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	<title>magzine &#187; Isolamento</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>La quarantena a fumetti di Gianluca Costantini tra emergenza e quotidianità</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Apr 2020 08:34:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[#Ravenna]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[fumetti]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Costantini]]></category>
		<category><![CDATA[graphic novel]]></category>
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		<category><![CDATA[Quarantena]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel 2008 il fumettista giapponese Masasumi Kakizaki pubblicò Kansen Rettou (letteralmente “isole infette”). Mai tradotta in Italia, l&#8217;opera ebbe un grande successo in molte parti del mondo e si guadagnò ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/Immagine-da-Robinson.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Immagine da Robinson" /></p><p><strong>Nel 2008 il fumettista giapponese Masasumi Kakizaki pubblicò<em> Kansen Rettou</em></strong> (letteralmente “isole infette”). Mai tradotta in Italia, l&#8217;opera ebbe un grande successo in molte parti del mondo e si guadagnò persino un adattamento cinematografico. <strong>A colpire il lettore era soprattutto la storia, incentrata su un’epidemia influenzale</strong> capace di aggravarsi velocemente e portare in molti casi persino alla morte. Nel fumetto, Kakizaki mostrava le possibili reazioni di società e istituzioni di fronte a una tanto inedita e pericolosa pandemia, ponendo l’accento soprattutto sulle storie umane di chi si trovava invischiato nella tragedia.</p>
<p>Sono passati poco più di dieci anni e <strong>lo scenario apocalittico prospettato in <em>Kansen Rettou</em> appare sinistramente familiare</strong>. La pandemia è arrivata davvero e probabilmente non eravamo pronti ad affrontarla. Anche il nostro Paese si è scoperto formato da tante “isole infette”, popolate però da un gran numero di eroi quotidiani che non ci saremmo mai aspettati.</p>
<p><strong>Raccontare con le vignette questo presente diventa difficile</strong>: certe tragiche vicende non si possono spettacolarizzare come se si fosse in un manga giapponese, ma non si può neanche rinunciare a raccontare una pagina di storia, lasciando una testimonianza che servirà ai posteri.</p>
<p><strong>Gianluca Costantini è un fumettista ravennate</strong> con una grande esperienza alle spalle: i suoi disegni hanno raccontato situazioni delicate, persino guerre, ma stavolta <strong>anche lui ha avuto dubbi prima di pensare a un progetto con cui descrivere l’Italia nella morsa nel Coronavirus</strong>: <mark class='mark mark-yellow'>«Ci ho messo un po’ a partire, nonostante avessi cominciato la quarantena a inizio febbraio. Ero un po’ bloccato perché non sapevo come raccontare la situazione</mark>, essendo abituato a rappresentare contesti totalmente diversi, all’aperto e lontani da me, mentre questa vicenda chiaramente mi coinvolge in prima persona, nel quotidiano. <mark class='mark mark-yellow'>Ero in parte pietrificato dal fatto di non voler apparire come un approfittatore della situazione per far parlare di me</mark>».</p>
<p>Alla fine Costantini ha trovato la chiave giusta per parlare di quello che vedeva e ha creato <strong><em>The Voyage of Italy</em></strong>: «Man mano ho aggiunto un paio di disegni al giorno pubblicandoli su <em>Medium</em> e creando un diario di ciò che io potevo vedere da casa mia, lavorando in <em>smart working</em>. <mark class='mark mark-yellow'>Sono disegni tratti da foto per lo più amatoriali e scattate da medici e infermieri</mark>, che ritraggono momenti di lavoro in prima linea contro il virus».</p>
<p><em>The Voyage of Italy</em> è un nome nato per fare il verso al <em>Grand Tour</em> ottocentesco, compiuto dai ricchi stranieri per scoprire le bellezze del nostro Paese. <strong>Il titolo tradisce l’idea originale di Costantini, che inizialmente pensava<em> The Voyage </em>come un progetto in grado di interessare principalmente un’audience non italiana</strong>. Il successo dei disegni nel nostro Paese ha sorpreso lui <em>in primis</em>: «<mark class='mark mark-yellow'>L’ho concepito per un pubblico straniero che potesse vedere i disegni su Twitter, a partire dai miei contatti, per mostrare all’estero la situazione italiana che in molti Paesi non si era ancora sviluppata come lo è adesso</mark>. Poi ho avuto quasi più visualizzazioni dal pubblico italiano, soprattutto su Facebook; per Twitter forse queste immagini sono troppo misteriose, dato che è un social che ha bisogno di informazioni più precise. Questi disegni invece sono emotivi e forse è per questo che su Facebook hanno avuto maggior successo. Sono nati senza parole, con solo la città di riferimento a fare da didascalia».</p>
<p>Non c’è in fondo molto da spiegare: le storie raccontate nelle polaroid disegnate di Costantini arrivano in maniera abbastanza immediata. Sono la riproduzione fedele di foto già uscite sui social o sui giornali e sono state scelte dal fumettista anche perché in grado di colpire subito chi guarda: «La maggior parte delle foto – alcune più costruite, altre meno – ritraggono persone in azione e impiegate in cose tecniche: l’uso di macchinari, il lavoro in ospedali da campo, i militari a pattuglia… e poi mascherine, guanti e tute di plastica che disegnate fanno apparire le persone come strutture ghiacciate, quasi di neve».</p>
<p><strong>Si tratta di piccoli affreschi che parlano da soli</strong>, non hanno bisogno di alcuna spiegazione. Forse, più semplicemente, sono <strong>figli di un’emergenza sanitaria di per sé incomunicabile</strong>. Costantini questo non lo sa di preciso ma non esclude a priori la seconda ipotesi: «Può essere, vista la mia iniziale difficoltà a parlare dell’argomento. La scelta però è inconsapevole, deriva da come ho strutturato il primo disegno. All’inizio lavoro spesso anche in maniera casuale; questo poi non è un lavoro commissionato, ma artistico, spontaneo, che ho proseguito per più giorni, ma nessuno mi costringe a continuare a disegnare questa vicenda. È stato un momento di cui ho voluto raccontare; l’incomunicabilità c’è, ma la comunicazione non manca, soprattutto online».</p>
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				<div class="aesop-image-component-image aesop-component-align-left aesop-image-component-caption-left" style="width:300px;max-width:100%;">
					
						<a class="aesop-lightbox" href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/Vo_esercito.png" title="">
							<p class="aesop-img-enlarge"><i class="aesopicon aesopicon-search-plus"></i> Enlarge</p>
							<img src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/Vo_esercito.png" alt="Vo_esercito">
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<p>Per restituire un’immagine fedele del nostro Paese al tempo del CoViD-19, non ci si può limitare a parlare del virus in sé: bisogna mettere in evidenza anche gli aspetti collaterali che stanno emergendo in questa situazione di emergenza. <strong>Tra le immagini che colpiscono di più c’è non a caso quella di un militare che blocca le auto sul confine</strong>. <strong>Il vero pericolo potrebbe essere non il virus in sé, ma la possibile perdita di libertà</strong>? <mark class='mark mark-yellow'>«Certo. Il disegno è tratto da una foto che nella mia versione è incompleta, perché c’è solo il militare al confine e non l’auto che viene fermata. Essendo un disegno, può essere interpretato da chi lo guarda in tante maniere e questo effetto è voluto proprio perché il militare in strada non è un bel vedere, è difficilmente identificabile come un eroe come invece capita con i medici o gli infermieri degli altri disegni</mark>. Per molti lo è, per me per esempio no. <mark class='mark mark-yellow'>È un disegno inquietante, come quello dedicato ai camion dell’esercito a Bergamo</mark>. La mattina in cui ho visto la foto su Internet non ho pensato alle bare che trasportavano, ma mi ha fatto impressione la forza che emanava questo ingombro di mezzi militari. È anche una critica, per altri invece no. La foto non avrebbe dato questa doppia lettura, mentre <mark class='mark mark-yellow'>disegnare il solo militare è quasi una denuncia</mark>».</p>
<p><strong>Le foto sono molto più deboli dei disegni, soprattutto se non sono opera di professionisti: gli scatti rischiano di scomparire</strong>, di venire dimenticati. Un progetto come<strong><em> The Voyage of Italy</em> nasce anche per conservare la memoria di questi scatti</strong>, che rischierebbero di sbiadire col tempo: «È importante ricordare cosa è successo e <mark class='mark mark-yellow'>il disegno può archiviare meglio, anche perché queste tavole faranno parte di un progetto di una sola persona che l’ha realizzato come testimonianza</mark>. Per me è molto importante creare delle memorie di questo tipo, è come lasciare un magazzino di disegni consultabili per sempre».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Nel progetto <em>The Voyage of Italy</em>, in foto e vignette, l&#8217;Italia in quarantena che resiste e spera nel quotidiano</span></p>
<p>Non è detto però che un lavoro del genere abbia valore solo domani. Il progetto può trasmettere qualcosa di importante anche adesso, mentre quello che si vede combacia con ciò che sta accadendo. <strong>Per veicolare questa opera e il suo messaggio in presa diretta è fondamentale poter contare sul supporto della tecnologia, in particolare dei social</strong>: «<mark class='mark mark-yellow'>Questo lavoro può esistere solo in questa maniera. Anche se dovesse essere esposto in una mostra, non influirebbe sugli animi delle persone più di tanto perché rappresenterebbe solo un ricordo</mark>. Adesso invece poterlo veicolare nell’immediato è molto più importante e i social sono fondamentali in questo. Se i disegni venissero pubblicati semplicemente su un sito, non avrebbero alcun modo di essere diffusi e nessuno se ne accorgerebbe. <mark class='mark mark-yellow'>I social sono la nostra realtà al momento e il progetto deve essere condiviso per forza lì, è pensato appositamente per questi mezzi di comunicazione</mark>. Sono solito lavorare attraverso i social, non ho cambiato le mie abitudini a causa della quarantena; il mio messaggio passa sempre attraverso Internet, è proprio il mio modo di comunicare con gli altri. Poi non manca anche l’incontro dal vivo, certo, ma lavoro soprattutto online».</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Il disegnatore è in qualche modo fortunato: non ha bisogno di troppo tempo per adattarsi alla quarantena, visto che spesso una gran parte del lavoro si fa nel chiuso della stanza.</mark> Certo, manca il poter trovare spunti in prima persona nel mondo esterno, soprattutto se come Costantini si è un artista molto attento a ciò che accade intorno: «Personalmente negli anni ho fatto di tutto per uscire dal mio studio e stare in mezzo agli altri. Il lavoro online senza la realtà è abbastanza soffocato, perché ho bisogno che i miei disegni sfocino nella quotidianità delle persone portandole magari a delle manifestazioni o che li usino nella vita vera, non solo sul Web. Mi interessa anche incontrare queste persone dal vivo attraverso la presentazione di libri e mostre, dato che online si può fare solo una conoscenza poco approfondita. Il mio modo di lavorare quindi non è cambiato, ma il mio rapportarmi con gli altri è decisamente sofferente. Avrei bisogno di maggiori contatti anche per lavoro, non solo attraverso uno schermo».</p>
<p><strong>La quarantena però può essere raccontata anche in chiave comica</strong>, proprio come ha proposto il romano ZeroCalcare con la sua serie animata, <em>Rebibbia Quarantine</em>. <strong>Se si vuole sdrammatizzare o fuggire parzialmente dalla realtà, il disegno diventa terapia</strong>? «<mark class='mark mark-yellow'>Può essere – annuisce Costantini –. Essere sempre impegnati fa bene in momenti come questo e il mio lavoro me lo permette, mentre altre persone, costrette a stare ferme da un mese senza fare nulla in casa, di certo vivono con maggior sofferenza la quarantena</mark>. Per fortuna io ho questo impegno costante e continuerà ad essere così anche alla fine dell’isolamento. Non mi sento con le mani in mano, ma cerco di aiutare alla mia maniera: disegnando».</p>
<p><strong>E com’è la sua quarantena? Come si potrebbe raccontare in una vignetta</strong>? Costantini ride: «<mark class='mark mark-yellow'>Mi rappresenterei qui nel mio studio, a lavorare</mark>. Ho già fatto un disegno simile per uno speciale di <em>Robinson</em>: seduto alla scrivania e con alle spalle il virus che incombe».</p>
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				<div class="aesop-image-component-image aesop-component-align-left aesop-image-component-caption-left" style="width:300px;max-width:100%;">
					
						<a class="aesop-lightbox" href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/Bacio_TvBoy.png" title="">
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<p>Oltre ai fumettisti, <strong>anche gli <em>street artists</em> hanno affrontato il tema CoViD rivisitando le opere d’arte</strong>. «<mark class='mark mark-yellow'>La dissacrazione serve come messaggio</mark> – spiega Costantini –. Si usa qualcosa che altri conoscono per parlare di ciò che succede ora. <mark class='mark mark-yellow'>È il caso de <em>Il Bacio</em> di Hayez rivisitato da TvBoy. Si tratta di una dissacrazione utile, che lancia un messaggio preciso usando un simbolo di Milano</mark>. È così che si suscita l’interesse per una certa notizia, in questo caso il virus».</p>
<p>In tema di <em>news</em>, <strong>la pandemia viene spesso descritta con termini bellici. Per un fumettista che ha rappresentato la guerra in Libia ha senso tratteggiare in questo modo l’emergenza sanitaria</strong>? Costantini scuote la testa: «<mark class='mark mark-yellow'>Per me no, perché sono due cose differenti</mark>. Questo non è un conflitto che nasce dallo scontro tra due popolazioni o fazioni, ma è ritratto così dai media perché è concepito come un attacco sferrato da un’entità invisibile che dobbiamo sconfiggere con le nostre tattiche di guerra: il controllo, la reclusione, la narrazione del nemico. <mark class='mark mark-yellow'>Si usa questo linguaggio perché fa effetto. Poi ci sono i militari per le strade e allora diventa ancora più semplice ricorrere a questa retorica</mark>. Si parla di lavoro in prima linea, no? Anche questo è un riferimento a chi muore nei conflitti armati, solo che qui <strong>stiamo parlando di operatori sanitari che si sacrificano per il bene della comunità e che soffrono una situazione di stress costante</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>I giornali non dovrebbero ricorrere a questo tipo di linguaggio, ma lo usano per fare notizia</mark>».</p>
<p><strong>Si parla infatti di infodemia</strong>, della corsa a informare a tutti i costi. Costantini riflette ad alta voce: «<mark class='mark mark-yellow'>Spesso penso a come sarebbe stata la situazione se fossimo vissuti in un periodo senza Internet e senza notizie a ogni ora del giorno, ma solo con i giornali in edicola. Mi chiedo se questo sapere sempre tutto non ci stia pian piano anestetizzando. All’inizio facevano effetto tre morti, adesso 800 al giorno non ti dicono più nulla</mark>. Speri che diminuiscano, ma man mano che i numeri crescono diventi quasi indifferente. E poi <strong>riuscire ad avere 24 ore di programmazione televisiva – ma anche le prime pagine di quotidiani o di siti online – sempre sullo stesso argomento fa sì che diventi difficile avere qualcosa da dire</strong>. Adesso ho l’impressione che ci si stia arrampicando sugli specchi parlando di chi si fa i selfie o di ciò che fa la gente a casa, criticando quei paesi che non hanno adottato la quarantena… Sono cose che trovano il tempo che trovano». Si interrompe e aggiunge: «<mark class='mark mark-yellow'>In un contesto simile è difficile parlare di tutto il resto, piuttosto. Per esempio io che mi interesso di diritti umani non riceverei lo stesso interesse di prima su un caso di violazione che può accadere in uno Stato come la Nigeria</mark>. Trova una rilevanza minore a livello di veicolazione di messaggio; è approvato da una piccola cerchia di persone più o meno direttamente coinvolte, ma il grande pubblico difficilmente si interessa a un argomento del genere, già considerato di nicchia a prescindere dal virus».</p>
<p>Non solo Africa: Costantini ha lavorato anche in Nord America, in particolare per la <em>CNN</em>, e ci racconta cosa prova di fronte all’espansione gigantesca dei contagi Oltreoceano: «Ciò che accade negli Stati Uniti è davvero grave. Colpisce direttamente il nostro immaginario, basta pensare a New York. Sono numeri che fanno paura, molto più di quelli cinesi, anche perché ci sentiamo decisamente più vicini al mondo americano che non a quello asiatico. Sono notizie che ci aspettavamo, ma appaiono più grandi di quello che pensavamo».</p>
<p>La situazione statunitense si aggrava, quella italiana pian piano sembra migliorare. <strong>Attraverso i disegni di <em>The Voyage of Italy</em> si nota l’andamento dell’emergenza sanitaria nel nostro Paese</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Costantini ci confida quali sono le sue tavole preferite: «Sono tre: quella con il gruppo che carica una bara su un’auto; la donna che cuce mascherine per un’industria di Besozzo; i due infermieri inginocchiati che cercano di consolarsi a vicenda. La foto è stata scattata da un medico in corsia. Credo che siano le immagini più rappresentative di ciò che stiamo vivendo».</mark></p>

<a href='https://www.magzine.it/la-quarantena-a-fumetti-di-gianluca-costantini-tra-emergenza-e-quotidianita/funerale_sketch/'><img width="75" height="75" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/Funerale_sketch-75x75.png" class="attachment-thumbnail" alt="Funerale a Bergamo" /></a>
<a href='https://www.magzine.it/la-quarantena-a-fumetti-di-gianluca-costantini-tra-emergenza-e-quotidianita/besozzo_sketch/'><img width="75" height="75" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/Besozzo_sketch-75x75.png" class="attachment-thumbnail" alt="Mascherine a Besozzo" /></a>
<a href='https://www.magzine.it/la-quarantena-a-fumetti-di-gianluca-costantini-tra-emergenza-e-quotidianita/in-ginocchio_sketch/'><img width="75" height="75" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/In-ginocchio_sketch-75x75.png" class="attachment-thumbnail" alt="Infermieri in ginocchio" /></a>
<a href='https://www.magzine.it/la-quarantena-a-fumetti-di-gianluca-costantini-tra-emergenza-e-quotidianita/bimbo_sketch/'><img width="75" height="75" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/Bimbo_sketch-75x75.png" class="attachment-thumbnail" alt="Bimbo_andrà tutto bene" /></a>

<p><strong>Noi ne aggiungiamo un’altra: il neonato con il pannolino con su la scritta colorata <em>Andrà tutto bene</em>. </strong><mark class='mark mark-yellow'>Perché l’Italia saprà rinascere dalle ceneri dei propri morti come l’araba fenice.</mark></p>
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		<title>Hikikomori, se la quarantena forzata diventa un piacere</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Mar 2020 17:50:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Giangaspero]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Covid 19]]></category>
		<category><![CDATA[Hikikomori]]></category>
		<category><![CDATA[Isolamento]]></category>
		<category><![CDATA[Quarantena]]></category>

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		<description><![CDATA[Vivere soli nelle mura di casa non è semplice, non è semplice quando gli spazi sono ridotti ai metri quadri di un appartamento, non è facile se non si hanno coinquilini ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1206" height="674" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/03/Schermata-2020-03-13-alle-18.58.12.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Schermata 2020-03-13 alle 18.58.12" /></p><p>Vivere soli nelle mura di casa non è semplice, non è semplice quando gli spazi sono ridotti ai metri quadri di un appartamento, non è facile se non si hanno coinquilini o familiari accanto con cui poter scambiare qualche battuta.</p>
<p>Ma molti ragazzi, oltre che adulti, non sono nuovi a questi comportamenti quando soffrono di una vera e propria patologia:<strong> l&#8217;isolamento sociale</strong>. Queste persone decidono autonomamente di estraniarsi dal mondo e crearsene uno tutto proprio. Il termine appropriato  è <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Hikikomori">&#8216;<strong>&#8216;Hikikomori&#8217;</strong></a>&#8216;: deriva dal giapponese e significa letteralmente<strong> stare in disparte</strong>.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Gli hikikomori sono ragazzi,  tra i 15 e i 25 anni, che non studiano e non lavorano e trascorrono quasi tutto il loro tempo chiusi in camera da letto, nei casi più gravi senza parlare, nemmeno, con i genitori</span></p>
<p>Gli hikikomori sono ragazzi,  tra i 15 e i 25 anni, che non studiano e <strong>non lavorano e trascorrono</strong> quasi tutto <strong>il loro tempo chiusi in camera</strong> da letto, nei casi più gravi <strong>senza parlare, </strong>nemmeno,<strong> con i genitori</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Sono i ragazzi dell’eterno presente, vivono in un mondo in cui giorno e notte non si alternano, sostituiti dalla luce degli schermi dei telefoni e dei computer.Un mondo in cui le relazioni fisiche, reali, sono sostituite da quelle virtuali, fondamentali: in alcuni casi l’unico vero contatto con chi è fuori dalla stanza. Dove la società diventa un nemico da cui proteggersi.</mark>  La scuola, per molti ragazzi hikikomori, è il fattore scatenante che porta all’autoreclusione. Non solo come conseguenza a episodi di bullismo. Il non sentirsi compresi, aiutati e la pressione delle aspettative sociali li abbiano schiacciati fino a farli rinchiudere in se stessi. <strong>Marco Crepaldi</strong> è l&#8217;autore del libro <em>I giovani che non escono di casa</em> e spiega molto bene il fenomeno.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/03/Schermata-2020-03-19-alle-13.06.23.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-42366" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/03/Schermata-2020-03-19-alle-13.06.23-300x182.png" alt="Schermata 2020-03-19 alle 13.06.23" width="300" height="182" /></a></p>
<p>Dice: <mark class='mark mark-yellow'>&#8220;La cosa peggiore è spingerli a fare ciò che non vogliono. Avere un genitore che li forza fa perdere loro fiducia anche nel genitore stesso</mark> . Per migliorare la situazione bisogna cambiare approccio al problema, però: bisogna capire che un figlio esce se sta bene e non che se esce sta bene. L’uscita da casa è la naturale conseguenza di uno stato d’animo positivo, sennò è solo sofferenza e a un certo punto la sofferenza diventa insostenibile. Gli hikikomori possono uscirne, con la comprensione del problema, e ovviamente un aiuto psicologico”.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/03/Schermata-2020-03-19-alle-13.09.43.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-42367" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/03/Schermata-2020-03-19-alle-13.09.43-300x145.png" alt="Schermata 2020-03-19 alle 13.09.43" width="300" height="145" /></a></p>
<p>Quindi, din questo momento, chi soffre di questo disturbo mentale, come potrebbe non rinchiudersi ancor di più in una spirale depressiva? I soggetti più a rischio, paradossalmente, sono coloro che non riescono a rimanere soli e per loro la solitudine potrebbe essere un trauma psicologico devastante, potrebbero arrivare a sviluppare anche sindromi ansiose incontrollabili. Ci sono, anche, tante persone che magari hanno una tendenza all&#8217;isolamento sociale, ma avevano, almeno, quelle attività che gli permettevano di rimanere in contatto col mondo esterno. Attività che, a causa di questa condizione, potrebbero invece non riuscire più a svolgere. Può darsi che quando si uscirà dalla quarantena chi è sprofondato in questa situazione di depressione e ansia poi non riesca più a riprendere una vita normale.</p>
<p>Sfruttiamo tutti questo momento per scoprire altre tipologie di rapporto che, in altre circostanze, verrebbero molto criticate. In questo caso il digitale ci salva. Si dice spesso che il digitale è virtuale e non è reale, però in questo caso riscoprire il web può essere meglio che passare la giornata a fare divano-letto, letto-cucina, cucina-bagno. Sicuramente bisogna evitare di  diventare schiavi delle proprie pulsioni perché è quello che riguarda gli hikikomori. Sono schiavi dei loro bisogni: dormono quando hanno sonno, mangiano quando hanno fame. E questo li porta a perdere anche la concezione del tempo che scorre. Questa cosa andrebbe evitata assolutamente.<mark class='mark mark-yellow'> Un hikikomori è una condizione di sofferenza sociale molto forte che impedisce di uscire perché si ha paura del giudizio altrui e si ha paura di relazionarsi con le persone, oltre ad avere una visione molto negativa della società. Quindi chi sta in casa per il Coronavirus non è un hikikomori.</mark></p>
<p>E&#8217; possibile anche immaginare che gli hikikomori possano sentirsi offesi per la difficoltà degli altri di rispettare le regole imposte dal governo?  Ci sono persone che potrebbero giovare da questa situazione perché l&#8217;idea che anche gli altri siano in isolamento li fa sentire meno in colpa. Sull&#8217;altro versante ci sono persone che non riescono a uscire di casa e il solo pensiero di andare all&#8217;ospedale in un reparto affollato li terrorizza. Per altri, infine, è una questione di indifferenza: stavano isolati già da prima e adesso continuano a essere isolati. Vedono questo clima di ansia rispetto all&#8217;isolamento come una cosa un po&#8217; offensiva nei loro confronti perché loro sono persone che ci vivono quotidianamente, mentre chi fatica a rimanere in casa 2 3 giorni può colpire il loro stato d&#8217;animo.</p>
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		<title>Reclusi in casa, siamo una nuova famiglia</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Mar 2020 20:24:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/03/Studenti-fuorisede-a-Milano_2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Studenti fuorisede a Milano_2" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>Qualcosa di positivo il coronavirus l’ha portato: la riscoperta dei rapporti umani.</mark> Quelli veri, quelli che non ti fanno sentire solo nemmeno se sei costretto a stare chiuso in casa per la quarantena.</p>
<p><strong>A Milano sono migliaia gli studenti fuori sede che hanno deciso di non fuggire nei paesini di provenienza</strong>. Nonostante gli assalti notturni agli ultimi treni prima della sospensione dei trasporti verso il Sud Italia, c’è chi con determinazione resiste e segue le norme previste dai decreti governativi. <strong>Jessica e Alessandro ne sono un esempio</strong>. Lei studentessa di grafica palermitana appena arrivata a Milano, lui cuoco leccese, condividono lo stesso tetto con un’altra ragazza da appena un mese, ma si stanno conoscendo davvero solo adesso.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>«Mi ritengo fortunata perché ho scelto una casa che non è la mia, ma che mi fa stare bene perché ci sono persone che mi allietano la quarantena»</mark> dice Jessica commentando la reclusione forzata. «Vado molto d’accordo con loro. <strong>La cosa più bella è che siamo un trio variegato per provenienza e interessi e così ci arricchiamo a vicenda</strong>, coinvolgendoci l’un l’altra nelle nostre attività. Probabilmente se avessi saputo che a Milano sarebbe esploso questo caos non avrei lasciato Palermo. Adesso però sono felice di stare qui, anche se sono costretta a stare in casa. <mark class='mark mark-yellow'> Al contrario di altri studenti fuori sede, non ho mai pensato di scappare a sud.</mark> Ho accettato lo stato delle cose».</p>
<p>A stupirla è proprio il legame che si sta creando con i coinquilini: «A volte capita che il rapporto con gli altri si limiti al buongiorno e alla buonasera. Nel nostro caso no. <strong>Questo periodo ci sta unendo molto</strong>. Sono felice di passare del tempo con loro, di scherzare e ridere insieme. È come se fossimo una nuova famiglia».</p>
<p><strong>Alessandro invece è a Milano già da qualche anno. È uno dei cuochi del ristorante <em>Penelope</em></strong>, «il miglior posto per cui abbia lavorato». <mark class='mark mark-yellow'> Per lui il coronavirus ha significato la chiusura del locale sicuramente fino al 3 aprile.</mark> «Per il momento non sono troppo preoccupato, ma se il blocco dovesse continuare oltre Pasqua sarebbe un problema. Non mi verserebbero lo stipendio e allora come potrei pagare l’affitto?». E la noia delle ferie forzate? «Esco di rado portando sempre con me l’autocertificazione. Mi manca andare in palestra. Per tenermi in allenamento faccio esercizio in casa, con la musica a tutto volume nelle cuffie. Ma <strong>se c’è una cosa a cui non posso proprio rinunciare, è cucinare</strong>: perciò <mark class='mark mark-yellow'> sono contento di poter preparare il pranzo e la cena alle mie coinquiline.</mark> È un modo per sentirmi utile, altrimenti che altro posso fare?». Anche lui conferma il cambiamento che c’è stato nel rapporto con le altre ragazze in casa: <mark class='mark mark-yellow'> «Prima della quarantena non ci vedevamo mai. Loro erano a lezione fino alle sette di sera, io a quell’ora ero già al ristorante per preparare il servizio delle otto. Incontrarsi era una rarità,</mark> anche perché tornavo a casa non prima dell’una di notte. La prima volta che ci siamo visti è stata durante la settimana di Sanremo. Sono rientrato tardissimo e le ho trovate a guardare il Festival. Se non fosse stato per quell’occasione, forse avremmo finito per presentarci solo in questi giorni» racconta ridendo.</p>
<p>Ci si fa forza così, aiutandosi l’un l’altra come farebbero fratelli e sorelle, soprattutto perché la mancanza dei familiari si sente eccome. «<strong>Ai miei genitori non potrei mai raccontare, per esempio, che ho il raffreddore o l’influenza</strong>» afferma Jessica. «<strong>Andrebbero nel panico perché non potrebbero raggiungermi</strong>, soprattutto ora che i trasporti sono interrotti. Non vivo male l’isolamento in sé, ma mi preoccupo per i miei». Una visione condivisa anche da Alessandro: «Sarei tornato a Lecce per Pasqua, ma a questo punto dubito che ci riuscirò».</p>
<p>Come definire in una sola parola il legame che si sta rafforzando tra loro? Jessica lo dice con convinzione: «Sono un appoggio. <strong>Siamo consapevoli della gravità della situazione, ma ci scherziamo su e andiamo avanti. Basta sederci a cena e passa tutto</strong>». <mark class='mark mark-yellow'> Per loro non ci sono dubbi: andrà tutto bene.</mark></p>
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