<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss" xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#" xmlns:ymaps="http://api.maps.yahoo.com/Maps/V2/AnnotatedMaps.xsd" >

<channel>
	<title>magzine &#187; LGBTQ+</title>
	<atom:link href="https://www.magzine.it/tag/lgbtq/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.magzine.it</link>
	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
	<lastBuildDate>Fri, 17 Apr 2026 23:44:26 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
		<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
		<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=4.0.35</generator>
	<item>
		<title>Riscrivere la cultura con Rafiul Alom Rahaman</title>
		<link>https://www.magzine.it/riscrivere-la-cultura-con-rafiul-alom-rahaman/</link>
		<comments>https://www.magzine.it/riscrivere-la-cultura-con-rafiul-alom-rahaman/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 03 May 2023 14:34:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Federica Farina]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Instagram]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
		<category><![CDATA[LGBTQ+]]></category>
		<category><![CDATA[musulmano]]></category>
		<category><![CDATA[queer]]></category>
		<category><![CDATA[Social]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=66094</guid>
		<description><![CDATA[“In Asia meridionale mancano i dati sulla comunità queer. Non esistiamo. Ed è quello che sta succedendo nella Corte Suprema indiana in merito al matrimonio omosessuale. Viene ridotto a una ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="420" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/04/beijing25_youth_task_force_un_women_lgbtq_rafiul_alom_1565937881.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="beijing25_youth_task_force_un_women_lgbtq_rafiul_alom_1565937881" /></p><p><span style="font-weight: 400;">“In Asia meridionale mancano i dati sulla comunità queer. Non esistiamo. Ed è quello che sta succedendo nella Corte Suprema indiana in merito al matrimonio omosessuale. Viene ridotto a una questione elitaria, borghese, perché non ci sono i dati”. Dal 2017 <a href="https://www.instagram.com/thequeermuslimproject/" target="_blank"><strong>The Queer Muslim Project</strong></a> sta cambiando la narrazione della comunità LGBT+ e musulmana. <mark class='mark mark-yellow'>Il suo fondatore e direttore, <strong>Rafiul Alom Rahaman</strong>, è riuscito a riunire in uno unico luogo voci diverse per riscrivere la cultura, abbattere i soliti stereotipi omofobi e islamofobi, dare visibilità a tutte le sfumature dell’essere umano.</mark> “Oggi più di 40 mila persone collegate da tutto il mondo seguono The Queer Muslim Project”.</span></p>
<p><b>Per quale motivo ha cominciato a condividere notizie su Facebook?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quando ho iniziato il progetto, erano davvero pochi i media che andassero oltre al solito stereotipo dove la persona musulmana era sinonimo di terrorista. E ovviamente non c’era uno spazio dove si potesse condividere l’essere omosessuale e musulmano insieme, con tutte le sfumature del caso. <mark class='mark mark-yellow'>Ce ne sono così tante nel modo in cui una persona può identificarsi, può credere, può avere fede. Sono infinite le sfumature poi con cui uno può presentarsi, ognuno con la propria storia di famiglia, amore, accettazione, appartenenza, ma anche, a volte, di violenza ed esclusione. Quindi avevo bisogno di uno spazio dove si potesse andare oltre all’essere solo musulmano o solo omosessuale, dove le persone queer, con tutte le loro sfumature e quindi rappresentanti di altre intersezioni, potessero raccontare le loro storie senza l’intervento di qualcun altro, come succede nel resto dei media in modo che il loro diritto d’autore venisse riconosciuto come autentico.</mark></span></p>
<p><b>Qual è l’obiettivo di <em>The Queer Muslim Project</em>?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">[amrk]Cambiare la narrazione sulla comunità LGBT+ in modo da ottenere anche un cambiamento culturale.[/mark] Il nostro lavoro è un incrocio di mondi tra arte, cultura e media. Quindi ci siamo chiesti come costruire o migliorare la capacità dei narratori queer, degli attivisti, di chi si schiera dalla nostra parte affinché possano reclamare la proprietà delle proprie storie in modo da cambiare modo di scriverle, di raccontarle, di riprodurle nei film? L’industria cinematografica a Bollywood e anche i media inglesi in India stanno cominciando a dare spazio alla comunità queer, avendo anche le migliori intenzioni. Ma viene fatto solo il minimo indispensabile per parlarne: non si va oltre, non ci si interroga, non si pongono domande difficili. Come dicevo, ci sono molte più sfumature da raccontare. E chi può farlo con accuratezza e autenticità se non noi stessi che viviamo queste sfumature? </span><mark class='mark mark-yellow'>Ma penso che questo lavoro debba essere fatto insieme, collettivamente, in collaborazione tra di noi. Un’organizzazione da sola non può fare giustizia perché le persone queer sono così diverse.</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>&#8220;Un’organizzazione da sola non può fare giustizia perché le persone queer sono così diverse. Devono essere più voci insieme&#8221;.</span></p>
<p><b>Continua a parlare di comunità queer ma <em>The Queer Muslim Project</em> rappresenta anche altro: la fede islamica. </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">All’inizio mi veniva chiesto continuamente: “Perché vuoi renderti la vita difficile? Nessuno ti darà i soldi se parli anche di Islam”. Ma è sbagliato perché è proprio questo il punto. Da una parte, ci sono i musulmani integralisti che ci ricordano che non c’è posto per noi, che non siamo abbastanza musulmani. Dall’altra, gli islamofobi ci dicono costantemente che cerchiamo di indorare la violenza islamica raccontando storie positive. <mark class='mark mark-yellow'>Noi vogliamo raccontare le nostre sfumature.</mark></span></p>
<p><b>Che ruolo hanno i social considerando che <em>The Queer Muslim Project</em> esiste quasi esclusivamente tra Facebook e Instagram? </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Innanzitutto, penso che i social media diano legittimità, soprattutto se si appartiene a una minoranza o a un contesto emarginato. Qualche anno fa non potevamo nemmeno immaginare di avere uno spazio all’interno dei media tradizionali dove poter parlare di identità intersezionali. Oggi, nonostante tutte le controversie aziendali, Instagram è uno spazio molto potente. Tanto che siamo riusciti a collaborare con istituzioni cosiddette storiche che vedono un certo tipo di validità nel nostro lavoro grazie ai numeri che facciamo. Ma è davvero triste perché ci considerano solo per la portata di persone che riusciamo a raggiungere e, in base a questo, noi abbiamo dovuto pensare al modo in cui raccontare le nostre comunità cercando di preservarle e di mantenere comunque visibilità. E poi parlare di fede non è facile. Anche all’interno del mondo LGBT+ non tutte le persone si sentono a proprio agio a causa della storia, delle violenze perpetuate dalle religioni organizzate nei confronti delle persone queer e trans. Ma comunque ci sono almeno tre motivi ben precisi per cui credo nel potere che ha Instagram.</span></p>
<p><b>Che sarebbero?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per prima cosa, abbiamo una piattaforma per condividere queste storie in tutte le loro sfumature perché ogni persona vive a proprio modo le esperienze, l’essere queer, la fede, l’appartenenza alla periferia. E quindi abbiamo uno spazio dove siamo visibili.  </span>In secondo luogo, attraverso la nostra presenza sui social siamo riusciti a raggiungere gli altri superando i confini nazionali, arrivando in Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka e Nepal. E il nostro lavoro è cresciuto dall’online all’offline, e non viceversa come di solito succede. Non ho mai avuto un luogo fisico, un palazzo, dove andare a lavorare. All’inizio della pandemia passando da vita offline a quella online, il Queer Muslim Project ha subito un’impennata decisiva perché molte persone hanno cominciato a riconoscere l’importanza del lavoro che stavamo facendo. In ultimo, piano piano chi lavora nei media tradizionali sta vedendo il nostro valore, anche se le nostre storie, le nostre voci non compaiono nei media tradizionali. Riconoscono che facciamo qualcosa che loro non fanno e ci vengono a chiedere consiglio per migliorare.</p>
<p><b>Quali sono invece i limiti dei social network?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questo lavoro di re-iscrizione, di costruzione, non è facile. Si rischia il burnout. Inoltre, esistendo solo sui social, <mark class='mark mark-yellow'> non c’è ancora un sistema che ci protegga.</mark> Non ci sono supporti che ci difendono dagli abusi, dalle molestie online, dal trolling. E spesso le violenze e il modo in cui si cerca di silenziare la nostra voce sono mirate.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.magzine.it/riscrivere-la-cultura-con-rafiul-alom-rahaman/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>FUORICAMPO #13 &#124; GIORNATA MONDIALE CONTRO L&#8217;OMOFOBIA E LA TRANSFOBIA</title>
		<link>https://www.magzine.it/fuoricampo-13-giornata-mondiale-contro-lomofobia-e-la-transfobia/</link>
		<comments>https://www.magzine.it/fuoricampo-13-giornata-mondiale-contro-lomofobia-e-la-transfobia/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 17 May 2022 12:59:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Samuele Valori]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Boys Don't Cry]]></category>
		<category><![CDATA[Dallas Buyers Club]]></category>
		<category><![CDATA[Heartstopper]]></category>
		<category><![CDATA[LGBTQ+]]></category>
		<category><![CDATA[Philadelphia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=56930</guid>
		<description><![CDATA[La Giornata internazionale contro l&#8217;omofobia, la bifobia e la transfobia si celebra dal 17 maggio 2004. Sono passati diciotto anni e il fatto che sia ancora così rilevante dimostra che ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1327" height="680" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/05/Heartstopper-2-e1651078965488.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Heartstopper, Euros Lyn (2022 Netflix)" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>La Giornata internazionale contro l&#8217;omofobia, la bifobia e la transfobia si celebra dal 17 maggio 2004. Sono passati diciotto anni e il fatto che sia ancora così rilevante dimostra che c&#8217;è tanta strada da fare</mark>. Proprio qualche giorno fa i principali partiti di destra italiani si sono schierati contro la circolare del ministro dell&#8217;istruzione Bianchi che, per l&#8217;occasione, invitava gli insegnanti a sensibilizzare gli studenti sull&#8217;argomento. La realtà è che, per quanto qualcuno cerchi di nascondere la polvere sotto il tappeto, sono proprio gli adolescenti a mostrare l&#8217;apertura più evidente, a sentirsi in dovere e in diritto di vivere liberamente la propria sessualità. La testimonianza più recente riguarda proprio gli schermi, nello specifico quelli più piccoli dello streaming, con la serie <em>Heartstopper. </em>Il teen drama, adattamento dell&#8217;omonima graphic novel di Alice Oseman, i cui protagonisti sono due studenti di una scuola superiore inglese, è stato uno tra i più visti di Netflix a livello mondiale nell&#8217;ultimo mese, diventando tra i trend più popolari su Twitter proprio tra i più giovani.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Il cinema ha raccontato più volte storie legate al tema, dal cult <i>I segreti di Brokeback Mountain</i>, fino ai più recenti <em>Laurence Anyways</em> di Xavier Dolan e <em>Chiamami col tuo nome</em> del nostro Luca Guadagnino</mark>. Ecco le nostre scelte, buona visione!</p>
<p><strong><em>Philadelphia</em>, Jonathan Demme (1993)</strong></p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/05/Immagine-2022-05-16-162109.png"><img class="alignnone size-large wp-image-56947" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/05/Immagine-2022-05-16-162109-1024x621.png" alt="Immagine 2022-05-16 162109" width="1024" height="621" /></a></p>
<p><em>Or will we leave each other alone like this</em><em> / On the streets of Philadelphia</em>. Nei versi di Bruce Springsteen c’è tutta la contraddittoria solitudine che pervade le strade, affollate, di una città come Philadelphia. Ne è specchio la vicenda di Andrew Beckett, brillante avvocato costretto a passare da perfetto padrone di casa ad ospite indesiderato da quella stessa società, pronta ad allontanarlo in quanto omosessuale.</p>
<p>Demme porta sul grande schermo la tragedia dell’Aids, il male oscuro degli anni Novanta, l&#8217;innominato dalle origine e dalle cure ignote, il diverso per eccellenza e proprio per questo spiegato da un&#8217;altra diversità: l&#8217;omosessualità. Proprio quei malati che venivano relegati ai margini della società diventano i protagonisti di questo film, premiato con l&#8217;Oscar per la colonna sonora di Springsteen e per l&#8217;interpretazione di Tom Hanks.</p>
<p>Alla patina marcia che si forma sulla parte superficiale della società, il film risponde con il racconto, dal di dentro, della vita di un omosessuale, malato di Aids. Dallo spioncino della sala, lo spettatore entra nella vita di un &#8220;diverso&#8221; come Andy, e la scopre inaspettatamente normale. La vera protagonista del film è la riscoperta della dignità che ogni persona ha, a prescindere da aspetto fisico, orientamento sessuale o religioso. Restano le premure con cui il compagno di Andy, interpretato da Antonio Banderas, si prende cura dell&#8217;uomo, le feste in maschera, le risate con la famiglia e con gli amici.</p>
<p>Lo spettatore affonda nella patina dei ben pensanti, ride alle battute omofobe dell’avvocato Joe Miller (Denzel Washington), prova la sua stessa paura per la diversità e piano piano la smantella con la conoscenza di Andy come persona, fino a sposarne la causa legale e umana.</p>
<p>Alla fine rimaniamo noi, davanti ai nostri pregiudizi, pronti a riconoscerli come tali e a sostituirli con uno sguardo che vada all&#8217;essenza della persona.</p>
<p><strong>Eleonora Bufoli</strong></p>
<p><strong><em>Boys Don&#8217;t Cry</em>, Kimberly Peirce (1999)</strong></p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/05/boysdontcry1.jpg"><img class="alignnone  wp-image-56969" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/05/boysdontcry1.jpg" alt="boysdontcry1" width="730" height="411" /></a></p>
<p><em>Boys Don’t Cry</em> è un film difficile da digerire, Roger Ebert lo definì a suo tempo un “Romeo e Giulietta” ambientato in Nebraska. Siamo a Falls City per la precisione, Brandon Teena è un giovane ventenne nato biologicamente femmina, Teena Brandon, che vorrebbe intraprendere un intervento chirurgico per cambiare sesso. Brandon si veste da ragazzo e non rivela a nessuno il suo essere transgender. Nella cittadina statunitense conosce Lana Tisdel con la quale inizia una relazione amorosa finché, a seguito di un arresto, non viene scoperta la sua reale identità. Da questo momento in poi, siamo nel pieno della seconda metà del film, tenere lo sguardo sullo schermo diventa complicato: la sceneggiatura e la regia di Kimberly Peirce raccontano le vicende drammatiche finali senza fronzoli. Non c’è enfasi, né sentimentalismo, ma solo gli eventi che procedono senza sosta e che lo spettatore vorrebbe prendessero una direzione diversa.</p>
<p>Una strada alternativa non può però essere percorsa, perché Brandon Teena è stato stuprato e poi ucciso per davvero nel 1993, da quelli che fino a qualche tempo prima lui e Lana consideravano amici. Una storia di transfobia che sconvolse l’America del tempo, per via anche della superficialità delle indagini degli agenti della contea a seguito della denuncia e dopo aver persino ascoltato la testimonianza da parte dello stesso Brandon. Nel 1997 l’aspirante regista Kimberly Pierce ottenne un finanziamento dalla New York Foundation for the Arts, oltre che dal Sundance Institute’s Filmmakers, per trarre un film dal suo cortometraggio sulla vicenda di cronaca. <em>Boys Don’t Cry</em> uscì nelle sale nel 1999, dopo che un anno prima un altro tremendo omicidio omofobico, quello di Matthew Shepard, aveva di nuovo segnato le coscienze dei cittadini statunitensi.</p>
<p>Se il film è un pugno nello stomaco è merito anche delle prove attoriali superbe di Hilary Swank nei panni di Brandon, ruolo che le valse il suo primo premio Oscar, e di Chloë Sevigny in quelli di Lana. Degna di nota anche la colonna sonora piena zeppa di canzoni simbolo degli anni Ottanta e Novanta, compresa quella dei The Cure che dà il titolo al film. <em>Boys Don’t Cry</em> è una prova di forza per lo spettatore, una storia che richiede una strenua resistenza allo sconvolgimento e alla rabbia che sale man mano che la vicenda segue il suo tragico corso.</p>
<p><strong>Samuele Valori</strong></p>
<p><strong><em>Dallas Buyers Club</em>, Jean-Marc Vallée (2013)</strong></p>
<p><img class="alignnone  wp-image-56959" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/05/dallas-buyers-club-1024x573.png" alt="dallas buyers club" width="745" height="417" /></p>
<p>«Benvenuto al Dallas Buyers Club» urla Ron Woodroof interpretato da Matthew McConaughey all&#8217;avvocato che gli aveva appena affittato l&#8217;ufficio. Un club composto da diversi: gay, drogati, prostitute, persone fuori dall&#8217;ordinario a cui lo stigma dell&#8217;AIDS ha definitivamente dato l&#8217;opportunità ai giudicanti di puntargli il dito contro. Ron Woodroof è uno di quelli: omofobo, alcolizzato, amante delle belle donne, rozzo. Quando il dottor Sevard gli diagnostica l&#8217;AIDS dandogli 30 giorni di vita il castello di carte che si era costruito crolla davanti ai suoi occhi. È costretto a fare un viaggio in quel mondo che ha sempre odiato e forse anche dentro se stesso. Il sistema immunitario è la metaforsa di una vita passata a giudicare chi sta dall&#8217;altra parte, quando corroso dall&#8217;AIDS esso crolla, ecco che Ron è pronto a vivere la sua vita in modo diverso. Pronto ad aiutare gli altri. Senza più barriere.<br />
Il film fu candidato a sei premi Oscar nel 2014. Vinse in tre categorie, incluse miglior attore protagonista e non protagonista, rispettivamente a Matthew McConaughey e Jared Leto. Il regista Jean-Marc Vallée, scomparso lo scorso 26 dicembre, fu candidato anche come miglior montatore. E in effetti il film è un taglia e cuci perfetto fatto di contraccolpi e sorrisi obliqui dove si riflette spassionatamente su una grande piaga degli anni &#8217;90, forse troppo velocemente dimenticata.</p>
<p><strong>Lorenzo Buonarosa</strong></p>
<h1 id="firstHeading" class="firstHeading mw-first-heading"></h1>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.magzine.it/fuoricampo-13-giornata-mondiale-contro-lomofobia-e-la-transfobia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

<!-- Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: http://www.w3-edge.com/wordpress-plugins/

Page Caching using disk: enhanced
Database Caching 1/13 queries in 0.007 seconds using disk
Object Caching 576/631 objects using disk

 Served from: www.magzine.it @ 2026-04-18 17:18:54 by W3 Total Cache -->