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	<title>magzine &#187; fotoreportage</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>L&#8217;immagine che certifica la presenza: fotografare la guerra per Gabriele Micalizzi</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 07:44:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Fiorente]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[fotoreportage]]></category>
		<category><![CDATA[reportage]]></category>

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		<description><![CDATA[In guerra, anche i bambini hanno le occhiaie: non bastano i giocattoli colorati a rasserenare lo sguardo del piccolo aggrappato al seggiolone. Alla sua destra, soldati israeliani marciano a passo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="799" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2026/04/1758703094-MIG2025022_G_L9422258.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>In guerra, anche i bambini hanno le occhiaie: non bastano i giocattoli colorati a rasserenare lo sguardo del piccolo aggrappato al seggiolone. Alla sua destra, soldati israeliani marciano a passo deciso tra i muri di cemento della casa.</mark> È il 23 settembre 2025 e <strong>Gabriele Micalizzi, fotoreporter e co-fondatore del collettivo Cesura</strong>, si trova a Umm Darit, nella zona di Masafer Yatta, nella Cisgiordania meridionale. Quest’area è composta da dodici villaggi palestinesi circondati da colonie israeliane e il fotogiornalista assiste all’ennesima incursione da parte di quattro coloni nella casa di un coltivatore palestinese e dei suoi cinque figli. Durante queste operazioni, entrambe le parti cercano di riprendere tutto ciò che accade con telecamere e cellulari così che rimangano prove, tracce.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Il fotografo Gabriele Micalizzi racconta la professione e l&#8217;esperienza attraverso il suo lavoro da testimone nei conflitti: &#8220;Non si può raccontare una storia se non ci sei in mezzo. Non si può raccontare una guerra se non ci sei in mezzo&#8221;</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>È a questo che servono le immagini: «Ciò che facciamo con il nostro mestiere – spiega Micalizzi – è effettivamente produrre delle tracce, qualcosa che rimanga». Una testimonianza del nostro tempo che sia valida per l’oggi e per il futuro: «Ci serve produrre materiale per studiare, poi, quello che è stato il nostro passato come civiltà».</mark> L’immagine lavora insieme alla parola: quest’ultima rafforza ciò che uno scatto cattura istantaneamente. Il mestiere del fotoreporter e quello del giornalista si completano a vicenda: «La foto ti porta dentro un evento, così come un racconto ben scritto – afferma Micalizzi –, ma la prima certifica la presenza. <mark class='mark mark-yellow'>Una fotografia è la sintesi estrema di un racconto: in un secondo capisci tutto quello che succede</mark>».</p>
<p style="font-weight: 400;">Ecco perché è importante chiedersi ancora oggi, in piena era digitale, “What Do Pictures Want?” (“Che cosa vogliono le immagini?”, W.J.T. Mitchell, 2005). <mark class='mark mark-yellow'>Viviamo in un’epoca in cui le informazioni, anche quelle riguardanti i conflitti lontani da noi, ci arrivano tramite il cellulare: «Contenitore e contenuto creano una cacofonia visiva – riflette il fotoreporter – che è molto pericolosa perché depotenzia il messaggio. Non è più possibile diversificare i <em>media</em> in cui reperiamo le informazioni».</mark> Già Jean Baudrillard ne <em>La guerra del Golfo non è mai avvenuta</em> (1991) osservava come la guerra oggi non è più un evento reale e fisico, ma è diventata una “simulazione” mediatica nella quale le immagini si sovrappongono al reale, fino a sostituirlo del tutto o quasi. Questa rappresentazione può essere più vera della guerra stessa: una sorta di “iperrealtà” in cui il confine tra evento reale e narrazione mediatica si dissolve.<br />
<mark class='mark mark-yellow'>Un rischio ancor maggiore dopo l’avvento dell’intelligenza artificiale, che ci ha portato a dubitare di tutto ciò che vediamo.</mark> «È un grande problema per la nostra informazione e per la nostra democrazia. Per questo, siamo convinti dell’importanza di raccontare storie andando sul posto e guardando – commenta Micalizzi –. Non si può raccontare una storia se non ci sei in mezzo. Non si può raccontare una guerra se non ci sei in mezzo».</p>
<p style="font-weight: 400;">I reportage di guerra non sono certo un’invenzione recente: già con gli incisori, il tentativo di disegnare o creare immagini che ricordassero un certo evento storico c’è sempre stato. La differenza è che oggi si è persa la fisicità: <mark class='mark mark-yellow'>«Siamo passati al digitale, che è un’interpretazione della fotografia fisica, quindi qualcosa di diverso, e poi siamo arrivati all’IA. Si ha così la rappresentazione della rappresentazione, una metafotografia»</mark>, evidenzia Micalizzi. La messa al bando della dimensione fisica mina anche il valore dell’identità, da sempre custodito dalle immagini: «Quando le persone subiscono un evento naturale o devono scappare da una guerra, cosa si portano dietro? Sempre e solo le foto di famiglia. Perché? Perché sono la loro identità, sono la cosa più importante che hanno. Non i soldi, non gli averi, ma le foto di famiglia: ci ricordano ciò che siamo stati e danno forma alla nostra identità», dice il reporter.</p>
<p style="font-weight: 400;">Se, quindi, nel 2026 ha ancora senso raccontare un conflitto andando sul posto, testimoniando e riportando ciò che si osserva, è altrettanto fondamentale ricordare le parole di Susan Sontag ne <em>Davanti al dolore degli altri</em> (2003), dove l’autrice chiede chi ha il diritto di guardare. Qual è il limite da porsi davanti all’orrore più indicibile? <mark class='mark mark-yellow'>«Raccontare il male serve, anche se è disturbante – conclude Micalizzi –. È nostro dovere civico, personale, da esseri umani, parlare di queste cose. Se no, non cambierà mai nulla: abbiamo quest’idea del potere che sta sopra di noi e rimane intoccabile, ma credo fortemente che possiamo cambiare le cose».</mark> Allora il limite diventa il buon senso, a volte l’intimità per non sfociare in una pornografia della guerra, ma rimane fondamentale testimoniare anche la crudezza, per ricordare che queste cose succedono: in questo mondo si muore davvero così.</p>
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		<title>&#8220;Spavaldi e fragili&#8221;: il fotoreportage che racconta i 25 anni di Kayros</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Apr 2025 07:49:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirea D Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[fotoreportage]]></category>
		<category><![CDATA[Gianmarco Maraviglia]]></category>
		<category><![CDATA[Kayros]]></category>

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		<description><![CDATA[Spavaldi e Fragili è la mostra temporanea di Gianmarco Maraviglia curata da Chiara Oggioni Tiepolo e inaugurata nello spazio espositivo AEM Museum a Nord-Est di Milano per celebrare i venticinque anni ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="5712" height="4284" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_5899.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Spavaldi e Fragili, Associazione Kayros 
Gianmarco Maraviglia" /></p><p><strong>Spavaldi e Fragili</strong> è la mostra temporanea di<a href="https://www.gianmarcomaraviglia.com/"><strong> Gianmarco Maraviglia</strong></a> curata da <strong>Chiara Oggioni Tiepolo </strong>e inaugurata nello spazio espositivo <strong>AEM Museum</strong> a Nord-Est di Milano per celebrare i venticinque anni dalla nascita dell’<a href="https://www.kayros.it/"><strong>Associazione Kayros</strong></a>. “Non esistono i cattivi ragazzi” è il motto dell&#8217;organizzazione. La verità è che la fortuna o il destino scelgono per te la famiglia in cui nasci e il contesto in cui cresci.</p>
<p>Dalla serie fotografica esposta nel piano superiore dello spazio, si percepisce con grande chiarezza <mark class='mark mark-yellow'>lo stile fotografico di Maraviglia, che da anni racconta storie sociali e ambientali attraverso una lente del tutto personale: attento ai dettagli, il fotoreporter si immerge nelle realtà che sceglie di raccontare diventando parte di esse.</mark> «Sono entrato in contatto con Kayros un anno fa perché un giornale tedesco con cui collaboro, <em>Der Spiegel</em>, mi chiese di realizzare un servizio sul fenomeno delle baby gang in Italia. Abbiamo lavorato sul tema e così ho conosciuto l&#8217;associazione, che è la comunità di riferimento per questo mondo, anche se poi ho capito che una “baby gang” è più un termine giornalistico che una realtà vera e propria, esordisce Maraviglia.</p>
<p>Attraverso i reportage commissionati da <em>Der Spiegel</em> prima e da <em>Sette</em> &#8211; allegato del <em>Corriere delle Sera</em> &#8211; poi, Maraviglia ha trascorso molto tempo con i ragazzi di Kayros e per questo ha realizzato la mostra fotografica esposta nella sala dell’associazione. Per inaugurarla, ha organizzato con i ragazzi del Centro una vera e propria festa e, visto il grande successo riscosso tra loro, <strong>don Claudio Burgio</strong> &#8211; fondatore di Kayros &#8211; gli ha chiesto di raccontare la vita della comunità in occasione del venticinquesimo anniversario dell&#8217;attività. <mark class='mark mark-yellow'>«Il titolo dell’esposizione<strong> è Spavaldi e Fragili: </strong>non l’ho scelto io ma trovo sia molto esplicativo. I ragazzi che vivono o frequentano la comunità sono spavaldi quando sono in gruppo ma sono fragili. L’uso della violenza è spesso una reazione alla fragilità».</mark></p>
<div id="attachment_79928" style="width: 298px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_5907.jpg"><img class="wp-image-79928" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_5907-300x225.jpg" alt="IMG_5907" width="298" height="223" /></a><p class="wp-caption-text">Studio di registrazione, Kayros</p></div>
<p>Kayros è un’associazione fondata a Lambrate, ad Est di Milano, nel Duemila ed è nata per offrire supporto e alloggio ai minori in difficoltà segnalati dal Tribunale dei Minori, dai Servizi Sociali e dalle forze dell’Ordine. Sono diverse le attività promosse dalla comunità per far sì che le famiglie in difficoltà possano sentirsi accolte e ascoltate. A San Siro, per esempio, insieme ai ragazzi del collettivo <strong>Seven700</strong> — che hanno fatto strada nel rap italiano e che abitano nelle case popolari di zona — è nato uno studio musicale dove decine di ragazzi del quartiere si esercitano con i fonici e le strumentazioni del collettivo e della loro etichetta. <mark class='mark mark-yellow'>«Kayros ha capito che la musica, la trap in particolare, può essere il modo per avvicinare i ragazzi che vivono in quartieri difficili o che si trovano per un motivo o per l’altro al Beccaria.</mark> Tant&#8217;è che Kayros ha firmato<strong> un contratto di distribuzione con l’etichetta Universal: </strong>in questo modo i ragazzi hanno uno studio di registrazione interno. Il risultato è che tutti i ragazzi di Kayros fanno trap e,  per questo, nell&#8217;esposizione inaugurata ad AEM ci sono alcuni scatti che li ritraggono in studio».</p>
<div id="attachment_79930" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_5912.jpg"><img class="wp-image-79930 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_5912-300x225.jpg" alt="IMG_5912" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Non esistono ragazzi cattivi, Kayros</p></div>
<p>Per un fotografo, riuscire a catturare la quotidianità delle persone — specialmente in contesti più complicati — non è semplice soprattutto perché<strong> il rischio è realizzare prodotti già visti o stereotipizzati</strong>. «Quando inizio un progetto procedo in punta di piedi ma mi presento sempre con una macchina fotografica perché credo sia importante che le persone si abituino a me e mi vedano come un fotografo perché sono lì per portare a termine un lavoro. <mark class='mark mark-yellow'>Riuscire a fare ottimi scatti e a prendere il giusto tempo è una cosa che viene con l’esperienza</mark>». Maraviglia tiene però a sottolineare che la regola fondamentale è <mark class='mark mark-yellow'>«scattare con la massima delicatezza, rispettando il consenso e la dignità delle persone».</mark></p>
<p>Sono diverse le storie che il fotoreporter ha documentato e raccontato durante la sua carriera: dai giovani nati dopo l’indipendenza — mai riconosciuta — del <strong><a href="https://www.gianmarcomaraviglia.com/nagorno-karabakh">Nagorno karabakh</a></strong>, alla quotidianità dei rifugiati detenuti a <strong><a href="https://www.gianmarcomaraviglia.com/samos">Samos</a></strong> — isola prigione situata a meno di due chilometri dalla costa turca —. Dall’emancipazione femminile delle <strong><a href="https://www.gianmarcomaraviglia.com/rwanda-women">donne ruandesi</a></strong> dopo il genocidio del 1994, alle tragiche conseguenze della crisi economica in <a href="https://www.gianmarcomaraviglia.com/the-body-in-crisis"><strong>Grecia</strong></a> dove nella capitale decine di prostitute, spesso tossicodipendenti, vendono il loro corpo per pochi euro in alberghi malfamati. Quest’ultimo è stato uno dei più difficili, spiega Maraviglia: « È successo poche volte che io abbia chiamato la mia compagna e lei sentisse istintivamente che non stavo bene. In Grecia, quando ho fatto il lavoro sulla prostituzione, sono finito in delle situazioni veramente complicate e una in particolare riguardava dei bambini. <mark class='mark mark-yellow'>C&#8217;era un parco che di giorno era frequentato da famiglie ma di sera ho scoperto che si trasformava in un posto dove i giovanissimi si prostituivano.</mark> <strong>Ti parlo di ragazzini di dieci, undici anni.</strong> Ci sono passato e non dimenticherò mai una scena: c’era un cancello e tra le frasche una specie di tronco che sembrava una sorta di altare con delle coperte rosse messe sopra. Era chiaro a cosa servisse. Mi ricordo come fosse ieri che scrissi un pezzo che finiva così: «Stanotte Cappuccetto Rosso si è perso».</p>
<p>Il compito di un fotoreporter — così come quello di un giornalista —  è documentare ciò che accade. In contesti sociali e politici complicati però, può diventare molto pericoloso e — nonostante la <mark class='mark mark-yellow'>regola fondamentale sia sempre quella di conoscere il contesto in cui si opera e prendere tutte le precauzioni del caso per minimizzare i rischi</mark> — può avere anche delle <strong>conseguenze inaspettate</strong>. Chi non fa questo lavoro, forse com&#8217;è normale che sia, non riesce a vedere cosa si nasconde dietro un reportage o un articolo di giornale e capita di rado che un professionista che lavora sul campo ti racconti ciò che ha vissuto a livello personale per realizzare un progetto.</p>
<p>&nbsp;</p>
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