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	<title>magzine &#187; kebap</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Corvetto, il kebap della gig economy</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 20:49:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Buonarosa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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		<category><![CDATA[#immigrazione]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2572" height="1503" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/01/corv1.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="corv1" /></p><p>Le mani che afferrano rapidamente la macchinetta per tagliare il kebap. L&#8217;acciaio delle spatole che vibra nel ripassare la carne sulla griglia e poi, la manualità nel comporre tutto nella piadina, infarcendola di condimenti.<mark class='mark mark-yellow'>La maestria di Ahmet nel preparare i kebap proviene dalla Turchia, lasciata venti anni fa per atterrare in Italia alla ricerca di un futuro migliore</mark>. «A Corvetto sono venuto solo dopo, intorno ai 40 anni». Ora ne ha 55. Da dieci anni ha aperto in piazzale Corvetto il suo negozio: Mevlana Kebap, incorniciato tra la sopraelevata per l’Autostrada del Sole e la discesa della metropolitana.</p>
<p>Parla poco, accompagnando i gesti delle mani ad un italiano stentato. <mark class='mark mark-yellow'>Non capisce il perché io voglia sapere qualcosa della sua vita e ha paura</mark>. Tra i tavoli di Ahmet il silenzio sembra essere un comandamento: non si fanno domande e proprio per questo mi rendo conto che la mia presenza è abbastanza inusuale: «Qui la gente viene per mangiare un kebap o prendere la pizza e se ne va, non rimane molto tempo».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Nel negozio di Ahmet non si parla e si mangia per quasi due euro: durante la pandemia è frequentato soprattutto da fattorini africani</span></p>
<p>Mentre parlo con lui sono tutti chini sul kepap classico, un euro e cinquanta, un prezzo alla portata di tutti: «L’ho fatto per questi fattorini africani che vanno avanti e indietro». In effetti il quartiere ne è pieno: se ne vedono molti sfrecciare sulla ciclabile di Corso Lodi. La pandemia ne ha solo agevolato la diffusione: «Prima non erano molti, la gente veniva e portava il cibo a casa. Oggi invece in tanti vengono con gli zaini». Ahmet intende i grandi zaini delle aziende di consegna a domicilio.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Corvetto è il simbolo più deprecabile della gig economy: Ahmet, abbassando ancora di più la voce, mi confessa che il fattorino seduto dietro di me viene da lui ogni ora da tre giorni</mark>. Non sa dove dorme o dove riposa. La prima volta che lo ha visto è stato dopo il Covid, forse ha trovato un&#8217;occasione per guadagnare qualcosa. Non che lui sia da meno, ci tiene a precisare: «Lavoro al negozio dalle dieci del mattino fino alle tre di notte», anche se l’orario di apertura ai clienti è alle dodici. Alla domanda su come si trovasse a Milano mi risponde: «Io lavoro». Non sa nulla degli altri kebabbari della zona e non mi dice nulla sulla città.</p>
<p>Forse non c’è molta differenza tra gli italiani anziani che vedo passeggiare per le vie e i nuovi lavoratori di Corvetto. Entrambi risponderanno allo stesso modo alla domanda: “Come ti trovi a Milano?”. “Io lavoro”.</p>
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		<title>L&#8217;amichevole Ali, il kebabbaro di Porta Venezia</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 17:28:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Bilanzuoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[kebap]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[porta venezia]]></category>

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		<description><![CDATA[Ha un sorriso smagliante quando, guardandomi, esclama: “È il fast food del nuovo millennio, ha superato quello americano”. Orgoglioso del suo lavoro e dell’attività nata da pochi mesi, Ali si ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2729" height="2047" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/01/IMG_1348.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="IMG_1348" /></p><p>Ha un sorriso smagliante quando, guardandomi, esclama: <mark class='mark mark-yellow'> “È il fast food del nuovo millennio, ha superato quello americano”. </mark> Orgoglioso del suo lavoro e dell’attività nata da pochi mesi, Ali si destreggia con sicurezza tra il condimento del kebap e le chiacchiere con i suoi clienti. <mark class='mark mark-yellow'> Trent’anni, turco, ma con un accento spudoratamente meneghino, Ali vive a Milano da quando aveva sette anni. </mark> “Ormai siamo italianizzati. Io ho fatto diversi lavori: il barman, il cameriere e anche il traduttore. Mi piacerebbe imparare anche altri mestieri. L’importante è lavorare sempre”. Mentre si racconta, il kebabbaro continua a farcire panini e a mettere le salse sulle patatine fritte. I clienti al bancone attendono pazientemente e si divertono ad ascoltare la sua storia. Il modo di fare gentile ed estroverso di Ali rendono piacevoli i minuti trascorsi nel locale ad assaporare i gusti tipici della Turchia.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> “Ormai siamo italianizzati. Io ho fatto diversi lavori: il barman, il cameriere e anche il traduttore. Mi piacerebbe imparare anche altri mestieri. L’importante è lavorare sempre”. </span></p>
<p>Entrano tante persone al Royal Turkish Kebap di Porta Venezia, e molte di loro salutano il gestore chiamandolo per nome. L’aria dinamica di Ali e quella del locale si fondono. <mark class='mark mark-yellow'>Il Royal Turkish Kebap non è il classico ristorante kebab consunto, ma si presenta con un’estetica minimale dove predominano il bianco e il nero delle pareti e le stoviglie con il marchio stampato sopra. </mark> È questo uno dei motivi che rende il giovane turco orgoglioso di gestire questo locale: è una catena di fast food mediorientale ma con una scelta di design che lo rende moderno e innovativo.</p>
<p>Sulla testa di Ali, c&#8217;è un grosso cartellone colorato con tutte le combinazioni di menù possibili: pizze, panini, patatine e dolci. Davanti ad Ali un lungo bancone pulito e brillante, con un vetro trasparente all’interno del quale spicca il contrasto dei colori della verdura: il rosso del pomodoro, il verde dell’insalata, il viola della cipolla. Ma non possono mancare i dolci: <mark class='mark mark-yellow'> “I dolci tipici della Turchia sono fatti con il pistacchio. Io faccio una torta di pasta sfoglia con il pistacchio per la quale impazziscono tutti i miei clienti”.</mark></p>
<p>Il kebap di Ali è fatto con prodotti naturali: verdura fresca e carne italiana. Il suo sapore è tutto ciò che di mediorientale si possa trovare da Royal Turkish Kebap di Porta Venezia: <mark class='mark mark-yellow'>il suo gusto ti catapulta immediatamente in Turchia. Tutto il resto, invece, ti tiene con i piedi ben saldi in Occidente.</mark><span class="Apple-converted-space"> </span></p>
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		<title>Dalla Turchia con speranza, un kebap al Giambellino</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 12:47:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Colombo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Giambellino]]></category>
		<category><![CDATA[kebap]]></category>

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		<description><![CDATA[“Se non si ruba, i soldi non mancano. Però, purtroppo, rubano tutti”. Per misurare il grado di integrazione di Ahmet basta questa sua valutazione sulla politica italiana. In realtà Ahmet ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="3793" height="2790" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/01/IMG_2876-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Il kebab di via delle Rose nel Giambellino" /></p><p>“Se non si ruba, i soldi non mancano. Però, purtroppo, rubano tutti”. Per misurare il grado di integrazione di Ahmet basta questa sua valutazione sulla politica italiana. In realtà Ahmet non odia i politici, tantomeno l’amministrazione del comune della sua Milano. Impossibile odiare chi non si è mai visto: <mark class='mark mark-yellow'>nel quartiere Giambellino, dove Ahmet ha il negozio di kebap, non si è mai visto nessuno delle istituzioni</mark>, neanche durante la campagna elettorale delle scorse comunali.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Prima come saldatore, poi come ristoratore. Ahmet lavora da più di vent&#8217;anni a Milano. Una città che ama con disillusione</span></p>
<p>Nonostante questa assenza, il Giambellino non è un quartiere spento: è vivo, per molti versi problematico. I luoghi di socialità e incontro scarseggiano, i lavori per la metropolitana danno qualche disagio alla viabilità. Annamaria, cliente affezionata, lo spiega appena si unisce alla conversazione mentre compra qualcosa per la cena. Abitante del quartiere dal 1944, potrebbe essere la mamma di Ahmet, che di anni ne ha 42, di cui quasi la metà trascorsi nel capoluogo lombardo. <mark class='mark mark-yellow'>Il proprietario del kebap definisce Milano “una città di mondo, accogliente” dove ha sempre lavorato</mark>. Prima come saldatore, poi ristoratore in un’altra zona periferica della città che ha dovuto abbandonare durante il primo lockdown. Gli aiuti del comune non sono stati sufficienti a compensare le entrate troppo basse e i costi degli affitti sempre più alti.</p>
<p>Anche in via delle Rose &#8211; questo il nome della strada a Sud-Ovest della periferia milanese &#8211; non è facile tirare avanti: con la pandemia anche i turisti sono spariti. “Il momento è brutto, nessuno aiuta. Speriamo di vaccinarci tutti, così forse questa malattia finisce”, commenta Ahmet, mentre si sposta tra il bancone dove tiene il kebap e il forno a legna per la pizza, la seconda specialità del locale. Ne sforna una per Annamaria, che è seduta a uno dei tavolini lungo la parete verso la porta d’uscita: il sorriso che la donna fa per ringraziare accentua le rughe sul volto illuminato da una luce a neon leggermente azzurra. <mark class='mark mark-yellow'>“Da quando c’è lui, qui è tutta un’altra cosa. Riporta vita al quartiere”</mark>, dice ad alta voce.</p>
<p>Ahmet nel Giambellino è arrivato da cinque mesi e sul domani ragiona con parole tristi ma mai disperate: “Non abbiamo futuro. Abbiamo tre figli intelligenti ed educati, con amici”. Qui la voce trema, ma solo per qualche secondo. Poi prosegue: <mark class='mark mark-yellow'>“Per me il futuro sono i miei bambini. Lavoro per il loro avvenire” </mark>. Anche la signora Annamaria, che di figli non ne ha e che intanto si è annodata stretta la sciarpa per ripararsi dal freddo, è d’accordo: “Questo è il compito dei genitori”, dice, uscendo nella nebbia dalla porta del Turkish Kebap di via delle Rose.</p>
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