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	<title>magzine &#187; Joe BIden</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Fiona ed Ellie, un&#8217;America spaccata in due</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2020 05:43:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Barra]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le presidenziali Statunitensi sono agli sgoccioli e si configurano come le elezioni dei record e delle continue sorprese. Con 290 voti – contro i 232 dell’uscente Donald Trump – Joe ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="6912" height="4160" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/pexels-pixabay-290386.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="usa 2020" /></p><p>Le presidenziali Statunitensi sono agli sgoccioli e si configurano come le elezioni dei record e delle continue sorprese. <mark class='mark mark-yellow'>Con 290 voti – contro i 232 dell’uscente Donald Trump – Joe Biden ha ottenuto la nomina come presidente degli Stati Uniti d’America</mark>, aggiudicandosi anche il titolo di candidato più votato di sempre. Il democratico è, inoltre, il terzo ad aver vinto le elezioni senza vincere l’Ohio dal 1900: prima di lui solo Franklin D. Roosevelt e John F. Kennedy.</p>
<p>Una sfida sudata, che ancora vede in atto il<mark class='mark mark-yellow'>riconteggio dei voti in Georgia, uno dei cosiddetti “swing states”</mark>. Questi stati, detti anche “battleground states” – ovvero stati indecisi – sono quelli in cui si consuma effettivamente la sfida elettorale. Nel 2020, oltre la Georgia e l’Ohio, sono stati: Arizona, Florida, secondo distretto congressuale del Maine, Minnesota, Michigan, Nebraska, Nevada, North Carolina, Pennsylvania, Wisconsin e New Hampshire. Fatta esclusione della Florida che è andata a Trump, Biden si è aggiudicato il cosiddetto “Big Four” (composto da Florida, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin), considerato decisivo per il risultato delle elezioni presidenziali di quest’anno. La ragione di questa tesi è che i quattro stati sopracitati siano passati ai repubblicani nel 2016 solo per un punto percentuale o meno.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/pexels-andrew-neel-5821296.jpg"><img class="alignnone wp-image-48321 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/pexels-andrew-neel-5821296-1024x682.jpg" alt="usa 2020" width="1024" height="682" /></a></p>
<p>A elezioni concluse e dopo tutte le cose che abbiamo sentito dire da politici, esperti e giornalisti, ci è sembrato doveroso sentire il parere dei giovani che dovranno fare i conti con i risultati di queste elezioni. In particolare,<mark class='mark mark-yellow'>abbiamo parlato con Ellie Willard e Fiona Flaherty, due praticanti giornalisti dell’Arizona State University</mark>. Entrambi si dicono soddisfatti per il risultato, “con la speranza che lo slancio verso il cambiamento in questa nazione continui anche sotto il presidente democratico”, specifica Ellie. Sempre lei, definisce<mark class='mark mark-yellow'>la campagna elettorale fatta dai due candidati “molto intensa e abrasiva”</mark>. Le pubblicità sono state pervasive e i candidati non si sono preoccupati di insultare – anche facendo riferimento ad aspetti personali e non politici – l’avversario: “si trovavano prima di ogni video di YouTube”. Quello che emerge dalle parole della ragazza è che Biden si sia sforzato di fare appello ai giovani promuovendo questioni come il debito universitario e la sostenibilità. Fiona, invece, sottolinea un aspetto strettamente legato all’attualità: il Covid-19. “Penso che entrambi i candidati abbiano fatto un buon lavoro, con la differenza che Joe Biden ha condotto una campagna molto più sicura visto il tempo di pandemia in cui ci troviamo”. In più, Fiona fa luce su un aspetto tanto consolidato nell’opinione pubblica, quanto interessante dal punto di vista sociale e culturale: “Penso che nessuno dei due candidati abbia davvero influenzato qualcuno, ma c&#8217;è stato un movimento interessante tra molti giovani democratici chiamato &#8220;Settle for Biden&#8221;. Si tratta di un gruppo di ex sostenitori di altri candidati democratici a cui non piace necessariamente Biden, ma non piace Trump.” Sono moltissimi, infatti, gli elettori che hanno votato spinti non da una forma di consapevolezza o ammirazione nei confronti del candidato democratico, ma da un cosiddetto <mark class='mark mark-yellow'>“Anti-Trumpismo”</mark> dilagante nel paese, specialmente all’indomani della pandemia.  I giovani statunitensi stanno dimostrando un forte spirito critico, riuscendo a scindere la felicità per la vittoria del candidato maggiormente in linea con le proprie ideologie e pensando al bene del proprio paese. Prima di fidarsi, infatti, vogliono “assicurarsi che sia responsabile e che mantenga le sue promesse politiche”.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/biden-trump-sempionenews.jpg"><img class="aligncenter wp-image-48322 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/biden-trump-sempionenews.jpg" alt="biden trump " width="888" height="444" /></a></p>
<p>Un altro motivo per il quale ricorderemo queste elezioni è la<mark class='mark mark-yellow'>transizione non pacifica e la mancata accettazione della sconfitta da parte di Donald Trump, che ha deciso di fare ricorso alla Corte Suprema per presunti brogli elettorali commessi dai democratici</mark>. Un’accusa molto pesante a cui Joe Biden ha risposto con toni altrettanto duri, affermando che anche lui è disposto ad andare sul penale pur di fare chiarezza sulla questione. Come osserva giustamente Ellie, “i voti considerati mancanti non avrebbero fatto una grande differenza perché la maggior parte dei voti che hanno decretato il risultati sono stati contati in modo corretto ed equo”. Seppur la questione rimane ancora aperta, Fiona sottolinea che – in quanto giornalista e ricercatrice – non ci sia alcuna prova di frodi elettorali di massa. E questo è stato confermato anche da molte agenzie di intelligence del paese. “Negli ultimi decenni ci sono stati alcuni piccoli casi di frode, ma nulla che minerebbe il processo democratico – dice, e continua –. Penso che gli sforzi di Trump per cercare di far pensare che sia una frode siano pericolosi”.</p>
<p>La questione ha le sue radici nella battaglia – iniziata anni fa – da Trump riguardo il <mark class='mark mark-yellow'>voto postale</mark>. Questa modalità è diffusa in America in 34 stati su 50 sin dai tempi della guerra civile e consente a chi ha difficoltà a recarsi nel seggio di riferimento – per disabilità o perché residente in zone rurali molto lontane – di votare a distanza. L’ex presidente ha sempre sostenuto che questa modalità, più permeabile alle frodi, minasse il processo democratico. Secondo Fiona, invece, “lo implementa, perché consente a queste persone di far sentire la propria voce, quando altrimenti non avrebbero potuto, soprattutto se si pensa a coloro che vivono nelle riserve dei nativi americani o nelle terre tribali”. Ellie ricorda che sono anche i militari e i cittadini che vivono all’estero a beneficiare del voto per corrispondenza.<mark class='mark mark-yellow'>“Ovviamente quando si ha un gran numero di elettori c’è sempre la possibilità di frode”, ma i benefici di aiutare le persone a votare in sicurezza – soprattutto durante una situazione pandemica come quella corrente – superano quest’eventualità</mark>.</p>
<p>Ma la vera domanda che in molti si fanno è: cosa si aspettano i cittadini americani dall’elezione di Joe Biden? Quali sono i dubbi? Quali le speranze? C’è chi è più fiducioso e chi lo è meno. E<mark class='mark mark-yellow'>Fiona e Ellie si configurano un po’ come l’emblema di un’America spaccata in due</mark>. Da un lato c’è chi non crede cambierà molto “se non per quanto riguarda la pandemia”. Dall’altro, invece, chi pensa che la situazione cambierà in meglio perché – nonostante sia difficile unificare un paese così diviso in questo momento – “è positivo che finalmente ci sia qualcuno che metta in primo piano la lotta alle disuguaglianze sociali che subiscono le persone di colore e  la comunità LGBTQ”. I punti interrogativi sono ancora tanti, ma i giovani statunitensi sanno che, per avere delle risposte, si dovrà aspettare ancora. L’importante, nel frattempo, è non smettere di sperare che “America” possa non essere soltanto sinonimo di grandi ricchezze e rapidi profitti, ma anche patria di diritti sociali e civili.</p>
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		<title>Usa 2020: una vittoria di misura in un Paese diviso</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Nov 2020 07:26:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Cozzaglio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
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		<description><![CDATA[Donald Trump o Joe Biden? Chi sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca? Il votò verrà realmente contestato dinanzi alla Corte Suprema come ha minacciato il tycoon? Tutte domande che ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="532" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/12818934-3x2-xlarge.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="12818934-3x2-xlarge" /></p><p>Donald Trump o Joe Biden? Chi sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca? Il votò verrà realmente contestato dinanzi alla Corte Suprema come ha minacciato il tycoon? Tutte domande che stanno tenendo l’America e il mondo con il fiato sospeso, soprattutto perché l’esito sarà deciso solo da alcuni stati chiave dove i due candidati rimangono testa a testa (sebbene Biden sembri in recupero grazie allo scrutinio del voto per posta): <strong>Arizona, Georgia, Nevada, North Carolina e Pennsylvania</strong>.</p>
<p>In attesa degli ultimi risultati, ci si comincia ad interrogare su quale America emerge dal voto e quali saranno le prospettive future indipendentemente dal vincitore. Su questo tema si è focalizzato l’evento virtuale “Presidenziali USA 2020: dall’elezione all’insediamento” organizzato dall’Ambasciata americana di Roma. Ad esso sono intervenuti <strong>Eric Terzuolo</strong> (ex diplomatico, docente di international relations presso l’American University School of International Service di Washington), <strong>Francesco Clementi</strong> (professore di diritto pubblico comparato all’Università degli Studi di Perugia), <strong>Gianluca Pastori</strong> (docente di storia delle relazione politiche tra Nordamerica e Europa presso l’Università Cattolica di Milano) e <strong>Francesca Longo</strong> (professoressa di scienza politica e sistema politico dell’Unione Europea dell’Università di Catania).</p>
<p>Sebbene lo scrutinio non sia ancora terminato, si nota come la partecipazione al voto sia stata impressionante, una delle più alte registrate in un paese dove tendenzialmente l’affluenza è più bassa. A questo dato positivo ne corrisponde uno negativo. <mark class='mark mark-yellow'>«Sia i repubblicani sia i democratici sono delusi e arrabbiati» &#8211; afferma Eric Terzuolo &#8211; «Non c’è stato un verdetto univoco degli elettori e non ci sarà. I risultati ci fanno vedere un’America profondamente divisa a livello nazionale, ma anche all’interno dei singoli stati».</mark> La delusione è maggiore per i democratici che si aspettavano un risultato netto, speranza alimentati dai sondaggi che anche quest’anno come nel 2016 ipotizzavano una “blue wave”, un’onda di voti per Joe Biden.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>La delusione è maggiore per i democratici che si aspettavano un risultato netto, speranza alimentati dai sondaggi che anche quest’anno come nel 2016 ipotizzavano una “blue wave”, un’onda di voti per Joe Biden</span></p>
<p>Come mai i sondaggisti hanno nuovamente sbagliato le loro previsioni? Secondo Eric Terzuolo, è stato nuovamente sottovalutato l’elettorato pro Trump il quale spesso manifesta reticenza a professare il proprio sostegno politico in pubblico, salvo poi concretizzarlo nel segreto dell’urna. <mark class='mark mark-yellow'>Tuttavia i sostenitori di Trump non sono più soltanto i bianchi di ceto medio-basso e con istruzione media-superiore: per Eric Terzuolo, il tycoon ha avuto un discreto successo presso i latinoamericani (un elettorato tendenzialmente conservatore su certi temi) e anche una certa porzione degli afroamericani è stata attratta dalle sue promesse.</mark></p>
<p>Le divisioni del popolo americano si sono riflesse anche sulla diversa modalità di voto: i repubblicani hanno preferito recarsi alle urne durante l’election day, mentre i democratici hanno privilegiato il voto per posta. Quest’ultimo, incoraggiato dai timori per la pandemia da Covid-19 (che nel paese ha fatto oltre 300mila morti), ha raggiunto numeri molto elevati divenendo la causa principale del ritardo nello scrutinio. Ma non è solo questo. <mark class='mark mark-yellow'>Come sottolinea Francesco Clementi, non esiste un sistema elettorale federale, ma ognuno degli stati ne adotta uno diverso dagli altri. Gli elementi in comune sono due: l’obbligo per il cittadino americano di registrarsi per poter votare e il meccanismo della <em>plurality</em> secondo il quale il vincitore conquista tutti i grandi elettori assegnati a quello stato in proporzione al peso demografico (con le parziali eccezioni per il Maine e il Nebraska).</mark></p>
<p>Una volta assegnati, i grandi elettori (in tutto 538) esprimeranno la loro preferenza il 14 dicembre, termine ultimo per decisioni su eventuali riconteggi delle schede o dispute legali, come avvenne nel 2000 nella sfida tra George Bush e Al Gore. A quel punto inizierà la fase di transizione dei poteri dallo sconfitto al vincitore (qualora dovesse trionfare Biden) che si concluderà il 20 gennaio, data di insediamento del nuovo presidente.</p>
<p>Queste elezioni verranno probabilmente ricordate per il fatto di essersi svolte nel corso di una pandemia. Proprio il Covid-19 ha costretto i due candidati a rivedere le proprie strategie elettorali in quella che Gianluca Pastori ha definito “<em>struggle for the soul of America</em>”. Donald Trump non ha potuto sfruttare appieno la sua carta vincente: un’economia prospera e la disoccupazione ai minimi storici che l’emergenza sanitaria ha gravemente cancellato. Il tycoon ha allora cercato di mostrare agli elettori l’immagine di un paese forte, in grado di affrontare da solo ogni avversità e rimarcando la sua diversità rispetto ad altri stati nel mondo. Al contrario il suo sfidante ha rimarcato le fragilità interne del paese e la coesione nazionale messa a dura prova. <mark class='mark mark-yellow'>Afferma Gianluca Pastori: «Biden ha narrato l’America fragile, diversa, che necessita un cambiamento per essere davvero grande».</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Il tycoon ha allora cercato di mostrare agli elettori l’immagine di un Paese forte, in grado di affrontare da solo ogni avversità e rimarcando la sua diversità rispetto ad altri stati nel mondo. Al contrario il suo sfidante ha rimarcato le fragilità interne del paese e la coesione nazionale messa a dura prova.</span></p>
<p>Sicuramente queste elezioni sono anche il frutto di una campagna molto dura che in certi momenti è sembrata povera di contenuti. Secondo Francesca Longo, uno temi assenti nel dibattito è stata la politica estera. Pur riconoscendo che attualmente gli Stati Uniti hanno priorità di carattere interno, il nuovo presidente dovrà fronteggiare stati che mirano ad un’egemonia globale (come la Cina e la Russia) ed altri che ambiscano ad un ruolo di potenza regionale (Turchia e Iran in Asia Occidentale). «Il Medio Oriente rappresenta per l’Europa un vicino instabile, ma importante per la sicurezza globale, l’approvvigionamento energetico e i flussi migratori» &#8211; sottolinea Francesca Longo &#8211; «Quindi la politica di Biden (se eletto) verso quest’area sarà rilevante per le relazioni transatlantiche». In linea teorica si può ipotizzare che una presidenza Biden potrebbe segnare un ritorno almeno parziale al multilateralismo e al probabile ritorno degli Stati Uniti negli accordi sul clima di Parigi.</p>
<p>Nei prossimi giorni forse sapremo il vincitore, ma la battaglia per la Casa Bianca è ancora lunga.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Per vedere il video integrale dell’evento, cliccare </strong><a href="https://www.youtube.com/watch?v=KH6zBFHQb8w"><strong>qui</strong></a></p>
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		<title>USA 2020: quanto contano i vicepresidenti?</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Oct 2020 05:49:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Cozzaglio]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[ElezioniUsa2020]]></category>
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		<category><![CDATA[Kamala Harris]]></category>
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		<description><![CDATA[Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti lo scontro tra i due candidati, Donald Trump e Joe Biden, diventa sempre più acceso: il dibattito tra i due tenutosi il ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="840" height="560" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/ae318d92eff3abe8a773c11b7ca54874.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="ae318d92eff3abe8a773c11b7ca54874" /></p><p>Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti lo scontro tra i due candidati, Donald Trump e Joe Biden, diventa sempre più acceso: il dibattito tra i due tenutosi il 30 settembre è stato definito “il peggiore della storia americana”. Pochi contenuti, molta aggressività. Per questo molte persone hanno accolto positivamente il netto cambio di stile nel confronto dell’8 ottobre tra i due contendenti alla vicepresidenza: <strong>Mike Pence</strong> e <strong>Kamala Harris</strong>.</p>
<p>La crescente attenzione su due figure di solito ai margini nella corsa per la Casa Bianca suscita una domanda: tutto questo avrà delle conseguenze sul voto degli americani? Prima di tentare di rispondere, bisognerebbe riflettere sul reale potere dei vicepresidenti. Su questo punto si concentra la ricerca “Do running mates matter? The influence of Vice-Presidential candidates in presidential elections” di<strong> Christopher Devine</strong> (political science professor at the University of Dayton, Ohio) e <strong>Kyle Kopko</strong> (Director of the Center for Rural Pennsylvania, adjunct professor at Elizabethtown University), ospiti di un evento virtuale organizzato dal Consolato Americano di Milano.</p>
<p>Spesso si ritiene che un vicepresidente (o un candidato) possa assicurare al prossimo “comandante in capo” degli Stati Uniti il supporto del proprio Stato o, in alternativam attirare il consenso di alcuni segmenti specifici della popolazione. Ma in realtà il quadro è molto complesso. Secondo il professor Devine, la definizione più arguta sulla vicepresidenza fu data da <strong>John Adams</strong>, vicepresidente di George Washington (1789-1797): «Sono vicepresidente e non sono niente. Ma potrei essere tutto». <mark class='mark mark-yellow'>Secondo la costituzione americana il vicepresidente ha pochi poteri, ma può assumere il posto del presidente nel caso quest’ultimo sia gravemente malato, si dimetta e sia deceduto.</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>La definizione più arguta sulla vicepresidenza fu data da John Adams, vicepresidente di George Washington: «Sono vicepresidente e non sono niente. Ma potrei essere tutto»</span></p>
<p>Ma quando i vicepresidenti sono diventati centrali nello scenario politico americano? Secondo Kyle Kopko c’è una data precisa: le elezioni presidenziali del 1976. Fu un anno molto particolare poiché nel decennio precedente ben due vicepresidenti erano diventanti capi di Stato prima della scadenza naturale del mandato dei loro superiori: Lyndon B. Johnson nel 1963 dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy e Gerald Ford nel 1974 dopo le dimissioni di Richard Nixon. Da quel momento il vicepresidente ha assunto maggiori responsabilità: presiede riunioni di alto livello, funge da interlocutore tra l’amministrazione presidenziale e i poteri intermedi (il Congresso e i governatori), rappresenta gli Stati Uniti nelle missioni all’estero.</p>
<p>Alla base delle ricerche dei professori Devine e Kopko, gli effetti dei vicepresidenti sull’elettorato si possono dividere in tre categorie: direct, targeted, indirect.  Partiamo dal primo gruppo: può un vicepresidente influenzare direttamente la scelta del prossimo inquilino della Casa Bianca? In realtà no. <mark class='mark mark-yellow'>Secondo i dati dell’American National Election Studies (ANES), meno del 5% degli indici di gradimento o non gradimento di un vicepresidente condiziona la scelta del presidente. Questo dimostra che l’elettore preferisce guardare direttamente il futuro presidente, probabilmente in virtù dei maggior poteri del suo ruolo.</mark></p>
<p>La seconda categoria, i “<strong>targeted effects</strong>”, si riferisce alla capacità di un vicepresidente di attrarre il consenso di specifici settori dell’opinione pubblica. Non si intende qui solo l’elettorato del proprio stato, ma segmenti estesi su scala nazionale (donne, minoranze etniche, gruppi religiosi, categorie lavorative…). Trattandosi però di gruppi di difficile prevedibilità, questo tipo di effetti non si manifesta così regolarmente come si potrebbe ipotizzare. Secondo Kopko, <mark class='mark mark-yellow'>solo la categoria degli “<strong>indirect effects</strong>” ha una reale incidenza sulla campagna presidenziale. In questo caso la scelta di un particolare soggetto per la vicepresidenza aiuta gli elettori ad avere maggiori informazioni sul prossimo presidente</mark>: ad esempio, una scelta ritenuta saggia potrebbe infondere fiducia sulla capacità di giudizio del probabile inquilino della Casa Bianca. Similmente, un giudizio negativo sulla nomina del vicepresidente potrebbe invece dissuadere dal votare il candidato presidente.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Il risultato di queste ricerche rende necessaria una domanda: Kamala Harris può essere una scelta strategica e potenzialmente vincente per Joe Biden? Secondo Christopher Devine, la decisione può rivelarsi positiva sotto vari punti di vista.</mark> Innanzitutto, optare per una persona con robuste competenze legali e amministrative (Harris è stata procuratore generale della California dal 2011 al 2017) può offrire una visione positiva della capacità di giudizio di Joe Biden. Inoltre la giovane età della Harris potrebbe tranquillizzare quell’elettorato preoccupato per l’anzianità del candidato democratico. In ultimo lei occupa una posizione originale tra i democratici: non appartiene all’area centrista come Biden, ma non è nemmeno assimilabile all’ala più progressista identificabile nelle figure di Bernie Sanders ed Elizabeth Warren.  Di conseguenza, la sua figura potrebbe servire a Biden per tenere unite le due anime del partito.</p>
<p>Chiunque sarà il prossimo vicepresidente, avrà comunque un ruolo cruciale nel governo degli Stati Uniti che delegherà a questa figura sempre più incarichi di alto livello. Una tendenza che difficilmente si potrà arrestare.</p>
<p><strong>Per vedere il video integrale dell&#8217;evento, cliccare <a href="https://www.youtube.com/watch?v=TWdJNFk5WLw">qui</a></strong></p>
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		<title>USA 2020 e Covid-19, comunicazione e politica secondo Kristen S. Anderson</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2020 10:13:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Cozzaglio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Covid 19]]></category>
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		<category><![CDATA[Elezioni usa 2020]]></category>
		<category><![CDATA[Joe BIden]]></category>
		<category><![CDATA[Kristen Soltis Anderson]]></category>
		<category><![CDATA[Millenials]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 2020 verrà ricordato come l’anno della pandemia di Covid-19. Stiamo assistendo ai suoi effetti sui sistemi sanitari, sulle persone e sulle economie. Ma un cambiamento è già in atto ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="400" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/Kristen-Soltis-Anderson-640x400.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Kristen-Soltis-Anderson-640x400" /></p><p>Il 2020 verrà ricordato come l’anno della pandemia di Covid-19. Stiamo assistendo ai suoi effetti sui sistemi sanitari, sulle persone e sulle economie. Ma un cambiamento è già in atto e riguarda la politica: la necessità di trovare nuove modalità per svolgerla nonostante le restrizioni della pandemia.</p>
<p>Un tema più che mai attuale negli Stati Uniti. Qui non solo il Covid-19 ha colpito con enorme violenza il paese, ma ha reso ancora più incandescente la campagna elettorale per le elezioni presidenziali di novembre. Quello che si prospetta è una sfida tra il presidente Donald Trump e lo sfidante democratico Joe Biden in uno scenario assolutamente inedito che rende impellente per entrambi adottare nuove strategie di comunicazione.</p>
<div id="attachment_45769" style="width: 199px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/color-edited-md.jpg"><img class="wp-image-45769 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/color-edited-md-199x300.jpg" alt="color-edited-md" width="199" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Kristen Soltis Anderson, co-founder di Echelon Insights</p></div>
<p>Di questo si è discusso nella diretta Youtube organizzata dal Consolato Generale americano di Milano con <strong>Kristen Soltis Anderson</strong>. Un’ospite speciale in grado di spiegare ad una platea di giovani telespettatori dinamiche complesse dell’arena politica statunitense: originaria di Orlando (Florida) e oggi residente a Washington D.C., Anderson è una sondaggista, scrittrice e giornalista. È anche co-fondatrice di <em>Echelon Insights</em>, agenzia di sondaggi, data science e strategie di comunicazione. Riconosciuta come una delle maggiori esperte della generazione dei Millennials, Anderson è stata inoltre indicata nel 2013 dalla rivista Time tra le 30 persone con meno di 30 anni che stanno cambiando il mondo.</p>
<p>Secondo Anderson, il Covid-19 sta obbligando i politici a rivedere il proprio modo di fare politica. <mark class='mark mark-yellow'>Un passaggio fondamentale è il flusso sempre più massiccio di investimenti nel settore del <em>digital advertising</em> per rendere la comunicazione più diretta con i propri sostenitori. Le tecnologie digitali, come i social media, si stanno infatti rivelando piattaforme estremamente funzionali per la discussione di temi sociali e politici anche tra le fasce più giovani della popolazione</mark>: un esempio recente è la pubblicazione di quadri neri con l’hashtag #BlackoutTuesday per esprimere sostegno alle manifestazioni di protesta dopo la morte di George Floyd a Minneapolis.</p>
<p>I giovani sono gli utenti principali delle piattaforme social. È indubbio. Ma la loro interazione con temi sociopolitici si può tradurre nella volontà di recarsi alle urne? In base ad alcuni dati del PEW Research Center, Anderson mostra che alle mid-term elections del 2014 votò circa il 20% dei Millennials. A quelle del 2018 votò per la prima la generazione Z e l’affluenza fu del 30%, un risultato molto alto per una mid-term election.</p>
<p>Per quanto riguarda la campagna elettorale vera e propria, entrambi i partiti americani si sono mossi per cercare nuove vie: la prima è quella della realizzazione di <strong>eventi in diretta</strong> che permettano di rivolgersi direttamente agli elettori senza avvalersi dei media tradizionali. Un’applicazione simile la troviamo in “The Right View”, una sorta di show televisivo realizzato nelle proprie case a sostegno della rielezione di Trump. Una strategia che pare funzionare, specie alla luce del crescente disinteresse negli americani per le convention dei partiti trasmesse alla televisione. <mark class='mark mark-yellow'>Tuttavia Anderson nota come questo sistema sia realmente efficace solo per raggiungere i propri sostenitori e non gli indecisi (<em>swing voters</em>).</mark></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Le restrizioni dovute alla pandemia hanno fatto emergere in vista delle elezioni presidenziali il dibattito sul <strong>voto per posta</strong>. Un test era stato tentato il 3 febbraio al caucus democratico in Iowa,  ma il sistema si era rivelato imperfetto a causa di numerosi ritardi nella registrazione e nel calcolo delle schede.</mark> Anderson sottolinea come quello dell’Iowa sia stato un esperimento organizzato frettolosamente senza conoscenze specifiche sulla nuova tecnologia. L’auspicio, però, è che per novembre si sia fatto tesoro di questa esperienza per fornire ai cittadini un sistema efficiente con il quale votare senza rischiare assembramenti ai seggi elettorali. Ciò nonostante, i Repubblicani rimangono scettici sull’impiego del voto per posta che ritengono fonte di brogli potenziali.</p>
<p>Le prossime presidenziali saranno un banco di prova anche per tutti gli istituti di statistica e sondaggi che tenteranno di rimediare al clamoroso errore del 2016 quando fu ritenuto che Hillary Clinton fosse in considerevole vantaggio rispetto a Trump nella corsa alla Casa Bianca. Anderson indica tre motivi che spinsero i sondaggisti a sottostimare il sostegno al tycoon:</p>
<ul>
<li>Molte preferenze di voto cambiarono i giorni appena prima del voto quando non era più possibile per legge diffondere nuovi sondaggi</li>
<li>Coloro che votarono per Trump lo ammisero solo dopo l’elezione, ma non ne fecero parola nelle indagini precedenti</li>
<li>Furono sovrastimati i laureati dei college: essi erano più inclini a sostenere la Clinton, ma allo stesso essi erano più disponibili a rispondere ai sondaggi rispetto a coloro con un livello di istruzione più basso. Questo errore di valutazione creò l’illusione di un forte consenso per l’ex segretario di stato</li>
</ul>
<p>Alla luce di fenomeni sociali recenti come il <em>Climate Change</em> e <em>Black Lives Matter</em>, viene spontaneo domandarci quanto spazio avranno questi temi nel dibattito politico. <mark class='mark mark-yellow'>Secondo Anderson, questi argomenti si muoveranno in realtà entro dei limiti abbastanza definiti: la tutela dell’ambiente attira molto l’attenzione dei giovani ed è ampiamente discussa nel partito democratico (meno in quello repubblicano), mentre il tema del razzismo sarà al centro della cronaca almeno nel breve periodo per entrambi i partiti.</mark> Sul fronte democratico, Biden sarebbe intenzionato a scegliere una donna afroamericana come candidata alla vicepresidenza. I repubblicani, invece, saranno costretti a discuterne soprattutto considerando la presenza di molti <em>swing voters</em> nelle proteste di questi giorni.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Anderson sostiene che a causa della pandemia i temi che saranno principalmente dibattuti saranno: <strong>il sistema sanitario</strong> (che in questi mesi ha mostrato tutta la sua fragilità a causa dei costi elevati e della difficoltà per molti americani di accedere alle cure), <strong>l’economia</strong> al momento in forte crisi dopo una crescita costante e la disoccupazione ai minimi nei mesi pre pandemia e, almeno da parte dei Repubblicani, <strong>i rapporti con la Cina</strong>.</mark></p>
<p>I prossimi mesi saranno quindi molto intensi e si potrebbe assistere ad un maggior coinvolgimento dei giovani grazie ad un ruolo ormai in costante crescita delle tecnologie digitali. I social media divengono quindi uno strumento di dibattito trasversale tra gli elettori e con effetti potenzialmente determinanti per il candidato alla presidenza che saprà farne l’uso migliore. L’avvertimento, conclude Anderson, è però di restare attenti ai messaggi quasi del tutto allineati con le nostre opinioni perché potrebbero celare un’informazione distorta che non fornisce tutti i punti di vista di una situazione complessa.</p>
<p><strong>Per vedere il video integrale della diretta, cliccare <a href="https://www.youtube.com/watch?v=BOr8eZicclY">qui</a></strong></p>
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