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	<title>magzine &#187; Israele</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Pax trumpiana: partita a scacchi in Ucraina e Medio Oriente</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Jan 2025 00:50:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirea D Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
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		<description><![CDATA[Sono trascorsi poco più di sette giorni dal giuramento del nuovo Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump ma i riflettori restano puntati su di lui:il nuovo inquilino della Casa ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="6000" height="4000" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/pexels-felixmittermeier-957312.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="pexels-felixmittermeier-957312" /></p><p>Sono trascorsi poco più di sette giorni dal giuramento del nuovo Presidente degli Stati Uniti,<strong> Donald J. Trump</strong> ma i riflettori restano puntati su di lui:<mark class='mark mark-yellow'>il nuovo inquilino della Casa Bianca rispetterà le promesse fatte in campagna elettorale?</mark> Certo è, che poco dopo il suo insediamento, il tycoon è stato <strong>molto chiaro</strong> nel suo primo <strong>discorso internazionale</strong> tenuto giovedì in videoconferenza al <em>World Economic Forum</em> di Davos. «Il mio messaggio a tutte le imprese del mondo è semplice: <strong>venite a produrre in America</strong>, e noi vi faremo pagare <strong>le tasse più basse</strong> di qualsiasi altra nazione. In caso contrario, ne pagherete il prezzo» ha esordito, di fronte all’immensa platea. Da <strong>buon imprenditore</strong>, appare chiaro che l’obiettivo del presidente sia quello di incentivare la macchina economica interna del Paese, innalzando<strong> barriere protezionistiche</strong> con l’estero, qualora ritenuto necessario. Il suo programma, così come evidenziato nel discorso tenuto poco dopo il giuramento, è <mark class='mark mark-yellow'>mettere al primo posto il benessere del Paese per far sì che «dall’oscurità del suo predecessore &#8211; che ha duramente criticato &#8211; fiorisca una nuova età dell’oro».</mark></p>
<p>«Da questo punto di vista, il <strong>protezionismo</strong> e l’<strong>imposizione di dazi</strong> da parte dell’amministrazione Trump, devono essere considerati in chiave di una strategica “<strong>pressione negoziale</strong>”. Il nuovo presidente, infatti, vuole <mark class='mark mark-yellow'>riequilibrare la bilancia commerciale degli Stati Uniti</mark>», evidenzia <strong>Davide Borsani</strong>, docente di Relazioni Internazionali dell’<em>Università Cattolica del Sacro Cuore</em> di Milano. Questa è la ragione principale per cui, tra i temi in primo piano presentati a Davos, oltre alle relazioni commerciali con Europa e Cina, di grande importanza sono la <strong>nuova soglia di spesa</strong> per la difesa della NATO &#8211; che propone per tutti i Paesi di <strong>aumentare il tasso</strong> da destinare all’Alleanza dal 2 al 5% del PIL &#8211; e il <strong>consolidamento di nuove partnership</strong> strategiche, come è il caso dell’<strong>Arabia Saudita</strong> di Mohammad Bin Salman.</p>
<p>Tra i temi che scaldano l’opinione pubblica mondiale e che &#8211; dopo anni di investimenti in difesa e aiuti umanitari &#8211; iniziano però a gravare irrimediabilmente soprattutto sulle spalle delle potenze occidentali (e non solo), <mark class='mark mark-yellow'> sono di grande rilevanza per il nuovo presidente i due conflitti in corso, in <strong>Ucraina</strong> e <strong>Medio Oriente</strong>.</mark> Sono di tale importanza, da farne il perno su cui si è sviluppata parte della folcloristica campagna elettorale di Donald Trump.</p>
<p>A Davos, il primo cittadino americano è, infatti, tornato a parlare del suo omologo russo che ha nuovamente invitato al dialogo: «<mark class='mark mark-yellow'>La guerra tra Russia e Ucraina finirebbe immediatamente se il prezzo del petrolio scendesse</mark>» ha affermato, sostenendo che l’<strong>elevato guadagno energetico</strong> permettera&#8217; al Cremlino di <strong>proseguire le operazioni</strong> militari e ha insistito: «L’Ucraina è pronta a fare un accordo». Dall&#8217;altro lato, inaspettatamente la risposta di Vladimir Putin non si è fatta attendere: «<strong>La guerra non dipende dal prezzo del petrolio</strong> ma è causata da una<strong> minaccia alla sicurezza nazionale</strong> della Federazione Russa che i Paesi occidentali rifiutano di vedere». E ha proseguito: «Faremmo meglio a incontrarci e ad avere una conversazione realista su tutte le questioni di comune interesse per gli Usa e per la Russia».</p>
<p>Nel quadro euroasiatico, «<strong>l&#8217;accellerazione dei colloqui</strong> nelle ultime settimane sta a significare che gli Stati Uniti hanno iniziato a<strong> mettere più pressione</strong> su entrambi gli attori. O, quantomento, sicuramente sull&#8217;Ucraina» sostiene Borsani. Il problema, però, in questo contesto, sono le condizioni sul terreno. «<mark class='mark mark-yellow'>L&#8217;Ucraina vuole entrare a far parte della<strong> NATO </strong> ma la posizione russa a riguardo non è negoziabile. Anche gli Stati Uniti hanno grandissime perplessità, perciò questo obiettivo al momento è irrealizzabile</mark>». Borsani tiene inoltre a sottolineare che <strong>non bisogna sopravvalutare l&#8217;influenza</strong> negoziale complessiva <strong>degli Stati Uniti</strong> sull&#8217;intero conflitto perchè ci sono tanti altri attori che operano in Ucraina o a sostengo di una delle due parti. Alla luce di questo, il punto su cui Putin e Zelensky devono confrontarsi è: «<mark class='mark mark-yellow'>sediamoci al tavolo ma sulla base di cosa trattiamo? </mark> L&#8217;obiettivo &#8211; prosegue Borsani &#8211; è <strong>cercare un compromesso</strong> affinchè nessuna delle due parti imponga una capitolazione sull&#8217;altra. Sicuramente in termini economici ma anche militari, <mark class='mark mark-yellow'>l&#8217;attore più avvantaggiato in questo scenario è la Russia</mark> rispetto all&#8217;Ucraina che ha invece bisogno di grande supporto da parte degli alleati occidentali ma ci sono delle linee rosse invalicabili che entrambe le parti non sono disposte a varcare». <mark class='mark mark-yellow'>Ad oggi, ci troviamo in una fase in cui le prospettive sono sicuramente più rosee quantomento per una possibile tregua.</mark> «La differenza che però sussiste tra tregua e pace è sostanziale: il primo caso prevede una sospensione dei combattimenti, il secondo caso invece prevede l&#8217;elaborazione di un accordo di più lungo periodo che per resistere deve soddisfare tutte le parti».</p>
<p>Scendendo più a Sud, oltre le sponde del Mar Mediterraneo, l&#8217;approccio utilizzato dall&#8217;inquilino della Casa Bianca per risolvere <strong>la questione mediorientale</strong> è ben diverso. Considerata sia<strong> l&#8217;operatività sul campo di Israele</strong> &#8211; soprattutto in Cisgiordania con <em>Iron Wall,</em> nonostante la tregua stipulata la scorsa settimana &#8211; che i provvedimenti del <strong>Trump 1</strong> &#8211; dove tra l&#8217;altro Gerusalemme è stata riconosciuta come capitale di Israele &#8211; , <mark class='mark mark-yellow'>&#8220;è lecito pensare che a Tel Aviv si guardi a Washington con l&#8217;idea che la nuova amministrazione sia disposta a tollerare più fughe in avanti da parte di Israele rispetto a quella precedente&#8221;</mark>, evidenzia Borsani. Con questo, però, non bisogna commettere l&#8217;errore di credere che i rapporti tra Israele e Stati Uniti siano sempre stati lineari. Anche in questo caso, infatti, scegliere di considerare<strong> una chiave di lettura semplicistica</strong> e riassuntiva del conflitto arabo- israeliano, <strong>potrebbe indurci in errore</strong>.</p>
<p>La vera questione è <mark class='mark mark-yellow'>«che gli Stati Uniti hanno interesse nel sostenere Israele perchè lo ritengono un bastione democratico in un&#8217;area particolarmente a rischio di squilibri. Di fatto, Tel Aviv è il pilastro della politica estera americana in Medio Oriente».</mark> Questa è la dinamica che spiega la ragione che si nasconde dietro l&#8217;ultima dichiarazione &#8211; rilasciata durante la notte in una conferenza stampa a bordo dell&#8217;<em>Air Force One</em> &#8211; proprio del presidente degli Stati Uniti e che si lega alle richieste, presentate dai coloni israeliani, in merito alla gestione<em> post-conflict</em> dell&#8217;enclave palestinese: <mark class='mark mark-yellow'>«Gaza al momento è un sito di demolizione e la gente sta morendo. La mia proposta è finanziare la costruzione di nuove abitazioni &#8211; temporanee o a lungo termine &#8211; in Egitto e Giordania</mark> in modo che i palestinesi possano vivere li&#8217; in pace. Alla fine, si tratta di un milione e mezzo di persone. Dobbiamo ripulire tutto: quel luogo ha un grande potenziale». In relazione alle ultime parole del Presidente &#8211; che non lasciano spazio ad interpretazioni -, l&#8217;emittente americana Cnn ha citato le parole di un&#8217;analista ospite del canale israeliano Channel 12,<strong> Amit Segal</strong>, secondo cui le sue parole non sono una semplice esternazione ma fanno parte di &#8220;un piano più ampio che appare coordinato con Israele&#8221;.</p>
<p>Dall&#8217;altro lato, Egitto e Giordania &#8211; così come l&#8217;Autorità Nazionale Palestinese e Hamas &#8211; hanno respinto fermamemente la proposta di un trasferimento forzato del popolo palestinese. «Mettiamo in guardia dallo <strong>sfruttare la catastrofica situazione umanitaria di Gaza</strong>, causata dal genocidio commesso dall&#8217;occupazione. Chiediamo un&#8217;azione rapida per rispondere alle diverse esigenze dei residenti di Gaza e per accelerare gli sforzi di accoglienza, soccorso e ricostruzione», ha cosi&#8217; reagito l&#8217;ufficio stampa del governo di Gaza.</p>
<p>Sin dalle prime mosse sulla scacchiera, appare chiaro che <mark class='mark mark-yellow'>l&#8217;obiettivo del nuovo Presidente sia quello di porre fine ai conflitti in corso, cercando di trovare un compromesso tra le parti. O, quanto meno, tra le parti che contano</mark>: ovvero quelle che il tycoon ritiene abbiano qualcosa da offire sia in termini economici che strategici. <strong>In fondo, è un fatto ben noto, le prime mosse di una partita a scacchi possono essere tra le più importanti.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>UNIVERSITÀ USA, LA LIBERTÀ DI PAROLA SULLA GUERRA A GAZA</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Dec 2024 16:08:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Piga]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’attacco terroristico di Hamas sul suolo israeliano e la controffensiva d’Israele sulla Striscia di Gaza sono stati la miccia che ha innescato l’agitazione nelle università degli Stati Uniti. Dal 7 ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1365" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/12/GettyImages-2150007379-2048x1365.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Manifestanti studenteschi occupano il “Gaza Solidarity Encampment” pro-palestinese sul West Lawn della Columbia University, il 24 aprile 2024, a New York City. (Michael M. Santiago/Getty Images)" /></p><p>L’attacco terroristico di Hamas sul suolo israeliano e la controffensiva d’Israele sulla Striscia di Gaza sono stati la miccia che ha innescato l’agitazione nelle <strong>università degli Stati Uniti</strong>. Dal 7 ottobre 2023, i campus sono <a href="https://www.nytimes.com/interactive/2024/us/pro-palestinian-college-protests-encampments.html">l’arena</a> nella quale si contrappongono due fazioni: una considera ingiustificata e sproporzionata la risposta dell’esercito israeliano; l’altra la sostiene, ritenendosi anche bersaglio degli antisionisti e antisemiti. Negli istituti, la <a href="https://www.npr.org/sections/pictureshow/2024/05/04/1248904667/campus-protests-photos">violenza</a> sia verbale, sia fisica è divampata, con l’intento di silenziare chi esprime opinioni opposte. E ha messo sul banco degli imputati anche i <a href="https://www.nytimes.com/2024/01/02/us/harvard-claudine-gay-resigns.html#:~:text=Harvard's%20president%2C%20Claudine%20Gay%2C%20announced,7.">vertici</a> delle università, le cui azioni, in alcune circostanze, hanno comportato le loro <a href="https://www.npr.org/2023/12/10/1218432974/penn-president-resigns-after-testifying-about-antisemitism-on-campus">dimissioni</a>.</p>
<p>Ciò che accade nel mondo accademico a stelle e strisce è la quotidianità per<strong> Greg Lukianoff</strong>, presidente e CEO della <a href="https://www.thefire.org/">Foundation for Individual Rights and Expression</a>. I suoi obiettivi sono la tutela e la promozione dei diritti fondamentali nei campus universitari. Il tema che tratta nella sua newsletter <a href="https://eternallyradicalidea.com/"><em>The Eternally Radical Idea</em></a>, sul quale ha co-scritto con Rikki Schlott anche l’ultimo libro <a href="https://www.penguin.co.uk/books/455749/the-canceling-of-the-american-mind-by-schlott-greg-lukianoff-and-rikki/9780241645574"><em>The Canceling of the American Mind</em></a> (Penguin Books, 2023) e di cui ha parlato a <em>Magzine</em>.</p>
<p><strong>In varie università statunitensi c’è un’atmosfera di tensione. Nei campus, la libertà di parola scricchiola?</strong></p>
<p>«È in declino, ma questa tendenza è iniziata molto prima del 7 ottobre 2023. C&#8217;è stata un’aperta ostilità verso il concetto di libertà di espressione nei campus per decenni, qualcosa che ho osservato già mentre ero a Stanford Law negli anni Novanta. Tipicamente erano gli amministratori a cercare di limitare la libertà di parola. Intorno al 2014, però, è avvenuto un cambiamento drammatico. Una generazione di studenti è arrivata nei campus dopo essere stata educata con alcune pessime idee sul supposto e potenziale “danno” delle parole e sulla loro stessa fragilità. Per la prima volta, gli amministratori, storicamente critici verso la libertà di espressione, hanno trovato un gruppo di studenti con cui allearsi per sopprimere questo diritto ad altri studenti, docenti e relatori invitati nelle università».</p>
<p><strong>Dall’inizio del conflitto Israele-Hamas, la polarizzazione del discorso nelle università statunitensi si è intensificata. Ha implicazioni sociali più ampie che riflettono un cambiamento anche nei dibattiti tra studenti, docenti e tra studenti e docenti?</strong></p>
<p>«La polarizzazione del discorso nei campus si è sviluppata per decenni. È accelerata negli ultimi dieci anni, e l’ambiente dopo il 7 ottobre 2023 ha rivelato quanto la situazione fosse peggiorata. E la <a href="https://www.vice.com/en/article/cancel-culture-meaning/"><em>cancel culture</em></a>, che ha le sue radici nell’istruzione superiore, non sorprende che continua a essere utilizzata come arma da chi detiene opinioni maggioritarie nei campus. Ma è troppo presto per sapere se questo aumento dello scontro sia temporaneo o rappresenti una nuova normalità».</p>
<p><strong>L&#8217;approccio all’ attivismo universitario e, di conseguenza, all’applicazione del Primo Emendamento stanno mutando?</strong></p>
<p>«Un aspetto positivo del caos nei campus è che alcune università hanno iniziato a capire quanto sia rischioso esprimersi sulle questioni politiche del momento. La tendenza a emettere dichiarazioni istituzionali su temi politici divisivi è qualcosa che abbiamo iniziato a vedere dopo l’uccisione di <a href="https://www.nytimes.com/article/george-floyd.html">George Floyd nel 2020</a>, quando gli studenti hanno iniziato a chiedere che le loro scuole si pronunciassero sull’incidente e le amministrazioni sono state più che disposte ad accontentarli. Questo, prevedibilmente, ha portato a una situazione insostenibile nella quale ogni gruppo ora si aspetta che la propria università rilasci una dichiarazione quando la loro causa o questione è sotto i riflettori. Così, in questo caso, gli studenti pro-Israele hanno insistito perché venisse condannato Hamas, mentre quelli pro-Palestina si aspettavano che criticassero Israele. Questo dilemma impossibile ha portato diversi istituti, tra i quali Yale, Penn, USC, Johns Hopkins e Purdue, a vedere la saggezza nell’adottare la neutralità istituzionale».</p>
<p><strong>Questo clima si respira, principalmente, nelle università della Ivy League. È una visione distorta?</strong></p>
<p>«In generale, le scuole private d’élite si sono dimostrate avere ambienti scadenti per la libertà di parola nei loro campus. Infatti, per il secondo anno consecutivo, Harvard si è classificata ultima nella classifica <a href="https://www.thefire.org/college-free-speech-rankings">“College Free Speech Rankings”</a> di FIRE, mentre la Columbia al penultimo. Nessuna delle università della <a href="https://www.usnews.com/education/best-colleges/ivy-league-schools">Ivy League</a>, a eccezione di Yale, è riuscita a posizionarsi sopra il 200° posto nelle classifiche 2024, che ha valutato 251 scuole. Vale la pena notare, tuttavia, che l’Università della Virginia si è classificata al primo posto nelle nostre classifiche e quella di Chicago ha ottenuto buoni risultati costantemente».</p>
<p><strong>Dopo questo primo anno di proteste, quali pensa siano i rischi per la libertà di espressione e l’attivismo universitario?</strong></p>
<p>«Continuo a temere che gli studenti siano stati educati male a credere che la libertà di espressione sia uno strumento dei potenti. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. I potenti non hanno bisogno della libertà di espressione perché se la sono sempre cavata bene senza di essa. Sono sempre state le minoranze a fare affidamento sulla libertà di espressione per sfidare il governo e chiedere pari diritti».</p>
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		<title>Siria: forti speranze e fragili equilibri dopo la caduta del regime degli Assad</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Dec 2024 15:03:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Tamberi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
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		<description><![CDATA[Una speranza per il futuro «Quella sera sono rimasto sveglio per quasi tutta la notte. Sono andato a dormire alle 4 del mattino per la stanchezza». Boutros ricorda così la ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1400" height="787" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/12/3bdb808bbed2e8b8fc9f8b6414c60defe1f13c67-88571369.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="3bdb808bbed2e8b8fc9f8b6414c60defe1f13c67-88571369" /></p><h2>Una speranza per il futuro</h2>
<p><span style="font-weight: 400;">«Quella sera sono rimasto sveglio per quasi tutta la notte. Sono andato a dormire alle 4 del mattino per la stanchezza». Boutros ricorda così la notte in cui il presidente della Siria <strong>Bashar al-Asad</strong> si è dato alla fuga davanti all’avanzata delle milizie jihadiste di <strong>Hayat Tahrir al-Sham</strong> (Hts) verso Damasco. «Quando sono andato a dormire, il governo di Asad non era ancora caduto. Un’ora dopo è suonato il mio cellulare: era mio cugino dall’Olanda che mi urlava &#8220;Boutros, è caduto! Quel cane è caduto!”».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Boutros ha 27 anni, e viene da Latakia, anche se è originario di Qunaya, un villaggio situato nella regione di Idlib, nel Nord del Paese, la stessa regione sotto il controllo della milizia Hayat Tahir al-Sham dal 2017. Tre anni fa, si è trasferito a Milano per studiare regia e, da allora, non è mai riuscito a tornare. È sempre rimasto in contatto, però, con amici e familiari a casa: «<mark class='mark mark-yellow'>Da un lato tutti sono contenti e festeggiano. In tutta la Siria hanno tirato giù le statue di <strong>Hafiz al-Asad</strong> (padre di Bashar ed ex presidente della Siria, </span><i><span style="font-weight: 400;">ndr</span></i><span style="font-weight: 400;">), e le hanno trascinate per strada. Dall’altro, però, c’è anche molta preoccupazione, perché la situazione è caotica e instabile.</mark> Scappando, Bashar al-Assad non ha lasciato il governo a nessuno, e anche l’esercito e le forze dell’ordine sono fuggiti lasciando incustodite le proprie sedi. Prima che entrassero nelle città gli eserciti ribelli, diverse persone sono entrate in questi posti, mettendoli a fuoco, oppure rubando pistole e armi. Per questo motivo la situazione è un po’ fuori controllo».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nonostante l’attualità sia molto caotica per la Siria, l’inquietudine è solo per la situazione immediata. Se, invece, si cerca di immaginare il futuro del Paese, si delinea uno scenario di speranza: «<mark class='mark mark-yellow'>Sotto il regime di Assad, c&#8217;erano tante persone condannate senza processo con l’accusa di aver parlato male del governo.</mark> Si è scoperto dell’esistenza di tante carceri di cui nessuno era a conoscenza e i cui prigionieri – provenienti da Siria, Libano, Iraq e Palestina – adesso sono in libertà e sono tornati dalle loro famiglie. […] Gli eserciti ribelli ci stanno dicendo che in futuro non sarà più così, che il Paese sarà libero. Dichiarano che rispetteranno il popolo siriano a prescindere dalla loro religione: non importa se cristiano, sunnita, sciita, alawita o druso, <strong>la Siria sarà dei siriani</strong>. Ovviamente non possiamo giudicare troppo velocemente né il governo provvisorio né il suo modo di operare. Il regime precedente ci ha però lasciato un Paese distrutto e casse vuote. È giusto dare a questi miliziani una possibilità per vedere cosa possono fare».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">A proposito di religione, c&#8217;è da sottolineare l’approccio differente tra quello del leader di Hts al-Jolani e l’ormai ex presidente Assad. L’esercito ribelle, nonostante si origini da gruppi come l-Qaida e Isis, promette di governare il Paese laicamente, rispettando tutti i gruppi religiosi presenti sul territorio, ponendosi in discontinuità rispetto ad Assad: «Ci sono alcune comunità religiose in Siria che sostenevano Assad, come i cristiani e gli alawiti. Assad ha sfruttato questa diversità per generare il conflitto all’interno della popolazione siriana e per incutere timore. <mark class='mark mark-yellow'>“Se io me ne vado, vi uccideranno”: questo era il suo ricatto.</mark> Ma quando è fuggito, tutti questi gruppi si sono sentiti traditi e delusi, perché il loro presidente li ha abbandonati senza pronunciare neanche una parola».</span></p>
<h2>Tra equilibri fragili e nuovi scenari</h2>
<p><span style="font-weight: 400;">Al tripudio di gran parte della popolazione per la caduta del regime si affiancano i dubbi degli attori regionali su quale sarà il destino del Paese, in particolare su quale forma assumerà il nuovo governo e come questo cambio di regime influenzerà i fragili equilibri regionali, già messi alla prova dal <strong>conflitto israelo-palestinese</strong>.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Fedele alleata dell’Iran, la Siria è stata un attore fondamentale della cosiddetta “mezzaluna sciita” e ha goduto dell’appoggio di Teheran durante la guerra civile. Il supporto era arrivato anche dal partito armato libanese <strong>Hezbollah</strong>, stretto alleato della Repubblica islamica. Storico è anche il legame che il regime siriano ha costruito con la Russia, risalente all’epoca sovietica e rappresentato concretamente dalla presenza in territorio siriano della base navale di Tartus, simbolo della presenza di Mosca in Medio Oriente.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La caduta del regime e la fuga di Assad a Mosca hanno rotto questi equilibri che già da tempo stavano scricchiolando sotto il peso degli eventi internazionali. Mentre le risorse del Cremlino erano sempre più concentrate sul conflitto in Ucraina, l’entrata delle forze israeliane in Libano ha messo a dura prova le capacità belliche di Hezbollah, che si ritrova ora privata di un regime alleato e il cui territorio garantiva un corridoio di rifornimenti provenienti dall’Iran e basi di appoggio: «<mark class='mark mark-yellow'>Hezbollah ha un problema senza precedenti. &#8211; spiega <strong>Lorenzo Trombetta</strong>, giornalista e autore del libro </span><i><span style="font-weight: 400;">Siria: dagli Ottomani agli Asad: e oltre</span></i><span style="font-weight: 400;"> -. Bisognerà capire come i recenti sviluppi influenzeranno il suo potere all’interno del Libano.</mark> Il 9 gennaio prossimo si terranno le elezioni presidenziali e bisognerà capire se l’organizzazione cercherà di mantenere un profilo dominante o se sarà costretta a venire a più miti consigli».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nonostante la comune avversione verso Teheran, non sembra che i recenti sviluppi abbiano incoraggiato un riavvicinamento tra Israele e Damasco. Dal 1967 lo stato ebraico occupa le alture del Golan, tutt’ora considerate territorio siriano, da cui deriva il nome di battaglia scelto dal leader di Hts </span><span style="font-weight: 400;">Aḥmad Ḥusayn al-Shara</span><span style="font-weight: 400;">ʿa</span><span style="font-weight: 400;">: <strong>Abu Mohammed al-Jolani</strong>, che letteralmente significa “proveniente dal Golan”. Una posizione strategica che Israele non intende lasciare, anzi. Dopo l’entrata dei ribelli nella capitale, le forze di Tel Aviv hanno occupato altre porzioni di territorio, “una mossa temporanea motivata da ragioni di sicurezza”, ha commentato il ministro degli Esteri israeliano <strong>Gideon Saar</strong>, ma che ha subito ricevuto una netta condanna da parte della comunità internazionale. Oltre a questo da non sottovalutare è l’impatto dei 480 raid effettuati dalle forze israeliane contro siti militari siriani, condotti, a detta dei vertici militari, “per evitare che finissero nelle mani di elementi terroristici”. Tra gli obiettivi ci sono 15 navi, diversi siti di produzione di armi e batterie antiaeree.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se da un lato la situazione ha indebolito i vecchi alleati di Damasco, dall’altro potrebbe favorire la posizione di un altro attore: la <strong>Turchia</strong>. «<mark class='mark mark-yellow'>L’influenza di Ankara non è nuova nella storia della Siria. Basti pensare ai secoli di dominio ottomano nella regione</mark> &#8211; spiega ancora Lorenzo Trombetta -. Bisogna capire come la Turchia negozierà le sue acquisizioni territoriali nel Nord-Ovest. Probabilmente verranno avviati dei negoziati con la Russia per permettere a Mosca di mantenere le sue basi nel Mediterraneo in cambio di una maggiore influenza geostrategica». L&#8217;influenza turca potrebbe giocare un ruolo cruciale nella sorte della <strong>popolazione curda</strong> che Ankara vorrebbe vedere confinata ad Est del fiume Eufrate: «Ora bisognerà vedere quali accordi verranno stretti tra Stati Uniti e Turchia sulla questione. Per ora ad Est dell’Eufrate i curdi sembrano poter mantenere le loro posizioni nel Nord-Est, dove costituiscono la maggior parte della popolazione. Nelle altre zone, a popolazione mista, quando i curdi non riusciranno più a cooptare le popolazioni arabe locali, queste potrebbero essere a loro volta cooptate da altre fazioni».</span></p>
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		<title>Mandato d&#8217;arresto per Netanyahu, Gallant e Deif. La CPI: &#8220;Condizioni calcolate per distruggere una parte dei civili di Gaza&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Nov 2024 22:13:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirea D Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Corte Penale Internazionale]]></category>
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		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;È stato emesso all&#8217;unanimità un mandato d&#8217;arresto nei confronti del Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dell&#8217;ex ministro della Difesa israeliana Yoav Gallant e di Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri, comunemente noto ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="630" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/11/Progetto-senza-titolo.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Mandati di arresto corte penale internazionale 21 nov 2024" /></p><p>&#8220;<span class="ILfuVd" lang="it"><span class="hgKElc">È </span></span>stato emesso all&#8217;unanimità un <strong>mandato d&#8217;arresto</strong> nei confronti del Primo ministro israeliano <strong>Benjamin Netanyahu</strong>, dell&#8217;ex ministro della Difesa israeliana<strong> Yoav Gallant</strong> e di<strong> Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri</strong>, comunemente noto come Deif&#8221; e capo dell&#8217;ala militare di Hamas. Cosi&#8217; si legge in una<a href="https://www.icc-cpi.int/news/situation-state-palestine-icc-pre-trial-chamber-i-rejects-state-israels-challenges"><strong> nota </strong>pubblicata sul sito web</a> della<strong> Corte penale internazionale</strong>. L&#8217;<strong>accusa</strong> è di aver commesso &#8220;<strong>crimini contro l&#8217;umanità</strong> e <strong>crimini di guerra</strong> sul territorio dello <strong>Stato di Israele</strong> il 7 ottobre 2023 &#8211; nel caso di Deif &#8211; e dello <strong>Stato di Palestina</strong> almeno dall&#8217;8 ottobre 2023 al 20 maggio 2024&#8243;. <mark class='mark mark-yellow'><span class="ILfuVd" lang="it"><span class="hgKElc">È</span></span> la prima volta nella storia che i giudici della CPI emettono mandati d&#8217;arresto anche nei confronti di esponenti politici &#8211; in questo caso di particolare rilievo &#8211; che hanno solidi legami con i governi occidentali.</mark> <span class="ILfuVd" lang="it"><span class="hgKElc">É</span></span> doveroso sottolineare che oltre a Deif &#8211; ritenuto direttamente <strong>responsabile del massacro</strong> del 7 ottobre 2023 -, la Procura aveva richiesto anche <strong>l&#8217;arresto</strong> di altri due esponenti di Hamas &#8211; <strong>Ismail Haniyeh </strong>e<strong> Yahya Sinwar</strong> &#8211; ma, essendo stata confermata la morte di entrambi, le accuse sono state ritirate.</p>
<p>In base al diritto Internazionale, sono <strong>124 gli Stati che hanno aderito alla CPI: </strong>ciò significa che, se i tre soggetti contro cui è stato emesso il mandato dovessero <strong>entrare</strong> in uno di questi Paesi, <strong>verrebbero immediatamente arrestati. </strong>Tuttavia, è doveroso evidenziare come la Corte non abbia un organo sovrastatale predisposto all&#8217;effettiva applicazione del mandato, quindi <strong>l&#8217;attuazione della sentenza</strong> spetta sempre e comunque agli Stati singoli e sovrani. In quest&#8217;ottica, infatti, si spiegherebbe perchè lo scorso settembre, la <strong>Mongolia</strong> abbia accolto a braccia aperte il presidente russo <strong>Vladimir Putin</strong> &#8211; su cui pende un mandato d&#8217;arresto internazionale &#8211; nonostante il Paese abbia aderito allo <em>Statuto di Roma, </em>documento fondativo della CPI.<em><br />
</em></p>
<p><strong>Christian Elia</strong>, giornalista che si occupa di <strong>Medio Oriente</strong> da molti anni, e coautore<a href="https://dig-awards.org/news/jaccuse-il-video-della-lectio-di-francesca-albanese-e-christian-elia-a-dig-2024/"> del volume </a><em><a href="https://dig-awards.org/news/jaccuse-il-video-della-lectio-di-francesca-albanese-e-christian-elia-a-dig-2024/">J&#8217;Accuse</a>, </em>a scritto a quattro mani con la<em> Special Rapporteur</em> delle Nazioni Unite sulla questione palestinese<strong> Francesca Albanese -</strong><em>,</em> commenta per <em>Magzine</em>  la decisione della Cortw: <mark class='mark mark-yellow'>&#8220;La Corte si è espressa di fronte all&#8217;evidenza e alle prove di cio&#8217; che sta accadendo. Questo apre uno scenario estremamente interessante.</mark> Fino ad ora, infatti, sono stati emessi mandati nei confronti solo di un certo tipo di leader &#8211; anche alleati di Paesi occidentali, certo &#8211; ma sempre quando questi erano &#8211; più o meno &#8211; in uno stato di declino politico. In questo caso, invece, parliamo di un primo ministro in carica ed è un avvenimento storico&#8221;. Elia, parlando <strong>dell&#8217;importanza della sentenza,</strong> ha inoltre evidenziato come &#8220;da qui ad un tempo indeterminato il<strong> primo Ministro</strong> di Israele <strong>non potrà più recarsi fisicamente</strong> in tutti i Paesi occidentali, e questo un grave danno&#8221; <strong>diplomatico</strong> per Tel Aviv.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La richiesta dei mandati era stata presentata lo scorso maggio dal procuratore capo della Corte, <strong>Karim Khan.</strong></mark> Poco dopo averla depositata, sulla base delle indagini sino a quel momento condotte, lo Stato di Israele ha presentato una serie di<strong> ricorsi</strong> con l&#8217;intento di farla ritirare. Sulla base dell&#8217;<strong>articolo 19.2</strong> dello Statuto ha cercato di opporsi all&#8217;indagine del procuratore, evidenziando come<strong> lo Stato ebraico non avesse mai firmato lo Statuto di Roma</strong> e per questa ragione i membri della Corte <strong>non avrebbero avuto la competenza giuridica per indagare</strong> e perseguire crimini commessi da parte di cittadini con nazionalità israeliana. Rispondendo al tentativo di bloccare sul nascere l&#8217;indagine, la Corte ha risposto però che <mark class='mark mark-yellow'>&#8220;<strong>non è necessario</strong> che uno Stato <strong>abbia firmato</strong> o ratificato lo Statuto per evitare che vengano avviate indagini ai fini di accertare la commissione di crimini di guerra o di crimini contro l&#8217;umanità.</mark>Inoltre, in questo particolare caso, la Corte può esercitare la sua funzione sulla base della <strong>giurisdizione territoriale</strong> della <strong>Palestina</strong>&#8220;.</p>
<p>Considerata la delicatezza del caso, i giudici hanno tenuto a spiegare pubblicamente la decisione per evitare ogni equivoco possibile. Si legge nella nota: &#8220;La Corte ha ritenuto che vi siano <strong>fondati motivi</strong> per ritenere che gli abitanti di Gaza<strong> siano stati privati</strong> di<strong> beni indispensabili</strong> alla loro<strong> sopravvivenza,</strong> compresi cibo, acqua, medicine e forniture mediche, nonché carburante ed elettricità. Si ritiene per questo che Netanyahu e Gallant abbiano<strong> ostacolato consapevolmente</strong> gli aiuti umanitari in<strong> violazione del diritto internazionale</strong> umanitario&#8221;.</p>
<p><span class="ILfuVd" lang="it"><span class="hgKElc">I giudici hanno </span></span>altresì evidenziato che<strong> le accuse sono basate</strong> su una serie di<strong> prove </strong>- al momento catalogate come &#8220;segrete&#8221; &#8211; fornite da sopravvisuti, testimoni oculari, a cui si aggiungono materiale video autenticato, foto e audio, immagini satellitari.<mark class='mark mark-yellow'>&#8220;Nessuna chiara necessità militare o altra giustificazione ai sensi del diritto internazionale umanitario può essere identificata per le restrizioni di accesso alle operazioni di soccorso umanitario. </mark> La Corte ha scoperto, infatti, che ci sono motivi ragionevoli per ritenere che la mancanza di forniture di base per la sopravvivenza <strong>abbia creato condizioni di vita calcolate</strong> per provocare la distruzione di una parte della popolazione civile a Gaza&#8221;, hanno concluso i giudici.</p>
<p>Questo <em>modus operandi</em> lo si evince anche attraverso &#8220;l&#8217;imposizione di un assedio totale sulla Striscia&#8221; ha riferito Khan , che ha concluso, evidenziando l&#8217;importanza dell&#8217;equità nell&#8217;applicazione della legge internazionale: &#8220;Se non dimostriamo la nostra volontà di <strong>applicare la legge allo stesso modo</strong>, creeremo le condizioni per il <strong>suo crollo</strong>. Così allenteremo i restanti legami che ci tengono insieme&#8221;.</p>
<p>La<strong> risposta</strong> dello Stato ebraico non si è fatta attendere. “La decisione<strong> antisemita</strong> della Corte penale internazionale equivale al<strong> moderno processo Dreyfus</strong>, e finirà così. Israele respinge con disgusto le azioni e le accuse assurde e false contro di esso da parte della Corte Penale Internazionale, che è un organismo politico parziale e discriminatorio”, ha pubblicamente<strong> dichiarato</strong> il primo ministro Netanyahu. Elia, sulla base di quanto scritto in <em>J&#8217;Accuse,</em> ha commentato il riferimento storico fatto dal ministro e ha evidenziato come <strong>la strategia</strong> di riportare alla luce fatti storici, strumentalizzandoli, sia parte della strategia comunicativa di Israele sin dalla sua nascita: &#8220;Sono più di trenta anni che le istituzioni israeliane<strong> tentano di sovrapporre l&#8217;antisemitismo alla legittima critica</strong> e denuncia di eventuali <strong>crimini di guerra</strong> contro l&#8217;umanità commessi dallo Stato ebraico. <mark class='mark mark-yellow'>In questo caso, <strong>spacciare per antisemitismo</strong> quella che è una mera azione legale di fronte a <strong>evidenti</strong> crimini di guerra documentati, non fa altro che agitare<strong> il vero spettro di quell&#8217;antisemitismo</strong></mark> &#8211; per intenderci, quello vero e non quello fomentato strumentalmente &#8211; che purtoppo ancora oggi esiste e che danneggia tutti quegli ebrei che, in giro per il mondo, sono costretti a pagare le conseguenze di uno dei capitoli più oscuri della storia moderna&#8221;.</p>
<p>In questo scenario, i <strong>media mainstream</strong> hanno contribuito spesso a fare il gioco dello stato ebraico. &#8220;Banalmente &#8211; prosegue<strong> Elia &#8211; </strong>non rispettando il principio della <strong>promulgazione di informazioni</strong> sulla base del <strong>pluralismo delle fonti.</strong><mark class='mark mark-yellow'>Per esempio, l&#8217;<strong>esercito israeliano</strong> &#8211; dal 7 ottobre &#8211;  è diventato non solo l&#8217;unica fonte citata in molti casi ma addirittura è stata identificata come <strong>&#8220;fonte verificata&#8221;</strong>. </mark> A questo punto mi chiedo come possiamo verificare ciò che riportano le IDF se non è permesso ai giornalisti occidentali di accedere ai territori della Striscia di Gaza&#8221;.</p>
<p>Dal 7 ottobre 2023, la <strong>controffensiva di Israele</strong> ha ucciso <strong>44mila palestinesi:</strong> la maggioranza di essi &#8211; riporta <a href="https://www.ohchr.org/en/press-releases/2024/11/un-special-committee-finds-israels-warfare-methods-gaza-consistent-genocide"> l&#8217;ultimo rapporto di 154 pagine delle Nazioni Unite</a> &#8211;  e&#8217; costituita da <strong>donne e bambini</strong>, secondo le autorità sanitarie che operano all’interno del territorio assediato. Circa il 90% dei 2,3 milioni di abitanti di Gaza è stato costretto a lasciare le proprie case.</p>
<p>Il caso alla Corte Penale Internazionale è <strong>separato</strong> dalla <a href="https://www.magzine.it/la-corte-internazionale-di-giustizia-si-e-espressa-contro-israele-il-caso-non-puo-essere-archiviato/">battaglia legale intrapresa dal<strong> Sud Africa</strong> presso la <strong>Corte Internazionale di Giustizia</strong> contro lo Stato di Israele, accusato di star commettendo <strong>un genocidio</strong></a> ai danni della popolazione palestinese. Gli avvocati di Israele, che negano ancora oggi ogni accusa, hanno sostenuto in tribunale che la guerra a Gaza è una guerra di legittima difesa.</p>
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		<title>L&#8217;accordo sui dati tra UE ed Israele fa scattare campanelli d&#8217;allarme</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2024 23:19:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Bertolini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>
		<category><![CDATA[newslab]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Privacy]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>

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		<description><![CDATA[Un accordo di trasferimento dei dati tra l&#8217;Unione Europea e Israele ha suscitato notevoli preoccupazioni tra diverse organizzazioni che tutelano i diritti digitali. Questi gruppi criticano duramente le pratiche di ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="683" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/05/3186645392_b0572a850b_b.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="3186645392_b0572a850b_b" /></p><p>Un accordo di <strong>trasferimento dei dati</strong> tra l&#8217;Unione Europea e Israele ha suscitato notevoli preoccupazioni tra diverse organizzazioni che tutelano i <strong>diritti digitali</strong>. Questi gruppi criticano duramente le pratiche di <strong>sorveglianza</strong> di massa attuate da <strong>Israele</strong>, le riforme legali che minacciano lo stato di diritto e la non conformità alle norme UE sulla protezione dei dati. Sono <strong>sei</strong> le questioni principali sollevate, tra cui: la legislazione sulla sicurezza nazionale israeliana, che potrebbe essere utilizzata per giustificare una sorveglianza invasiva; la mancanza di salvaguardie sufficienti per garantire che i dati trasferiti non vengano utilizzati per scopi non conformi agli standard UE; il mancato riconoscimento dei trasferimenti di dati verso i territori palestinesi come trasferimenti internazionali, che potrebbe facilitare un uso improprio dei dati.</p>
<p>Le organizzazioni hanno richiesto <strong>chiarimenti urgenti</strong> su queste problematiche e una revisione dell&#8217;accordo per assicurare che i trasferimenti di dati rispettino pienamente i <strong>diritti fondamentali e le normative europee</strong>. Esse temono che, senza adeguate misure di controllo e garanzie, i dati personali dei cittadini dell&#8217;UE possano essere utilizzati in modi che violano i loro diritti alla privacy e alla protezione dei dati. Inoltre, viene sottolineata la necessità di un approccio trasparente e responsabile da parte delle autorità europee nel negoziare e implementare questi accordi, per evitare possibili abusi e garantire il massimo rispetto delle norme sulla protezione dei dati.</p>
<p>In sintesi, <strong>l&#8217;accordo UE-Israele sui dati deve essere attentamente esaminato e modificato per risolvere le criticità emerse</strong>, proteggendo così i diritti dei cittadini e mantenendo gli standard di protezione dei dati dell&#8217;UE. Le organizzazioni per i diritti digitali continueranno a monitorare la situazione e a sollecitare azioni correttive da parte delle autorità competenti.</p>
<p>Puoi leggere l&#8217;articolo completo <a href="https://www.statewatch.org/news/2024/april/eu-israel-data-agreement-rings-alarm-bells/">qui</a>.</p>
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		<title>Operazione iraniana &#8220;HONEST PROMISE&#8221;: ATTACCO O SPETTACOLO?</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Apr 2024 07:58:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marco Castellini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>

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		<description><![CDATA[Nella notte di sabato 13 aprile delle strisce luminose hanno attraversato i cieli del Medio Oriente. Si trattava di una forza composta da circa 300 tra missili e droni, lanciati ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="992" height="558" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/04/tel-aviv.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="tel aviv" /></p><p>Nella notte di sabato 13 aprile delle strisce luminose hanno attraversato i cieli del Medio Oriente. Si trattava di una forza composta da circa 300 tra missili e droni, lanciati dall’Iran e diretti verso il territorio israeliano. Il nome dell’operazione era <em>Honest promise</em>, e non è stato scelto a caso. <a href="https://twitter.com/khamenei_ir/status/1777947450365395025">Dal suo account di X,</a> l’Ayatollah Khamenei aveva dichiarato che il “malvagio regime sionista” sarebbe stato punito.</p>
<p><strong>L’attacco iraniano contro Israele</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>L’attacco di Teheran ha tenuto il Medio Oriente col fiato sospeso, sebbene si sia rivelato alquanto inefficace sul piano pratico</mark>. Il 99% dei velivoli è stato abbattuto prima che potesse raggiungere gli obiettivi dal sistema di intercettazione <em>Iron Dome</em>, con l’aiuto di aerei statunitensi, britannici e francesi e l&#8217;appoggio locale di Egitto e Giordania. Subito dopo la missione permanente all’Onu della Repubblica islamica ha rilasciato <a href="https://twitter.com/Iran_UN/status/1779269993043022053">una comunicazione </a>secondo cui la questione poteva dirsi conclusa, ma che in caso di un altro “errore” da parte del “regime israeliano” la reazione sarà molto più severa.</p>
<p><strong>Perché l’Iran ha attaccato</strong></p>
<p style="text-align: left;"><mark class='mark mark-yellow'>Se ufficialmente l’azione è stata compiuta in rappresaglia al raid che il primo aprile aveva colpito il consolato della Repubblica islamica in Siria, esso va inserito nel contesto della guerra non ufficiale tra l’Iran e Israele, che perdura ormai da anni sia sul territorio siriano, fin dai primi anni della guerra civile, che su quello iraniano</mark>. Lo stato ebraico, infatti, si è reso responsabile di numerosi attacchi contro <a href="https://www.agi.it/estero/news/2020-11-14/raid-omicidi-mirati-guerra-segreta-israele-10286572/">obiettivi strategici in territorio iraniano</a>, <a href="https://amwaj.media/media-monitor/state-media-in-iran-hail-attack-on-israel-amid-crackdown-over-questions-raised">di omicidi mirati contro personalità di spicco del regime </a>e <a href="https://www.timesofisrael.com/mossad-killed-irans-top-nuke-scientist-with-remote-operated-machine-gun-nyt/">scienziati che lavoravano al programma nucleare</a>: «Non si è trattato soltanto di una ritorsione per il raid sul consolato quanto un modo per far capire a Israele che la pazienza strategica era finita e scoraggiarlo dal continuare questo genere di azioni», afferma Luciana Borsatti, giornalista e scrittrice esperta dell’Iran, autrice del libro &#8220;L&#8217;Iran al tempo delle donne&#8221; (Castelvecchi): «Ma sorprendere è stato proprio la portata di questo attacco diretto. Finora Teheran aveva evitato di attaccare direttamente Israele, preferendo invece fornire supporto alle milizie sciite di Hezbollah in Libano e agli Houthi in Yemen, oltre che ad Hamas, sebbene questa sia un’organizzazione sunnita».</p>
<p><strong>Cosa cambierà dopo questo attacco?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>È difficile dire quali saranno gli effetti di questa azione. Dal governo israeliano si parla di una rappresaglia contro Teheran, mentre gli Stati Uniti hanno fatto appello per una de-escalation prima che la situazione possa degenerare</mark>. L’attacco iraniano, infatti, per quanto massiccio, è stato respinto in breve tempo, e <a href="https://asia.nikkei.com/Spotlight/Iran-tensions/U.S.-denies-Iran-gave-72-hours-notice-of-attack-on-Israel">pare che i governi vicini, tra cui gli alleati degli Stati Uniti, siano stati avvertiti con un anticipo di 72 ore, affermazione comunque smentita parzialmente da Washington. </a>Ciò ha fatto pensare più a un’operazione dimostrativa piuttosto che a un reale intento di colpire il nemico giurato. Secondo Luciana Borsatti, «la decisione è stata presa dopo lunghe discussioni interne, e sarebbe stata resa necessaria dal fatto che un attacco ad una sede diplomatica non poteva non avere risposta. D’altro canto l’Iran non ha interesse a scatenare una guerra contro Israele perché ciò vorrebbe dire dover combattere anche gli Stati Uniti e i loro alleati, un conflitto da cui l’Iran uscirebbe sconfitto».</p>
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		<title>Bot e fake news: così Israele cerca di distruggere l&#8217;UNRWA</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Apr 2024 12:44:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Sarà impossibile vincere la guerra se non distruggiamo l’UNRWA, e questa distruzione deve iniziare immediatamente». Così un ricercatore israeliano ha dichiarato alla Knesset, il parlamento israeliano, come l&#8217;eliminazione dell’Agenzia delle Nazioni ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1320" height="880" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/04/UNRWA-Palestinian-Flag-1320x880.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: jns.org" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>«Sarà impossibile vincere la guerra se non distruggiamo l’UNRWA, e questa distruzione deve iniziare immediatamente»<mark class='mark mark-yellow'></mark>. Così un ricercatore israeliano ha dichiarato alla Knesset, il parlamento israeliano, come l&#8217;eliminazione dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi sia un passaggio necessario per la vittoria della guerra. Da tempo, infatti, l’agenzia Onu è presa di mira dagli organi di informazione israeliani: l’accusa sarebbe quella di avere legami, diretti o indiretti, con il gruppo di resistenza palestinese di Hamas e di essere pertanto coinvolta nell’attacco terroristico del 7 ottobre. Insinuazioni che hanno indotto molti dei Paesi sostenitori a interrompere temporaneamente i loro finanziamenti a favore dell&#8217;ente.</p>
<p style="font-weight: 400;">L&#8217;UNRWA è stata creata nel <strong>1949</strong> per far fronte al contesto conseguente alla <em><strong>Nakba,</strong></em> quando più di 700mila palestinesi sono stati costretti da gruppi paramilitari sionisti a un esodo forzato dalle loro case per liberare il territorio e poter istituire lo Stato di Israele. Il suo scopo principale, come suggerito dallo stesso nome, è il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi e la realizzazione del loro diritto a tornare in patria. Questo progetto trova forte opposizione nel governo israeliano che, al contrario, mira a un&#8217;espulsione permanente dei profughi per poter continuare la sua occupazione del territorio.</p>
<p style="font-weight: 400;">In risposta a queste accuse, l’Agenzia Onu ha deciso di sospendere alcuni suoi dipendenti e avviare un’indagine interna, ma ha anche sottolineato come Israele non abbia fornito alcuna prova sostanziale delle sue tesi. Secondo quanto dichiarato dal portavoce dell’organizzazione, le uniche dichiarazioni di collusione con Hamas proverrebbero da alcuni funzionari delle Nazioni Unite, che avrebbero rilasciato queste affermazioni durante la detenzione israeliana perché sottoposti a tortura.</p>
<p style="font-weight: 400;">Sul punto si sono concentrate le attività del gruppo israeliano di controllo della disinformazione <em><strong>Fake Reporter</strong>,</em> i cui risultati sono stati poi resi noti dal quotidiano israeliano <em><strong>Haaretz</strong>. </em>Secondo quanto emerso, l’operazione di contrasto all’UNRWA sarebbe parte di un ampio progetto di propaganda israeliano detto <strong>“Hasbara”,</strong> volto a plasmare l’opinione pubblica globale. La narrazione contraria all’UNRWA sarebbe stata sostenuta da portali di informazione creati appositamente e  condivisa, poi, da migliaia di account social falsi, nonché da influencer pro-Israele incaricati di amplificarne la diffusione.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>La narrazione contraria all’UNRWA sarebbe stata sostenuta da portali di informazione creati appositamente e poi condivisa da migliaia di account social falsi, nonché da influencer pro-Israele incaricati di amplificarne la diffusione</span></p>
<p style="font-weight: 400;">Nel dettaglio, le tre fonti create specificamente per la propaganda anti UNRWA sarebbero: l&#8217;<em><strong>UnFold Magazine</strong></em>, che si presenta come fonte primaria di news da Israele; la<em><strong> Non-Agenda</strong></em>, che si mostra come una testata imparziale di notizie israeliane; la <em><strong>Moral Alliace</strong></em>, un’organizzazione apartitica celebrativa dei valori del mondo occidentale. Queste pagine vantano sulle varie piattaforme Facebook, Instagram e X un totale di 44.000 followers, ma la maggioranza sono fake. Sempre secondo <em>Harretz,</em> Israele avrebbe anche adottato un sistema tecnologico in grado di destinare contenuti parametrati al tipo e all’età degli utenti dei social per disincentivare la narrazione pro-palestinese nell’opinione pubblica. L’azione sarebbe avvenuta con l’utilizzo di bot per bombardare i social di articoli fortemente critici dell’UNRWA e sostenitori della sua abolizione. Tra questi pezzi ha avuto particolare diffusione un testo del <em>Wall Street Journal</em>, che però si è poi rivelato esser stato scritto con l’aiuto di un soldato israeliano in formazione e sulla base esclusivamente di affermazioni non comprovate.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’emergere di tutti questi elementi non fa che aggravare la situazione di scarsa credibilità in cui versa Israele, che è ormai percepito da larga parte dell’opinione pubblica come carnefice di un genocidio più che come semplice vittima di un attacco. Sarà quindi interessante vedere che strategia adotterà e se deciderà di implementare i progetti di disinformazione per cambiare la narrativa che si sta diffondendo. Del resto, con la diffusione di internet e dei social media, la guerra si è trasferita su un ulteriore piano rispetto al semplice campo di battaglia: quello della comunicazione. <mark class='mark mark-yellow'></mark>Da quando i mezzi tecnologici di informazione e i social hanno raggiunto una così larga scala si cerca in ogni modo di veicolare informazioni, spesso anche false, che possano plasmare l’opinione pubblica a proprio favore</mark>.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Da quando i mezzi di comunicazione tecnologici e i social hanno raggiunto una così larga diffusione il conflitto si è spostato anche sul piano dell&#8217;informazione</span> Avere la maggioranza della popolazione a proprio favore può essere un grande strumento politico, che può orientare scelte importanti per il destino dei conflitti: le decisioni dei vari Stati in merito a come prendere parte o meno ai vari sconti tengono sempre conto di quale sia l&#8217;opinione pubblica sul punto.</p>
<p style="font-weight: 400;">Qui l&#8217;articolo completo di <em>Haaretz: <a href="https://www.haaretz.com/israel-news/security-aviation/2024-03-19/ty-article-magazine/.premium/israeli-influence-op-targets-u-s-lawmakers-on-hamas-unrwa/0000018e-5098-d282-a19f-7dd95cc70000">https://www.haaretz.com/israel-news/security-aviation/2024-03-19/ty-article-magazine/.premium/israeli-influence-op-targets-u-s-lawmakers-on-hamas-unrwa/0000018e-5098-d282-a19f-7dd95cc70000</a></em></p>
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		<title>Israele in lockdown rafforzato, tra fede e emergenza</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Oct 2020 11:03:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Castagna]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[lockdown]]></category>
		<category><![CDATA[Netanyahu]]></category>
		<category><![CDATA[Ronni Gamzu]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Potrebbe essere necessario prolungare il lockdown per più di un mese&#8221;. Così ha dichiarato il premier israeliano Benyamin Netanyahu, confermando le parole pronunciate in precedenza dal ministro della sanità Yuri ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1400" height="933" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/09/LP_11756663-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Israele, nuovo lockdown tra proteste e critiche a Netanyahu" /></p><p>&#8220;Potrebbe essere necessario prolungare il lockdown per più di un mese&#8221;. Così ha dichiarato il premier israeliano Benyamin Netanyahu, confermando le parole pronunciate in precedenza dal ministro della sanità Yuri Edelstein. Ed è stato subito dissenso della piazza contro Netanyahu, in particolare da parte degli ebrei ultra-ortodossi.<mark class='mark mark-yellow'>Come è possibile conciliare il rispetto delle norme di sicurezza per contenere un possibile contagio da Covid-19 e il rispetto delle complesse pratiche religiose, soprattutto nelle fasce della società israeliana meno laica?</mark> Lo abbiamo chiesto a <strong>Chiara Cruciati</strong>, giornalista de <em>Il Manifesto</em>.</p>
<p><strong>A seguito della decisione del Governo di venerdì scorso di rafforzare il lockdown, come hanno reagito i cittadini israeliani? Cosa ne pensano della chiusura dei luoghi di culto?</strong></p>
<p>La popolazione israeliana è divisa sulla decisione &#8211; assolutamente necessaria &#8211; del governo. Fin da marzo, tra i contrari alla chiusura ci sono gli ebrei ultra-ortodossi che la definiscono una limitazione della libertà religiosa, tanto più in tempo di festività ebraiche. Non è un caso che nei mesi passati i principali focolai si siano registrati proprio nei quartieri ultra-ortodossi delle grandi città e nelle cittadine a maggioranza ultra-ortodossa, dove quasi mai sono state rispettate le misure minime di contenimento del virus.<mark class='mark mark-yellow'>Tra i contrari c&#8217;è anche una fetta importante di commercianti e ristoratori che denunciano il crollo dell&#8217;economia, opinione condivisa anche dal commissario nominato dal governo per gestire l&#8217;emergenza, Ronni Gamzu, che invoca una chiusura meno rigida  del Paese per salvaguardare l&#8217;economia interna.</mark> Sono invece a favore del lockdown le città e i villaggi palestinesi in Israele su cui pesano condizioni di vita molto peggiori dovute a minori servizi sia medici che infrastrutturali: perché non sono in grado di far fronte alla crisi sanitaria a causa della marginalizzazione strutturale che subiscono dal governo centrale.</p>
<p><strong>Ad una settimana da queste nuove misure, com&#8217;è la situazione? Si pensa di poter riaprire dopo l’11 ottobre o il governo è incerto a riguardo?</strong></p>
<p>La situazione non sta migliorando. Al momento Israele ha sorpassato anche gli Stati Uniti quanto a numero di decessi al giorno in rapporto alla popolazione totale, dopo aver scalato la classifica dei contagi pro-capite. Se si tiene conto che la popolazione israeliana supera di poco i 9 milioni di persone, 6-7mila nuovi casi positivi al giorno sono un&#8217;enormità.<mark class='mark mark-yellow'>Secondo l&#8217;Oms, in Israele risultano positive tra le 13 e le 15 persone ogni cento tamponi effettuati. Sulla base di questi dati molto allarmanti per il sistema sanitario (che è principalmente privato, come negli Stati Uniti, e costosissimo) il dibattito nel governo su una possibile riapertura dopo il 10 ottobre è molto acceso</mark>: la maggior parte dei ministri punta a proseguire con il lockdown (tra questi il ministro della Sanità, Yuli Edelstein, che in questi giorni ha rigettato totalmente l&#8217;idea di una fine a breve del lockdown). Lo stesso Netanyahu pochi giorni fa ha ammesso gli errori commessi all&#8217;inizio della epidemia, ma si vedrà quanto questa &#8220;presa di coscienza&#8221; servirà: su di lui sono forti le pressioni dei partiti ultra-ortodossi (fondamentali a tenere in piedi il governo), gli stessi che sono riusciti a rinviare la chiusura fino a portare il Paese a simili livelli di allarme.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Chiara Cruciati: &#8220;Da mesi, ogni sabato, migliaia di israeliani manifestano sotto la residenza del premier a Gerusalemme chiedendone le dimissioni. E&#8217; un fatto storico: mai Benjamin Netanyahu è stato oggetto di una simile contestazione in quasi venti anni al potere&#8221;</span></p>
<p><strong>In generale, qual è la percezione della pericolosità del Coronavirus e delle misure di contenimento in Israele? Ci sono fenomeni di negazionismo?</strong></p>
<p>Non ci sono fenomeni ampi,<mark class='mark mark-yellow'>non ci sono state manifestazioni di negazionisti o movimenti visibili come in Germania</mark>, in Italia (dove comunque parliamo di una piccola minoranza di persone) o negli Usa.</p>
<p><strong>A livello economico che impatto può avere una decisione del genere? Quali potrebbero i settori più colpiti essere per un Paese come Israele?</strong></p>
<p>L&#8217;impatto sull&#8217;economia è significativo come altrove, ma è aggravato dall&#8217;assenza in Israele di un sistema di welfare solido. A partire dagli anni Ottanta la rapida ascesa della destra ha cancellato molte delle riforme laburiste che avevano caratterizzato i primi 30-35 anni di storia di Israele (esattamente come, in Inghilterra e negli Stati Uniti, fecero la Thatcher e Reagan). Privatizzazioni feroci, politiche neo-liberiste, riduzione del tasso di sindacalizzazione dei lavoratori e lento smantellamento degli ammortizzatori sociali hanno portato alla attuale situazione: crescita costante del precariato, gravi diseguaglianze socio-economiche e scarsissime tutele per i lavoratori. Al momento si parla di circa mezzo milione di nuovi licenziati e altri 850-900mila in cerca di un impiego (numeri altissimi su una manodopera totale che si aggira intorno ai 5 milioni di persone, ovvero donne e uomini in età lavorativa).<mark class='mark mark-yellow'>A essere più colpiti sono il settore turistico &#8211; praticamente annullato al momento con la chiusura dei voli con l&#8217;estero &#8211; e quello commerciale, vista la chiusura di tutti i negozi tranne supermercati e farmacie: Israele ha un&#8217;economia che si fonda sui servizi, il settore manifatturiero è meno centrale</mark>. Questo fa pensare che il settore più innovativo, quello dell&#8217;high tech e delle start up, sarà meno colpito di altri. Ma va comunque sottolineato come questo rappresenti solo il 9-10% del Pil totale. Per cui c&#8217;è da aspettarsi che il Covid-19 allargherà ancora il gap tra ricchi e poveri, tra lavoratori specializzati e manodopera non specializzata, che in Israele spesso coincide anche con le minoranze etniche e religiose (palestinesi per primi, ma anche ebrei etiopi ed ebrei arabi).</p>
<p><strong>Rispetto agli altri paesi Israele è attualmente nella fase più complessa dell’emergenza sanitaria. Ciò accade perché le autorità non hanno saputo gestire adeguatamente il problema o dipende da una forma di negligenza della popolazione?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Il governo ha commesso errori gravissimi. Pur nascendo &#8211; ufficialmente &#8211; per affrontare l&#8217;epidemia, l&#8217;esecutivo Netanyahu-Gantz l&#8217;ha ignorata, concentrandosi invece sul piano di annessione della Cisgiordania occupata e sui rapporti con i Paesi arabi, reale ma ufficioso motivo dietro la nascita di un governo stabile. Fin dall&#8217;inizio le misure di contenimento non sono state imposte sul Paese, né spiegate</mark>. L&#8217;iniziale chiusura è durata pochissimo: se Israele è stato il primo Paese a chiudere ai voli con l&#8217;Italia a marzo, non ha poi mai optato per un reale lockdown. I motivi sono quelli elencati prima: le pressioni dei commercianti e i negozianti, quelle delle comunità e i partiti ultra-ortodossi, il timore che i danni all&#8217;economia fossero troppo alti e non valessero la perdita di vite umane. A ciò si aggiunge uno scarso rispetto delle misure di contenimento da parte di una buona fetta di cittadini.</p>
<p><strong>Se sono vietate le manifestazioni oltre un chilometro dalla propria abitazione, come sono gestite le proteste in piazza dalle forze dell&#8217;ordine, a seguito di una probabile cancellazione del Natale? Cosa ne pensa l&#8217;opposizione di Netanyahu di queste misure?</strong></p>
<p>Le proteste che da settimane interessano Israele non sono legate alle festività religiose, ma alla rabbia verso un primo ministro, Netanyahu, accusato di corruzione e incapacità di gestire l&#8217;epidemia.<mark class='mark mark-yellow'>Da mesi, ogni sabato, migliaia di israeliani manifestano sotto la residenza del premier a Gerusalemme chiedendone le dimissioni. E&#8217; un fatto storico: mai Netanyahu è stato oggetto di una simile contestazione in quasi venti anni al potere</mark>. Ora il parlamento sta valutando la possibilità di impedire per legge le manifestazioni a causa del Covid-19, possibilità che proprio in questi giorni ha portato centinaia di persone a manifestare anticipatamente davanti alla Knesset contro le eventuali limitazioni alla protesta. Secondo il movimento di protesta, che ha scelto la bandiera nera come simbolo, il parlamento e il governo intendono utilizzare l&#8217;emergenza sanitaria per zittire le voci che si alzano contro il più longevo dei premier israeliani.</p>
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		<title>Israele, gestire l&#8217;emergenza in stallo politico</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2020 10:27:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marianna Mancini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Gantz]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Netanyahu]]></category>
		<category><![CDATA[Rivlin]]></category>

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		<description><![CDATA[Israele insieme all&#8217;emergenza Coronavirus affronta da ormai un anno un&#8217;impasse politica che potrebbe essere arrivata a una svolta. Infatti, dopo il mancato accordo tra Benny Gantz e Benjamin Netanyahu nel dar vita a un governo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1440" height="1080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/94243269_10216195133422661_2490325662896750592_o.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="94243269_10216195133422661_2490325662896750592_o" /></p><p>Israele insieme all&#8217;emergenza Coronavirus affronta da ormai un anno un&#8217;impasse politica che potrebbe essere arrivata a una svolta. Infatti, <mark class='mark mark-yellow'>dopo il mancato accordo tra <strong>Benny Gantz</strong> e <strong>Benjamin Netanyahu</strong> nel dar vita a un <strong>governo di emergenza e unità</strong>, il presidente israeliano <strong>Reuven Rivlin</strong> ha affidato, lo scorso 15 aprile, l’<strong>incarico alla</strong> <strong>Knesset</strong>, il Parlamento monocamerale. Ora si prospettano due possibili scenari: la nascita di un’alleanza o il ritorno alle urne.</mark> Per fare chiarezza, ne abbiamo parlato con <strong><span style="font-family: 'Georgia',serif;">Nello Del Gatto</span></strong>, corrispondente da Gerusalemme per l&#8217;AGI e autore per Radio 3 Rai.</p>
<p>«La decisione di Rivlin — commenta Del Gatto — serve infatti a dilatare i tempi affinché i due leader possano trovare una convergenza. Diversamente è già stata indicata come data possibile per le prossime elezioni il 4 di agosto». Se quest’ultima ipotesi fosse confermata, si tratterebbe del quarto voto consecutivo per gli israeliani. L’iter di formazione del governo prevede infatti che «l’incarico prima debba essere dato al parlamentare che porti 61 voti, cosa che ottenne Gantz grazie ad un’alleanza allargata dopo le elezioni dello scorso marzo. Terminato il periodo di incarico senza un nulla di fatto, il presidente può stabilire se estenderlo al primo designato o indicarne un secondo, scelta tuttavia non percorribile nei confronti del leader del <strong>Likud</strong>, dato che al momento si trova con 59 voti».  La terza possibilità — seguita da Rivlin — è appunto rimettere tutto nelle mani della Knesset, che «avrà <strong>21 giorni</strong> per indicare come premier qualsiasi membro del Parlamento in grado di ottenere il sostegno della maggioranza, il quale entro 14 giorni potrà presentare un governo. Se questo non accadrà, il Parlamento si scioglierà aprendo la strada a nuove consultazioni», afferma Del Gatto.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Sebbene Netanyahu e Gantz si siano finora trovati concordi sia nella gestione dell’emergenza Covid-19, che nella rotazione del premierato, al centro del loro dibattito resta l’indistricabile <strong>nodo</strong> sulla<strong> giustizia</strong>.</mark> Ieri sera, rispettando le distanze e muniti di mascherina, qualche migliaio di israeliani è sceso in piazza a Tel Aviv per manifestare contro un possibile governo di coalizione. Netanyahu infatti, imputato al momento in tre diversi procedimenti penali, sta cercando una soluzione per evitare il processo, rinviato causa Coronavirus a data da destinarsi. Come spiega Del Gatto, <mark class='mark mark-yellow'>«la legge israeliana prevede che un ministro incriminato, non possa mantenere incarichi di governo, mentre nulla dice per il premier.</mark> Ora, poiché l’accordo con Gantz stabilisce che sarà Bibi il primo a ricoprire il ruolo di capo del governo, ci si domanda che cosa accadrà allo scadere dei 18 mesi, quando l’incarico passerà all’attuale presidente della Knesset e Netanyahu, presumibilmente ancora imputato, occuperà il ruolo di ministro. Per questo, il leader del Likud sta pensando ad una legge che lo tuteli e, nello stesso tempo, ha chiesto di poter avere il ministero della Giustizia, per contare sulle nomine dei giudici, in modo da non essere sollevato da alcuna carica». D’altra parte, il leader del <strong>Blu e Bianco</strong> non sembra disposto a cedere sul versante della giustizia e «negli ultimi giorni ha detto a Netanyahu che se non si troverà a breve un accordo, lui, in qualità di speaker della Knesset, riunirà il Parlamento avanzando una proposta legislativa che vieti anche al premier imputato di mantenere un incarico. Così formulata la proposta otterrebbe la maggioranza in Parlamento, ma i tempi paiono stretti per riuscire ad approvare la legge».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Israele è uno dei Paesi più all’avanguardia per quanto riguarda le biotecnologie e già da tempo si era preparato per fronteggiare l’emergenza sanitaria. La ricerca scientifica rappresenta una delle sue grandi bandiere.</span></p>
<p>In attesa di un governo stabile, Israele sta offrendo prova di grande capacità nell’affrontare il <strong>Covid-19</strong>, tanto che «secondo gli ultimi sondaggi il Likud sarebbe in testa, motivo per cui Bibi vuole andare alle elezioni, proprio perché a lui viene riconosciuta un’ottima gestione dell’emergenza. Stando poi ad alcuni algoritmi Israele sembra il miglior Paese ad aver gestito l’emergenza Coronavirus», aggiunge il corrispondente da Gerusalemme. <mark class='mark mark-yellow'>Su 8 milioni di abitanti infatti risultano ad oggi 13.362 i casi positivi e 171 i decessi. Mettendo in atto con tempestività misure preventive, si classifica come uno dei primi Stati ad aver attuato graduali chiusure, già iniziate ai primi di febbraio.</mark>  Ma com’è stato possibile tutto questo e perché proprio qui? «Israele è uno dei Paesi più all’avanguardia per quanto riguarda le biotecnologie e già da tempo si era preparato per fronteggiare l’emergenza sanitaria. La ricerca scientifica rappresenta una delle sue grandi bandiere; non a caso <strong>Tel Aviv</strong> è la città al mondo dove, in proporzione alla densità demografica, nasce il maggior numero di start up, in particolare tra commilitoni e militari o fra giovani studenti. Al momento le ricerche sperimentali sul Covid-19 stanno avendo buoni risultati e sono in mano all’università». Oltre ad aver investito nella scienza, l’esecutivo si è poi rivolto alle sue agenzie, per approvvigionarsi delle attrezzature sanitarie e monitorare la diffusione del contagio. Alcuni aiuti sono arrivati da Usa e Cina, altri rifornimenti sono invece stati effettuati in loco. <mark class='mark mark-yellow'>«Israele ha preso la lezione da Taiwan e dalla Corea del Sud: Il <strong>ministero della Salute</strong> israeliano ha dapprima diffuso un’app nella quale gli iscritti, dopo aver dichiarato il proprio stato di salute, venivano avvisati, a seconda degli spostamenti, sulla presenza di persone infette. In un secondo momento è stato messo sul campo lo <strong>Shin Bet</strong>, per poter controllare le persone contagiate ed individuarne di possibili.</mark> La scelta si deve al fatto che l’agenzia interna risultava la più adatta e formata a gestire il compito», chiarisce Del Gatto.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Israele ha fissato a dieci il numero di persone che possono stare nello stesso luogo, perché secondo la legge religiosa ebraica questo è il numero minimo di credenti per poter pregare.</span></p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/829d3ef3efabadba3a442fc52fea870a-kwxE-1020x533@IlSole24Ore-Web.jpg"><img class="aligncenter wp-image-43835 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/829d3ef3efabadba3a442fc52fea870a-kwxE-1020x533@IlSole24Ore-Web-300x156.jpg" alt="Fedele al Santo Sepolcro, Gerusalemme" width="375" height="195" /></a><mark class='mark mark-yellow'>Le misure applicate per il contenimento del contagio, trovano un riscontro pratico nella vita delle comunità religiose. Il distanziamento sociale richiesto, è stato deciso nella misura appropriata per i fedeli.</mark>  «Israele ha fissato a dieci il numero di persone che possono stare nello stesso luogo, perché secondo la legge religiosa ebraica questo è il numero minimo di credenti per poter pregare. La scelta non ha incontrato il favore degli ebrei ortodossi, che vivono in comunità isolate e non riconoscono il governo ufficiale, ma solo l’autorità religiosa. Non a caso proprio i quartieri e le città da loro abitate hanno riscontrato la maggior diffusione del virus». <mark class='mark mark-yellow'>I dati: la città più colpita è <strong>Gerusalemme</strong> con 2.579 casi e 900.000 abitanti, seguita, a nord di Tel Aviv, dalla cittadina ortodossa di 200.000 abitanti <strong>Bnei Brak</strong>, che ne conta  2.307.</mark> «Il governo ha dunque disposto la chiusura di Bnei Brak, poi i quartieri di Gerusalemme dove vivono le comunità ortodosse, imponendo un coprifuoco durante la Pasqua ebraica. Un secondo focolaio è presente all’interno della comunità musulmana, tanto che le stesse autorità religiose hanno chiesto ai fedeli di restare a casa» spiega Del Gatto. Per il momento dunque i luoghi di culto restano chiusi. Il <strong>Gran Muftì </strong>ha annunciato che il 23 aprile dovrebbe cominciare il Ramadam e che per tutta la sua durata non si potrà andare a pregare in moschea. Per la Pasqua ortodossa le autorità israeliane si sono messe a disposizione perché il <strong>Patriarca</strong> ortodosso possa distribuire il fuoco sacro, ma sempre nel rispetto delle regole stabilite.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Si cerca un accordo di scambio di prigionieri tra <strong>Hamas</strong> e il governo israeliano. Da un lato Israele deve difendersi; dall’altro non deve opprimere popoli, che hanno la necessità di avere un proprio Paese.</span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Diversi Paesi a causa del Coronavirus hanno dovuto affrontare il problema delle carceri.</mark> In <strong>Iran</strong> e in alcuni stati del <strong>Nord Africa</strong> si è arrivati anche al rilascio dei detenuti. «Il problema dei carcerati in Israele è primariamente politico, poiché l’accusa più frequente è di essere terroristi palestinesi. Ad oggi non sono noti casi di contagio nelle prigioni. <mark class='mark mark-yellow'>Tuttavia si sta sfruttando questo momento di tranquillità tra le diverse fazioni per un accordo di scambio di prigionieri tra <strong>Hamas</strong> e il governo israeliano.</mark> L’organizzazione palestinese ha chiesto la liberazione di 250 prigionieri, in cambio di informazioni su quattro israeliani due morti e due vivi, ancora nelle loro mani. All’inizio sembrava che Israele fosse disposto a fornire in cambio alcuni ventilatori, materiale che poi ha dato, fuori dall’accordo», racconta del Gatto. La tregua che non senza difficoltà si va cercando in questi giorni è fragile. Per concludere: <mark class='mark mark-yellow'>«Da un lato Israele vede la sua esistenza continuamente minacciata e deve difendersi; dall’altro non deve opprimere popoli, che legittimamente hanno la necessità di avere un proprio Paese. Tutto questo ha portato ad una temporanea distensione. Israele ha aiutato Gaza creando un ospedale al confine e inviando test in Palestina. I medici palestinesi sono stati addestrati da quelli israeliani per la gestione del Covid-19».</mark></p>
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