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	<title>magzine &#187; #kebab</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Una babele di kebab a Chinatown</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Jan 2022 20:52:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lavinia Beni]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="3024" height="4032" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/01/IMG_5123-e1642976284726.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="IMG_5123" /></p><p>Di un kebab &#8211; o meglio, di un kebap &#8211; cucinato da mani turche ci si può imbattere ad ogni angolo di quartiere di città, ma di <mark class='mark mark-yellow'>un kebab cucinato da mani turche e afgane, influenzato da un&#8217;amministrazione siciliana e consumato da una clientela filippina, nella Chinatown milanese, di questo non si era mai sentito parlare.</mark> Un posto fuori dall&#8217;ordinario, con i suoi odori provenienti da luoghi diversi e lontani che si mescolano e creano la particolare storia del &#8220;Mekan Pizza Kebap&#8221; e dei suoi abitanti.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Nella confusione linguistica, tra una timida e rotta parola italiana e una spigliata parlantina turca, spicca l&#8217;accento siciliano dell&#8217;amministratore Gianpietro Costanza, socio in affari con due fratelli turchi.</span></p>
<p>Primo fra tutti, nella confusione linguistica del locale, tra una timida e rotta parola italiana e una spigliata parlantina turca, spicca l&#8217;accento siciliano dell&#8217;amministratore Gianpietro Costanza, socio in affari con due fratelli turchi. Come gli sia balenata in testa l&#8217;idea di collaborare con una kebabberia, non lo sa neanche lui con certezza. Gianpietro, però, conosce se stesso è di certezze ne ha una: è un uomo eccentrico e amante delle novità, tanto da insegnare matematica all&#8217;Istituto Superiore Bertorelli Ferraris e tanto da dedicarsi anche agli affitti di case. Non bastava una kebabberia, la matematica e le case, i sogni di Gianpietro sono grandi quanto la sua voglia di aprire un&#8217;attività di ristorazione a New York.</p>
<p>Per ora Gianpietro resta a Milano, con il suo piccolo locale frequentato soprattutto da filippini, anche se non mancano lavoratori di altre nazionalità che si fermano durante le pause pranzo e i ragazzi che tornano da ballare. Gianpietro spiega che di recente grandi nuclei di filippini si sono stanziati in una zona vicina al locale e sono accresciuti.</p>
<p>La gestione unita &#8211; turca e siciliana &#8211; è sia nella gerenza che nei piatti. L&#8217;insegna suggerisce subito l&#8217;idea turca; si nota la lettera finale, la &#8220;p&#8221;, che non è di certo un errore: il kebab in turco si pronuncia proprio in quel modo. Non è solo la cifra turca, però, che caratterizza questo kebabbaro. Gianpietro parla di &#8220;fusion&#8221; e di novità recenti nel menù: Pinar cucina anche lasagne e pollo al forno, piatti italiani tradizionali, sempre con un tocco turco speciale. La loro è una grande collaborazione culturale: <mark class='mark mark-yellow'>Sicilia, Turchia e Afghanistan (un cuoco è afgano) sono le tre terre che raccontano un locale che va avanti da quindici anni.</mark></p>
<p>Chi proprio non frequenta il locale sono i cinesi. Trovare un kebabbaro nella Chinatown di Milano, infatti, non è affatto semplice. Se si passeggia per la via principale del quartiere cinese, Via Sarpi, si nota un insensato spaesamento negli occhi dei giovani e adulti cinesi, se si domanda loro di indicare una kebabberia vicina.</p>
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		<title>Ozcan, c&#8217;è vita in un kebab</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 20:56:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Aurora Ricciarelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[#kebab]]></category>
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		<description><![CDATA[Non è polemico Ozcan, solo un po’ stanco. In questo momento l’aspetto economico non va molto bene: “Lo stipendio si è abbassato, il costo della vita è aumentato e il ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="579" height="411" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/01/Foto-locale-.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Kebab Pizza Istanbul Ayasofya" /></p><p>Non è polemico Ozcan, solo un po’ stanco. <mark class='mark mark-yellow'> In questo momento l’aspetto economico non va molto bene: “Lo stipendio si è abbassato, il costo della vita è aumentato e il lavoro dopo la pandemia non è più come prima”. </mark> Una situazione non proprio semplice da affrontare, ma che Ozcan afferma di aver già vissuto.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Rialzarsi dalle difficoltà. Un lavoro umile ma in grado di portare felicità a chi lo svolge. Un viaggio, una donna, la passione per la cucina e l’amore per la vita: questo è Ozcan</span>.</p>
<p>Il suo italiano non è perfetto: ci mette un po’ ad esprimersi e spesso è in imbarazzo, ma si dice contento di poter raccontare la sua storia a qualcuno. Spiega di aver perso un lavoro come muratore già nel 2008 quando, a causa della crisi economica, il contratto non gli è stato rinnovato.</p>
<p>Abbassa lo sguardo, Ozcan e i suoi occhi vivaci si tingono di tristezza, ma non ci vuole molto tempo per tornare a vedere il suo immancabile e rassicurante sorriso. Come dice lui: “Nulla succede per caso”. E proprio come in tutte le storie a lieto fine, <mark class='mark mark-yellow'>da ormai quattro anni Ozcan Goller è uno dei tre dipendenti del Kebab Pizza Istanbul Ayasofya </mark>, negozio nato nel 2017 e situato vicino a zona Brera, nel pieno centro di Milano.</p>
<p>Un uomo innamorato del suo lavoro: “Non cambierei nulla di quello che faccio, non potrei chiedere di meglio dalla vita”. La sua giornata inizia al mattino presto, quando si reca dai fornitori (soprattutto turchi) per comperare tutti gli ingredienti necessari ad uno “chef”, come si definisce ridendo. È un orario pesante, ma a lui non piace lamentarsi. <mark class='mark mark-yellow'>“Se ami il tuo lavoro devi essere felice”. È questo che ripete più e più volte, una frase ma anche uno stile di vita: il suo. </mark> Ammette, però, con un sorriso beffardo: “Vorrei essere pagato di più!”.</p>
<p>Quando parla di Milano, la “città più bella del mondo”, Ozcan ha un atteggiamento quasi patriottico: spiega di sentirsi a casa qui, nel posto che ben sedici anni fa lo ha accolto. <mark class='mark mark-yellow'>Nato in Turchia nel 1967, Ozcan era solo un ragazzino quando è arrivato in Italia. E proprio a Milano ha incontrato Martina, quella che lui definisce “la donna della mia vita”</mark>. Quando parla della sua famiglia, Ozcan ha gli occhi che brillano perché “non c’è cosa più bella al mondo che amare qualcuno che ti ama”.</p>
<p>Un uomo in grado di sorridere alla vita, di trasmettere gioia di vivere in ogni gesto, in ogni sguardo. Mentre lavora, si diverte nel fare amicizia con tutti i clienti del kebab: uomini, donne, giovani, anziani. La clientela è varia e il giovane dipendente afferma che <mark class='mark mark-yellow'>il momento della giornata in cui il lavoro è maggiore è durante l’ora di punta </mark>, quando i lavoratori della zona escono dagli uffici e si fermano ad assaggiare i suoi “buonissimi piatti da chef”.</p>
<p>Ma l’intervista si interrompe nel momento in cui gli viene chiesta la sua specialità. Ozcan è orgoglioso del suo piatto forte, il pizza kebab, ma come lui stesso afferma: “Mai rivelare i segreti del mestiere, soprattutto a un’aspirante giornalista”.</p>
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		<title>Seyed, lavoro e famiglia all&#8217;ombra di Citylife</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 20:44:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Galiè]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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		<category><![CDATA[milano]]></category>

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		<description><![CDATA[A Milano, Seyed Ahmed Mohamed si sente come a casa. Giunto in Italia dall’Egitto nel 1998, poco più che maggiorenne, da quasi vent’anni è il proprietario della pizzeria-kebab Koky, in ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><mark class='mark mark-yellow'>A Milano, Seyed Ahmed Mohamed si sente come a casa. Giunto in Italia dall’Egitto nel 1998, poco più che maggiorenne, da quasi vent’anni è il proprietario della pizzeria-kebab Koky, in Via Poliziano, a due passi da Piazza Gerusalemme</mark>. “Il kebab è una cultura e nel nuovo millennio si è imposto come una specialità famosa in tutto il mondo. Ci sono diverse tradizioni, perché a farlo possono essere arabi, turchi, pakistani, addirittura italiani – dice non troppo sorpreso – e ognuno può essere diverso dall’altro per qualche dettaglio”. Spiega, infatti, che nella sua terra natia è difficile, a causa dei costi, utilizzare la carne di vitello, e per venire incontro ai gusti degli italiani, quasi tutti i commercianti hanno optato per un misto di pollo e tacchino, appena insaporito con delle spezie. “I sapori classici – ammette – sono più decisi perché la nostra è una cucina molto ricca”.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Seyed vive a Milano da più di venti anni. Non ci trova nessun difetto, a parte &#8220;la diffidenza della gente&#8221;</span></p>
<p>Da come ne parla,<mark class='mark mark-yellow'>Seyed è innamorato dell’Italia e non rimpiange le scelte fatte nella sua vita: ha girato tante città, ma Milano per lui è la migliore del mondo, tanto da avere chiesto il ricongiungimento familiare per riavere con sé i genitori e la compagna</mark>. “È una città grandissima e perciò c’è tanto spazio per le innovazioni, anche culinarie. Penso che sia più semplice esportare le nostre tradizioni qui, rispetto che in Puglia o in Campania”. Di certo, la rigidità di molti italiani sulla gastronomia è stato l’ostacolo più grande all’inizio: “Le rosticcerie sono nostri concorrenti da sempre, ma è normale, perché voi sapete benissimo cosa mangiate. In altri Paesi europei, le persone si fanno meno domande”. Non a caso, i clienti del suo locale spazioso e colorato sono in maggioranza ragazzi; del quartiere, non distante dalle torri di Citylife, dice che non lo cambierebbe neanche con Piazza Duomo: “Sono qui da tanto, è una zona tranquilla e c’è tutto quello di cui ho bisogno, ovvero il mio negozio e la mia famiglia”.</p>
<p>Proprio mentre due rider si avvicendano alla porta facendo baccano, l’egiziano racconta delle difficoltà durante la pandemia: “Senza dubbio è stato un periodo complicato, siamo stati due mesi senza lavorare. Ma non mi lamento, anzi – aggiunge, con l’ottimismo e la gratitudine che non ti aspetti – siccome ho lavorato per tanti anni, stare fermo mi ha fatto bene. Almeno mi sono riposato”.<mark class='mark mark-yellow'>Seyed è molto legato alla sua attività e sottolinea come sia importante gestirla in un clima amichevole: “Io non ho problemi con nessuno e sono disponibile con tutti”. L’unica nota stonata di Milano, per l’appunto, è la diffidenza della gente: “Hanno paura persino a cambiarti cinque euro”.</mark></p>
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		<title>Karitz e un sogno chiamato Isola</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 18:12:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Aprile]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[#kebab]]></category>
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		<description><![CDATA[Milano, quartiere Garibaldi, sono le 17:30 e sto camminando da un’oretta. Intravedo in Viale Pasubio una kebabberia aperta. Mi avvicino, controllo che non vi siano clienti all’interno ed entro. Ad ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Milano, quartiere Garibaldi, sono le 17:30 e sto camminando da un’oretta. Intravedo in Viale Pasubio una kebabberia aperta. Mi avvicino, controllo che non vi siano clienti all’interno ed entro. Ad accogliermi è una giovane ragazza. Mi presento e le chiedo se fosse disposta a rispondere a qualche domanda sulla sua zona. Lei in un primo momento esita, poi arrossisce e si fa scappare un tenero sorriso. Dal suo sguardo, percepisco un leggero imbarazzo: “Ok, ma preferirei che non registrassi la mia voce”, mi risponde.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Si chiama Karitz, ha 17 anni ed è egiziana. Arrivata a Milano con i suoi genitori all’età di 5 anni, studia al liceo linguistico e sogna di iscriversi a Giurisprudenza. Nel tempo libero aiuta i suoi con la kebabberia, situata a due passi dalla stazione di Porta Garibaldi.</mark> Ama Milano e il suo quartiere, dove vive con i suoi due genitori, due sorelle e due fratelli. “Durante il primo Lockdown per noi è stato molto difficile, siamo sette in casa e seguire le lezioni in Dad non era proprio il massimo. Non potendo lavorare, mio padre e mia madre erano sempre a casa. Per fortuna con l’arrivo della bella stagione le cose sono tornate quasi alla normalità”,  commenta. “Nel secondo lockdown abbiamo messo a disposizione il dehor per le consumazioni, e mio padre ha iniziato a fare le consegne in motorino”. Continua:<mark class='mark mark-yellow'>“Mi piace tanto il mio quartiere, soprattutto piazza Gae Aulenti con i suoi grattacieli. Ricordo quando arrivammo in viale Pasubio anni fa, all’epoca non vi era niente di tutto questo”.</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Karitz, 17 anni, egiziana, studia lingue e vuole laurearsi in giurisprudenza. Nel frattempo fa pratica nel negozio dei suoi, tra una lezione in DAD e la pila delle ordinazioni</span>.</p>
<p>Il piano di riqualificazione dell’area urbana è stato avviato infatti solo nel 2009, e ha coinvolto perlopiù il quartiere Isola e l’ex scalo ferroviario di Porta Nuova, sostituito dalla stazione di Porta Garibaldi. Il progetto, che ha visto collaborare diversi architetti di fama internazionale, aveva per oggetto la costruzione di una serie di edifici dalle disparate funzioni (residenziali, commerciali e terziarie). Tra questi, rientrano la torre che ospita gli uffici del gruppo Unicredit, il Bosco Verticale e la Torre Diamante. <mark class='mark mark-yellow'>Sebbene un tempo fosse animato principalmente dalle attività di commercianti ed artigiani provenienti dall’adiacente Como, oggi Garibaldi è sempre più simbolo della città che cambia e che guarda al futuro, pur rimanendo contaminata con le realtà commerciali storiche della zona. In poche parole, la nuova Milano.</mark></p>
<p>Malgrado la recente riqualifica della zona, Karitz confessa di non sentirsi tranquilla ad uscire dal negozio da sola la sera: “Nel fine settimana evito di tornare a casa senza che qualcuno mi accompagni. Non mi sento per nulla sicura quando fa buio, c’è tanta brutta gente in giro e non sai mai cosa aspettarti”, conclude.</p>
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		<title>Tre (giovani) uomini e un kebab</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 18:01:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Bianca Terzoni]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[#kebab]]></category>
		<category><![CDATA[chiesa rossa]]></category>
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		<description><![CDATA[Appena entro vengo accolta da un sorriso. Sono tre i ragazzi dietro al bancone di “Istanbul Taxim Uno”, all’angolo di una strada. Non indossano la mascherina, ed essendo primo pomeriggio ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="3023" height="2200" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/01/Terzoni_-Foto_1.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Terzoni_ Foto_1" /></p><p>Appena entro vengo accolta da un sorriso. Sono tre i ragazzi dietro al bancone di “Istanbul Taxim Uno”, all’angolo di una strada. Non indossano la mascherina, ed essendo primo pomeriggio non sono molto indaffarati. Chiedo una bottiglia d’acqua, e intanto ne approfitto per intavolare una conversazione.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Samuele è il ragazzo che mi ha sorriso per primo. Ha 22 anni e viene dall’Egitto. Il secondo ragazzo, dopo avermi detto il suo nome lungo e impronunciabile, sorride: “Chiamami semplicemente Marco: ho 23 anni”. Marco è originario del Senegal, e vive in Italia da quattro anni</mark>. Il terzo ragazzo abbassa spesso lo sguardo, è timido. Ha 26 anni, ed è curdo. Non parla l’italiano: “E&#8217; arrivato in Italia solo da due mesi. Prima era in Svizzera&#8221;, racconta Samuele. Mi dice di chiamarlo Hogan, “come le scarpe”. “Ti piacciono, le hai comprate?” gli chiedo. “No no, non le compro”, mi risponde.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Si respira tranquillità in questo locale, a Nord di Chiesa Rossa. Sotto la grossa insegna passano clienti di tutte le età, spesso arrivano anche famiglie</mark>. I ragazzi si trovano bene a lavorare lì, ma in futuro “potremmo anche provare a cambiare lavoro”, dice Samuele. Quando chiedo se la pandemia ha peggiorato la situazione e se si trovano più in difficoltà, Marco scuote leggermente la testa. “È più difficile, ma a Milano c’è sempre tanta gente”.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Per Samuele, lavorare in una metropoli &#8220;è più difficile, ma a Milano c’è sempre tanta gente”. E questa è cosa buona e giusta</span></p>
<p>Il loro kebab però non si trova in centro, ma in un quartiere per lo più edilizio e residenziale. “Il centro non mi piace, ci sono troppe persone, qui è più tranquillo” afferma Samuele, mentre inforna una pizza. “E poi abito qui vicino, sono molto comodo”. Samuele lavora qui al kebab da tre mesi, ma è in Italia da dieci anni. La lingua italiana non gli sembra difficile. <mark class='mark mark-yellow'>“Ho cominciato questo lavoro perché volevo provare a cucinare”. Prima ha fatto il barista e, prima ancora, ha lavorato in un negozio di abbigliamento</mark>.</p>
<p>Un po’ a disagio, ad un certo punto, Marco chiede: “Perché tutte queste domande?”.<mark class='mark mark-yellow'>I ragazzi prestano attenzione e rispondono sempre, ma allo stesso tempo non smettono di sistemare, di cucinare e di darsi da fare. Sono imbarazzati, non sono abituati a rispondere a così tante domande, eppure sono gentili, si sorridono tra di loro</mark>. Alla fine, la bottiglia d’acqua me la regalano. Chiedo se posso fare una foto. “Riprendi lui mentre cucina”, suggerisce Samuele, indicando Hogan che condisce un kebab. Entra un cliente abituale: me ne vado, promettendo di fare loro pubblicità. Salutano e sorridono ancora.</p>
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		<title>Ilir, il kebabbaro dell&#8217;Università</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 17:53:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Stella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[#kebab]]></category>
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		<description><![CDATA[Anche se sono le quattro del pomeriggio, Ilir deve servire diversi clienti e chiede di essere atteso qualche minuto. Il suo locale di kebab fa orario continuato e dalla adiacente ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1368" height="1824" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/01/Ilir-Kebabbaro.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="" /></p><p>Anche se sono le quattro del pomeriggio, Ilir deve servire diversi clienti e chiede di essere atteso qualche minuto. Il suo locale di kebab fa orario continuato e dalla adiacente Università Bicocca arrivano studenti con frequenza. In cucina si muove velocemente, con la sicurezza di chi svolge questo mestiere da anni. <mark class='mark mark-yellow'>Ma ciò che balza all’occhio &#8211; anzi all’orecchio &#8211; è che, pur essendo turco, Ilir parla spesso in italiano con i suoi tre dipendenti, anche loro stranieri.</mark> &#8220;Io sono in Italia da dodici anni e il mio locale, a differenza di altri negozi simili, ha una grande prevalenza di clienti italiani -spiega Ilir &#8211; . Questo ha spinto me e i miei collaboratori a integrarci il più possibile con la cultura e la lingua di questo Paese&#8221;</p>
<p>L’integrazione con la vita di questo quartiere è uno degli aspetti su cui ha puntato il proprietario del “Istanbul Kebap Bicocca” di via Pirelli 16, quando ha aperto questo locale nel 2014. E la presenza del vicino ateneo lo ha sicuramente aiutato: &#8220;Ho l’opportunità, non comune tra proprietari di ristoranti-kebab, di poter gestire due locali nella stessa città, perché lavoro in due zone dove ci sono tanti ragazzi giovani&#8221;. <mark class='mark mark-yellow'>Un altro messaggio, oltre all’importanza dell’integrazione, che vuole trasmettere Ilir è proprio quello del piacere di svolgere la propria attività venendo a contatto quotidianamente con numerosi studenti.</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Ilir ha fatto fortuna con due risto-kebab accanto alle università. Ma con la pandemia, ha smesso di sorridere</span></p>
<p>Gli stessi studenti che da febbraio 2020 all’estate del 2021 non hanno potuto frequentare l’Università, a causa delle restrizioni imposte per fronteggiare la pandemia da Covid-19. &#8220;Ho dovuto chiudere il negozio per due mesi nella primavera del 2020&#8243;. Mentre racconta questa storia Ilir, fino a quel momento solare ed energico, cambia tono di voce e il suo sguardo si fa triste. &#8220;I guadagni sono crollati da due anni a questa parte e solo negli ultimi tre mesi la situazione è migliorata&#8221;. Ilir pensa anche al futuro e spera che un eventuale aumento dei contagi da Covid-19 non comporterà una nuova chiusura dell’Università. <mark class='mark mark-yellow'>In questo quartiere c’è una grande concorrenza nel settore della ristorazione e la presenza dei giovani è vitale per garantire la sopravvivenza dei ristoranti-kebab.</mark></p>
<p>Fuori dal negozio ci sono due studenti che hanno appena finito di pranzare. Confermano che la disponibilità e la simpatia di Ilir e dei suoi dipendenti unite all’ottimo rapporto qualità-prezzo del menù offerto, creano un ambiente ideale dove rifocillarsi dopo una lunga giornata di studio. Ilir può stare tranquillo: i ragazzi, in ogni caso, non lo abbandoneranno.</p>
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		<title>Un angolo di Turchia alla Barona</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 17:48:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Miniutti]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Mi piacerebbe andare in Svizzera o in Germania, l’Italia non investe abbastanza sui giovani”. Sembrano parole pronunciate da un giovane appena laureato in un’università italiana, ma non è questo il ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="752" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/01/WhatsApp-Image-2022-01-17-at-18.42.50.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="WhatsApp Image 2022-01-17 at 18.42.50" /></p><p>“Mi piacerebbe andare in Svizzera o in Germania, l’Italia non investe abbastanza sui giovani”. Sembrano parole pronunciate da un giovane appena laureato in un’università italiana, ma non è questo il caso: a dire questa frase, con un po’ di tristezza, è <mark class='mark mark-yellow'>Salman, ventunenne di origine turca ma che è, come tiene a specificare, “italiano a tutti gli effetti”</mark>. In effetti, sia la gestualità che gli intercalari denotano la formazione italiana del giovane, figlio del proprietario dell’<em>Istanbul Turkish Kebab Milano</em>, un piccolo esercizio nel quartiere Barona.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Salman: “L&#8217;Italia non investe sui giovani, vorrei andare in Germania o in Svizzera”</span> Per chi non conoscesse la città, la Barona non è una zona facile. All&#8217;inizio della periferia milanese, la Barona è situata poco oltre i Navigli, e le differenze urbanistiche sono ben visibili: c’è un’atmosfera grigia, esattamente come il colore dei condomini poco curati che definiscono le vie del quartiere. Tuttavia, l’aria che si respira nel negozio della famiglia di Salman è tutt’altro che triste: persone solari che ti accolgono calorosamente, scambiando volentieri due parole. I menù sono cartelloni enormi e colorati, appesi alla parete sopra il tavolo da lavoro, con i prezzi ben evidenziati.</p>
<p>Questa è la loro seconda ‘kebabberia’: la prima l’ha aperta il fratello maggiore quando sono arrivati in Italia, nel 2002; invece, l’esercizio attuale ha ormai tre anni ed è sopravvissuto alla sfida della pandemia. Infatti, dopo il primo mese di chiusura, i fratelli si sono organizzati per effettuare le consegne a domicilio e sono riusciti – anche se con non poche difficoltà – a portare avanti l’attività, in particolare grazie agli studenti che abitano nelle vicinanze. Tuttavia, <mark class='mark mark-yellow'>in questo periodo, i disagi economici stanno emergendo. “Non abbiamo mai alzato i prezzi, ma tra poco mi sa che ci toccherà farlo: il costo della vita è aumentato e paghiamo 1700 euro al mese solamente per l’affitto del locale”</mark>, dice Salman preoccupato, guardando il listino prezzi appeso sopra al bancone.</p>
<p>Suo padre è a fianco a lui che sta pulendo i tavolini, ma guarda spesso il figlio, fiero. Tuttavia, quando Salman esprime la sua voglia di lasciare il Paese sembra un po’ seccato: non perché desidera che suo figlio rimanga, ma perché sa che ha ragione. <mark class='mark mark-yellow'>“Abbiamo lasciato la Turchia venti anni fa perché non c’era speranza, ora pensiamo nuovamente le stesse cose ma riferendoci all’Italia”, dice il padre, sventolando nervosamente lo straccio bagnato</mark>.</p>
<p>Anche se non pianificano di tornare in Turchia, Salman e il padre sono molto orgogliosi della loro provenienza. Infatti, quando chiedo a Salman di potergli fare una foto, lui non si posiziona dietro al bancone, bensì davanti ad un enorme poster appeso al muro: una raccolta di istantanee delle meraviglie turche. È così che il giovane italo-turco si fa ritrarre, in un bellissimo quadro astratto che cancella le distanze tra l’Italia e la Turchia.</p>
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		<title>Un kebap allo stadio</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 17:41:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Mozzaja]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Hiüseyin è sorridente. Ha trent’anni ed è arrivato in Italia dodici anni fa. La Turchia è la sua terra d’origine. All’inizio sembra titubante, esita, forse si sente in soggezione, ma ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4032" height="3024" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/01/IMG-6475.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="IMG-6475" /></p><p>Hiüseyin è sorridente. Ha trent’anni ed è arrivato in Italia dodici anni fa. La Turchia è la sua terra d’origine. All’inizio sembra titubante, esita, forse si sente in soggezione, ma dopo poco si scioglie e inizia a raccontare la sua storia e quella del suo negozio a Milano.</p>
<p>Tutta la sua famiglia vive nel nostro Paese, quindi anche lui, appena maggiorenne, ha deciso di cambiare vita. <mark class='mark mark-yellow'>“Non volevo restare da solo in Turchia” dichiara. Da quel giorno la sua vita è cambiata. Sette anni fa ha deciso di aprire un negozio di kebap e pizza insieme al fratello.</mark> Il loro “Stadio Kebap” si trova in via Novara tra un negozio di ortopedia e un ristorante, a cinque minuti a piedi dallo stadio di San Siro. È una zona di passaggio sia per andare verso il centro di Milano sia per andare a prendere l’autostrada. Hiüseyin la descrive come una zona tranquilla, poco caotica. Prima di aprire il locale ha lavorato in piazzale Lotto e in via Rembrandt, ma dove si trova ora è decisamente meglio perché “qui c’è molto rispetto”.</p>
<p>In una Milano sempre più multietnica, anche i milanesi mangiano spesso il kebap e le specialità turche. La clientela è infatti molto variegata. <mark class='mark mark-yellow'>Data la vicinanza con lo stadio, prima o dopo le partite, parecchie persone vanno a mangiare da Hiüseyin</mark>. È successo anche ieri sera dopo la partita di Serie A tra Inter e Spezia. Per le loro casse è una manna dal cielo. Hiüseyin spiega le grosse difficoltà legate all’attuale situazione pandemica: il lavoro si è dimezzato, non è più come prima. “Guadagno seicento euro in meno al mese rispetto al periodo pre-Covid. Poi c’è da pagare un affitto importante, è tutto complicato”. Dal suo punto di vista le abitudini delle persone sono molto cambiate rispetto a due anni fa. “Adesso alle 21,30 c’è in giro poca gente, prima non era così. <mark class='mark mark-yellow'>Abbiamo anche deciso di chiudere il negozio a mezzanotte, non teniamo più aperto fino alle 2 perché mancano i clienti. Senza clienti non ha senso stare aperti, non c’è guadagno”.</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>“Guadagno seicento euro in meno al mese rispetto al periodo pre-Covid. Poi c’è da pagare un affitto importante, è tutto complicato”, dice Hiüseyin, il kebabbaro di san Siro</span></p>
<p>Allo “Stadio Kebap” sembra davvero di essere in Turchia. L’interno è molto pulito e curato. Le foto appese alle pareti immortalano spettacolari scorci di Istanbul al tramonto. <mark class='mark mark-yellow'>Eppure il tema più diffuso nel locale è il calcio</mark>. Oltre a una maglia autografata di Calhanoglu quando era ancora un giocatore del Milan, squadra per cui simpatizza Hiüseyin, ci sono appese le maglie del Galatasaray. Lui, sempre sorridente, racconta di essere un grandissimo tifoso. Come spesso accade, il calcio e il cibo uniscono i popoli.</p>
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		<title>Kebab a Sesto San Giovanni, la delusione di Mesut</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 17:21:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[Sesto San Giovanni]]></category>

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		<description><![CDATA[Kebab, salsa piccante e incertezza economica. Pare questa la ricetta che da inizio pandemia accompagna i titolari delle attività di ristorazione kebab milanesi, così come quelle nel resto d’Italia. “Tutte ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4032" height="3024" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/01/IMG_0593.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="IMG_0593" /></p><p>Kebab, salsa piccante e incertezza economica. Pare questa la ricetta che da inizio pandemia accompagna i titolari delle attività di ristorazione kebab milanesi, così come quelle nel resto d’Italia.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>“Tutte le spese sono aumentate notevolmente e ho un 30/40 per cento di clienti in meno. Siamo disperati”</mark>, racconta Mesut, turco di 38 anni, titolare del ristorante ‘Mezzaluna Kepap’, nel quartiere milanese di Sesto San Giovanni. &#8220;Da quando c&#8217;è il Covid-19 faccio sempre meno incassi: se non hai i soldi non puoi mangiare fuori. Prima del Covid c’era molto traffico, a tutte le ore passava tanta gente lungo questa strada, adesso c’è meno vita e quindi faccio meno incassi. In molti hanno avuto problemi di lavoro, perciò non possono permettersi di mangiare fuori: se non hai i soldi non puoi mangiare”, prosegue. Mesut, che in Italia vive da 21 anni, ha aperto la sua attività nel 2015, dopo aver fatto per diversi anni il muratore in giro per la Regione.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> &#8220;Da quando c&#8217;è il Covid-19 faccio sempre meno incassi: se non hai i soldi non puoi mangiare fuori e ho sempre meno clienti&#8221;. Per Mesut l&#8217;incertezza economica è il presente.</span></p>
<p>Le sue parole di timore e disperazione, nonostante l’espressione apparentemente serena, sono la conferma del difficile momento che tutti stanno vivendo. <mark class='mark mark-yellow'>La sua paura, dice, è soprattutto per la sua famiglia, composta dalla moglie e due figli.</mark> Oltre all’aumento dei costi (della materia prima ma anche quelli di produzione) e la perdita di molti clienti, i ristoratori hanno dovuto fare i conti con tutte le restrizioni e i controlli da effettuare per contenere la pandemia. Restrizioni che, racconta Mesut, sono e continuano ad essere applicate in maniera ligia. Inoltre, il continuo ‘apri e chiudi’ che ha caratterizzato gli ultimi due anni preoccupa i titolari per un altro possibile stop.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>“Durante il primo lockdown sono rimasto chiuso senza fare l’asporto, non avevo nessun fattorino: sarebbe stata una spesa aggiuntiva che non potevo sostenere e i servizi di consegna di cibo a domicilio non erano ben organizzati”</mark>, aggiunge Mesut. Altre perdite sono arrivate, da quando al ristorante possono entrare solo i vaccinati e i guariti, dato che il green pass base da tampone non basterà più. Le attività vedranno l’ulteriore perdita di quei clienti più restii alla vaccinazione. Per loro rimane la possibilità dell’asporto. “Speriamo che tutto si risolva presto e per il meglio, e che soprattutto non decidano di farci richiudere nuovamente. Sarebbe impossibile ripartire ancora”, conclude Mesut, salutando con il sorriso da dietro il banco del suo ristorante di via Fratelli Picardi.</p>
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		<title>Yassine, il kebab e l&#8217;arte di non restare mai fermi</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 17:12:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Niccolo Longo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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		<category><![CDATA[Crescenzago]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>

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		<description><![CDATA[Yassine non si ferma un attimo. Lì, dietro al bancone, si divincola tra kebab, verdure e patate fritte, senza tralasciare il dialogo continuo con i clienti che vanno e vengono nel ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="675" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/01/foto_kebab.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="foto_kebab" /></p><p>Yassine non si ferma un attimo. Lì, dietro al bancone, si divincola tra <em>kebab</em>, verdure e patate fritte, senza tralasciare il dialogo continuo con i clienti che vanno e vengono nel suo locale. <mark class='mark mark-yellow'>L’indole stakanovista di Yassine nasce in Germania, dove ha vissuto e studiato per cinque anni, prima di trasferirsi a Milano poco più che ventenne</mark>. “Ormai parlo meglio il milanese del pakistano”, dice sorridendo al proprio collega alle spalle.</p>
<p>Varcata la porta d’ingresso di <em>Hela chicken &amp; pizza kebab</em>, si vede esattamente tutto quello che ci si aspetta da un <em>kebabbaro</em>, ma la spontaneità di Yassine (e un inaspettato Egitto-Libano di calcio in tv) dà un qualcosa in più al negozio. Tra una semplice bottiglietta d’acqua e un <em>kebab</em> preparato in un nano-secondo, Yassine si scrolla di dosso la timidezza e ripercorre la sua storia.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>“Il mio capo decide dove mandarmi in base a dove c’è bisogno: oggi sono qui, domani potrei essere a Maciachini e dopodomani non lo so”, dice Yassine, pendolare del kebab.</span></p>
<p>L’arrivo in terra lombarda è stato facilitato dalla presenza di alcuni amici, che sin dal primo giorno gli hanno garantito un tetto e un lavoro. Prima a Maciachini, poi a Sesto San Giovanni, passando per il Triveneto, tra Udine, Venezia e Gorizia. Ora Yassine ha trovato la sua stabilità nella periferia Nord-orientale di Milano a Crescenzago, senza comunque smettere di girare. “Il mio capo decide dove mandarmi in base a dove c’è bisogno: oggi sono qui, domani potrei essere a Maciachini e dopodomani non lo so”.</p>
<p>La storia di Yassine lascia trasparire tutte le difficoltà e le avventure che un giovane ragazzo di 27 anni ha dovuto affrontare. Un lunghissimo viaggio ha portato Yassine dal suo Pakistan fino al negozio di via Padova, dove lavora da quasi otto anni. <mark class='mark mark-yellow'>Yassine non nasconde il suo legame con Milano e con i milanesi, facendo un cenno verso un’anziana dal chiaro accento locale che non ti aspetteresti di incontrare in pieno pomeriggio in un <em>kebabbaro</em> di periferia</mark>.</p>
<p>Nel concludere il suo racconto, Yassine non poteva non citare il Covid.<mark class='mark mark-yellow'>“Appena è iniziata la pandemia sono scappato in Germania. Lì sono rimasto disoccupato, ma i miei amici mi hanno aiutato e sono riuscito a vivere bene”</mark>. Il ritorno a Milano è coinciso con il ritorno alla normalità, soprattutto a lavoro, con turni che spesso arrivano anche a dodici ore. Ma Yassine non lascia filtrare alcun segno di fatica e con il sorriso stampato in viso torna a cucinare e a chiacchierare con i suoi clienti che in lui ritrovano una piccola oasi nel caos milanese.</p>
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