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	<title>magzine &#187; Evin</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Ahmadreza Djalali e il limbo dei condannati a morte in Medio Oriente</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jan 2025 19:50:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da più di tremila giorni gli occhi di Ahmadreza Djalali non vedono altro che le pareti del braccio della morte di Evin. Dopo il suo arresto nel 2016, con l’accusa ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="500" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Ahmadreza-Djalali-Twitter-amnesty207-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ahmadreza-Djalali-Twitter-amnesty207-2" /></p><p style="font-weight: 400;">Da più di tremila giorni gli occhi di <strong>Ahmadreza Djalali</strong> non vedono altro che le pareti del braccio della morte di Evin. Dopo il suo arresto nel <strong>2016,</strong> con l’accusa di spionaggio, e la sua successiva condanna a morte, poi divenuta definitiva, da nove anni lo scienziato svedese-iraniano vive in un vero e proprio limbo, in cui ogni giornata è uguale alla precedente ma, allo stesso tempo, potrebbe essere l’ultima. Nessun “domani” può esser dato per scontato. La logorante e sempre identica attesa di ogni giorno è scandita dalle vicende altrui. Tra queste, c&#8217;è anche la liberazione nel giugno del 2024 di altri due cittadini svedesi, un funzionario dell’Unione Europea e un cittadino comune in condizioni di salute precarie. Un traguardo ottenuto in un negoziato che perfettamente si colloca nella cosiddetta “politica degli ostaggi” iraniana: Stoccolma ha barattato la loro liberazione con il rimpatrio in Iran di Hamid Nouri, condannato in via definitiva all’ergastolo per crimini contro l’umanità, per aver partecipato attivamente al massacro delle prigioni del 1988. <mark class='mark mark-yellow'>Ma, in quest&#8217;occasione, il ritorno di Ahmadreza non è stato richiesto, tanto che <strong><em>Amnesty International</em> </strong>ha iniziato a parlarne come “<strong>l’ostaggio dimenticato</strong>”.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">Un destino che appare ancor più incomprensibile se si considera con quanti Stati si sia intrecciata la vita del ricercatore prima della sua detenzione. Ha lavorato al <strong>Karolinska Institute di Solma</strong>, ottenendo il passaporto svedese, alle università belga <strong>Vrije Universiteit Brussel</strong> e all’<strong>Università Cattolica di Lovanio</strong>, nonché all’<strong>Università del Piemonte Orientale a Novara</strong>, dove ha sviluppato il suo programma di dottorato. Nel frattempo, ha collaborato con diversi centri accademici iraniani, israeliani, sauditi e statunitensi. Ma nessun Paese pare adoperarsi e interessarsi realmente alla sua sorte, neppure quelli europei, benché in questi anni siano riusciti a negoziare e ottenere la liberazione di altri ostaggi da parte di Teheran. Solo <em>Amnesty International</em> continua a tenere alta l’attenzione sul caso per evitare che cali il silenzio, un complice prezioso per procedere con l’esecuzione. Dal canto loro, il governo italiano e quello belga si sono sempre celati dietro la giustificazione che, trattandosi di un cittadino naturalizzato svedese, è Stoccolma a dover guidare i negoziati. Al contempo, il Paese scandinavo lo ha omesso dalle sue richieste, durante le ultime trattative di nemmeno un anno fa. Intanto, continua a mancare una politica comune europea: esistono soltanto delle pressioni congiunte, ma poi ogni Stato agisce in maniera indipendente e per conto proprio, con maggiore o minore forza negoziale. Un atteggiamento così lavativo non ha delle motivazioni ufficiali, ma è ipotizzabile che sia una scelta prudenziale dettata proprio dall’accusa rivolta nei confronti di Djalali: spionaggio per conto di Israele. Un’imputazione che appare per lo più una vendetta: <mark class='mark mark-yellow'>nel 2016 il ricercatore è stato invitato in Iran con il pretesto di un incontro tra scienziati e, una volta approdato nel suo Paese d’origine, gli è stato proposto di diventare un collaboratore del governo iraniano per captare segreti da Tel Aviv. Al suo rifiuto, l’accusa gli si è ritorta contro: è stato etichettato come una spia di Israele.</mark> Ed è proprio questo elemento a rendere particolarmente delicata la questione: l’associazione delle parole “spia” ed “Israele” induce spesso ad assumere un atteggiamento di maggior cautela. «Se cominciamo a dare retta a queste farneticazioni giudiziarie iraniane e, nella logica dello scambio, non chiediamo ciò che dovrebbe essere chiesto, è una partita a perdere – commenta <mark class='mark mark-yellow'><strong>Riccardo Noury, portavoce di <em>Amnesty International Italia</em></strong> -. Il risultato è che Ahmadreza ora è in cattive condizioni di salute, non incontra la famiglia da 9 anni, vede, per loro fortuna, lo sottolineo mille volte, uscire dall&#8217;Iran altri ostaggi come la giornalista italiana Cecilia Sala, l’attivista iraniana-tedesca Navid Taghi (<em>tornata in Germania il 12 gennaio dopo quattro anni di detenzione, mark</em>) <strong>e lui si chiede perché io no. E anche noi ci chiediamo perché lui no</strong>».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Ahmadreza vede uscire dall&#8217;Iran altri ostaggi e si chiede perché a lui non sia concessa la stessa fortuna. E anche noi ci chiediamo perché», commenta Riccardo Noury, portavoce di <em>Amnesty International Italia.</em></span></p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>E il caso Djalali non è isolato, in un Paese come l’Iran dove le esecuzioni capitali sfiorano, se non addirittura superano, il migliaio all’anno: «Nel 2024 le Nazioni Unite ne hanno contate 904, ma secondo <em>Iran Human Rights</em> erano già 954 alla Vigilia di Natale. Basti pensare che dall’inizio del 2025 hanno già superato le 50» spiega Noury</mark>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma nel mondo ci sono anche altri Paesi dove il numero delle esecuzioni continua ad aumentare. <mark class='mark mark-yellow'>Tra questi, l’<strong>Arabia Saudita</strong> che, con una media di un’uccisione capitale al giorno, nel 2024 ha registrato il suo massimo storico e ha superato la cifra già record dell’anno precedente: sono state più di 350 le persone uccise in adempimento a una condanna, molte delle quali sono cittadini stranieri che spesso non hanno accesso agli atti in una lingua comprensibile, né tanto meno a un avvocato o a un interprete, come evidenzia <em>Amnesty.</em></mark> Tra i fattori che hanno contribuito all’aumento di pene capitali si colloca il drastico cambiamento delle <strong>politiche antidroga</strong>, come spiega Noury: «Si può dire che l&#8217;unica forma di contrasto è mettere a morte persone che poi risultano come sempre essere dei consumatori o dei piccoli spacciatori». Della tematica, però, se ne parla poco, complici la politica di repressione portata avanti dai sauditi, nonché i numerosi interessi economici implicati. <mark class='mark mark-yellow'>Da un lato, come spiega il portavoce di <em>Amnesty,</em> «vige il silenzio, perché tutti i difensori dei diritti umani sono in carcere e chiunque provi, anche solo tramite social, a sollevare una critica o a sostenere una causa subisce condanne a decenni di prigione». Dall’altro lato, il mondo dello sport continua a guardare altrove e ad affidare a Riad lo svolgimento di competizioni internazionali: basti pensare alla Supercoppa italiana, per arrivare sino ai Mondiali del 2034</mark>. «Sono molto lontani i tempi in cui si metteva in discussione la decisione di giocare la Supercoppa italiana nel Paese il cui leader è stato accusato di aver ordinato l’assassinio all’estero del giornalista dissidente Jamal Khashoggi» nota Noury.</p>
<p style="font-weight: 400;">Oltre all’incremento numerico, ci sono anche altri comuni denominatori che connotano le esecuzioni capitali di entrambi i Paesi. La maggior parte delle condanne è correlata allo <strong>spaccio o traffico di droga o a omicidi</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Con riferimento alle uccisioni occorre però precisare che, soprattutto quando le autrici del delitto sono le donne, spesso queste avvengono in contesti di maltrattamenti e violenze, in cui l’assassinio del marito viene percepito come l’unica estrema soluzione per porre fine alle continue sofferenze subite; lo stesso discorso molte volte vale anche per gli omicidi dei datori di lavoro.</mark> Ma, proprio quando il sollievo appare raggiunto, spesso la responsabile è condannata a morte: «Lo Stato dapprima si dimostra incapace di proteggere le donne e poi, nel momento in cui loro reagiscono nell’unico modo rimasto a disposizione, decide di togliere loro la vita, impiccandole» commenta Noury. Una situazione che appare paradossale e senza via di fuga, come se l’esistenza di una donna maltrattata dovesse necessariamente snodarsi in un bivio: da una parte una vita di sottomissione agli abusi, dall’altra la pena capitale. Nessuna terza via, nessuno scampo. Una storia senza nessuna possibilità di lieto fine, destinata a una trama violenta oppure a uno strappo aggressivo delle ultime pagine.</p>
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		<title>CECILIA SALA è LIBERA: SCIOLTO IL NODO TRA ITALIA, IRAN E USA</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jan 2025 17:23:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Ho la fotografia più bella della mia vita, il cuore pieno di gratitudine, in testa quelli che alzando lo sguardo non possono ancora vedere il cielo. Non ho mai pensato, ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="1000" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/SALA.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Cecilia Sala" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>«Ho la fotografia più bella della mia vita, il cuore pieno di gratitudine, in testa quelli che alzando lo sguardo non possono ancora vedere il cielo. Non ho mai pensato, in questi 21 giorni, che sarei stata a casa oggi. Grazie»</mark>. Con questa didascalia <strong>Cecilia Sala</strong> pubblica su Instagram uno scatto che la ritrae abbracciata al suo compagno, il giornalista <strong>Daniele Raineri</strong>, che per primo l’ha accolta al suo atterraggio a Ciampino. A parte queste parole, nessun’altra dichiarazione ufficiale, se non l’audio “Ciao, sono tornata” a <em>Chora Media</em>, poi inserito nella puntata del giorno del suo podcast quotidiano, <em>Stories</em>, che nell’attesa del ritorno della reporter è stato preso in mano dal direttore Mario Calabresi,Francesca Milano e Simone Pieranni con il sottotitolo <em>Aspettando Cecilia. </em>In serata, è poi uscita la sua prima intervista, concessa al suo direttore, Mario Calabresi.</p>
<p style="font-weight: 400;">È un ritorno a sorpresa quello della giornalista italiana, arrestata in Iran il 19 dicembre e detenuta per tre settimane nel carcere di <strong>Evin,</strong> a <strong>Teheran,</strong> la prigione iraniana nota per essere luogo di detenzione di oppositori politici, giornalisti e cittadini stranieri, nonché per le condizioni disumane a cui sono sottoposti i reclusi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ad attendere il suo arrivo, oltre al compagno e ai genitori, <strong>Elisabetta Vernoni</strong> e <strong>Roberto Sala</strong>, che sono stati destinatari del secondo abbraccio della reporter, c’erano i direttori delle testate per cui lavora, <strong>Mario Calabresi</strong> di <em>Chora Media </em>e <strong>Claudio Cerasa</strong> de <em>Il Foglio, </em>e varie rappresentanze politiche: il sindaco di Roma <strong>Roberto Gualtieri</strong>, il ministro degli Esteri <strong>Antonio Tajani</strong> e la presidente del Consiglio <strong>Giorgia Meloni</strong>, con cui Sala scambia qualche battuta, che nelle ore successive vengono rimpallate su tutti i media. Proprio Meloni da ieri è diventata la seconda protagonista della vicenda: quando la notizia arriva in parlamento, la standing ovation è unanime, e nel corso delle ore successive sono molte le voci delle opposizioni a congratularsi con la premier per il risultato raggiunto. In serata, arrivano anche i complimenti del Capo di Stato <strong>Sergio Mattarella</strong>. Dopo un inizio che aveva lasciato presagire un&#8217;evoluzione più lunga e intricata, la liberazione di Sala viene percepita come una vittoria dell’attività diplomatica del governo italiano in una vicenda dove erano e continuano a essere intrecciati diversi e delicati interessi internazionali.</p>
<p style="font-weight: 400;">È il <strong>27 dicembre</strong> quando la Farnesina rende nota la notizia dell’incarcerazione dalla reporter, avvenuta ormai più di una settimana prima. All’inizio le motivazioni sono nebulose, considerato il possesso di visto e il prossimo rientro della giornalista, ma del resto lo rimangono anche con il passare dei giorni, quando il <strong>30 dicembre</strong> viene formulato il capo di imputazione di “violazione della legge della Repubblica islamica”. <mark class='mark mark-yellow'>Già dal giorno successivo, la vicenda appare sempre più intrecciata a quella di <strong>Mohammad Abedini Najafabadi,</strong> cittadino iraniano residente in Svizzera, arrestato il 16 dicembre a Malpensa con l’accusa di aver fornito illegalmente ai pasdaran iraniani tecnologie per la costruzione di droni poi utilizzati in attacchi terroristici, compreso quello avvenuto il 28 gennaio 2024 in Giordania, dove sono rimasti uccisi tre militari americani</mark>. Al momento Abedini, dopo una breve permanenza nel carcere di Busto Arsizio e qualche giorno speso in quello di massima sicurezza di Rossano Calabro, si trova nella struttura milanese di Opera. Un trasferimento dettato da ragioni di opportunità: oltre ad essere scomodo da raggiungere per l’avvocato e la famiglia, residente in Svizzera, è preferibile che l’ingegnere di un Paese sciita non sia detenuto in una prigione come quella calabrese, dove sono rinchiuse decine di persone accusate di terrorismo islamico di matrice sunnita e soggetti mafiosi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Subito dopo la diffusione della notizia, sale la preoccupazione per le condizioni di Sala. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani rassicura: «Cecilia è in buone condizioni di salute e si trova in una cella singola». Ma già il 1° gennaio arriva la smentita, con una telefonata della giornalista al compagno e alla famiglia che descrive una situazione che può essere definita di <mark class='mark mark-yellow'>“<strong>tortura bianca</strong>”: è in una cella di isolamento completamente priva di qualsiasi arredamento, con un faro puntato addosso tutto il giorno, costretta a dormire sul pavimento con soltanto due coperte a disposizione.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">Il terreno appare sempre più scivoloso: il giorno successivo la Procura Generale di Milano nega i domiciliari ad Abedini e, nelle stesse ore, il governo convoca un vertice, a cui partecipano anche i <strong>Ministri di Esteri e Giustizia</strong>, nonché il <strong>Sottosegretario Alfredo Mantovano</strong>, autorità delegata alla sicurezza della Repubblica, e i servizi segreti per l’estero, l’<strong>Aise.</strong> Dopo la riunione, la presidente del Consiglio chiama i genitori della giornalista, che dal giorno successivo iniziano a chiedere discrezione e che sul caso cali il silenzio stampa, per non incrinare una situazione delicata.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il momento della vera svolta avviene il <strong>4 gennaio</strong>, con la visita di Meloni nella residenza di <strong>Trump</strong> a Mar-a-Lago, in Florida, dove è presente anche <strong>Elon Musk</strong>. Una partecipazione, quella del milionario, di cui si è discusso molto nei giorni successivi per l’ipotesi di un presunto accordo tra la sua società Starlink e il governo italiano per la fornitura di servizi di sicurezza per le telecomunicazioni per un miliardo e mezzo di euro. Tuttavia, proprio Musk ora sembra aver avuto un ruolo decisivo nella liberazione del giornalista, secondo quanto ricostruito dal giornale online <em>Il Post. </em>Al punto che Musk avrebbe ricevuto la gratitudine della madre dalla reporter tramite il , suo portavoce in Italia Andrea Stroppa.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il <strong>6 gennaio</strong> inizia una prima apparente distensione: il ministro degli Esteri iraniano, dopo aver chiesto nei giorni precedenti la liberazione del cittadino iraniano, smentisce qualsiasi collegamento tra le due vicende. Intanto, a Palazzo San Macuto il sottosegretario Mantovano riferisce per due ore sul caso al <strong>Copasir,</strong> il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica: una riunione serratissima, da cui emergono pochissime indiscrezioni.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’indomani le condizioni di detenzione migliorano: Sala viene spostata in una stanza più ampia, con una compagna, e dai carcerieri le viene consegnato il libro <em>Kafka sulla spiaggia </em>dello scrittore giapponese. Haruki Murakami. In una telefonata, lo racconta al compagno, e lo invita a procurarselo anche lui: «Così lo leggiamo insieme, a distanza».</p>
<p style="font-weight: 400;">Passa un’altra giornata e l’<strong>8 gennaio</strong> viene diffusa la notizia della liberazione, mentre Cecilia è già stata imbarcata su un volo diretto a Ciampino.</p>
<p style="font-weight: 400;">Si corona così con un successo la lunga attività di negoziazione tra incudine e martello portata avanti dall’esecutivo italiano. Ci si inizia a chiedere quale sia il prezzo del suo rilascio. Ad alimentare l’idea che si tratti di uno scambio di prigionieri, soltanto differito per non farlo apparire come tale, c’è una notizia battuta dall’Ansa di un vertice con il ministro della Giustizia Nordio, che dà per certa la liberazione dell’iraniano, smentita poco dopo. Sull&#8217;ipotesi di un baratto di detenuti interviene anche Meloni, durante la Conferenza stampa del <strong>9 gennaio</strong>: «Per quello che riguarda Abedini il caso è al vaglio del ministero della Giustizia, bisogna continuare a discutere con gli amici americani. Avrei voluto parlarne con Biden, che ha dovuto annullare il viaggio. Le interlocuzioni ci sono e ci saranno, il lavoro ancora complesso non è terminato ieri».</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Quale sia la reale contropartita è quindi una questione aperta. In ogni caso, è sicuro che a gestione dei rapporti con gli Stati Uniti si è articolata su due fronti, coinvolgendo sia <strong>Trump</strong> sia <strong>Biden</strong></mark>. Da un lato, è probabile che l’Italia abbia garantito al Capo dello Stato uscente di non procedere alla liberazione prima della sua visita in Italia e al Vaticano, che sarebbe dovuta avvenire oggi ma è stata annullata a causa della drammatica condizione degli incendi a Los Angeles. Dall’altro lato, Meloni ha sicuramente preavvertito Trump dell’intenzione dell’esecutivo di Roma di non procedere all’estradizione. In cambio, è possibile che gli Stati Uniti abbiano deciso di accontentarsi dei tre dispositivi informatici sequestrati all’ingegnere, fonti di dati preziose.</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Il prossimo passaggio sarà il <strong>15 gennaio</strong>, con la pronuncia della Corte d’appello sulla richiesta di concessione degli arresti domiciliari avanzata dal legale di Abedini, dopo il parere negativo espresso dalla procura generale. In caso di diniego, la parola passerà proprio al Ministro della Giustizia Nordio, che potrà decidere se acconsentire all’estradizione oppure revocare l’arresto e procedere alla scarcerazione</mark>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Intanto, da <strong>Teheran</strong> non è arrivato nessun commento sulla liberazione di Sala, che secondo fonti locali era stata incarcerata con una mossa dell’intelligence neppure concordata con l’esecutivo. Non è escluso che la decisione sia stata dettata dalla volontà di mantenere dei buoni rapporti con l’Italia, percepita come un potenziale mediatore nei rapporti con il futuro presidente statunitense Trump,  dichiaratamente ostile all’Iran e che continua a invocare una “soluzione definitiva sul tema del nucleare”.</p>
<p style="font-weight: 400;">
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