <em>The Vision</em> </strong>– mai avrei pensato che quegli scatti fossero stati realizzati in videochiamata su Instagram, per mezzo di un semplice <em>screenshot</em>.</p>
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						<a class="aesop-lightbox" href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/Margherita-Vicario-Fronte-copertina-29_03_20.jpg" title="Quando poi, Margherita Vicario, Ph. Simone Biavati">
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							<img src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/Margherita-Vicario-Fronte-copertina-29_03_20.jpg" alt="Margherita-Vicario-Fronte-copertina-29_03_20">
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							Quando poi, Margherita Vicario, Ph. Simone Biavati
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<p><span class='quote quote-left header-font'> «Simone era partito da un discorso prettamente fotografico e io ho proposto di ampliarlo in modo tale da realizzare una sorta di “diario di bordo” della quarantena, raccontato ogni giorno da un’artista diverso. <em>Quando poi</em> nasce così» </span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> Provenienti da background differenti ma accomunati da una grande passione per la musica, Alessandra e Simone hanno deciso di raccontare come la scena musicale italiana sta vivendo il periodo di <em>lockdown</em>. </mark> «Da tempo volevo realizzare qualcosa con Simone – racconta Alessandra – e quando mi ha contatta per raccontarmi ciò che aveva in mente sono stata subito entusiasta. Simone era partito da un discorso prettamente fotografico e io ho proposto di ampliarlo in modo tale da realizzare una sorta di “diario di bordo” della quarantena, raccontato ogni giorno da un’artista diverso. <em>Quando po</em>i nasce così e più che risaltare la quotidianità vissuta in isolamento, noi ci concentriamo sull&#8217;aspetto del “dopo”. Siamo interessati alle strategie mentali che ciascuno mette in campo per gestire questo momento, pensando al futuro in maniera costruttiva».</p>
<p>Sbirciando il profilo ufficiale del progetto – nato, diffuso e realizzato interamente su Instagram – la prima cosa che salta all&#8217;occhio è la colonna di sfumature di azzurro, grigio e arancione ritraenti foto del cielo. <mark class='mark mark-yellow'> «L’idea era di realizzare un dittico costituito da uno <em>screenshot</em> ritraente l’arista (in posa e diretto da Simone come durante un normale <em>shooting</em>) e da una foto del cielo realizzata dallo stesso intervistato. Il cielo simboleggia la libertà e il futuro, ma ci ha anche permesso di attualizzare  un po’  il tutto. </mark> In base al giorno e alla città infatti, esso cambia. Quando a Roma pioveva, ad esempio, gli artisti romani hanno scattato cieli plumbei, mentre Saturnino non ha potuto evitare di includere nella foto anche l’impalcatura del proprio palazzo».</p>
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						<a class="aesop-lightbox" href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/Ghemon-25_03_20-.jpg" title="Quando poi, Ghemon, Ph. Simone Biavati">
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							Quando poi, Ghemon, Ph. Simone Biavati
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<p><span class='quote quote-left header-font'> «Contattiamo artisti provenienti da generi different. Non ci interessa la popolarità ma il loro valore» </span></p>
<p>Ad intramezzare i due scatti realizzati ci sono poi le frasi salienti di quella che Alessandra definisce «una piacevole chiacchierata», più che un’intervista. «Contattiamo artisti provenienti da generi differenti. Non ci interessa la popolarità ma il loro valore. <mark class='mark mark-yellow'> In genere diciamo loro che la chiacchierata durerà in media una quindicina di minuti ma poi tutti hanno voglia di parlare anche di più. Anche se non ci troviamo nella stessa stanza, si crea un’empatia differente, in fondo viviamo un po’ la stessa situazione. È una cosa che mi ha stupito molto». </mark> Si inizia da discorsi generici, riscontrando una comune preoccupazione – legata alla propria salute e a quella dei familiari – ma è facile poi passare ad argomenti che esulano completamente dalla quarantena. E se si trovano dei punti in comune, «vai avanti a parlare a ruota libera» confessa Alessandra. «Con Saturnino ho riso per un’ora, con Voodoo Kid ho parlato di Harry Potter e con Colombre – l’artista con cui abbiamo inaugurato il format – sono arrivata a discutere anche di massimi sistemi».</p>
<p>Dalle testimonianze raccolte emerge la singolarità di ogni artista nell&#8217;affrontare la situazione, anche dal punto di vista creativo: «Chi non era per nulla ispirato si è reso conto che anche la propria casa poteva benissimo diventare uno studio, avendo a disposizione degli strumenti e, banalmente, un computer. Qualcun altro come Coez – che ha scritto molto sin dall&#8217;inizio – ci ha detto, invece, che solamente una volta a contatto con altre persone potrà capire se quanto creato può diventare una canzone. Ai produttori infine, come Frenetik&amp;Orang3, manca soprattutto l’ambiente dello studio, il<em> flow</em> che si crea con gli altri, scherzare insieme ed abbracciarsi». Un altro discorso molto affrontato è anche quello relativo all&#8217;insegnamento che potremmo trarre da questa esperienza: «C’è chi pensa che tutto ciò ci lascerà per forza un segno e che ci saranno più risvolti positivi a livello di umanità (ma forse questo accadeva di più a marzo); poi ci sono quelli che molto schiettamente dicono che questa cosa non ci renderà persone migliori come è accaduto, ad esempio, quando si è combattuto la guerra».</p>
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						<a class="aesop-lightbox" href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/Marianne-Mirage-10_04_20.jpg" title="Quando poi, Marianne Mirage, Ph. Simone Biavati">
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							<img src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/Marianne-Mirage-10_04_20.jpg" alt="Marianne-Mirage-10_04_20">
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							Quando poi, Marianne Mirage, Ph. Simone Biavati
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<p>Per ora Alessandra e Simone non hanno ceduto alla moda delle dirette social, ma hanno portato avanti videochiamate private durante le quali «si è venuto a creare uno scambio inteso di riflessioni». <mark class='mark mark-yellow'> «Mi dispiace che questi aspetti un pochino vadano persi, ma fare dirette vuol dire fare intrattenimento. Con questo non voglio demonizzare l’intrattenimento anzi, ma il nostro scopo per ora è un altro, documentare<em>». </em></mark><em> Quando poi </em>infatti – realizzato in maniera del tutto indipendente – è un progetto che di sicuro non si fermerà alla dimensione virtuale. L’obiettivo è quello di raccogliere le varie storie in un <em>booklet </em>cartaceo simile a quello dei CD, da conservare come ricordo e magari «da sfogliare alla prossima pandemia – scherza Alessandra – ma ovviamente in questo caso spero il più tardi possibile».</p>
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<p>Per seguire il lavoro di Alessandra e Simone: <a href="https://www.instagram.com/quandopoi2020/?hl=it">@quandopoi2020</a></p>
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