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	<title>magzine &#187; famiglia</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Coronavirus, la singolare quarantena di una famiglia parmigiana</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Apr 2020 18:18:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandra D'Ippolito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
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		<description><![CDATA[Era martedì 10 marzo quando Paolo ha chiuso il Coronavirus dietro la porta della sua camera per sconfiggerlo definitivamente. Il giorno prima, però, la sua città, Parma, è stata costretta ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="792" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/03/Coronavirus.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Coronavirus" /></p><p>Era martedì 10 marzo quando Paolo ha chiuso il Coronavirus dietro la porta della sua camera per sconfiggerlo definitivamente. Il giorno prima, però, la sua città, <strong>Parma</strong>, è stata costretta a frenare l’entusiasmo di <strong>Capitale Italiana della Cultura 2020</strong>. La patria di Verdi, del prosciutto e del <em>caval pist </em>si è svuotata a causa dell’emergenza. Via Farini ha chiuso i bar, in Strada Repubblica i negozi hanno abbassato le saracinesche e le attività culturali sono state annullate, ma «nulla andrà perduto» ha assicurato l’assessore alla Cultura, Michele Guerra, sperando in Parma 2021.</p>
<p>Una speranza che contraddistingue i parmigiani anche in questi giorni in cui <strong>2005</strong><strong> persone</strong> sono risultate positive al Covid 19. Quella della famiglia di Paolo è una storia di piccole cose, di tenerezza e nostalgia, così come racconta suo figlio, Lorenzo. <mark class='mark mark-yellow'>«<em>Mi</em> babbo sta meglio, ha quasi finito di tossire e tra poco finirà la sua quarantena nella quarantena».</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>A Parma più di 2mila persone sono risultate positive al Covid-19, come Paolo. La storia della sua famiglia è fatta di piccole cose, tenerezza, nostalgia</span></p>
<p>Paolo ha 63 anni e giovedì 5 marzo ha scoperto di essere positivo al Coronavirus. «A fine febbraio aveva bucato in tangenziale e aveva aspettato per due ore prendendo freddo. Dal giorno dopo ha iniziato a tossire e, dopo quattro giorni, gli è venuta la febbre, che è continuata a salire fino a 39 con una tosse veramente forte». L’unica cosa da fare era chiamare il pronto soccorso. «È venuto un medico con tuta, guanti e mascherina, gli ha misurato la saturazione del sangue e, vedendo che era bassa, l’ha portato in ospedale». Paolo non aveva avuto contatti con chi era risultato positivo, ma i sintomi erano sospetti. «In ospedale la situazione era pesante. Quando lui è arrivato, l’hanno tenuto sulla sedia per sei ore – dice Lorenzo &#8211; perché c’era altra gente con i suoi stessi sintomi. Sembrava un lazzaretto».</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>A Parma «la situazione non è ancora stabilizzata – dice il presidente dell’Ordine dei Medici di Parma, Piero Muzzetto –, il bilancio tra dimessi e ricoverati è in negativo».</mark></p>
<p>Dopo una tac ai polmoni, i medici hanno deciso di procedere col tampone. <strong>Positivo</strong>. Hanno ricoverato Paolo per sei giorni in infettivologia. Mentre in ospedale lui lottava contro il virus che gli impediva di respirare, in casa Lorenzo e sua madre erano preoccupati. Si sono rivolti al medico di base e da quel giovedì è iniziata la loro quarantena. <mark class='mark mark-yellow'>«I medici ci chiamavano due volte al giorno per comunicarci come stesse il <em>mi</em> babbo. Stavano lì, spiegavano cosa avesse, rispondevano alle nostre domande ed era parecchio rassicurante – dice Lorenzo -. Devo dire che sono stati incredibili».</mark></p>
<p>Un lavoro massacrante, turni faticosissimi per quelli che l’Italia da giorni chiama gli eroi in prima linea nella lotta contro il virus. «Un senso di appartenenza commovente in una situazione di collaborazione e di sacrificio da parte di medici e infermieri», riferisce il presidente Muzzetto.</p>
<p>Le condizioni di Paolo miglioravano, era ormai fuori pericolo e martedì i medici hanno deciso di dimetterlo. «Ci hanno detto che poteva stare a casa». <strong>Così è iniziata la quarantena nella quarantena</strong>. Paolo vive nella sua camera da letto, sua moglie dorme al piano di sotto sul divano e Lorenzo nella sua stanza. «<em>Mi</em> babbo è confinato in camera ed esce solo per andare in bagno. Gli abbiamo messo una sedia per non stare sempre coricato a letto e una tv». I programmi in onda gli fanno compagnia dato che il cellulare l’ha dimenticato in ospedale e chissà quando lo rivedrà. Ma a lui va bene così, anche se «è pesante per uno che è abituato a passare molto tempo in montagna». Come per Lorenzo, a cui manca stare al sole e fare una passeggiata.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/03/QUARANTENA.jpeg"><img class="alignleft wp-image-42222 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/03/QUARANTENA-300x234.jpeg" alt="QUARANTENA" width="300" height="234" /></a>In casa c’è solo un bagno. Tutte le volte Paolo si accerta che sua moglie e suo figlio non siano nei paraggi, va in bagno, apre la finestra, torna in camera e richiude la porta. «Poi andiamo noi a disinfettare», dice Lorenzo.</p>
<p>Anche i pasti non sono più gli stessi. «A mio papà lasciamo il cibo davanti la porta, lui lo prende e si richiude. Ogni tanto vado lì, gli chiedo come va, ma non puoi fare delle lunghe conversazioni dietro a una porta – dice con un po’ di nostalgia -. Il fatto che siamo tutti chiusi in casa non aiuta a parlare: non succede niente e le giornate sono tutte uguali».</p>
<p>Ma presto la sua famiglia potrà ritornare alla normalità dei piccoli momenti. Questo fine settimana Paolo farà di nuovo il tampone. Spera che sia negativo per chiudersi alle spalle la porta della sua camera e vivere finalmente la quarantena con la sua famiglia.</p>
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		<title>Reclusi in casa, siamo una nuova famiglia</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Mar 2020 20:24:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
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		<category><![CDATA[studenti fuori sede]]></category>

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		<description><![CDATA[Qualcosa di positivo il coronavirus l’ha portato: la riscoperta dei rapporti umani. Quelli veri, quelli che non ti fanno sentire solo nemmeno se sei costretto a stare chiuso in casa ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/03/Studenti-fuorisede-a-Milano_2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Studenti fuorisede a Milano_2" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>Qualcosa di positivo il coronavirus l’ha portato: la riscoperta dei rapporti umani.</mark> Quelli veri, quelli che non ti fanno sentire solo nemmeno se sei costretto a stare chiuso in casa per la quarantena.</p>
<p><strong>A Milano sono migliaia gli studenti fuori sede che hanno deciso di non fuggire nei paesini di provenienza</strong>. Nonostante gli assalti notturni agli ultimi treni prima della sospensione dei trasporti verso il Sud Italia, c’è chi con determinazione resiste e segue le norme previste dai decreti governativi. <strong>Jessica e Alessandro ne sono un esempio</strong>. Lei studentessa di grafica palermitana appena arrivata a Milano, lui cuoco leccese, condividono lo stesso tetto con un’altra ragazza da appena un mese, ma si stanno conoscendo davvero solo adesso.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>«Mi ritengo fortunata perché ho scelto una casa che non è la mia, ma che mi fa stare bene perché ci sono persone che mi allietano la quarantena»</mark> dice Jessica commentando la reclusione forzata. «Vado molto d’accordo con loro. <strong>La cosa più bella è che siamo un trio variegato per provenienza e interessi e così ci arricchiamo a vicenda</strong>, coinvolgendoci l’un l’altra nelle nostre attività. Probabilmente se avessi saputo che a Milano sarebbe esploso questo caos non avrei lasciato Palermo. Adesso però sono felice di stare qui, anche se sono costretta a stare in casa. <mark class='mark mark-yellow'> Al contrario di altri studenti fuori sede, non ho mai pensato di scappare a sud.</mark> Ho accettato lo stato delle cose».</p>
<p>A stupirla è proprio il legame che si sta creando con i coinquilini: «A volte capita che il rapporto con gli altri si limiti al buongiorno e alla buonasera. Nel nostro caso no. <strong>Questo periodo ci sta unendo molto</strong>. Sono felice di passare del tempo con loro, di scherzare e ridere insieme. È come se fossimo una nuova famiglia».</p>
<p><strong>Alessandro invece è a Milano già da qualche anno. È uno dei cuochi del ristorante <em>Penelope</em></strong>, «il miglior posto per cui abbia lavorato». <mark class='mark mark-yellow'> Per lui il coronavirus ha significato la chiusura del locale sicuramente fino al 3 aprile.</mark> «Per il momento non sono troppo preoccupato, ma se il blocco dovesse continuare oltre Pasqua sarebbe un problema. Non mi verserebbero lo stipendio e allora come potrei pagare l’affitto?». E la noia delle ferie forzate? «Esco di rado portando sempre con me l’autocertificazione. Mi manca andare in palestra. Per tenermi in allenamento faccio esercizio in casa, con la musica a tutto volume nelle cuffie. Ma <strong>se c’è una cosa a cui non posso proprio rinunciare, è cucinare</strong>: perciò <mark class='mark mark-yellow'> sono contento di poter preparare il pranzo e la cena alle mie coinquiline.</mark> È un modo per sentirmi utile, altrimenti che altro posso fare?». Anche lui conferma il cambiamento che c’è stato nel rapporto con le altre ragazze in casa: <mark class='mark mark-yellow'> «Prima della quarantena non ci vedevamo mai. Loro erano a lezione fino alle sette di sera, io a quell’ora ero già al ristorante per preparare il servizio delle otto. Incontrarsi era una rarità,</mark> anche perché tornavo a casa non prima dell’una di notte. La prima volta che ci siamo visti è stata durante la settimana di Sanremo. Sono rientrato tardissimo e le ho trovate a guardare il Festival. Se non fosse stato per quell’occasione, forse avremmo finito per presentarci solo in questi giorni» racconta ridendo.</p>
<p>Ci si fa forza così, aiutandosi l’un l’altra come farebbero fratelli e sorelle, soprattutto perché la mancanza dei familiari si sente eccome. «<strong>Ai miei genitori non potrei mai raccontare, per esempio, che ho il raffreddore o l’influenza</strong>» afferma Jessica. «<strong>Andrebbero nel panico perché non potrebbero raggiungermi</strong>, soprattutto ora che i trasporti sono interrotti. Non vivo male l’isolamento in sé, ma mi preoccupo per i miei». Una visione condivisa anche da Alessandro: «Sarei tornato a Lecce per Pasqua, ma a questo punto dubito che ci riuscirò».</p>
<p>Come definire in una sola parola il legame che si sta rafforzando tra loro? Jessica lo dice con convinzione: «Sono un appoggio. <strong>Siamo consapevoli della gravità della situazione, ma ci scherziamo su e andiamo avanti. Basta sederci a cena e passa tutto</strong>». <mark class='mark mark-yellow'> Per loro non ci sono dubbi: andrà tutto bene.</mark></p>
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