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	<title>magzine &#187; Dpcm</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Giornata mondiale del teatro: tre storie di chi non si arrende alle chiusure</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Mar 2021 08:57:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quella del 27 marzo doveva essere una grande festa, un momento di svolta per far ripartire la cultura italiana. L’ultimo decreto anti Covid aveva stabilito che cinema e teatri avrebbero ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="605" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/Sipario-teatro.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Sipario teatro" /></p><p>Quella del 27 marzo doveva essere una grande festa, un momento di svolta per far ripartire la cultura italiana. <strong>L’ultimo decreto anti Covid aveva stabilito che cinema e teatri avrebbero potuto schiudere i battenti al pubblico proprio in occasione della Giornata mondiale del teatro, a patto che ci si trovasse in zona bianca</strong>.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La Sardegna, unica regione premiata con questo colore, era in pole position. Eppure, a pochi giorni dalle tanto desiderate riaperture, è stata retrocessa di nuovo a zona arancione</mark> in vista delle restrizioni che regoleranno le feste di Pasqua. I contagi in crescita ovunque in Italia hanno costretto attori e strutture a fermarsi prima ancora di poter ricominciare. Il clima non potrebbe essere più teso.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>«C’è un’aria di attesa continua – dice <strong>Donatella Pau</strong>, co-fondatrice della compagnia <strong><em>Is Mascareddas</em></strong> di Cagliari</mark> –. Eravamo tutti pronti per ripartire, avevamo anche inoltrato annunci attraverso gli uffici stampa… Poi di colpo abbiamo dovuto rimandare. Siamo stanchi».</p>
<p><strong>La signora Donatella è una maestra burattinaia</strong>. La particolarità del suo teatro, nato nel 1980, è proprio questa: <strong>le protagoniste degli spettacoli sono le marionette, della cui realizzazione si occupa personalmente utilizzando legno, cartapesta e stoffa per i vestiti</strong>. Prima della nascita di <em>Is Mascareddas</em> la Sardegna era priva di una tradizione legata alla costruzione e alle rappresentazioni di burattini. È stato <strong>Antonio Murru</strong> il principale artefice dell’introduzione delle marionette nel teatro sardo e Donatella Pau ci spiega le origini di questa passione: «La verità è che ha conosciuto i burattini grazie alla compagnia itinerante cilena <em>Calesita</em>, che negli anni Settanta arrivò in Europa dopo essere fuggita dal colpo di Stato di Pinochet. In quel periodo gli attori viaggiavano di regione in regione anche attraverso la mediazione delle varie feste dell’Unità volute dal Partito Comunista. In quel frangente Antonio ha conosciuto questo mondo e si è appassionato al punto da fondare poi <em>Is Mascareddas</em>».</p>
<p><strong>In quarant’anni di storia, solo il Covid è riuscito a fermare le attività dal vivo della compagnia</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>«Mentre altri colleghi si sono reiventati facendo spettacoli online, noi abbiamo preferito non fare nulla – racconta Donatella – perché sarebbe stato impossibile realizzare degli spettacoli stando distanti quattro metri non solo dal pubblico, ma anche tra di noi burattinai.</mark> Viene a mancare del tutto quell’atmosfera di coinvolgimento che è alla base delle rappresentazioni. <mark class='mark mark-yellow'>Il teatro deve essere vivo e in presenza, perché la messa in scena è unica di volta in volta».</mark></p>
<p>Nonostante tutto, la compagnia ha trovato un modo alternativo di proporre i propri spettacoli al pubblico. <strong>Dall’esigenza di non restare completamente fermi è nato il progetto <em>Teatro in scatola</em></strong>, un vero e proprio kit che Donatella e Antonio stanno ultimando per permetterne il noleggio a famiglie e scuole: <mark class='mark mark-yellow'>«Stiamo preparando sei scatole di compensato con giunture in ferro, complete all’interno di scenografie dipinte a mano su cartoncini legnosi, di quattro marionette e del canovaccio che serve come appoggio per chi vuole improvvisare il teatro in casa</mark> – spiega Donatella. Poi precisa: – Ci teniamo a ribadire che non è un gioco: va utilizzato con grande attenzione e cura proprio perché, finito il noleggio, sarà messo a disposizione di altre persone. Ogni scatola serve ad allestire una storia ben precisa; c’è il canovaccio, appunto, ma poi si lascia tanto alla fantasia di chi manovra i burattini. C’è ampio spazio per l’immaginazione».</p>
<p>Il progetto partirà in occasione della Giornata mondiale del teatro, ma Donatella sottolinea che l’intenzione è di portarlo avanti per tutto il tempo necessario, anche in base all’interesse del pubblico. A proposito di quest’ultimo, <strong>la fondatrice parla dello stereotipo tutto italiano che associa i burattini a spettacoli pensati solo per bambini</strong>: <mark class='mark mark-yellow'>«All’estero c’è grande rispetto per questo tipo di teatro, mentre da noi è ritenuto marginale. In realtà le marionette possono parlare benissimo anche agli adulti».</mark> Lo dimostrano le storie stesse che <em>Is Mascareddas</em> ha messo in scena durante la sua storia decennale, toccando temi delicati come le faide e le difficoltà di vivere in ambienti poveri e violenti. «Credo che questa marginalità in Italia sia dovuta anche al modo che alcuni nostri colleghi hanno di concepire il teatro di marionette – riflette Donatella –. Peccato, perché il rischio è quello dell’invisibilità».</p>
<p>Per quanto la pandemia abbia rallentato l’attività della compagnia, gli obiettivi dei maestri burattinai non sono cambiati. <strong>Il <em>Teatro in scatola</em> vuole continuare a favorire lo sviluppo dell’immaginazione tanto nei piccoli quanto nei grandi</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>«Solleticare la fantasia è fondamentale – afferma convinta Donatella –. Questo è un mondo in cui oggi prevale il consumo usa e getta. Il <em>Teatro in scatola</em> non è così, anzi; va curato grazie alla collaborazione tra adulti e bambini, che insieme possono stimolare reciprocamente la propria immaginazione».</mark></p>
<p>Si tratta di una missione che riprenderà dal vivo non appena sarà possibile riaprire con certezza, ma che negli anni ha già dato i suoi frutti. <strong>Donatella racconta di come talvolta il giovane pubblico degli spettacoli si sia interessato perfino alle condizioni di salute dei burattini</strong>: <mark class='mark mark-yellow'>«Ci chiedono se stanno bene, come va la loro vita… E il nostro obiettivo finale è proprio questo: far sì che i bambini, al termine dello spettacolo, pensino alle marionette come persone in carne ossa</mark> che tornano a casa e si rapportano tra di loro nel loro mondo. Un po’ come quando si finisce di leggere un libro e poi si ripensa ai personaggi protagonisti e alla loro quotidianità».</p>
<p>Mentre <em>Is Mascareddas</em> ha immaginato il noleggio di una scatola che si trasforma in teatro, <strong>a Milano si è pensato bene di consegnare a domicilio uno spettacolo a scelta</strong>. L’iniziativa vede protagoniste due attrici, <strong>Marica Mastromarino</strong> e<strong> Roberta Paolini</strong>, che dagli inizi di dicembre hanno creato la formula del <strong><em>Teatro delivery</em></strong>. L’idea, originariamente lanciata dall’artista pugliese Ippolito Chiarello attraverso il “Barbonaggio teatrale”, è stata raccolta da molte realtà in Italia, tra cui quella del duo femminile milanese. <mark class='mark mark-yellow'>Le attrici continuano la loro attività di promozione culturale esibendosi su richiesta nelle piazze, nei cortili o semplicemente sotto le finestre dei committenti, gente qualsiasi che si ferma incantata ad ascoltare i loro monologhi o a guardare le esibizioni.</mark> L’aspetto interessante di questa offerta è la possibilità per il pubblico di attingere da un vero e proprio menù su cui sono specificati i brani o gli spezzoni di spettacoli che le attrici possono interpretare. In questo senso <mark class='mark mark-yellow'><em>Teatro delivery</em> assume non solo il significato della consegna a domicilio, ma a un livello più profondo quello dello spettacolo come cibo per la mente, di cui si ha bisogno tanto quanto dei normali alimenti.</mark> Una larga fetta di pubblico resta formata da bambini, ma l’impegno principale delle attrici è rendere fruibile la cultura alta – declamazione di canti dell’Inferno dantesco o di brani di grandi poeti internazionali – anche per le persone a cui, in tempi di non pandemia, non era semplice accedere al mondo del teatro.</p>
<p>Uno scopo simile è anche alla base dell’attività online svolta da un’altra struttura milanese. Il fondatore del <strong>Teatro Out Off</strong>, Mino Bertoldo,<strong> ha infatti promosso sul Web il format <em>Milanesi eccellenti</em></strong>, una vera e propria <strong>rassegna dedicata a personaggi di spicco che negli anni hanno fatto grande il panorama culturale italiano</strong>. Attraverso la trasmissione in diretta streaming – recuperabile sui canali ufficiali del teatro – si punta sia a raggiungere un pubblico ampio per far conoscere queste figure sia per innescare una riflessione sul modo in cui la cultura del Paese dovrà rilanciarsi al termine della pandemia da Covid-19.</p>
<p>Il ciclo di appuntamenti è iniziato lo scorso novembre, ma troverà un primo culmine proprio la sera del 27 marzo. <mark class='mark mark-yellow'>L’evento in allestimento è dedicato a <strong>Franco Quadri</strong>, giornalista, traduttore ed editore scomparso esattamente dieci anni fa. L’anniversario della sua morte acquista un significato ancor più simbolico oggi, se si pensa al modo in cui impresse una grande carica innovatrice sia al teatro italiano sia al contesto culturale milanese,</mark> e il Teatro Out Off lo ricorderà attraverso uno speciale di tre serate, con l’ultima in corrispondenza della Giornata mondiale.</p>
<p>Malgrado la proroga delle chiusure, le compagnie scalpitano per tornare in scena. <strong>Le realtà raccontate sono solo tre esempi di come il mondo teatrale italiano non solo resista, ma combatta per far sentire la propria voce. Una voce che, per quanto il sipario sia ancora calato, si sente forte e chiara anche da dietro le quinte</strong>.</p>
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		<title>Stop alla scuola in Lombardia, i liceali tornano a casa</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Oct 2020 09:04:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2560" height="1707" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/Studenti-in-aula-con-mascherina.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Studenti in aula con mascherina" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>18 ottobre 2020: il nuovo decreto del presidente del Consiglio dei ministri sancisce la necessità, per le scuole superiori di secondo grado, di modulare di più gli ingressi degli studenti,</mark> iniziando le lezioni non prima delle nove del mattino. Viene anche consigliata l’attuazione di turni pomeridiani per scaglionare la popolazione studentesca e decongestionare gli assembramenti sui mezzi pubblici.</p>
<p><strong>A soli tre giorni dall’emanazione di questo provvedimento, in Lombardia il governatore Attilio Fontana cambia le carte in tavola e con un’ordinanza annuncia lo stop alla didattica in presenza nei licei e negli istituti tecnico-professionali</strong>.</p>
<p><strong>Si scatena la rivolta</strong>. I sindaci delle principali province – a partire dal primo cittadino di Milano, Giuseppe Sala – si scagliano contro la nuova normativa e per i tre giorni successivi provano a far cambiare idea al vertice della regione. <mark class='mark mark-yellow'>Il risultato della settimana di protesta – che ha visto protagonista non solo il mondo della scuola, ma anche quello della ristorazione e dello spettacolo – è l’ennesimo decreto nazionale, firmato la mattina del 25 ottobre dal premier Giuseppe Conte: <strong>da lunedì 26 ottobre gli istituti superiori dovranno erogare almeno il 75% della didattica in versione telematica</strong>. Con una postilla non da poco: starà alle singole regioni decidere se aumentare o meno questa quota.</mark> La Lombardia ha già la sua risposta.</p>
<p>Non è la prima volta che la scuola viene bistrattata così. Già prima della pandemia quello scolastico era un universo tenuto poco in considerazione, con tagli continui e personale sfiduciato, ma ora <mark class='mark mark-yellow'>la situazione è esplosiva e le tensioni sono alimentate dal perenne clima di incertezza causato in parte dall’emergenza sanitaria, in parte dalla non-risposta delle istituzioni.</mark> Lo testimoniano le parole dei <strong>professori Giorgio Galanti</strong> e <strong>Domenico Squillace</strong>, <strong>presidi rispettivamente del liceo classico “Tito Livio” e dello scientifico “Alessandro Volta” di Milano</strong>. Commentando il decreto dello scorso 18 ottobre, Galanti si è detto “indignato” a proposito degli ingressi dalle nove, pensati per alleggerire il carico di studenti sul trasporto pubblico e riproposti anche nel Dpcm di domenica 25: «Noi siamo in un contesto metropolitano ad alta densità abitativa e dalle otto alle nove – lo sa chiunque abbia vissuto anche per poco tempo a Milano – i mezzi pubblici raggiungono la massima densità. Chiedere ai ragazzi di utilizzarli proprio in quella fascia oraria mi sembra una cosa insensata». Dello stesso avviso è anche il collega Squillace, che aggiunge: «<mark class='mark mark-yellow'><strong>C’è questa illusione che, tenendo i ragazzi delle scuole superiori a casa, si fermino i dati del contagio. Mi sembra un credere alle favole</strong>.</mark> La scuola non è generatrice di infezione, ma piuttosto raccoglie i contagi che i ragazzi prendono in giro. Pensare di lasciarli a casa con la speranza che ciò inverta o appiattisca la curva dei contagi è un’illusione, un provvedimento preso solo per dimostrare di star facendo qualcosa. E dato che la scuola è un interlocutore più semplice di altri, le ripercussioni si hanno poi su presidi, docenti e studenti. <mark class='mark mark-yellow'><strong>Condannare per il secondo anno una generazione di ragazzi alla didattica a distanza sarebbe un disastro per la formazione di tutti</strong></mark>».</p>
<p><strong>Entrambi i presidi, seppur contrari all’idea del ritorno alla didattica online, saranno costretti ad adeguarsi all’ordinanza emanata dalla regione Lombardia, ma il loro pensiero non cambia</strong>. «<mark class='mark mark-yellow'>Sono un pedagogista esperto in pedagogia del corpo – afferma il prof. Galanti – e per tutta la vita ho approfondito quanto l’apprendimento passa anche attraverso la fisicità, oltre che tramite l’immagine da video</mark>». Le lezioni in aula dovrebbero quindi restare fondamentali, tanto è vero che, continua il preside, «Abbiamo un piano per la didattica integrata che è stato pensato, redatto e attuato tenendo conto dell’alternanza tra distanza e presenza, cercando di cogliere il meglio di entrambe le componenti. Inoltre lo abbiamo fondato su due elementi essenziali: la non divisione del gruppo classe e la presenza garantita a giorni alterni. <strong>Non abbiamo voluto smembrare le classi perché crediamo nella forza del mantenimento dell’equità del gruppo, che deve vivere la stessa situazione mentre sta imparando</strong>». Con la ripartenza a pieno regime della didattica online, però, il rischio è vanificare gran parte del lavoro effettuato durante l’estate per permettere ai ragazzi di frequentare in sede. A peggiorare tutto, dice il prof. Galanti, «è la consapevolezza che non si tratta solo di un momento di resistenza che è superato, ma di una prospettiva che angoscia studenti, docenti e presidi».</p>
<p><strong>Anche il prof. Domenico Squillace scuote la testa quando sente parlare di lezioni a distanza</strong>. «<mark class='mark mark-yellow'><strong>La scuola è una cosa che si fa in presenza. Non voglio fare il romantico, ma educazione e formazione passano dal confronto tra docenti e studenti che si guardano negli occhi</strong>.</mark> Inoltre la didattica nelle opportune sedi fisiche è uguale per tutti, perché garantisce al miglior livello possibile il dettato costituzionale che afferma che i meritevoli hanno diritto ad arrivare ai livelli più alti dell’istruzione. Con la didattica a distanza questo non è possibile, perché se uno studente, pur essendo volenteroso, si trova a vivere in una casa dove non ha la possibilità di isolarsi anche solo per cinque minuti per poter concentrarsi e studiare, mancando magari anche di strumenti di ultima generazione come tablet, cellulari, pc o una buona connessione a Internet, allora resta indietro in maniera spaventosa. <mark class='mark mark-yellow'><strong>Non amo la didattica a distanza proprio per questo: perché è classista. Va bene, cioè, per quei ragazzi che se la sarebbero cavata anche frequentando in presenza, mentre è devastante per i più fragili</strong></mark>».</p>
<p><strong>Un commento è rivolto anche alla possibilità di tenere aperta la scuola di pomeriggio</strong>: «Mi piacerebbe capire di cosa parliamo quando si usa l’espressione “turno pomeridiano” nel 2020 – si domanda Squillace –. Se lo scopo è decongestionare i mezzi di trasporto, non ne vedo il senso. Se faccio entrare gli studenti alle 14 per farli uscire alle 19, escono nel momento di maggior picco di traffico sui mezzi, perché il ritorno dei lavoratori a casa inizia intorno alle 17 e finisce verso le 20. <strong>Spostare al pomeriggio gli ingressi significa decongestionare parzialmente i mezzi al mattino, ma sposta i problemi in un’altra fascia oraria</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Se si vuole evitare che i ragazzi affollino i mezzi in questi due momenti della giornata, sarebbe necessario un approccio differente: farli entrare a scuola alle 10.30, per esempio, e permettere loro di uscire alle 15.30. Sono due momenti di calma piatta, stando a quanto dicono i funzionari dell’Atm.</mark> Certo, questa è una soluzione che potrebbe funzionare bene in una città metropolitana come Milano; in provincia però sarebbe diverso, perché gli autobus che collegano le varie cittadine non passano a tutte le ore. Perciò <mark class='mark mark-yellow'><strong>occorre ridisegnare completamente il sistema dei trasporti</strong></mark>». Anche il preside Galanti rileva le stesse incoerenze, ma specifica due concetti validi per tutte le scuole d’Italia: «Non sono contrario all’idea in sé, anche se sappiamo benissimo come l’apprendimento alla mattina funzioni diversamente rispetto a quello pomeridiano. Una scelta del genere deve essere sostenuta in tutti i modi dal ministero e dall’amministrazione tutta, altrimenti <strong>le scuole non possono reggere da sole una rivoluzione organizzativa come quella di andare avanti fino alle 18-19 del pomeriggio con le lezioni. </strong><mark class='mark mark-yellow'><strong>Si creerebbe anche un problema sindacale, perché lo status di lavoratori dei docenti è importante e va tutelato: non si può pensare di tenerli a disposizione da mattina a sera</strong></mark>».</p>
<p>La scelta di chiudere le scuole superiori di secondo grado continua a far discutere, soprattutto alla luce della percentuale dei ragazzi contagiati sul totale dei positivi nel nostro Paese. Che i numeri siano abbastanza contenuti lo dimostrano anche i casi registrati nei due licei milanesi: «A oggi la nostra struttura – spiega il preside Squillace – ha circa venti contagiati e diciotto classi a casa su un totale di 1200 studenti. Siamo perciò abbastanza sicuri – e con noi anche l’Ats, altrimenti ci avrebbe costretti alla chiusura già da tempo – di essere riusciti a circoscrivere i casi positivi, perché non c’è stata diffusione del virus in queste classi». Contagi che, specifica, provengono dall’esterno delle mura scolastiche, principalmente dai luoghi in cui i ragazzi praticano regolarmente sport di contatto – ora sospesi dai decreti nazionali – come calcio, pallavolo, basket e pallanuoto. Al “Tito Livio” per il momento la situazione è ancora più tranquilla, con il prof. Galanti che dichiara di avere «sei classi su quarantuno in quarantena perché in ciascuna è risultato positivo o un ragazzo o un insegnante. Abbiamo prima messo in isolamento fiduciario e poi l’Ats l’ha trasformato in quarantena».</p>
<p>In tutto ciò, <strong>che cosa pensano gli studenti del ritorno alla didattica a distanza?</strong></p>
<p><strong>Nonostante siano molto comuni la stanchezza e lo sconforto per una situazione che non sembra accennare a migliorare, non mancano testimonianze di ragazzi pronti a gesti di responsabilità</strong>. Fuori dal “Tito Livio” una ragazza ci dice di preferire le lezioni erogate in presenza, «mark]ma visto che adesso la situazione è abbastanza grave, mi fa piacere tornare a distanza per aiutare me e la mia famiglia a evitare un possibile contagio[/mark] che può avvenire tanto a scuola quanto sui mezzi pubblici». Una compagna di classe si avvicina e concorda: «Anch’io preferisco la presenza, ma sperimentando l’online durante il lockdown avevo trovato il mio ritmo di studio e non mi trovavo eccessivamente male. <mark class='mark mark-yellow'>Ora come ora credo che sarebbe conveniente tornare alla didattica a distanza per evitare di entrare a contatto con positivi a scuola e con altri che saranno asintomatici. Soprattutto per noi del liceo coreutico nelle aule di danza è molto, molto difficile riuscire a mantenere le distanze, è quasi impossibile</mark>». Più in là un ragazzo con il vocabolario di latino sotto il braccio annuisce: «In lockdown ho trovato fattibile la didattica online e <mark class='mark mark-yellow'>se oggettivamente farci stare a casa giovasse al sistema dei trasporti pubblici, tornare a distanza sarebbe un sacrificio non insostenibile</mark>». <strong>Sono invece tutti categoricamente contrari alla turnazione pomeridiana</strong> e reputano inutile entrare alle nove per gli stessi motivi già evidenziati dai presidi: se la scuola riaprisse con questo orario, i ragazzi sarebbero costretti a usare metro, autobus e tram proprio nel momento di maggior traffico. «Da quest’anno vengo in bicicletta proprio per evitare i mezzi pubblici – racconta un altro studente –. È una nuova abitudine che mi piace e mi permette di fare movimento. Ora come ora non mi sentirei tranquillo a salire su un treno della metropolitana, che è sempre piena di gente».</p>
<p>A parlare sono tutti studenti dell’ultimo anno e <strong>non possiamo fare a meno di chiedere se si sentono meno preparati in vista dell’esame di maturità</strong>. La prima a rispondere è una ragazza che aspira a ingegneria dopo il liceo classico: «<mark class='mark mark-yellow'>Abbiamo un grande vuoto rispetto al secondo quadrimestre dello scorso anno. In più, avendo fatto sempre lezione a distanza, abbiamo perso un po’ di dimestichezza nella traduzione. Quindi sì, sono preoccupata</mark>: vorrei che il governo dicesse fin da ora come sarà il nostro esame, se sarà come quello di luglio o se sarà diverso, e che non si aspetti l’ultimo minuto per comunicarcelo». Un amico al suo fianco cerca di essere più ottimista: «È tutto un grosso punto interrogativo, ma <mark class='mark mark-yellow'>possiamo prepararci in modo adeguato anche con la didattica a distanza. Sono sicuro che la nostra preparazione sarà corrispondente alla difficoltà dell’esame</mark>». Sulla stessa scia si inserisce una studentessa del liceo coreutico: «Probabilmente la nostra maturità sarà simile a quella appena passata, tenendo conto del fatto che con la didattica a distanza si fa molta fatica a seguire tutto il programma». Altre due ragazze intervengono sullo stesso tema: «Nemmeno noi siamo molto tranquille, però <mark class='mark mark-yellow'>siamo ancora al primo quadrimestre e abbiamo la speranza che tutto si stabilizzi</mark>».</p>
<p><strong>Quali sono gli aspetti della scuola pre pandemia di cui sentono più la mancanza?</strong> «<mark class='mark mark-yellow'>Avere un contatto tra noi studenti</mark> – dice convinta un’altra studentessa –. Siamo all’ultimo anno, siamo responsabili, portiamo sempre la mascherina». <mark class='mark mark-yellow'>Un ragazzo invece racconta che sente nostalgia della «serenità di andare in giro per i corridoi durante l’intervallo. Ho un fratello più piccolo al primo anno e mentre siamo a scuola non posso vederlo; se la pandemia non ci fosse stata, avrei potuto raggiungerlo a ricreazione e salutarlo. Manca la spensieratezza che non ci è concessa per tutte le attenzioni che dobbiamo prestare a noi stessi e agli altri</mark>». Una compagna la butta sul ridere: «Mi manca respirare»; poi aggiunge: «Rivorrei il contatto con le amiche e la naturalezza di gesti e movimenti». Qualcun’altra riflette a voce alta: «<mark class='mark mark-yellow'>A volte sento che le persone si guardano l’un l’altra con sospetto, come a dire “Non so cosa stai facendo, cosa fai quando esci” ed è veramente brutto, perché non aiuta affatto l’inclusione in classe.</mark> Mi manca lo stare insieme tranquillamente e il non pensare due volte a compiere qualsiasi azione».</p>
<p>Di fronte a dati incoraggianti e all’atteggiamento di diffusa responsabilità mostrato dai ragazzi, <strong>fa sorridere con amarezza il fatto che </strong><mark class='mark mark-yellow'><strong>sia il Dpcm sia l’ordinanza regionale lombarda concedano il massimo della presenza agli studenti delle scuole medie, che secondo il preside Giorgio Galanti sono «la fascia più a rischio, perché appena usciti di classe i ragazzi calano le mascherine e si avvicinano gli uni agli altri</strong></mark>, immersi nella loro bolla pre adolescenziale». Eppure per il momento sono gli allievi delle superiori a fermarsi e a tornare a casa, condannati ancora una volta a quell’alienante didattica online contro cui continuano a battersi la ministra dell’Istruzione, i sindaci e i presidi. Tutti si augurano che da qui a un mese i dati dei contagi rallentino e si stabilizzino su cifre più gestibili, ma intanto, come nel gioco dell’oca, la scuola finisce di nuovo su una casella di stop, in attesa di avere maggior fortuna al prossimo turno e sperando che le istituzioni la smettano di lanciare in aria i dadi per prendere delle decisioni.</p>
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		<title>Diritto e sanità: due facce della stessa pandemia</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Oct 2020 18:41:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Broglio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Forte come mai prima è l&#8217;intreccio tra politica, diritto e sanità. A testimoniarlo il continuo ricorso ai dpcm, i decreti del presidente del Consiglio dei Ministri. Diciassette, dal 23 febbraio ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/corona-5153949_1920.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="corona-5153949_1920" /></p><p>Forte come mai prima è l&#8217;intreccio tra politica, diritto e sanità. A testimoniarlo il continuo ricorso ai dpcm, i decreti del presidente del Consiglio dei Ministri. Diciassette, dal 23 febbraio 2020.  «La Costituzione parla per i decreti legge di &#8220;casi straordinari di necessità e urgenza&#8221;. Le circostanze per attivarli ci sono. Se anche è vero che il dpcm consente di intervenire più velocemente di fronte a situazioni di emergenza, bisognerebbe trovare un bilanciamento», spiega Davide Zecca, docente di diritto costituzionale all&#8217;università Luigi Bocconi. Tra indiscrezioni, retroscena e ultime ore si parla già di &#8220;coprifuoco&#8221; e di &#8220;stretta alla movida&#8221;, profilandosi all&#8217;orizzonte un nuovo decreto governativo atteso per domani o lunedì.</p>
<div id="attachment_46457" style="width: 225px" class="wp-caption alignleft"><img class="wp-image-46457 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/09/PHOTO-2020-09-18-17-35-27-225x300.jpg" alt="PHOTO-2020-09-18-17-35-27" width="225" height="300" /><p class="wp-caption-text">Davide Zecca</p></div>
<p>Meno di una settimana fa il dpcm del 13 ottobre. <mark class='mark mark-yellow'>«Due sono gli aspetti da sottolineare nel confronto con i precedenti decreti del Governo. Il primo è che alcune prescrizioni sono formulate in termini di suggerimento: non si tratta di veri e propri divieti, ma di raccomandazioni»</mark>, spiega il professore. Il riferimento è all&#8217;<a href="http://http://www.governo.it/sites/new.governo.it/files/dPCM_13_ottobre_2020.pdf" target="_blank">articolo 1, lettera n)</a>: “con riguardo alle abitazioni private, è fortemente raccomandato di evitare feste, nonché di evitare di ricevere persone non conviventi di numero superiore a sei&#8221;. Una formulazione che suscita non poche perplessità. «Si parla nel dpcm di occasioni di &#8220;festa&#8221;, ma bisognerebbe capire: una riunione in più di sei persone a scopo ludico e ricreativo non è raccomandata, ma una riunione di lavoro in sette è ammissibile? Incertezze che sarebbe meglio evitare, anche perché specificare a posteriori cosa si intenda può dare adito a dubbi ancora maggiori». <mark class='mark mark-yellow'>Poi c&#8217;è la questione della sanzionabilità della raccomandazione</mark>. «Personalmente &#8211; continua il professore &#8211; ho qualche dubbio, perché il comando è tale ed efficace quando prevede una sanzione. Si utilizza una fonte del diritto, cioè un atto che ha efficacia dal punto di vista giuridico, per stabilire se una condotta sia obbligatoria e se alla violazione dell&#8217;obbligo consegua una sanzione. In questo caso si tratta di disposizioni di certo valide, ma la loro violazione non è sanzionabile in concreto. Per dare una raccomandazione non serve una fonte del diritto. È sufficiente un messaggio del governo o comunque un atto non avente natura giuridica».</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Ma il nodo riguarda anche il rapporto Stato-Regioni</mark>. Rispetto ai dpcm della cosiddetta &#8220;fase 1&#8243;, il decreto del 13 ottobre non prevede per i presidenti delle Regioni la possibilità di ampliare le misure imposte dal governo, ma solo di attuarne di più restrittive. «Si ricorderà che ad aprile la presidentessa della regione Calabria Jole Santelli aveva disposto la riapertura in anticipo, rispetto ai decreti, di alcuni esercizi commerciali; l&#8217;ordinanza era stata impugnata dal governo. Oggi presumibilmente queste controversie sono meno probabili e si palesa il tentativo di decentralizzazione della gestione dell&#8217;emergenza sanitaria», spiega Zecca. <mark class='mark mark-yellow'>«Si attribuiscono però alle regioni anche poteri limitativi che vanno al di là delle loro competenze. È vero che esiste una delega da parte del governo, ma la Costituzione prevede che si possano limitare libertà personali solo con leggi dello Stato. Perlopiù nel caso più recente, quello della regione Campania (l&#8217;ordinanza di De Luca del 15 ottobre che ha chiuso scuole e vietato feste e celebrazioni, <em>ndr</em>), si è trattato non di leggi regionali, ma di ordinanze, cioè provvedimenti amministrativi</mark>».</p>
<p>Una dinamica che commenta da altro punto di vista anche Walter Ricciardi, docente ordinario di Igiene generale e applicata alla Facoltà di Medicina e chirurgia dell&#8217;università Cattolica di Roma. «La situazione si sta deteriorando rapidamente in alcune regioni, come in Campania e in Lombardia. È necessario dunque attuare idonee misure affinché scuole e aziende vadano avanti, chiudendo invece tutto ciò che è superfluo. La scuola, se rispettati i protocolli, non è luogo di diffusione incontrollato dell&#8217;infezione; quello che succede riguarda il prima e dopo la scuola, per esempio i trasporti locali. <mark class='mark mark-yellow'>L&#8217;irrigidimento delle restrizioni è necessario, altrimenti si giungerà a misure ancora più drastiche. Si deve però agire secondo evidenza scientifica, da cui il meccanismo di decisione regionale spesso si discosta e che anche nella misura di De Luca vedo solo parzialmente esistente</mark>».</p>
<div id="attachment_47188" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/Schermata-2020-10-17-alle-15.13.51.png"><img class="wp-image-47188 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/Schermata-2020-10-17-alle-15.13.51-300x284.png" alt="Schermata 2020-10-17 alle 15.13.51" width="300" height="284" /></a><p class="wp-caption-text">Walter Ricciardi</p></div>
<p>Diecimila positivi in meno di 24 ore. Un bilancio, quello del 16 ottobre, che spaventa e cui si cerca di porre rimedio. «<mark class='mark mark-yellow'>In certe zone del Paese lockdwon mirati sono necessari, perché l&#8217;indice di contagio viaggia ben al di sopra di uno</mark>. Se non agiamo, ci troveremo di fronte a un incremento esponenziale dei contagi, che raddoppiano ogni due, tre giorni. Con duemila casi al lunedì e ottomila alla fine della settimana non saremmo più nel contenimento, ma nella mitigazione», spiega. <mark class='mark mark-yellow'>Solo pochi giorni fa il Prof. Ricciardi aveva parlato di &#8220;sette armi&#8221; per evitare il raggiungimento di sedicimila casi a dicembre: distanza, mascherine, igiene delle mani, App Immuni, vaccino antinfluenzale, rafforzamento di terapie subintensive e pronto soccorso, incremento di test e tracciamento con i dipartimenti di prevenzione</mark>. «Il comportamento dei cittadini mi pare sia rigoroso e non è un fatto banale: ci sono paesi in cui questo atteggiamento è molto diverso. Il mantenimento della distanza di sicurezza non sempre dipende dal singolo, come accade per i mezzi pubblici. Si deve pensare all&#8217;alleggerimento del trasporto pubblico, per esempio con entrate scaglionate nelle scuole. E lo smart working deve diventare lo strumento di lavoro ordinario».</p>
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