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	<title>magzine &#187; Inclusivity</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Shirish Kulkarni: lavorare per un giornalismo decolonizzato</title>
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		<pubDate>Wed, 03 May 2023 15:24:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Samuele Valori]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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		<description><![CDATA[«We have to do something different», lo ripete in più occasioni Shirish Kulkarni. Giornalista e Membro del The Bureau of Investigative Journalism, ha una carriera di oltre 25 anni alle ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="720" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/04/maxresdefault1.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="maxresdefault" /></p><p>«<em>We have to do something different»</em>, lo ripete in più occasioni <strong>Shirish Kulkarni</strong>. Giornalista e Membro del <em>The Bureau of Investigative Journalism</em>, ha una carriera di oltre 25 anni alle spalle, trascorsa nelle principali emittenti del Regno Unito. Il suo background gli permette di avere uno sguardo cosciente e rivoluzionario sul mondo giornalistico attuale, ma soprattutto sui possibili scenari futuri. Per Shirish guardare al futuro vuol dire liberarsi dalle vecchie convenzioni, includendo nuovi punti di vista e prospettive.</p>
<p><strong>Quanto è cambiato il giornalismo negli ultimi anni? </strong></p>
<p>La tecnologia e gli strumenti sono cambiati in modo radicale, soprattutto se penso a quando frequentavo la scuola di giornalismo: il primo periodo avevo una macchina da scrivere perché non c’erano i computer. La stessa struttura della piramide rovesciata, il modo in cui raccontiamo le storie, esiste per via del telegrafo che era costoso per cui la gente ha cominciato a posizionare le informazioni più importanti in cima. Tuttavia, nonostante il fatto che la tecnologia si sia evoluta di dieci generazioni da allora, il nostro giornalismo è rimasto identico. Il problema è che il modo in cui è pensata la pubblicazione non è cambiato. Ad esempio, spesso molti interpretano il giornalismo digitale come un “mettere” gli articoli del giornale sul web.  Inoltre, c&#8217;è una forte tendenza al conservatorismo, le persone non vogliono cambiare. Questa resistenza al cambiamento è ciò che sta creando la grande crisi attuale. Quindi dobbiamo essere molto più focalizzati sul futuro.</p>
<p><strong>Come affrontare quindi questo avanzamento?</strong></p>
<p>Il rischio è di perdersi in un labirinto inseguendo l&#8217;ultima novità. L’anno scorso era TikTok, quest’anno ChatGPT, l’anno prossimo sarà probabilmente qualcos&#8217;altro. Questo atteggiamento ci trascina in molte direzioni diverse. Penso che per essere molto più focalizzati sul futuro, dovremmo avere un approccio più strategico, basato sui nostri valori interiori: dobbiamo decidere cosa vogliamo fare, per chi vogliamo farlo e cosa soprattutto non vogliamo fare. Se poi queste tecnologie tornano utili al nostro sistema di valori, perfetto. In caso contrario non dobbiamo farci trascinare.</p>
<p><strong>Un’altra grande questione è quella delle disuguaglianze, sia economiche che sociali, che con l’avanzamento tecnologico possono diventare ancora più abissali. Cosa si può fare per rendere il giornalismo più inclusivo?</strong></p>
<p>Credo che il primo passo debba farlo il senior management. Il problema è che la maggioranza di quelle persone fa parte del mondo occidentale, perlopiù uomini bianchi borghesi. Ci dovrebbero essere prospettive diverse, ma l’industria ancora non lo è. È una questione di potere, abbiamo bisogno di costruire una massa critica di persone che pensano in modo differente, ma è davvero difficile. Molte organizzazioni giornalistiche dicono: “Vogliamo nuove prospettive”, ma poi quando viene proposto loro qualcosa di nuovo rispondono: “Oh, è interessante, ma dovresti adattare la tua idea in modo che sia un po&#8217; più simile alla nostra prospettiva, perché è molto più comodo per noi”.</p>
<p><strong>È anche per questo motivo che hai fondato il network Cymru in Galles.</strong></p>
<p>L’idea di creare Cymru mi venne durante una call. Io faccio parte di vari panel governativi gallesi e un giorno, durante una chiamata mi resi conto che delle venticinque persone collegate ero l’unica di colore. E questa era l’unico esempio presente in termini di diversità. Io ho sempre creduto in questo mantra: il futuro del giornalismo non assomiglia al passato. Così ho creato questo network che offre supporto, formazione e unisce i giornalisti emarginati dall’industria.  Ad oggi abbiamo duecento membri e tutti loro per gli editori non esistevano. Ora invece sono rilevanti e dimostrano che sono gli spazi dell’industria a non essere adatti perché hanno atteggiamenti razzisti, omofobi eccetera. Il giornalismo sta andando in varie direzioni ed è necessario avere narrazioni diverse e diversificate. La gente parla di fiducia tutto il tempo, ma il giornalismo sta in gran parte rovinando le comunità. Ad esempio, quando parla dei musulmani in un modo particolare, o delle persone LGBTQ, le danneggia. E poi si chiedono perché il pubblico non ha più fiducia nel giornalismo: è ovvio, se desideri che le persone si fidino, non le danneggi.</p>
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