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	<title>magzine &#187; festival dei diritti umani</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>FDU a Milano: i diritti delle donne sono i diritti di tutti</title>
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		<pubDate>Sun, 07 May 2023 10:17:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Pellaco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<description><![CDATA[Diritti, ora. Il Festival dei Diritti Umani li ha invocati a gran voce attraverso incontri, film, mostre e contenuti e format pensati per gli studenti delle scuole superiori di Milano ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1508" height="862" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/Screen-Shot-2023-05-07-at-11.48.36.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Screen Shot 2023-05-07 at 11.48.36" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>Diritti, ora.</mark> Il <strong>Festival dei Diritti Umani</strong> li ha invocati a gran voce attraverso incontri, film, mostre e contenuti e format pensati per gli studenti delle scuole superiori di Milano e non solo. Dal 3 al 6 maggio la rassegna milanese ha alzato lo sguardo sui diritti con alcuni eventi in streaming sulla piattaforma <a href="https://www.festivaldirittiumani.stream/" target="_blank">festivaldirittiumani.stream</a> e in presenza, alla <em>Cineteca Milano MIC</em> e al <em>Memoriale della Shoah</em>. <mark class='mark mark-yellow'>I focus principali di questa ottava edizione sono stati tre: grandi crisi umanitarie, disuguaglianze crescenti e pericoli e pregi dell’intelligenza artificiale.</mark><br />
Il direttore del Festival <strong>Danilo De Biasio</strong> racconta come la scelta del Memoriale abbia un significato ben preciso: «Questo è un sacrario laico di cosa è stata la storia dei diritti umani nella loro violazione. Qui partivano i treni per Auschwitz, e quindi qui sono cominciate le peggiori ritorsioni contro le minoranze. Questo luogo ci insegna che i diritti non sono mai conquistati per sempre».<br />
Il Memoriale è un luogo simbolico in cui all’ingresso campeggia la scritta &#8220;indifferenza&#8221;, atteggiamento diffuso sui diritti calpestati che il Festival intende contrastare fin dalla sua nascita. <mark class='mark mark-yellow'>Il luogo è significativo quanto il titolo dell&#8217;edizione, &#8220;<strong>Rights Now</strong>&#8220;.</mark> Due parole che, come spiega De Biasio, rievocano il bisogno immediato di chiedere maggiori diritti: «Lo vediamo tutti i giorni: aumentano le disuguaglianze, c’è una crisi ecologica sconvolgente, ci sono le guerre che stanno scoppiando in molti luoghi del mondo. E allora è il momento di dire che c’è bisogno di più diritti per tutti, perché altrimenti sono privilegi, sapendo bene che lo fai in un momento in cui la politica premia esattamente l’opposto, ovvero la sottrazione dei diritti umani».</p>
<div id="attachment_66423" style="width: 1776px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/equità.jpeg"><img class="size-full wp-image-66423" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/equità.jpeg" alt="Foto: Leo Brogioni" width="1776" height="1184" /></a><p class="wp-caption-text">Foto: Leo Brogioni</p></div>
<p>Durante i quattro giorni del Festival si avvicendati speakers con tante cose da dire. Abbiamo raccolto le testimonianze di quattro donne impegnate nella difesa dei diritti umani. Perché i diritti delle donne sono i diritti di tutti.</p>
<h2>Pegah Moshir Pour</h2>
<p><mark class='mark mark-yellow'> «La libertà è ciò che sono oggi: è viaggiare, parlare, postare, stare con chi voglio, vestire come voglio. La libertà è tutto: è respirare, è non avere il timore di morire da un momento all’altro». </mark> Quando parla di diritti, gli occhi di <strong>Pegah Moshir Pour</strong> brillano. L’emozione le incrina appena la voce ma il tono torna subito fermo e deciso, rafforzato dalla consapevolezza di una donna che sa che la libertà non è cosa scontata.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Pegah è una giovane attivista per i diritti umani e digitali, come ama definirsi. L’attaccamento per il suo paese, l’Iran, che ha lasciato con i genitori da bambina, non attenua il senso di radicamento che prova per l’Italia, dove è cresciuta. Pegah è l’emblema di una generazione che non conosce confini e che ha fatto del web sia lo strumento di lotta nei confronti di governi autoritari sia la via per rivolgersi a un pubblico globale. </mark> Proprio attraverso i social network, l’attivista ha sempre cercato un canale diretto con le persone, per diffondere maggiore consapevolezza su questioni che l’hanno toccata da vicino. Dal tema della cittadinanza italiana alle discriminazioni di genere, fino al canto di rivolta e speranza di donne e uomini iraniani che da settembre stanno protestando contro un regime che soffoca ogni forma di libertà.</p>
<div id="attachment_66418" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/pegah.jpeg"><img class="wp-image-66418 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/pegah-300x200.jpeg" alt="Pegah Moshir Pour. Foto: Leo Brogioni" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Pegah Moshir Pour. Foto: Leo Brogioni</p></div>
<p>«Sono attivista da quando ho 15 anni perché ero senza cittadinanza italiana e ho iniziato a sensibilizzare le persone sul tema della cittadinanza – racconta Pegah –. Essendo donna e straniera ho vissuto tutti gli stereotipi e le discriminazioni. <mark class='mark mark-yellow'> Dal settembre scorso ho deciso di parlare dell’Iran in maniera più approfondita, perché vedevo che non c’era informazione, e l’unico posto in cui potevo comunicare erano proprio i social media. Ho iniziato a postare video e foto ogni giorno, facendo la cronaca dettagliata di quello che accadeva». </mark> Questo lavoro assiduo di diffusione di informazioni corrette ha portato Pegah ad avere un riconoscimento da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a portare la voce degli iraniani sul palco dell’Ariston nell’ultima edizione del Festival di Sanremo. L’intensità della lotta che stanno portando avanti gli iraniani è tutta raccolta nel gesto finale di Pegah, che si scioglie i capelli e dedica le sue parole alla libertà.</p>
<p>Con Pegah, i social diventano dei megafoni, canali diretti in grado di oltrepassare confini, sfidare regimi e censure, condividere le informazioni per costruire insieme le basi di una società democratica. «Anche il diritto digitale è un diritto umano, perché consente l’accesso a internet, all’informazione, alla condivisione. Nei Paesi dove c’è la censura, sappiamo cosa vuol dire non avere accesso a internet ma quando si vive in contesti democratici, non ci si pone il problema di come accedere a internet o comunicare con le persone».</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> Proprio i social stanno avendo un ruolo importante nelle rivolte scoppiate in Iran a settembre a seguito della morte di Mahsa Amini, accusata dalla polizia religiosa di non indossare in maniera corretta l’hijab. Aveva 23 anni. </mark> L’ondata di proteste ha conquistato l’attenzione dei media occidentali ma secondo Pegah proprio questa attenzione è andata sempre più scemando ed è stata anche intaccata da ricostruzioni non sempre corrette.</p>
<p>«I media occidentali all’inizio, vedendo donne che bruciavano il velo e hanno portato l’attenzione sul velo – denuncia Pegah –. Ma non è una questione religiosa, anzi ci sono tante donne con il velo che manifestano. Se ne parlava molto in maniera sbagliata e molti islamofobi hanno cavalcato l’onda mediatica parlando dell’Iran come se fosse una liberazione dal velo. In realtà non è esattamente così».</p>
<p>Narrazioni false e imprecise hanno spinto Pegah e altri attivisti a prender parola, per riportare le testimonianze, le foto, i video provenienti dall’Iran: «Grazie ad altri attivisti nel mondo abbiamo aiutato i giornali che volevano ascoltarci a fornire una narrazione degli avvenimenti più corretta. Non è una guerra religiosa ma di potere e politica. La religione prevede la libera scelta della donna. Il regime non sta rispettando nemmeno la religione e questo gli iraniani lo sanno ma è importante parlarne. Se n’è parlato all’inizio di più, ora c’è troppo silenzio. Mi rendo conto che a distanza di tempo l’attenzione vada scemando, ma non possiamo permettere che il regime vinca».</p>
<p>Pegah continua ad essere la voce di storie e persone. La sua attività non conosce confini, proprio perché è consapevole che i diritti sono fragili e una volta conquistati non vanno dati per scontati. «Anche in Italia sul tema dei diritti c’è ancora tantissimo da fare. Se solo pensiamo ai diritti che le generazioni precedenti hanno conquistato e ora li stiamo mettendo in discussione come il diritto all’aborto che in Iran dal 1979 è stato il primo diritto ad esser tolto. <mark class='mark mark-yellow'> Non dobbiamo mettere in discussione i diritti che sono stati acquisiti, non è scontato che restino per sempre. C’è tanta strada da fare perché abbiamo dei retaggi culturali che ci portiamo avanti. In tutto il mondo non c’è una parità di genere nonostante abbiamo una parità numerica tra uomo e donna ma non è una parità riconosciuta nella società». </mark></p>
<p>L’attivismo di Pegah è lo specchio di una lotta 2.0, che viaggia instancabile sui social e sulla rete, in grado di raggiungere tutti, perché nessuno possa dire: io non sapevo.</p>
<h2>Fatima Haidari</h2>
<p><strong><span style="font-weight: 400;">“Se parlo da donna afghana, la libertà per una donna è poter andare a scuola, poter lavorare, poter essere la persona che scelgo di essere. Ma in Afghanistan, al momento, tutto questo è impossibile”. Metà capo coperto dal velo, le spille colorate che le fermano i capelli neri appena visibili, <strong>Fatima Haidari</strong> emana la consapevolezza di chi ha vissuto cose terribili. Ad agosto 2021, i talebani hanno conquistato Kabul e lei è stata costretta a venire in Italia e lasciare la sua famiglia e la sua carriera da guida turistica in Afghanistan, per poter continuare a vivere. Ha ricominciato la sua vita da zero qui a Milano: si è iscritta all’Università Bocconi, ha creato il suo gruppo di amici, e ha ripreso a fare i tour online, come una qualsiasi ventiquattrenne. Ma in lei rimane vivo il trauma, la preoccupazione di ciò che sta succedendo laggiù. “Non so se posso dire di rappresentare le donne afghane perché sto vivendo una vita normale, che in Afghanistan è difficile da immaginare. Alle donne è vietato andare a scuola, all’università e fare anche le cose più semplici che prescindono dall’essere donna, come andare al parco, in palestra. Non possono nemmeno uscire da sole”. Fatima alza la voce quando deve ricordarci l&#8217;amara verità: <mark class='mark mark-yellow'>“Per la vita a cui sono costrette, le donne non hanno diritti di base e dunque non sono considerate nemmeno esseri umani”.</mark></span></strong></p>
<div id="attachment_66419" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/fatima.jpeg"><img class="wp-image-66419 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/fatima-300x198.jpeg" alt="Fatima Haidari. Foto: Leo Brogioni" width="300" height="198" /></a><p class="wp-caption-text">Fatima Haidari. Foto: Leo Brogioni</p></div>
<p><strong><span style="font-weight: 400;">C&#8217;è poi un altro dato. Di fronte alla guerra in Ucraina, il resto dei conflitti è passato in secondo piano e l’Afghanistan è scomparso dalle testate internazionali. “Se ne sono dimenticati. Io sto provando a dare il mio contributo, non importa quanto piccolo sia. Spero che le organizzazioni che salvaguardano i diritti umani, che all’inizio si erano mobilitate tanto, lo facciano ancora”. Consapevole della fortuna che ha avuto &#8211; di poter fuggire e trasferirsi in un Paese pacifico e libero -, Fatima sfrutta il palco del Festival dei diritti e i social media per raccontare quello che sta succedendo. <mark class='mark mark-yellow'>“Ci sono madri i cui mariti sono morti da soldati oppure a causa delle esplosioni che, non potendo lavorare, sono costrette a dover vendere i propri figli per procurarsi da mangiare e per salvare gli altri. Ci sono delle mie amiche che si augurano che nessun&#8217;altra donna, nessun’altra bambina nasca in Afghanistan perché è peggio dell’inferno.”</mark> Rimanere indifferente è impossibile. “Quale crisi può essere più urgente di questa dove una madre è costretta a vendere il proprio figlio per farne sopravvivere altri?” </span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/BVH9KwTe84g" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<h2></h2>
<h2>Rula Jebreal</h2>
<p>Le donne che lavorano sotto regimi autoritari o in zone colpite dalla guerra sono la categoria più a rischio nel mondo del giornalismo in quanto vittime primarie della ricerca e della difesa della verità. È in nome di questo loro diritto violato che la giornalista e scrittrice <strong>Rula Jebreal</strong> ha preso parte all’incontro <strong><em>Rivolta: sostantivo femminile. Dialogo su un mondo inquieto</em></strong>, organizzato giovedì 5 maggio in occasione del Festival dei Diritti Umani al Memoriale della Shoah di Milano: «Difendo il loro diritto di fare giornalismo che in questo momento assomiglia ad un atto di resistenza, e di lavorare senza paura, perché questa professione non è un crimine». La Jebreal è in collegamento da Miami: là è mattino, a Milano quasi sera, ma l’universalità dei principi che la giornalista menziona colma il divario spazio-temporale. <mark class='mark mark-yellow'>«In un Paese civile la misura della sua civiltà e democrazia è la libertà di informazione e di opinione: quando questi principi sono minati, questo è il primo segnale di deriva autoritaria».</mark></p>
<p>A queste donne brutalizzate, attaccate, minacciate, Jebreal ha dedicato il suo ultimo libro,<em> Ribelli che stanno cambiando il mondo</em>: una raccolta di storie femminili che «resistono, credono e lottano» per portare luce nella tenebra fitta della corruzione e dell’ingiustizia. Tra loro c’è la giornalista indiana <strong>Rana Ayyub</strong> che, nonostante viva oggi nella paura dell’odio e della violenza per le sue indagini scomode sugli abusi del governo Modi, continua a lavorare per il <em>Washington Post</em> e altre reti americane, schierandosi per la verità. «Ammiro il suo coraggio, la sua tenacia, la sua resilienza», commenta l’autrice.</p>
<div id="attachment_66420" style="width: 1024px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/rula.jpeg"><img class="wp-image-66420 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/rula-1024x682.jpeg" alt="Rula Jebreal e Pegah Moshir Pour in dialogo con il direttore del festival Danilo De Biasio, durante l'incontro &quot;Rivolta: sostantivo femminile&quot;. Foto: Leo Brogioni" width="1024" height="682" /></a><p class="wp-caption-text">Rula Jebreal e Pegah Moshir Pour in dialogo con il direttore del festival Danilo De Biasio, durante l&#8217;incontro &#8220;Rivolta: sostantivo femminile&#8221;. Foto: Leo Brogioni</p></div>
<p><mark class='mark mark-yellow'>L’esistenza di un Festival dei Diritti Umani è più che mai necessaria e urgente oggi e non solo in Paesi autoritari ma anche nel più democratico Occidente.</mark> «Anche qui ci sono molti colleghi giornalisti che vivono sotto scorta, minacciati di continuo dai politici. Per la prima volta nella storia italiana provo grande preoccupazione per l’impatto sulla tenuta democratica della propaganda filo-russa: ci sono persone che a rete unificata continuano a rendersi veicolo di disinformazione e teorie complottiste». Non è un mistero che per Jebreal l’Italia si attesta ancora ad un livello molto arretrato in materia di diritti dell&#8217;informazione ma la guerra inaugurata da <strong>Putin</strong>, per la giornalista, è non solo un attacco territoriale all’Ucraina ma un assalto morale all&#8217;Occidente. <mark class='mark mark-yellow'>L’esportazione di una dittatura inizia con le parole, prima che con le armi e infetta la società in modalità lente e capillari. Il veleno delle parole è un contagio che si diffonde in fretta e che fomenta la miccia dell’odio</mark>: «Basti pensare, per esempio, al terrorista neo-nazista <strong>Luca Traini</strong>, le cui parole sono state citate come modello edificante in numerose altre occasioni: l’attentatore che nel 2018 ha ucciso cinquantacinque musulmani intenti a pregare nella Christ Church, in Nuova Zelanda, ha redatto un manifesto in cui si appellava proprio a Traini, oltre che a <strong>Donald Trump</strong>, citato come difensore della razza bianca».</p>
<p>Bisogna dunque stare all&#8217;erta: <mark class='mark mark-yellow'>«Quando si inizia a identificare le persone in base a chi siamo noi e a chi sono loro, quelli di razza diversa, si ricade nella retorica propria dei regimi nazisti degli anni Trenta: tutti i crimini di odio e i genocidi sono iniziati con le parole e temo purtroppo che queste non siano soltanto una manifestazione verbale, ma nascondano al suo interno molto altro».</mark><br />
<iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/K0XQAI40aos" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<h2>Sofiia Babakova</h2>
<p>C’è poi chi difende la propria libertà di vivere in pace ripartendo da zero, ma difende anche quella di coloro che restano, nonostante l’infuriare della guerra. <strong>Sofiia Babakova</strong> è una ragazza ucraina di 18 anni. Partita da Kharkiv, è arrivata a Milano poco dopo l’invasione della Russia. I suoi progetti di ragazza, neanche maggiorenne, sono cambiati improvvisamente il 24 febbraio 2022. <mark class='mark mark-yellow'>«La Sofiia che viveva a Kharkiv poteva fare piani a lungo termine – racconta –, sapeva cosa voleva fare in futuro. Per la Sofiia che oggi vive in Italia, invece, è più difficile capire quale sarà il suo futuro».</mark></p>
<p>In Ucraina ha lasciato la nonna, che non se l’è sentita di abbandonare la terra dove è nata ed è sempre vissuta, e gli amici: «Alcuni studiano all’università, altri hanno già trovato lavoro e capisco quanto sia difficile abbandonare le proprie vite». Lei invece ha provato a ripartire dal nostro Paese. «Abbiamo impiegato quattro giorni per arrivare: prima abbiamo lasciato l’Ucraina, poi siamo entrati in Polonia e, dopo un giorno e una notte di viaggio, siamo arrivati in Italia».</p>
<p>Adesso Sofiia studia al liceo turistico Bertarelli-Ferraris e si sente grata di aver trovato in Italia tante persone che hanno voluto accoglierla con affetto. «Nei primi giorni tutti volevano aiutarmi, per esempio chiedendo se avessi bisogno di cibo, di vestiti oppure di supporto psicologico». Poi, con il passare del tempo, sono sorte nuove esigenze come la scuola e i corsi per studiare una nuova lingua. «Durante i primi giorni ho parlato solo inglese. Adesso mi sento più italiana rispetto a un anno fa: inizio a parlare un po’ la lingua e inizio a capire meglio come funzionano le cose in Italia». Essere riuscita a inserirsi nel migliore dei modi tra i suoi coetanei è stato decisivo, ma anche essere ospite di una famiglia l’ha aiutata molto. «Le prime parole che ho imparato sono state i comandi da dare al cane – ride –. &#8220;Seduto, dai la zampa!&#8221;».</p>
<p>Quando le chiediamo se in futuro ha intenzione di tornare a casa, le si illuminano gli occhi. <mark class='mark mark-yellow'>«Penso di sì, però voglio finire studiare qui in Italia. Poi vorrei tornare in Ucraina per aiutare il mio Paese a rialzarsi, perché quando finirà la guerra ci sarà da lavorare molto».</mark><br />
<iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/6_KGgBnBdnA" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Festival dei Diritti Umani: più salute per tutti</title>
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		<pubDate>Sat, 07 May 2022 17:50:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Rossi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Emergency]]></category>
		<category><![CDATA[festival dei diritti umani]]></category>
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		<category><![CDATA[salute]]></category>

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		<description><![CDATA[Guerra, Covid-19, lavoro, ambiente, cibo sono temi interconnessi e hanno un filo che li unisce tutti: la salute. Ed è proprio questo il tema che il Festival dei Diritti Umani ha ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4032" height="2802" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/05/immagine-diritti-umani-giusto.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="immagine diritti umani giusto" /></p><p style="font-weight: 400;">Guerra, Covid-19, lavoro, ambiente, cibo sono temi interconnessi e hanno un filo che li unisce tutti: <strong>la salute.</strong> Ed è proprio questo il tema che il <strong>Festival dei Diritti Umani</strong> ha scelto di adottare per sua settima edizione, a Milano dal 3 al 6 maggio.</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>“Abbiamo pensato che fosse una questione molto seria, dopo due anni di pandemia, ed era necessario fare il punto della situazione sotto molteplici punti di vista. Che è esattamente ciò che dice l’Oms: il benessere deve essere fisico, psicologico, sociale.”</mark>  spiega il direttore del Festival <strong>Danilo De Biasio</strong>.</p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/B6ndZp51tXg" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p style="font-weight: 400;">L’approccio del Festival al tema è propositivo e volto al futuro: la pandemia, come tutti gli shock, ha creato una discontinuità, evidenziando criticità e mancanze nel sistema sociale. “Possiamo rendere questo shock un’occasione di cambiamento, per potenziare ciò che prima era trascurato”, sottolinea l’assessore al Welfare e Salute del Comune milanese, <strong>Lamberto Bertolè</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>“La salute è un fatto complesso e integrato con tutto il resto. Per troppo tempo ne abbiamo avuto una considerazione solo sanitaria, ma abbiamo sottovalutato il benessere personale, la coesione sociale, il legame con il territorio.”</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Per l&#8217;assessore alla Salute di Milano, essa “è un fatto complesso e integrato con tutto il resto. Per troppo tempo ne abbiamo avuto una considerazione solo sanitaria, ma abbiamo sottovalutato il benessere personale, la coesione sociale, il legame con il territorio”</span></p>
<p style="font-weight: 400;">L&#8217;assessore Bertolè, in occasione della serata inaugurale alla Sala Vitman dell’Acquario Civico, ha dialogato con <strong>Silvio Garattini</strong>, presidente dell’Istituto Mario Negri, che alla ricerca per la salute ha dedicato la sua vita. <mark class='mark mark-yellow'>“È sano egoismo vaccinare tutti” e “Si deve sganciare la salute dal profitto”</mark> è la sua idea di lotta al virus, riassunta in slogan. Otto miliardi di dosi è la cifra da raggiungere per estendere la vaccinazione al mondo intero: una cifra irrisoria rispetto ai danni generati dalla pandemia e, al tempo stesso, fondamentale per arginare l’avanzata di nuove varianti del virus Covid. <mark class='mark mark-yellow'>“Ritengo che nel campo della salute dovremmo avere un ideale in cui domini il non-profit”</mark>. La parola “prevenzione” ormai si utilizza pochissimo in sanità: avremmo bisogno di una grande rivoluzione che ponga questa pratica al centro delle politiche culturali”. Garattini sostiene la campagna senza fini di lucro di <em>Pandemic</em>: stop al monopolio dei vaccini e al brevetto dei marchi; brevetti attribuiti in modo significativo e approvati sulla base anche del valore terapeutico; più attenzione alle malattie rare; promozione di gruppi di ricerca.</p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/t5hyQ53HMvc" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p style="font-weight: 400;">Chiude l&#8217;incontro la voce, calda e accogliente, di <strong>Elisabetta Vergani</strong> che, sullo sfondo di un festival che vuole celebrare diritti ancora troppo violati nel mondo, evoca parole e pensieri di donne contro la guerra: da <strong>Svetlana Aleksievič</strong>, ad <strong>Anna Politkovskaja</strong>, per concludere con quelle di <strong>Wisława Szymborska</strong>. “La fine e l’inizio” è il titolo della sua poesia e ha il tono di un augurio, quello di un futuro che abbia il profumo della rinascita. <em>“Dopo ogni guerra/</em><em>C’è chi deve ripulire./</em><em>In fondo un po&#8217; d’ordine/</em><em>Da solo non si fa.</em><em>[…]/</em><em>Sull’erba che ha ricoperto/</em><em>Le cause e gli effetti,/</em><em>c’è chi deve starsene disteso/</em><em>con la spiga tra i denti,/</em><em>perso a fissare le nuvole.”</em></p>
<p style="font-weight: 400;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<h2><strong>Diritti per tutti, ovunque, sempre: il messaggio di Emergency </strong></h2>
<p style="font-weight: 400;">Dal 1994, da quando è nata, la ong <strong>Emergency</strong> si prende cura delle ferite che la guerra infligge. Non soltanto quelle fisiche, però. Incarna il simbolo vivente di un concetto di salute ampio e consapevole dei bisogni dell’individuo nella sua interezza. A rappresentarla, al Festival dei Diritti Umani, è la sua presidente, <strong>Rossella Miccio</strong>.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong><em>Perché è importante che ci sia un festival dei Diritti Umani oggi?</em></strong></p>
<p style="font-weight: 400;">La dichiarazione universale è stata firmata nel ’48, ma ad oggi non esiste nessun Paese che rispetti nella pratica quello che è stato sancito anni fa, anzi. Purtroppo, questi diritti vengono calpestati sempre di più nella pratica, se non nella teoria. Per questo è importantissimo continuare a parlarne, soprattutto con i giovani: soltanto così si riuscirà a costruire una società un po&#8217; più basata sui diritti umani, che devono valere per tutti. Altrimenti, come diceva <strong>Gino Strada</strong>, fondatore di Emergency, diventano “privilegi”.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Rossella Miccio: &#8220;E&#8217; importantissimo continuare a parlare di diritti umani, soprattutto con i giovani: soltanto così si riuscirà a costruire una società più giusta. Altrimenti come diceva <strong>Gino Strada</strong>, fondatore di Emergency, i diritti diventano “privilegi”.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong><em>Il tema al centro del festival è la salute, intesa nei suoi molteplici significati. Qual è il concetto di “benessere” in cui crede Emergency?</em></strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Emergency è nata come organizzazione sanitaria, per prendersi cura delle ferite fisiche provocate dalla guerra e delle sue conseguenze. Pensiamo alle mine anti-uomo che ancora oggi in Iraq o in Afghanistan continuano a ferire e mutilare le persone. Poi ci siamo resi conto che <mark class='mark mark-yellow'>il prendersi cura, intesa come azione rivolta verso i nostri cari, è in grado di stimolare degli effetti collaterali: restituisce alle persone il senso di dignità rubato dalla guerra, ed è anche speranza. Per questo le ferite che cerchiamo di curare oggi sono anche quelle che scalfiscono i rapporti umani e la salute psicologica.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong><em>Qual è la sua posizione rispetto a quanto sta accadendo in Ucraina?</em></strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Oggi si discute se processare Putin per crimini di guerra e violazione del diritto umanitario. Ma la guerra in sé è una violazione dei diritti umani, perché vuol dire decidere, con coscienza, di uccidere, mutilare, ferire le persone. <strong>Einsten</strong>, nel 1932, uscì da una conferenza in cui si discuteva delle regole che anche in tempo bellico dovrebbero tutelare i civili, dicendo: <mark class='mark mark-yellow'>“La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire”. E questo è il messaggio ancora forte che, oggi più che mai, noi rivendichiamo: lavorare tutti insieme per abolire la guerra come strumento di risoluzione delle controversie.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong><em>Facendo riferimento a un’altra &#8220;guerra&#8221;, ossia la pandemia dal Covid: anche lei concorda con quanti sostengono che la pandemia sia finita?</em></strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Noi di Emergency siamo abbastanza scettici su questo. In Occidente, grazie soprattutto all’accesso massiccio ai vaccini, l’impatto del virus si è molto ridotto. <mark class='mark mark-yellow'>Ma non possiamo dimenticare che nel resto del mondo, ad oggi, in media circa il 12% della popolazione ha ricevuto un ciclo vaccinale completo. E questo è un problema enorme: in quei Paesi, perché il virus continua a circolare e mietere vittime; ma è un problema anche per noi, perché circolando continuerà a mutare e a sviluppare varianti resistenti ai vaccini. Questo è un sintomo evidente di come i diritti umani o sono di tutti o sono privilegi.</mark> Si diceva che saremmo usciti dalla pandemia tutti insieme, ma nella pratica non lo abbiamo fatto e ci siamo limitati a proteggere solo noi stessi.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong><em>Come potrebbero cambiare le cose?</em></strong></p>
<p style="font-weight: 400;">È necessario un approccio molto più inclusivo e rispettoso della vita di tutti. Emergency è parte di una rete che spinge una campagna internazionale, “<strong>The People’s Vaccine</strong>”, che da ormai un anno e mezzo chiede la sospensione temporanea dei brevetti sui vaccini e su tutte le tecnologie legate al Covid, dai  farmaci ai test diagnostici. Ci sono poi dei meccanismi internazionali, come il <strong>Covax</strong>, creato dall’Oms, nati con l’intento di condividere i vaccini con i Paesi meno sviluppati. Ma ancora oggi questo meccanismo si inceppa. Serve una scelta politica più efficace.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<h2>Quando il bonus psicologo non arriva, ci pensa Officine Buone</h2>
<p style="font-weight: 400;">“<strong>Che cos’ho nella testa</strong>” è una domanda che molti si sono posti negli ultimi mesi e che non significa essere matti. A questo interrogativo si ispira il titolo della rubrica curata dalla giornalista di OPEN <strong>Giada Giorgi</strong> e dedicata al tema della salute mentale. Insieme a lei dialoga <strong>Ugo Vivone</strong>, fondatore e presidente dell’associazione non profit <strong>Officine Buone</strong>. Tra le tante attività delle quali l’organizzazione si occupa c’è anche la questione del bonus psicologo, un’idea nata senza premeditazione, il giorno in cui la misura è stata bocciata al Senato. “Ci siamo chiesti: e se lo facessimo noi?”,  racconta Vivone. “Così abbiamo scritto un post su Instagram, dicendo che avremmo offerto quattro sedute gratuite a tutti coloro che ci avrebbero scritto. In poche ore abbiamo raggiunto 23mila likes: lì ci siamo resi conto di quanto fosse estesa quest’esigenza tra le persone”. <mark class='mark mark-yellow'>Da allora, Officine Buone ha coinvolto un gruppo di giovani psicologi under 35, che offrono sostegno psicologico a tutti coloro che li contattano con un messaggio diretto su Instagram. Il servizio è gratuito e fruibile anche in collegamento streaming, in modo da essere rivolto a tutta Italia.</mark> “A quanto pare la salute mentale non è considerata così importante dal governo, nonostante sia fondamentale per convivere in modo equilibrato con le proprie paure ed emozioni”, conclude Giada Giorgi.</p>
<p style="font-weight: 400;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<h2 style="font-weight: 400;"><strong>La salute in guerra, &#8220;un diritto assolutamente inalienabile&#8221;</strong></h2>
<p style="font-weight: 400;">“Con la riabilitazione sociale e medica si dovrebbe garantire il diritto alla salute in una situazione di guerra. Purtroppo la garanzia alla salute in contesti di questo tipo, e lo dico con amarezza, resta un sogno”.<mark class='mark mark-yellow'>Sono le parole di <strong>Alberto Cairo</strong>, fisioterapista e delegato della Croce Rossa internazionale in Afghanistan, dove gestisce sette centri di riabilitazione</mark>. La sua esperienza in Afghanistan inizia nel 1989, subito dopo la ritirata sovietica, con il suo primo incarico per il Comitato Internazionale della Croce Rossa.</p>
<p style="font-weight: 400;">&#8220;Tra le atrocità della guerra, la violazione dei diritti umani è una costante, e il diritto alla salute viene sempre a mancare&#8221;, ricorda Cairo. <mark class='mark mark-yellow'>“Occorre ricordare alle fazioni in lotta che il diritto alla salute è irrinunciabile, sempre. Non ci sono compromessi. La guerra è diversa da luogo a luogo e, in genere, si può dire che una larga fetta della popolazione, compresi i combattenti, perdono il diritto e l&#8217;accesso alle cure mediche.</mark> Lo si vede ogni giorno”.</p>
<p style="font-weight: 400;">Questa emergenza si è amplificata ulteriormente quando, nell’agosto del 2021, i talebani sono arrivati al potere in Afghanistan. Il loro arrivo ha avuto un impatto enorme su tutto il Paese: c’è stata una paralisi delle istituzioni. Il blocco dei finanziamenti dall’estero, il sistema bancario crollato e, soprattutto, l’impreparazione stessa dei talebani a governare, da loro stessi riconosciuta, ha significato per la salute pubblica ospedali senza fondi per gli stipendi, per i costi di gestione, per le medicine. <mark class='mark mark-yellow'>“Ci sono situazioni di emergenza in cui bisogna agire senza guardarsi intorno, quindi ben vengano tutte le ong: noi garantiamo una imparzialità che il governo, soprattutto in momenti di guerra, non può garantire.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Alberto Cairo: “Ci sono situazioni di emergenza in cui bisogna agire senza guardarsi intorno, quindi ben vengano tutte le ong: noi garantiamo una imparzialità che il governo, soprattutto in momenti di guerra, non può garantire.&#8221;</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Non bisogna sostituire ma cercare di ricostruire un sistema, in modo che quando la guerra finirà non si riparta da zero ma che ci sia qualcosa che possa andare avanti”.</mark> Ci sono anche altri aspetti che influiscono indirettamente sulla salute pubblica: ci sono fortissime rivalità etniche e regionali, manca una vera inclusione delle minoranze, i diritti essenziali &#8211; come quello delle donne al lavoro o allo studio &#8211; non sono rispettati, e poi mancano i fondi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Nel suo intervento, Cairo riflette anche sulla situazione in Ucraina, e afferma che <mark class='mark mark-yellow'>“scene come quella della donna incinta sulla barella evacuata da un ospedale appena bombardato sono cose di una violenza inaudita che non si devono ripetere mai. L’insegnamento è quello di continuare a parlare e insistere su questo, sono diritti assolutamente inalienabili”.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<h2 style="font-weight: 400;"><strong>Medicina di genere: che genere di medicina?</strong></h2>
<p style="font-weight: 400;">Negli anni Novanta la cardiologa statunitense <strong>Bernardine Healy</strong> parlò di “Sindrome di Yentl”. Per il titolo del suo articolo, pubblicato sul <em>New England Journal of Medicine</em> era stata ispirata dal romanzo <em>Yentl The Yeshiva Boy</em> di Isaac Bashevis Singer, da cui è stato tratto anche un film con Barbra Streisand. La storia è quella di una giovane donna che si rasa i capelli e si veste da uomo per poter accedere ad una scuola ebraica. <mark class='mark mark-yellow'>Fingersi uomo per avere la possibilità di fare qualcosa è il messaggio veicolato dalla stessa Healy quando, attraverso le pagine del giornale, ha denunciato la difficoltà da parte di un medico di riconoscere i sintomi di una patologia cardiovascolare presentati da una donna al pronto soccorso</mark> . Il motivo era molto semplice: le linee guida da seguire per interpretare la sintomatologia erano state delineate solo in riferimento a una malattia tipicamente maschile e, quindi, trattandosi di una donna, non si riusciva ad indicare una cura adeguata.</p>
<p style="font-weight: 400;">La farmacologa e ricercatrice dell’Università di Torino <strong>Silvia De Francia</strong> porta l’esempio di Healy come pietra miliare dell’approccio sesso-e-genere-specifico, che in campo medico deve inserirsi nella routine clinica e nella cura per consentire una terapia personalizzata.<mark class='mark mark-yellow'>Approccio già regolamentato in Italia con l’articolo 3 della legge n. 3 del 2018</mark>, che prevede la realizzazione di un piano per la diffusione della medicina di genere all’interno del sistema sanitario nazionale. <mark class='mark mark-yellow'>Gli uomini sono stati il centro della medicina per secoli: per molti anni, non si è tenuto conto delle differenti risposte di donne e uomini ai trattamenti farmacologici.</mark> Non si sono nemmeno considerate le variabilità del corpo femminile, che ha parametri fisiologici differenti e organi più piccoli e quindi farmaci testati solo su quello maschile possono provocare tossicità inattese.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Nel passato non si sono nemmeno considerate le variabilità del corpo femminile che ha parametri fisiologici differenti e organi più piccoli e quindi farmaci testati solo su quello maschile possono provocare tossicità inattese.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Maura Gancitano</strong>, filosofa e fondatrice della scuola permanente di filosofia e immaginazione <strong>TLON</strong>,<mark class='mark mark-yellow'>sottolinea come la mancata attenzione verso le donne derivi dai pregiudizi consolidati nel corso degli anni e dallo sguardo che ancora in parte cerca di descrivere come le donne dovrebbero essere</mark>. Un esempio è la donna nobile dell’Ottocento e di inizio Novecento, creatura debole ed esangue, priva di energia per non assecondare i propri desideri e ostacolare il potere dell’uomo contrapposta alla donna del popolo che doveva faticare.</p>
<p style="font-weight: 400;">A distanza di anni, <mark class='mark mark-yellow'>nel mondo di oggi ci sono pregiudizi che perdurano ancora e certe caratteristiche come l’intelligenza emotiva e la capacità di cura sono considerate femminili anziché umane. Questo è perché viviamo in una società costruita sul modello di normalità e tutto quello che esce da questa idea è come se costituisse una minaccia per l’ordine sociale e provocasse imbarazzo e paura. Questo si applica anche riguardo alla salute.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<h2 class="Testopreformattato">Ambiente e salute: gli aspetti sottovalutati dei conflitti</h2>
<p class="Testopreformattato">«La guerra in Ucraina ci sta mostrando che gli uomini vanno a cercare le risorse umane laddove madre natura le ha nascoste in profondità. Sempre madre natura ha distribuito queste risorse in maniera certamente diversa ma equa e, solo spostandoci verso un’economia che valorizza le risorse di tutti, si creerebbe non solo sostenibilità ma anche salute e pace». Esordisce così <strong>Grammenos Mastrojeni</strong>, diplomatico e coordinatore per l’ambiente della cooperazione allo sviluppo del Ministero degli Affari esteri.</p>
<p class="Testopreformattato"><mark class='mark mark-yellow'>Ancora pochi anni e la Terra sarà al collasso: il 2030 è la soglia critica indicata per l’innalzamento di 1,5 gradi rispetto all’era preindustriale. «Il cambiamento climatico si contrasta rivitalizzando la natura, con un approccio che è anche agricolo. Invece di fare spianate immense di mono-cultura, si deve cercare il valore aggiunto dovuto alla diversità di tutto quanto»</mark>, continua Mastrojeni.</p>
<p class="Testopreformattato"><span class='quote quote-left header-font'>Conflitti causati da siccità e cambiamenti climatici e conflitti che causano crisi economiche e carestie: solo in Africa sono ventidue</span></p>
<p class="Testopreformattato"><mark class='mark mark-yellow'>Un altro aspetto di questa e di tutte le guerre in atto nel mondo, come le ventidue in Africa che sono dimenticate e non si trovano sotto ai riflettori, dimostrano di essere figlie dello sfruttamento delle risorse.</mark> «Basti pensare a quanti pochi siano i contadini e quanto quei pochi lavorano per provare a produrre cibo a sufficienza per sfamare la popolazione. Il paradosso è che loro per primi non hanno risorse per vivere». Così parla <strong>Nicoletta Dentico</strong>, responsabile programma salute globale di <em>Society for International Development</em>. Dentico continua riflettendo su quanto sia importante cercare prima possibile un approccio diverso al cibo che produciamo ma anche quello che sprechiamo.</p>
<p class="Testopreformattato"><strong><mark class='mark mark-yellow'>Barbara Schiavulli</strong>, inviata di guerra e direttrice di <em>Radio Bullets</em>, ricorda lo stato economico del Venezuela dove l&#8217;inflazione ha raggiunto il 900%</mark> . «In una situazione drammatica, un conglomerato di hotel decise di distribuire il cibo che veniva avanzato agli ospizi del Paese in modo tale che laddove mancava il cibo le persone potessero usufruirne».</p>
<p class="Testopreformattato">Schiavulli però sottolinea anche la difficoltà di cambiare la mentalità di alcuni Paesi nell&#8217;ambito della produzione agricola:<mark class='mark mark-yellow'>«In Afghanistan la coltivazione maggiore è l’oppio e non si riesce a far cambiare la coltivazione ai contadini perché le persone vivono dei proventi dell&#8217;oppio</mark>; si è provato a cambiare la coltura corrente con lo zafferano ma non ha funzionato. Ci hanno provato anche con il miele ma la droga rende molto di più».</p>
<p class="Testopreformattato">C’è poi un aspetto che colpisce chi vive in un Paese in conflitto e che viene sottovalutato: che cosa succede alla salute mentale di queste persone? Un Paese molto caro alla reporter Schiavulli è proprio l’<strong>Afghanistan</strong> ed è lì che ha conosciuto ragazze e ragazzi depressi e destabilizzati e famiglie senza più il lavoro. «Ogni giorno ci sono ragazze che mi scrivono “mi do fuoco perché non posso andare a scuola” e io trovo sia inaudito che nel 2022 ci siano persone che per legge non possono studiare».<mark class='mark mark-yellow'>L’impatto psicologico non è visibile ma è molto presente nei conflitti ed è uno dei problemi più grandi che affliggono milioni di persone</mark>. Ucraini compresi.</p>
<p class="Testopreformattato"><em>Foto gallery copyright Leo Brogioni &#8211; Fotografo Ufficiale FDU</em></p>
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		<title>&#8220;Armàti di paura&#8221;, le foto che guardano nell&#8217;anima</title>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2019 13:39:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Frosina]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/sUNgBVWr.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="sUNgBVWr" /></p><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/ga9vj7uZ.jpeg"><img class="alignright size-medium wp-image-39119" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/ga9vj7uZ-300x200.jpeg" alt="ga9vj7uZ" width="300" height="200" /></a><mark class='mark mark-yellow'>&#8220;<strong>C&#8217;è nessuno in casa tua adesso?</strong>&#8220;</mark>. Il claim di una ditta di vigilanza compare a grandi lettere su un 6&#215;3 illuminato da una luce spettrale nella periferia di una metropoli. È l&#8217;immagine con cui <strong>Claudio Rizzini </strong>apre &#8220;Armàti di paura&#8221;, una delle mostre fotografiche esposte nell&#8217;edizione 2019 del <strong>Milano Photofestival </strong>(a palazzo Sormani fino al 30 giugno), presentata venerdì 3 maggio al Festival dei Diritti Umani in Triennale. Rizzini, pluripremiato fotoreporter bresciano, ha scelto di esplorare un tema delicato e dai forti riflessi politici: la &#8220;corsa alle armi&#8221; all&#8217;italiana, incoraggiata dalle promesse di difesa senza limiti della Lega. Lo ha fatto partendo non dai fanatici, ma dalle persone normali, dai proletari, gli operai, i pensionati, le casalinghe, che nelle armi trovano il conforto a un&#8217;insicurezza che viene dal profondo. La rivoltella e il fucile diventano coperte di Linus, rosari laici da tenere accanto al letto per scacciare i propri demoni, anche se, nei fatti, quelle armi non si avrebbe mai il coraggio di usarla davvero. «La foto è solo il momento finale di un percorso che ho fatto insieme a queste persone, per conoscerle e capire cosa pensano, come vivono e soprattutto cosa temono», dice Rizzini. «Non è stato facile. Tanti hanno rifiutato una volta chiarito loro che sono contrario alla diffusione delle armi. Ma altri hanno capito che il mio scopo non era condannarli, ma  capirli. E allora mi hanno lasciato entrare nelle loro case e nelle loro vite».</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/ZWheVaEq.jpeg"><img class="wp-image-39126 aligncenter" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/ZWheVaEq-1024x682.jpeg" alt="ZWheVaEq" width="806" height="537" /></a>  <a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/edV6vAiD.jpeg"><img class="wp-image-39127 aligncenter" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/edV6vAiD-1024x682.jpeg" alt="edV6vAiD" width="806" height="537" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><mark class='mark mark-yellow'>«Fammi vedere la stanza in cui ti senti meno sicuro», ha chiesto a tutti Claudio.</mark> Quasi sempre è la camera da letto. Tutte le foto sono in bianco e nero, un linguaggio che &#8211; senza il conforto dei colori &#8211; enfatizza ancora di più la solitudine. L&#8217;ambiente non è mai preparato: si vedono letti sfatti, soggiorni disordinati, avanzi di cibo in tavola. «In televisione le persone armate si vedono solo al<img class="alignright wp-image-39110 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/6S58uH1w-300x200.jpeg" alt="6S58uH1w" width="300" height="200" /> poligono, o comunque in situazioni artefatte &#8211; spiega Claudio &#8211; io volevo svelarle in contesti più intimi, dove i loro sentimenti potessero emergere in modo naturale. Sono tutte case normali, alcune anche un po&#8217; spoglie, di solito senza oggetti di particolare valore. &#8220;Non si sa mai&#8221;, è quello che mi hanno detto tutti quando ho chiesto perchè avessero comprato un&#8217;arma. <mark class='mark mark-yellow'>Ma uno di loro, un pensionato, mi ha svelato che il fucile lo tiene scarico accanto al letto, e non saprebbe nemmeno usarlo</mark>. <strong>Non è nient&#8217;altro che un feticcio</strong>, un simbolo a cui aggrapparsi per scacciare le paure più profonde».</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/p5iynlCD.jpeg"><img class="alignnone wp-image-39137" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/p5iynlCD-300x200.jpeg" alt="p5iynlCD" width="806" height="537" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/LX61wbhK.jpeg"><img class="alignnone wp-image-39131" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/LX61wbhK-300x200.jpeg" alt="LX61wbhK" width="806" height="537" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">«Al di là dell&#8217;estetica, di questa ricerca mi ha attratto l&#8217;idea che ci  sta dietro», dice il critico fotografico <strong>Roberto Mutti</strong>, curatore del Milano Photofestival. «Rizzini ha dimostrato garbo e capacità di entrare in relazione con gli altri, fondamentale soprattutto quando &#8211; come in questo caso &#8211; non si condividono affatto i loro pensieri. Qui, però, il fotografo non giudica, ma lascia a ognuno la possibilità di leggere le immagini come preferisce. Come effetto, molti sono portati a guardare i soggetti ritratti con una certa pena, a vederli come vittime di una campagna di terrore giocata sulla loro pelle. La fotografia è il mezzo più adatto a raccont<img class="alignleft size-medium wp-image-39104" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/05/Y9uQhFbL-300x200.jpeg" alt="Y9uQhFbL" width="300" height="200" />are storie come queste perché è democratica: il messaggio arriva nudo, diretto, non filtrato. Però è necessario saper fermarsi su un&#8217;immagine, guardarla invece di vederla soltanto. E ogni scatto va contestualizzato, va spiegato. Qui ad esempio c&#8217;è un abbraccio. Ma è un abbraccio ambiguo, perchè violentato da una pistola che compare in primo piano. Allora, lui la protegge o la minaccia? Che cosa li lega nel profondo? <mark class='mark mark-yellow'>Quanto stringe quel braccio?</mark>».</p>
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