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	<title>magzine &#187; incidente</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>LA VIOLENZA STRADALE È UN’EMERGENZA E NON POSSIAMO PIÙ IGNORARLA</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2023 17:28:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Eugenia Durastante]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Educazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Gli incidenti stradali o meglio, per utilizzare una terminologia più corretta – le violenze stradali, collisioni stradali oppure omicidi stradali – sono sempre più in crescita. Luca Valdiserri è un ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2560" height="1707" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/01/immagine_emergenza-stradale.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="" /></p><p>Gli incidenti stradali o meglio, per utilizzare una terminologia più corretta – <mark class='mark mark-yellow'>le violenze stradali, collisioni stradali oppure omicidi stradali – sono sempre più in crescita.</mark> <strong>Luca Valdiserri</strong> è un giornalista che porta avanti una dura battaglia dopo aver perso il figlio l’ottobre scorso. <strong>Francesco Valdiserri</strong> è stato travolto da una vettura guidata da una ventitreenne risultata positiva all’alcol test e al drug test. Francesco è stato investito mentre stava camminando sul marciapiede. Una lotta linguistica ed educativa, quella del padre Luca. «La parola “incidente” dà un significato quasi di casuale, ma è sbagliato. Nel cosiddetto “incidente” stradale c’è poco di incidentale».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«La parola “incidente” ha un significato casuale. Ma nei cosiddetti “incidenti” stradali c’è poco di accidentale, ormai», afferma Luca Valdiserri</span></p>
<p>Infatti, in molte altre nazioni si preferisce usare il termine “collisione”. <mark class='mark mark-yellow'>Utilizzare la terminologia giusta è fondamentale, soprattutto in ambito giornalistico e dell’informazione.</mark> Valdiserri parla di un libro, intitolato “Il valore delle parole. La narrazione sbagliata degli scontri stradali”, scritto da <strong>Stefano Guarnieri</strong>. Anche lui ha perso il figlio in un episodio di violenza stradale. «Guarnieri è stato in parte una colonna della legge sull’omicidio stradale in Italia. Adesso con la legge si rischia fino a quindici anni di carcere con tutte le aggravanti». <mark class='mark mark-yellow'>La maggior parte delle violenze stradali e&#8217; causata da alta velocità e distrazione.</mark> Per questi motivi Valdiserri tiene a precisare come spesso molti cittadini, così come molti giornalisti, usano un linguaggio sbagliato. «Scrivere “la strada killer” o “l’auto impazzita” è un grave errore giornalistico, perché la strada non può essere un killer. Una macchina di per sé non impazzisce, ma c’è sempre una partecipazione molto attiva del guidatore». <mark class='mark mark-yellow'>Dire “il bambino e&#8217; stato investito da un suv” non è giusto perché è “un bambino investito dal guidatore di un suv” che spesso ha anche un nome e cognome; altrimenti, come spiega Valdiserri, si crea la cosiddetta “spersonalizzazione della vittima”.</mark></p>
<p>«La collisione stradale è la causa maggiore di morte nella fascia d&#8217;eta&#8217; 15-24 anni, un dato che senza dubbio è molto preoccupante», afferma il giornalista. <mark class='mark mark-yellow'>Valdiserri spiega che l’incremento delle violenze stradali in Italia c’è ed è evidente. Il fatto che si notino particolarmente è dovuto anche al fatto che in altri Paesi sono diminuiti.</mark> All’estero, infatti, ci sono molti più controlli sulla velocità, molti più autovelox e pattuglie. Apportare queste importanti migliorie sulle strade italiane potrebbe essere la soluzione. Al contrario, nell’applicazione delle leggi in caso di scontri stradali, secondo Valdiserri «la legislazione italiana è abbastanza ben fatta, come tutte le cose migliorabili, ma è molto rigida nel punire chi commette omicidio». In che modo potremmo limitare tutto questo? Il giornalista combatte per l’utilizzo di una giusta terminologia e sostiene il modello inglese delle tre E: “<strong>Education</strong>” (educazione), “<strong>Engineering</strong>” (tecnologia avanzata per le automobili), “<strong>Enforcement</strong>” (giurisdizione). «Se queste tre E riescono a funzionare assieme, tendenzialmente i dati della mortalità stradale sicuramente avranno un calo».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Valdiserri: «Bisognerebbe fare educazione stradale nelle scuole, forse già dalle medie, perché sono gli anni in cui molti ragazzi e ragazze prendono il patentino per il motorino e si mettono su strada».</span></p>
<p>Valdiserri crede sia fondamentale fare educazione stradale nelle scuole, «forse già dalle medie, perché sono gli anni in cui molti ragazzi e ragazze prendono il patentino per il motorino e si mettono su strada». Inoltre, molti giovani, nonostante sappiano dell’esistenza della legge sull’omicidio stradale, non hanno conoscenza del contenuto. Per questi motivi <mark class='mark mark-yellow'>Valdiserri crede che si dovrebbero chiamare degli esperti che preparino un kit educativo: parole semplici, tagliate sulle età degli studenti.</mark> A fine novembre, per ricordare Francesco, che studiava lettere, teatro e spettacolo, la famiglia e gli amici hanno organizzato un evento all&#8217;universita&#8217; La Sapienza di Roma, con la partecipazione della band in cui suonava il ragazzo. Un momento molto speciale in cui tra l’altro, per la prima volta, una batteria è entrata nell’università. «Il riscontro da parte dei ragazzi è stato più che positivo», conferma Valdiserri. E proprio perché la richiesta e l’interesse ci sono, «bisognerebbe organizzare un corso standard con un team apposito che lavori per educare i giovani». Valdiserri ricorda inoltre che invogliare i ragazzi a studiare educazione stradale sarebbe per l’Italia un investimento per il futuro.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Solo pochi giorni fa, a Milano, il consiglio comunale ha approvato un ordine del giorno con il quale si chiede al sindaco Beppw Sala di «proclamare Milano Città 30</mark>, istituendo il limite di velocità in ambito urbano a 30 km/h a partire dal primo gennaio 2024 e a prevedere, così come hanno fatto Parigi e Bruxelles, che dopo quella data, su alcune selezionate strade a grande scorrimento possano essere previsti limiti a 50 km/h». A questo proposito, Valdiserri crede che il limite orario sia una buona idea, «soprattutto nei centri cittadini», perché ricorda che è statisticamente testato che <mark class='mark mark-yellow'>il 30 all’ora salva la vita ad una buona percentuale di pedoni, se investiti a questa velocità.</mark> C’è un altro dato che il giornalista tiene a precisare, ovvero che «gli studi rivelano che la velocità media nelle ore di punta in una città di medie o grandi dimensioni è di circa 24 km/h», motivo per il quale nel proporre i 30 kn/h non c’è nulla di sbagliato. Mentre i cittadini si dividono, c’è chi polemizza e chi è favorevole. Valdiserri ricorda che questa iniziativa è già stata messa in pratica in molte altre città europee, proprio perché può salvare la vita a molte persone.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha parlato dell’educazione stradale come di una priorità e della violenza stradale come un’emergenza nazionale.</span></p>
<p>«Sul tema delle violenze stradali l’Italia è sicuramente indietro &#8211; precisa &#8211;  Per questo motivo credo sia stato importante che, per la prima volta, nel discorso di fine anno, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella abbia parlato dell’educazione stradale come di una priorità e della violenza stradale come un’emergenza nazionale». Per Valdiserri quelle parole rappresentano un’effettiva speranza che qualcosa possa realmente cambiare. Portare la propria testimonianza in giro, proprio come ha fatto, fa e continuerà a fare Luca Valdiserri è fondamentale per sensibilizzare sul tema, perché <mark class='mark mark-yellow'>«il mio Francesco non c&#8217;e&#8217; più, ma se quello che faccio puo&#8217; servire a salvare un altro Francesco, allora io sono contento».</mark></p>
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