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	<title>magzine &#187; donald trump</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>LIBERTÀ DI STAMPA IN USA: “TRUMP CI ATTACCA E RISCRIVE LA REALTÀ”</title>
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		<pubDate>Sat, 03 May 2025 10:10:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Piga]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
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		<description><![CDATA[Allo scoccare del centesimo giorno di governo, Donald Trump non si è scordato di scagliarsi contro «il nemico del popolo»: i giornalisti. Nel suo ultimo rally in Michigan, li ha ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1365" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/merlin_162047805_317b5a70-516b-48bf-9542-33639d58abdb-superJumbo.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Il Presidente Trump parla con i giornalisti fuori dalla Casa Bianca. Foto: Andrew Harnik/Associated Press" /></p><p>Allo scoccare del centesimo giorno di governo, <strong>Donald Trump</strong> non si è scordato di scagliarsi contro <a href="https://www.nytimes.com/2017/02/17/business/trump-calls-the-news-media-the-enemy-of-the-people.html">«il nemico del popolo»</a>: i <strong>giornalisti</strong>. <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2025/apr/29/trump-100-days-rally-michigan">Nel suo ultimo <em>rally</em> in Michigan</a>, li ha definiti – ancora una volta – sorgente di «fake news». I media reputati <em>mainstream</em> e <em>liberal</em> sono il bersaglio prediletto dal 45esimo (2017-2021) e – dal 20 gennaio – 47esimo <strong>Presidente degli Stati Uniti</strong>. Li ritiene <a href="https://www.politico.com/news/magazine/2025/04/18/trump-media-history-ap-apprentice-00271192">«illegali»</a> e <a href="https://www.politico.com/news/magazine/2025/04/18/trump-media-history-ap-apprentice-00271192">«braccia politiche»</a> del Partito Democratico perché <a href="https://www.politico.com/news/magazine/2025/04/18/trump-media-history-ap-apprentice-00271192">«scrivono il 97,6% di cose negative su di me»</a>. E, dunque, tenta di screditare e intralciare un settore già in affanno per la sfiducia dell’opinione pubblica e per la crisi finanziaria. Per farlo, una volta rientrato alla <strong>Casa Bianca</strong>, Trump ha trasformato le accuse e le minacce in atti: chi non ha lodato il <strong>MAGA-pensiero</strong> ha avuto <a href="https://www.nytimes.com/2025/04/18/us/politics/ap-white-house-press-policy.html">l’accredito sospeso o ritirato</a>, gli accessi <a href="https://www.nytimes.com/interactive/2025/04/15/us/trump-white-house-briefing-room-new-media.html">ai <em>briefing</em></a> e <a href="https://www.nytimes.com/2025/04/15/business/media/trump-white-house-newswire-press.html">ai <em>pool</em> negati</a>, <a href="https://rsf.org/en/trump-s-war-press-10-numbers-us-president-s-first-100-days">i finanziamenti federali congelati</a> ed <a href="https://www.politico.com/news/magazine/2025/04/18/trump-media-history-ap-apprentice-00271192">è stato citato in giudizio</a>. Il tutto anche per favorire i <a href="https://www.politico.com/news/magazine/2025/04/22/trump-white-house-briefing-correspondents-natalie-winters-00290063">«media conservatori alternativi»</a>, gli influencer e i podcaster che amplificano i messaggi <em>trumpiani</em>.</p>
<p>In questo marasma, in cui gli annunci e le ritrattazioni di Trump si susseguono, c’è <a href="https://x.com/ericmgarcia"><strong>Eric Garcia</strong></a>. Ogni giorno, a Washington, balza dalla Casa Bianca al Campidoglio, e viceversa, in quanto Capo ufficio e corrispondente senior dalla capitale per il britannico <a href="https://www.independent.co.uk/author/eric-garcia"><strong>The Independent</strong></a>. Garcia è anche editorialista per <a href="https://www.msnbc.com/author/eric-garcia-ncpn1267917"><strong>MSNBC</strong></a>. Ha seguìto la comparsa, l’ascesa, la caduta e la risalita di Trump: ha scritto della sua prima campagna elettorale nel 2015 per Roll Call e del suo primo mandato per The Hill; poi, prima di approdare al quotidiano britannico online, è stato al Washington Post. Garcia ammette di preferire la cronaca dal Congresso perché «i <em>briefing</em> della Casa Bianca assomigliano al wrestling della WWE: è più apparenza che vero giornalismo».</p>
<p><strong>Il presidente Donald Trump ha ripreso ad attaccare i media. Il suo comportamento era prevedibile?</strong></p>
<p>«Sì, benché molte testate giornalistiche gli abbiano dato il beneficio del dubbio o, addirittura, abbiano tentato di ingraziarselo di più. Durante il primo mandato, le sottoscrizioni ai giornali sono aumentate vertiginosamente e i giornalisti hanno acquisito notorietà nazionale durante i <em>briefing</em>. Questo perché nel 2016 gran parte del Paese odiava The Donald e lui, in qualche modo, ha vinto per un colpo di fortuna, perdendo il voto popolare. L’anno scorso, invece, ha conquistato anche il voto nazionale e il Partito Repubblicano è dalla sua parte. Ma Trump è rimasto sé stesso».</p>
<p><strong>Sul piano personale e professionale, ti influenza essere etichettato come «disgustoso», «disonesto» o «feccia» dal presidente?</strong></p>
<p>«Lui finge di odiare la stampa perché sa di non poter prosperare senza di essa. È conscio che pende dalle nostre labbra e gli piace. Allo stesso tempo, però, credo che Trump si arrabbi con i media perché crede che le sue vittorie elettorali lo rendano al di sopra di ogni critica. È preoccupante che lanci attacchi regolari. Ma più delle questioni legali, mi preoccupa la realtà alternativa che crea per i suoi sostenitori, che non credono a nulla di ciò che la stampa dice di lui. Anche quando contraddice le sue promesse elettorali o le sue politiche li danneggiano. L’ironia, naturalmente, è che la Casa Bianca di Trump è molto più reattiva ai giornalisti rispetto alle amministrazioni precedenti. Perché lui parla regolarmente con noi, mentre Biden è stato tenuto quasi in isolamento e su Obama non è stato mai fatto trapelare nulla».</p>
<p><strong>Quali sono le ragioni che motivano questa ostilità prolungata nei confronti dei giornalisti da parte di Trump?</strong></p>
<p>«Lui nutre ancora rancore dalla sua prima presidenza. L’attuale mandato, infatti, riguarda interamente l’esigere vendetta contro le istituzioni che crede gli abbiano “rubato” le elezioni del 2020. Trump ritiene che la stampa abbia diffuso bugie e disinformazione su di lui, in particolare sul ruolo dell’interferenza russa nelle presidenziali del 2016. Quindi, vuole indebolire le istituzioni che considera baluardi contro di lui. Detto questo, i repubblicani chiedono da decenni il definanziamento di PBS e NPR. Il presidente, dunque, continua in questi sforzi con vigore speciale ma vi aggiunge la sua politica alimentata dal risentimento».</p>
<p><strong>Steve Bannon, uno dei consiglieri politici di Trump, ha definito i media <a href="https://www.semafor.com/article/02/08/2025/almost-like-surrender-steve-bannon-on-the-media-in-trumps-days-of-thunder">«la vera opposizione»</a>. Lei si considera «un oppositore»?</strong></p>
<p>«Fa sempre un po’ ridere perché Bannon fa questi commenti sui giornalisti e poi procede a chiacchierare regolarmente con loro come fonte. Su questo punto, non credo che la stampa debba opporsi all’amministrazione per partito preso. Noi non siamo la Resistenza. Il nostro compito è informare il pubblico e ritenere responsabile chiunque commetta illeciti, non promuovere un’agenda. Dobbiamo fornire alle persone le informazioni per fare le scelte migliori possibili. Vale lo stesso quando c’è un democratico alla Casa Bianca».</p>
<p><strong>Trump una volta ha osservato: <a href="https://www.politico.com/news/magazine/2025/04/18/trump-media-history-ap-apprentice-00271192">«Uso i media come loro usano me»</a>. È una relazione reciproca?</strong></p>
<p>«Lui ha una lunga storia di utilizzo dei media per gonfiare la sua immagine, risalente ai tempi in cui usava i <em>tabloid</em> newyorkesi per creare una certa immagine di sé. E, per quanto gli americani fingano di essere stanchi di lui, continuano a divorare qualsiasi storia su di lui. Sono andato a diversi comizi di Trump negli ultimi anni: le riunioni pubbliche più energiche che abbia mai visto sono state un suo comizio a Wilkes-Barre, in Pennsylvania, e un concerto <em>death metal</em> nel Maryland. Sono allo stesso livello. Il presidente ha potuto mostrare ai suoi elettori che stava “picchiando” la stampa e noi abbiamo ottenuto un sacco di traffico si utenti sui siti digitali».</p>
<p><strong>Con frequenti annunci, ritrattazioni e tweet imprevedibili del Presidente, riuscite a mantenere un racconto coerente?</strong></p>
<p>«È difficile. Ogni redazione deve stabilire quale evento merita copertura e come affrontarlo. In un’era con una sovrabbondanza di fonti di informazione, ogni testata giornalistica dovrebbe concentrarsi su una manciata di cose buone e dedicarsi a quell’angolazione. Ci sono degli esempi positivi: la copertura di <a href="https://www.wired.com/tag/doge/">Wired</a> su DOGE è ottima perché ha tante fonti “tecnologiche”, <a href="https://www.nytimes.com/by/kate-conger">Kate Conger</a> sul New York Times e, sullo stesso giornale, <a href="https://www.nytimes.com/by/maggie-haberman">Maggie Haberman</a> dimostrano di conoscere la sua psiche meglio di chiunque altro. <a href="https://punchbowl.news/washington/">PunchBowl</a>, invece, è la principale fonte di notizie per il Congresso».</p>
<p><strong>La frenesia del ciclo di notizie e la proliferazione di informazioni contraddittorie stanno erodendo la credibilità dei giornalisti?</strong></p>
<p>«Questo rischio esiste sempre. Ma non più di quanto accadrebbe in qualsiasi altra amministrazione degli Stati Uniti. Dobbiamo concentrarci soprattutto sul riportare correttamente le storie più che sul pubblicarle per primi».</p>
<p><strong>Influencer, podcaster e giornalisti allineati a Trump sono spesso ritenuti «nuovi media» e «media alternativi». È corretto?</strong></p>
<p>«Penso vada bene chiamarli così. Anche i democratici stanno cercando di raggiungere i <em>creators</em> partigiani. Questi media potrebbero avere un impatto sui funzionari eletti, che sempre più si confronteranno e saranno disponibili a domande facili da parte dei <em>creators</em> di contenuti che hanno la loro stessa inclinazione ideologica».</p>
<p><strong>La Casa Bianca ha modificato le regole di accesso, concedendo più privilegi ai media conservatori alternativi. Come sta rimodellando la copertura della presidenza?</strong></p>
<p>«Penso che tutti riconoscano che è un appello alla base di Trump. Nel 2024 lui ha vinto in gran parte perché si è rivolto ai media da cui gli elettori politicamente disimpegnati di solito prendono le loro informazioni, come i podcaster e gli influencer. Non credo, però, che incida sul nostro lavoro. Più di ogni altra cosa, condiziona la stessa amministrazione perché si considera responsabile nei confronti di quelle testate giornalistiche piuttosto che delle testate <em>mainstream</em>».</p>
<p><strong>The Independent ha subìto ripercussioni nella James S. Brady Room a seguito dell’ascesa dei media pro-MAGA?</strong></p>
<p>«Non particolarmente. Il nostro reporter della Casa Bianca, <a href="https://www.independent.co.uk/author/andrew-feinberg">Andrew Feinberg</a>, ha avuto alcuni battibecchi con la portavoce del Presidente, <a href="https://x.com/presssec">Karoline Leavitt</a>. Ma non ci è stato ancora tolto l’accredito. Siamo affrontando, però, una grande sfida da parte dell’amministrazione perché ci considera stampa “straniera”, sebbene abbiamo un vasto numero di lettori nazionali».</p>
<p><strong>Le testate giornalistiche tradizionali stanno perdendo terreno a favore di quelle nuove e alternative?</strong></p>
<p>«Non credo. Piuttosto, più persone che altrimenti sarebbero politicamente disimpegnate ricevono le notizie da TikTok. E i dati mostrano che i giovani che s’informano specificamente su questo social media propendono più per Trump. Penso che rientri in una tendenza più ampia del nostro frammentato ecosistema mediatico. Che continui in questa forma o altrove, i giornalisti dovranno diventare creativi».</p>
<p><strong>Negli ultimi anni, nel panorama mediatico sono entrati magnati come <a href="https://www.nytimes.com/2013/08/06/business/media/amazoncom-founder-to-buy-the-washington-post.html?hp">Jeff Bezos</a> ed <a href="https://www.nytimes.com/2022/10/27/technology/elon-musk-twitter-deal-complete.html">Elon Musk</a>. Quanto influenzano i giornalisti?</strong></p>
<p>«Non credo che condizionino tanto la nostra copertura. Ma rendono il nostro lavoro meno sicuro, in quanto siamo soggetti alla loro voglia di continuare a finanziare questi giornali come un progetto di vanità personale. Se vogliamo restare ed essere una stampa libera e corretta, dobbiamo trovare un modo per essere redditizi anche senza i nostri proprietari miliardari. Perché loro possono annoiarsi e chiudere i rubinetti di finanziamento. Dobbiamo trovare un modello di business più coerente e sostenibile rispetto a quello che abbiamo».</p>
<p><strong>L’attuale crisi di credibilità dei media è dovuta anche a fallimenti o passi falsi commessi dal 2015 in poi?</strong></p>
<p>«Penso che siano stati commessi molti errori. Il più famoso è stato trasmettere il <a href="https://www.politico.eu/article/10-crucial-decisions-that-reshaped-america/">podio vuoto</a> durante la campagna elettorale del 2016. Tendo a pensare che la stampa debba essere più aggressiva nel verificare i fatti di Trump in tempo reale. Lui si ripete regolarmente e, quindi, è meglio verificarlo facendo fact-checking delle sue dichiarazioni precedenti».</p>
<p><strong>Quali misure potreste adottare per ricostruire la fiducia del pubblico e raggiungere la sostenibilità finanziaria?</strong></p>
<p>«Non credo si possa fare. Gli Stati Uniti sono molto più polarizzati rispetto a quando ho iniziato a fare questo mestiere. E non vedo alcun incentivo a cambiare la situazione. Dubito che si possa riacquistare la fiducia dell’<em>audience</em> quando i media sono così frammentati. La sostenibilità economica è ancora più difficile da ottenere».</p>
<p><strong>Dunque, il presidente Trump è la più seria minaccia alla libertà di stampa negli Stati Uniti?</strong></p>
<p>«In realtà, è la minima. La più grande è trovare un modo che, a lungo termine, renda i media più redditizi. Alla fine, Trump se ne andrà. Ciò che viene dopo è molto più importante: cosa succederà quando non avremo più l’assalto quotidiano al presidente e come torneremo ad essere un’istituzione della quale il Paese si fida?».</p>
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		<title>Arabia Saudita: il gigante del Golfo gioca come mediatore di pace</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Feb 2025 13:06:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirea D Alessandro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mohammed bin Salman, principe ereditario della casa reale saudita, ha inseguito una nuova ambizione: mediare una pace &#8211; che la comunità internazionale attende ormai da più di tre anni &#8211; ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="3456" height="2304" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_3020.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="di Mirea D&#039;Alessandro, riproduzione riservata" /></p><p><strong>Mohammed bin Salman</strong>, principe ereditario della casa reale saudita, ha inseguito una nuova ambizione: <strong>mediare una pace</strong> &#8211; che la comunità internazionale attende ormai da più di tre anni &#8211; <strong>tra l’Ucraina</strong>, che in questo scenario sembra essere il portaborse del nuovo inquilino della White House, <strong>e il padrone di casa del Cremlino</strong>. E&#8217; stato proprio Trump a dichiarare di voler incontrare Putin &#8211; con cui ha tenuto diversi contatti telefonici &#8211; nella capitale saudita ma non ha specificato quando l’incontro tra i due dovrebbe avvenire. <mark class='mark mark-yellow'>Fungere da mediatore per MBS significherebbe riuscire a consolidare la sua posizione come leader globale.</mark></p>
<p>Intanto, il Segretario di Stato americano Marco Rubio arriva oggi in Arabia Saudita, prima dei colloqui previsti con i funzionari russi. Si prevede che prenderanno parte ai colloqui a Riad anche il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Waltz e l&#8217;inviato speciale Steve Witkoff. L’annuncio arriva alcune settimane dopo<strong> l’ambiziosa proposta</strong> avanzata &#8211; durante un colloquio telefonico &#8211; dal futuro re saudita al tycoon: <mark class='mark mark-yellow'>600 miliardi di dollari da investire da qui a quattro anni negli Stati Uniti in cambio di forniture miliari e l&#8217;autorizzazione a implementare un programma di energia nucleare.</mark> Su questo ultimo punto, gli Stati Uniti dovrebbero perseguire un&#8217;ampia partnership nucleare civile pubblico-privata con l&#8217;Arabia Saudita che potrebbe servire gli obiettivi commerciali ed energetici nucleari sauditi, nonché aiutare a rivitalizzare l&#8217;industria nucleare statunitense e ridurre la dipendenza americana dall&#8217;uranio arricchito russo, in linea con gli interessi di non proliferazione degli Stati Uniti. Questa partnership richiederebbe a Washington e Riyadh di negoziare un accordo bilaterale per la cooperazione nucleare civile (chiamato &#8220;accordo 123&#8243; dalla Sezione 123 dell&#8217;Atomic Energy Act statunitense), che consentirebbe a entità private e pubbliche americane e saudite di impegnarsi in un&#8217;ampia gamma di attività cooperative.</p>
<p>Durante la telefonata &#8211; si legge nel <a href="https://www.whitehouse.gov/briefings-statements/2025/01/readout-of-president-donald-j-trump-call-with-crown-prince-mohammad-bin-salman/">comunicato</a> pubblicato dall’ufficio presidenziale -, non è stato menzionato lo stato ebraico, cui cui l’Arabia Saudita era molto vicina a normalizzare i rapporti economici e diplomatici &#8211; attraverso gli <strong>Accordi di Abramo</strong> &#8211; proprio prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. <mark class='mark mark-yellow'>Per Trump i tempi non sono ancora maturi per riprendere il processo di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita: prima infatti è necessario fare in modo che i due cooperino per promuovere una stabilità in Medio Oriente.</mark> La pace, però, sarà definita sulla base di interessi economici strategici per l’Occidente, anche a scapito di chi &#8211; sul tavolo delle trattative &#8211; non avrà nulla da offrire di appetibile per il presidente nordamericano.</p>
<p>I <strong>dettagli</strong> in merito alla<strong> fonte di provenienza del denaro</strong> e ai <strong>settori su cui i sauditi punteranno</strong> per allocare i colossali investimenti, <strong>non sono ancora stati resi noti</strong>. Non è un segreto però, che la famiglia reale saudita &#8211; da quasi un decennio ormai &#8211; <mark class='mark mark-yellow'> stia cercando di diversificare la lussuosa ma rigida macchina economica del Paese che, al momento, dipende quasi esclusivamente dal <strong>petrolio</strong>.</mark> Tra gli investimenti di maggiore rilevanza, potrebbero essere prediletti quelli nel settore militare, soprattutto se considerata la necessità di implementare la propria sicurezza nella regione.</p>
<div id="attachment_78457" style="width: 392px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_0582.jpg"><img class=" wp-image-78457" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_0582-300x200.jpg" alt="Nel 1938 qui fu scoperto il primo pozzo petrolifero.  di Mirea D'Alessandro, riproduzione riservata " width="392" height="261" /></a><p class="wp-caption-text">Nel 1938 qui fu scoperto il primo pozzo petrolifero. (Mirea D&#8217;Alessandro, riproduzione riservata)</p></div>
<p><strong>Perchè è cosi importante diversificare l&#8217;assetto economico?</strong></p>
<p>Da più di due anni ormai, <mark class='mark mark-yellow'>i prezzi di vendita del petrolio &#8211; scesi dal 2022 a circa 80 dollari al barile &#8211; restano bassi</mark> e questo influisce notevolmente sulle entrate della famiglia reale. <strong>Il risultato?</strong> Il principe si trova oggi a dover affrontare <strong>forti deficit di bilancio</strong>. Nonostante ciò però, il Ministro dell&#8217;Economia saudita <strong>Faisal Alibrahim</strong> &#8211; rispondendo alle pressanti richieste dei paesi occidentali di abbassare ulteriormente il costo del petrolio &#8211; ha evidenziato al <em>World Economic Forum</em> di Davos &#8211; tenutosi lo scorso mese &#8211; che <mark class='mark mark-yellow'>l’obiettivo di Riad è concentrarsi sulla stabilità di lungo periodo del mercato petrolifero.</mark> In questo, <strong>i continui sforzi finanziari</strong> volti a realizzare l’ambizioso progetto saudita &#8211; la <a href="https://www.vision2030.gov.sa/en">Saudi Vision 2030</a> &#8211; <strong>non sempre hanno incontrato il favore della popolazione saudita</strong> che lamenta di non essere considerata nel processo di sviluppo &#8211; secondo molti invece incentrato sulla fornitura di servizi turistici extra lussuosi -. Per questo, dato che in Arabia Saudita &#8211; come in altre monarchie del Golfo &#8211; la famiglia reale è consapevole di dover garantire il benessere dei cittadini per evitare insurrezioni, il <a href="https://www.pif.gov.sa/en/">Fondo di Investimento Pubblico</a> &#8211; impegnato nella costruzione di diversi progetti infrastrutturali come <a href="https://qiddiya.com/"><em>Qiddiya</em></a>, <a href="https://www.roshn.sa/"><em>Roshin</em></a> e <a href="https://www.diriyah.sa/en"><em>Diriyah</em></a> (al momento l’unico inaugurato) &#8211; ha dichiarato che <mark class='mark mark-yellow'>aumenterà la spesa locale a 70 miliardi di dollari all’anno dal 2026.</mark></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Molti si domandano però come possa bin Salman rispettare la parola data all’inquilino della Casa Bianca, soprattutto considerato il peso economico che grava sulle sue spalle sia per la costruzione delle infrastrutture che ospiteranno nel 2034  la Coppa del Mondo FIFA sia per la realizzazione del grande progetto della Vision saudita  <a href="https://www.neom.com/en-us"><em>NEOM</em></a>. <strong>Non molti sanno che l&#8217;Arabia Saudita custodisce sconfinate riserve d&#8217;oro.</strong> Con una media di 264,79 tonnellate dal 2000 al 2024, le riserve &#8211; nel secondo trimestre del 2024 &#8211; <a href="https://tradingeconomics.com/saudi-arabia/gold-reserves">sono risultate pari a 323,07 tonnellate</a>. Questo non significa che il principe deciderà di sfruttarle per evitare di essere sopraffatto dai suoi stessi investimenti ma l&#8217;oro &#8211; il cui prezzo di mercato, contrariamnente al petrolio, è schizzato alle stelle &#8211; rappresenta un&#8217;importante strumento di scambio, qualora fosse necessario. Alla fine dello scorso anno la <strong>Banca Centrale Saudita</strong> (SAMA) ha pubblicanto il suo <a href="https://www.sama.gov.sa/en-US/EconomicReports/Financial%20Stability%20Report/Financial_Stability_Report_2024_EN.pdf">Financial Stability Report 2024</a> che ha evidenziato come <mark class='mark mark-yellow'> l&#8217;economia saudita si sia dimostrata resiliente nel 2023</mark>, sostenuta da un settore finanziario robusto, <mark class='mark mark-yellow'> nonostante le incertezze economiche globali.</mark> In particolare si legge: «Nel 2023, <strong>il settore bancario saudita è rimasto ben capitalizzato. </strong>Le banche mantengono una capacità di prestito sufficiente a sostenere lo sviluppo economico del Regno, poiché il credito bancario ha continuato a crescere nel 2023, trainato principalmente dal credito societario, che è aumentato del 13,2%».</p>
<p>Tra i personaggi sauditi da tenere in considerazione in questo lungo e costoso processo di sviluppo, c&#8217;è <strong>Talal Ibrahim Almaiman</strong>, amministratore delegato della <a href="https://kingdom.com.sa/vision">Kingdom Holding Tarla al-Maiman</a>, &#8211; società di investimenti fondata dal principe <strong>Alwaleed Bin Talal</strong> nel 1979 con sede a Riad -. Subito dopo l’elezione del nuovo presidente, Almaiman ha dichiarato all’emittente<em> Al Arabya</em> di voler investire su un’applicazione che ha una grande rilevanza strategica per gli Stati Uniti (<a href="https://worldpopulationreview.com/country-rankings/tiktok-users-by-country">soprattutto se considerato il numero di utenti giovanili iscritti di entrambe le nazionalità</a>):<strong> TikTok</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>La Kingdom Holding è la seconda maggiore azionista di <em>X</em></mark> &#8211; acquisita dall’imprenditore multimiliardario Elon Mask nel 2022 &#8211; <mark class='mark mark-yellow'>e ha investito 400 milioni di dollari in <em>xAI</em></mark> sempre di proprietà del magnate sudafricano che a sua volta ha mostrato interesse nell’acquisizione di <em>OpenAI</em> per l’elaborazione di un nuova e sofisticata intelligenza artificiale. Il portafoglio della KHTM  spazia dal settore finanziario a quello immobiliare, dal turismo all’intrattenimento, dalla tecnologia al settore petrolchimico. Tra i principali investimenti figurano: 21st Century Fox, JD.com, Amazon, Apple, Four Seasons Hotels &amp; Resorts, Rotana Group e Lebanese Broadcasting Corporation, Samba (Saudi American Bank) e Marvel Comics. Sulla pagina web della multinazionale si legge: «<mark class='mark mark-yellow'> Siamo una componente fondamentale dell&#8217;iniziativa Saudi Vision 2030 e implementiamo una nuova strategia economica che promuove un settore privato più efficiente, redditizio e dinamico.</mark> L’obiettivo e dare forma e stimolare un ambiente imprenditoriale più snello in tutto il Regno».</p>
<p>Un&#8217;ultima questione importante che interesserà anche i paesi del Golfo, riguarda poi l’imposizione dei <strong>dazi</strong> statunitensi. <strong>Tim Callen</strong> &#8211; ricercatore presso l’<em>Arab Gulf States Institute</em> di Washington &#8211; ha evidenziato che i dazi nell’unione doganale del CCG &#8211; <strong>Consiglio di cooperazione del Golfo</strong>, composto da sei membri &#8211; sono bassi e che, in termini di commercio, dai dati rilevati nell’ultimo anno, gli USA sono in surplus con i Paesi membri del CCG &#8211; le cui valute, va ricordato, sono ancorate al valore del dollaro, rispetto agli onerosi deficit di Paesi come Cina, Unione Europea, Canada e Messico.</p>
<p><strong>Mohammed bin Salman tra le grandi potenze</strong></p>
<p>Donald Trump e Mohammed bin Salman hanno ottimi rapporti personali sin dal primo mandato del presidente americano, che &#8211; poco dopo il suo insediamento &#8211; decise di fare il primo viaggio all’estero proprio in Arabia Saudita. L’implicazione del delfino saudita nell’omicidio del giornalista collaboratore del <em>Washington Post</em> <a href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2023/09/saudi-arabia-still-no-justice-for-state-sanctioned-murder-of-jamal-khashoggi-five-years-on/"><strong>Jamal Khashoggi</strong> </a>- che nel 2018 venne<strong> ucciso e fatto a pezzi all’interno del consolato saudita in Turchia</strong> &#8211; ha però rischiato di minare il rapporto tra i due. Sono passati anni dall&#8217;oscuro episodio, bin Salman è rimasto impunito e sembra che il dollaro abbia risanato tutte le ferite. Anche quelle più profonde.</p>
<p>Da non sottovalutare è anche il rapporto personale tra il principe saudita e Vladimir Putin con cui condivide l&#8217;essere uno dei Paesi maggiori esportatori di petrolio al mondo. <strong>L’Arabia Saudita</strong>, nonostante sia più vicina agli Stati Uniti,<strong> ha mantenuto una posizione di neutralità durante la guerra in Ucraina</strong> e non è membro della Corte Penale Internazionale. I sauditi e l’Ucraina hanno un nemico comune: l’Iran, che da anni fornisce droni Shahed e altre munizioni non solo alla Russia ma anche ad attori particolarmente scomodi per Riad, come gli Houthi yemeniti.</p>
<div id="attachment_78465" style="width: 406px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_1612-2.jpg"><img class=" wp-image-78465" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/IMG_1612-2-300x190.jpg" alt="Nei pressi di Tabuk, Arabia Saudita del nord (Mirea D'Alessandro, riproduzione riservata)" width="406" height="257" /></a><p class="wp-caption-text">Nei pressi di Tabuk, Arabia Saudita del nord (Mirea D&#8217;Alessandro, riproduzione riservata)</p></div>
<p><strong>Il regno del deserto</strong></p>
<p>Quando nacque il regno, il sistema internazionale dovette fare i conti con crescenti tensioni che in Europa portarono alla seconda guerra mondiale. I decenni che seguirono, furono anni di <strong>grandi trasformazioni per la neonata Arabia Saudita</strong>, innescate dalla scoperta di ingenti risorse petrolifere nella parte orientale del Paese. <strong>Il regno nacque il 23 settembre del 1932</strong> e, nonostante non fosse comune che viaggiatori occidentali vi ci si recassero, già in quegli anni l’Arabia Saudita iniziò gradualmente ad aprire le sue porte al mondo. <mark class='mark mark-yellow'>Il sovrano che realizzò l&#8217;unificazione, Ibn Saud, capì che l’arma vincente per poter istituire un nuovo regno sarebbe stata ottenere un riconoscimento a livello internazionale.</mark> Così, sin dai primi anni del XX secolo, <strong>il re cercò di stabilire nuovi contatti</strong> con una serie di attori internazionali come Russia, Gran Bretagna e Stati Uniti e ci riuscì, <strong>nonostante non fosse pienamente consapevole delle ricchezze che il suo regno nascondeva nel sottosuolo</strong>.  Nel secolo breve furono diverse le questioni che coivolsero direttamente o indirettamente il Regno, basti pensare alla questione arabo israeliana &#8211; che ancora oggi trascina con sé il sangue di intere genereazioni &#8211; o alla forte instabilità politica che colpì l’Egitto, fino all’instabilità politica dello Yemen e al conflitto che vide fronteggiarsi Iran e Iraq, per non tacere la guerra in Afghanistan e l’invasione del Kuwait.</p>
<p>Oggi, più che mai,  l&#8217;Arabia Saudita è consapevole di essere crocevia tra popoli e culture, custode dei luoghi più sacri dell&#8217;Islam globale, potenza energetica e snodo essenziale nei rapporti grandi potenze, dagli Stati Uniti alla Russia. Se un tempo il regno si muoveva con prudenza nel panorama internazionale, oggi avanza con la piena consapevolezza del proprio peso nello scacchiere internazionale.</p>
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		<title>Pax trumpiana: partita a scacchi in Ucraina e Medio Oriente</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Jan 2025 00:50:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirea D Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Dazi]]></category>
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		<description><![CDATA[Sono trascorsi poco più di sette giorni dal giuramento del nuovo Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump ma i riflettori restano puntati su di lui:il nuovo inquilino della Casa ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="6000" height="4000" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/pexels-felixmittermeier-957312.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="pexels-felixmittermeier-957312" /></p><p>Sono trascorsi poco più di sette giorni dal giuramento del nuovo Presidente degli Stati Uniti,<strong> Donald J. Trump</strong> ma i riflettori restano puntati su di lui:<mark class='mark mark-yellow'>il nuovo inquilino della Casa Bianca rispetterà le promesse fatte in campagna elettorale?</mark> Certo è, che poco dopo il suo insediamento, il tycoon è stato <strong>molto chiaro</strong> nel suo primo <strong>discorso internazionale</strong> tenuto giovedì in videoconferenza al <em>World Economic Forum</em> di Davos. «Il mio messaggio a tutte le imprese del mondo è semplice: <strong>venite a produrre in America</strong>, e noi vi faremo pagare <strong>le tasse più basse</strong> di qualsiasi altra nazione. In caso contrario, ne pagherete il prezzo» ha esordito, di fronte all’immensa platea. Da <strong>buon imprenditore</strong>, appare chiaro che l’obiettivo del presidente sia quello di incentivare la macchina economica interna del Paese, innalzando<strong> barriere protezionistiche</strong> con l’estero, qualora ritenuto necessario. Il suo programma, così come evidenziato nel discorso tenuto poco dopo il giuramento, è <mark class='mark mark-yellow'>mettere al primo posto il benessere del Paese per far sì che «dall’oscurità del suo predecessore &#8211; che ha duramente criticato &#8211; fiorisca una nuova età dell’oro».</mark></p>
<p>«Da questo punto di vista, il <strong>protezionismo</strong> e l’<strong>imposizione di dazi</strong> da parte dell’amministrazione Trump, devono essere considerati in chiave di una strategica “<strong>pressione negoziale</strong>”. Il nuovo presidente, infatti, vuole <mark class='mark mark-yellow'>riequilibrare la bilancia commerciale degli Stati Uniti</mark>», evidenzia <strong>Davide Borsani</strong>, docente di Relazioni Internazionali dell’<em>Università Cattolica del Sacro Cuore</em> di Milano. Questa è la ragione principale per cui, tra i temi in primo piano presentati a Davos, oltre alle relazioni commerciali con Europa e Cina, di grande importanza sono la <strong>nuova soglia di spesa</strong> per la difesa della NATO &#8211; che propone per tutti i Paesi di <strong>aumentare il tasso</strong> da destinare all’Alleanza dal 2 al 5% del PIL &#8211; e il <strong>consolidamento di nuove partnership</strong> strategiche, come è il caso dell’<strong>Arabia Saudita</strong> di Mohammad Bin Salman.</p>
<p>Tra i temi che scaldano l’opinione pubblica mondiale e che &#8211; dopo anni di investimenti in difesa e aiuti umanitari &#8211; iniziano però a gravare irrimediabilmente soprattutto sulle spalle delle potenze occidentali (e non solo), <mark class='mark mark-yellow'> sono di grande rilevanza per il nuovo presidente i due conflitti in corso, in <strong>Ucraina</strong> e <strong>Medio Oriente</strong>.</mark> Sono di tale importanza, da farne il perno su cui si è sviluppata parte della folcloristica campagna elettorale di Donald Trump.</p>
<p>A Davos, il primo cittadino americano è, infatti, tornato a parlare del suo omologo russo che ha nuovamente invitato al dialogo: «<mark class='mark mark-yellow'>La guerra tra Russia e Ucraina finirebbe immediatamente se il prezzo del petrolio scendesse</mark>» ha affermato, sostenendo che l’<strong>elevato guadagno energetico</strong> permettera&#8217; al Cremlino di <strong>proseguire le operazioni</strong> militari e ha insistito: «L’Ucraina è pronta a fare un accordo». Dall&#8217;altro lato, inaspettatamente la risposta di Vladimir Putin non si è fatta attendere: «<strong>La guerra non dipende dal prezzo del petrolio</strong> ma è causata da una<strong> minaccia alla sicurezza nazionale</strong> della Federazione Russa che i Paesi occidentali rifiutano di vedere». E ha proseguito: «Faremmo meglio a incontrarci e ad avere una conversazione realista su tutte le questioni di comune interesse per gli Usa e per la Russia».</p>
<p>Nel quadro euroasiatico, «<strong>l&#8217;accellerazione dei colloqui</strong> nelle ultime settimane sta a significare che gli Stati Uniti hanno iniziato a<strong> mettere più pressione</strong> su entrambi gli attori. O, quantomento, sicuramente sull&#8217;Ucraina» sostiene Borsani. Il problema, però, in questo contesto, sono le condizioni sul terreno. «<mark class='mark mark-yellow'>L&#8217;Ucraina vuole entrare a far parte della<strong> NATO </strong> ma la posizione russa a riguardo non è negoziabile. Anche gli Stati Uniti hanno grandissime perplessità, perciò questo obiettivo al momento è irrealizzabile</mark>». Borsani tiene inoltre a sottolineare che <strong>non bisogna sopravvalutare l&#8217;influenza</strong> negoziale complessiva <strong>degli Stati Uniti</strong> sull&#8217;intero conflitto perchè ci sono tanti altri attori che operano in Ucraina o a sostengo di una delle due parti. Alla luce di questo, il punto su cui Putin e Zelensky devono confrontarsi è: «<mark class='mark mark-yellow'>sediamoci al tavolo ma sulla base di cosa trattiamo? </mark> L&#8217;obiettivo &#8211; prosegue Borsani &#8211; è <strong>cercare un compromesso</strong> affinchè nessuna delle due parti imponga una capitolazione sull&#8217;altra. Sicuramente in termini economici ma anche militari, <mark class='mark mark-yellow'>l&#8217;attore più avvantaggiato in questo scenario è la Russia</mark> rispetto all&#8217;Ucraina che ha invece bisogno di grande supporto da parte degli alleati occidentali ma ci sono delle linee rosse invalicabili che entrambe le parti non sono disposte a varcare». <mark class='mark mark-yellow'>Ad oggi, ci troviamo in una fase in cui le prospettive sono sicuramente più rosee quantomento per una possibile tregua.</mark> «La differenza che però sussiste tra tregua e pace è sostanziale: il primo caso prevede una sospensione dei combattimenti, il secondo caso invece prevede l&#8217;elaborazione di un accordo di più lungo periodo che per resistere deve soddisfare tutte le parti».</p>
<p>Scendendo più a Sud, oltre le sponde del Mar Mediterraneo, l&#8217;approccio utilizzato dall&#8217;inquilino della Casa Bianca per risolvere <strong>la questione mediorientale</strong> è ben diverso. Considerata sia<strong> l&#8217;operatività sul campo di Israele</strong> &#8211; soprattutto in Cisgiordania con <em>Iron Wall,</em> nonostante la tregua stipulata la scorsa settimana &#8211; che i provvedimenti del <strong>Trump 1</strong> &#8211; dove tra l&#8217;altro Gerusalemme è stata riconosciuta come capitale di Israele &#8211; , <mark class='mark mark-yellow'>&#8220;è lecito pensare che a Tel Aviv si guardi a Washington con l&#8217;idea che la nuova amministrazione sia disposta a tollerare più fughe in avanti da parte di Israele rispetto a quella precedente&#8221;</mark>, evidenzia Borsani. Con questo, però, non bisogna commettere l&#8217;errore di credere che i rapporti tra Israele e Stati Uniti siano sempre stati lineari. Anche in questo caso, infatti, scegliere di considerare<strong> una chiave di lettura semplicistica</strong> e riassuntiva del conflitto arabo- israeliano, <strong>potrebbe indurci in errore</strong>.</p>
<p>La vera questione è <mark class='mark mark-yellow'>«che gli Stati Uniti hanno interesse nel sostenere Israele perchè lo ritengono un bastione democratico in un&#8217;area particolarmente a rischio di squilibri. Di fatto, Tel Aviv è il pilastro della politica estera americana in Medio Oriente».</mark> Questa è la dinamica che spiega la ragione che si nasconde dietro l&#8217;ultima dichiarazione &#8211; rilasciata durante la notte in una conferenza stampa a bordo dell&#8217;<em>Air Force One</em> &#8211; proprio del presidente degli Stati Uniti e che si lega alle richieste, presentate dai coloni israeliani, in merito alla gestione<em> post-conflict</em> dell&#8217;enclave palestinese: <mark class='mark mark-yellow'>«Gaza al momento è un sito di demolizione e la gente sta morendo. La mia proposta è finanziare la costruzione di nuove abitazioni &#8211; temporanee o a lungo termine &#8211; in Egitto e Giordania</mark> in modo che i palestinesi possano vivere li&#8217; in pace. Alla fine, si tratta di un milione e mezzo di persone. Dobbiamo ripulire tutto: quel luogo ha un grande potenziale». In relazione alle ultime parole del Presidente &#8211; che non lasciano spazio ad interpretazioni -, l&#8217;emittente americana Cnn ha citato le parole di un&#8217;analista ospite del canale israeliano Channel 12,<strong> Amit Segal</strong>, secondo cui le sue parole non sono una semplice esternazione ma fanno parte di &#8220;un piano più ampio che appare coordinato con Israele&#8221;.</p>
<p>Dall&#8217;altro lato, Egitto e Giordania &#8211; così come l&#8217;Autorità Nazionale Palestinese e Hamas &#8211; hanno respinto fermamemente la proposta di un trasferimento forzato del popolo palestinese. «Mettiamo in guardia dallo <strong>sfruttare la catastrofica situazione umanitaria di Gaza</strong>, causata dal genocidio commesso dall&#8217;occupazione. Chiediamo un&#8217;azione rapida per rispondere alle diverse esigenze dei residenti di Gaza e per accelerare gli sforzi di accoglienza, soccorso e ricostruzione», ha cosi&#8217; reagito l&#8217;ufficio stampa del governo di Gaza.</p>
<p>Sin dalle prime mosse sulla scacchiera, appare chiaro che <mark class='mark mark-yellow'>l&#8217;obiettivo del nuovo Presidente sia quello di porre fine ai conflitti in corso, cercando di trovare un compromesso tra le parti. O, quanto meno, tra le parti che contano</mark>: ovvero quelle che il tycoon ritiene abbiano qualcosa da offire sia in termini economici che strategici. <strong>In fondo, è un fatto ben noto, le prime mosse di una partita a scacchi possono essere tra le più importanti.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>TikTok influenza le politiche ambientali della Casa Bianca?</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Jan 2024 17:58:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Simone Cesati]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>
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		<description><![CDATA[TikTok si sta ultimamente trasformando in una piattaforma attiva per i giovani che si oppongono alla costruzione di giacimenti petroliferi e impianti gas. Si è formato una sorta di “patto” di collaborazione ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1000" height="665" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/01/Alex-haraus-climate-activist-.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Alex haraus climate activist" /></p><p>TikTok si sta ultimamente trasformando in una piattaforma attiva per i giovani che si oppongono alla costruzione di giacimenti petroliferi e impianti gas. Si è formato una sorta di “patto” di collaborazione tra influencer e attivisti locali: non si parla solo di ambiente, ma anche di politica in generale.</p>
<blockquote><p>Insomma, TikTok sta sempre più svolgendo un ruolo fondamentale nelle politiche non solo nazionali ma anche globali</p></blockquote>
<h2>L&#8217;influenza dei TikTokers sulle politiche ambientali</h2>
<div id="attachment_69252" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/01/download1.jpg"><img class="wp-image-69252 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/01/download1-300x121.jpg" alt="download" width="300" height="121" /></a><p class="wp-caption-text">Il progetto Calcasieu Pass 2 (Cp2) in Louisiana</p></div>
<p>Sollecitata da ambientalisti militanti sui social, l’amministrazione di Joe Biden ha deciso di sospendere il progetto Calcasieu Pass 2 (Cp2), insieme ai nuovi piani che sfruttano il gas naturale liquefatto per la produzione di nuova energia. Il Dipartimento dell’Energia vaglierà a fondo l’impatto sul clima prima di prendere una decisione definitiva. I sostenitori dell’ambiente hanno preso con entusiasmo la nuova direttiva che vede il blocco di Cp2: il progetto prevedeva non solo la costruzione di un impianto in Louisiana, rendendola uno dei terminali di gas naturali più grandi degli Stati Uniti e del mondo, ma anche la fornitura alla Germania di 2,21 milioni di tonnellate di gas liquefatto all’anno per due decenni.</p>
<h2>Influencer contro Cp2: di cosa si tratta</h2>
<p>Al contrario di Donald Trump, ferreo promotore di politiche antiambientaliste, molti influencer stanno celebrando questa potenziale vittoria per il clima. <a href="https://www.washingtonpost.com/climate-environment/2024/01/27/tiktok-biden-liquefied-natural-gas-cp2/">Come racconta il Washington Post </a>molti giovani, tra cui<a href="https://www.alexharaus.com/about"> Alex Haraus,</a> si sono prodigati con video e viaggi in Louisiana per mostrare l’aria e l’acqua inquinate, riscuotendo molto consenso (oltre 500&#8217;000 visualizzazioni). La campagna online contro Cp2 ha preso piede in tempi relativamente brevi, tanto da convincere Biden a rivalutare il progetto.</p>
<h2>Propaganda e sostegno via social, un asso nella manica?</h2>
<p>In occasione dell’elezione del 2020 gli adolescenti hanno formato delle coalizioni politiche per fare una campagna a favore dei candidati prescelti, pubblicando aggiornamenti di notizie e verificando i fatti degli oppositori. Tenendo a mente un dato riportato dal <em>Pew Research Center</em>, <strong>la &#8220;percentuale di adulti statunitensi che affermano di ricevere regolarmente notizie da TikTok è più che quadruplicata</strong>, dal 3% nel 2020 al 14% nel 2023”. Per rendere l’idea su quale tipo di strumenti di propaganda e di sostegno possono diventare i social se usati bene: nell’anno delle presidenziali, grazie al successo della campagna “TikTok for Biden”,<strong> l’affluenza di giovani alle urne è stata dirimente per l’elezione del candidato democratico</strong>.</p>
<blockquote><p>Il seguito di certe campagne ha portato la Casa Bianca a considerare sempre più i giovani, in particolar modo sulla politiche ambientali (ambito in cui gli adolescenti sono più sensibili e partecipativi).</p></blockquote>
<p>Biden ha già invitato due tiktoker alla Casa Bianca per parlare di programmi sul clima, <strong>Ali Zaidi – consigliere interno per il clima</strong> – ha incontrato degli influencer su Zoom. Inoltre, sempre Zaidi, ha tenuto sottolineare l’importanza dei giovani ambientalisti: <strong>“Penso che i giovani sappiano di avere in Joe Biden un partner e un alleato disposto ad essere lungimirante”.</strong></p>
<h2>I TikTokers stanno abbandonando Biden?</h2>
<p><strong>L’entusiasmo che c’era nel 2020 si è dissolto. I giovani Tiktoker si hanno silenziosamente revocato il proprio sostegno a Biden, a partire delle politiche sulla guerra a Gaza – <a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/01/BIDEN-TIKTOK.jpg"><img class="alignleft wp-image-69253 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/01/BIDEN-TIKTOK-300x168.jpg" alt="BIDEN-TIKTOK" width="300" height="168" /></a>per nulla condivise -, per non parlare del fallimento nel contenere la pandemia, della miopia di certe politiche ambientali.</strong> Sempre sul clima, i giovani non hanno mai digerito l’approvazione di Willow, un progetto di trivellazione petrolifera in Alaska. I sentimenti su Biden si sono inaspriti, tanto che l’Harvard Youth Poll ha mostrato un crollo dell’entusiasmo degli elettori tra i 18 e i 29.</p>
<h2>Come Biden vuole ricucire il rapporto</h2>
<p><strong>In vista delle elezioni autunnali la Casa Bianca sta cercando di ricreare quel rapporto di fiducia tra lui e la Generazione Z.</strong> Gli sforzi per la campagna elettorale prendono forma, settimana scorsa Biden ha annunciato la creazione di un direttore delle partnership digitali per lavorare con i creatori su TikTok e altre piattaforme solcial per “amplificare il messaggio e raggiungere nuovi blocchi elettorali”. Il ruolo è stato assunto da Christian Tom e ha dichiarato: “Il lavoro che svolgiamo con i creatori ha il maggior vantaggio e potenziale tra tutti i metodi di comunicazione che utilizziamo. Che si tratti dei tweet piccanti o del nostro lavoro con i creatori, si tratta di come possiamo trovare un modo per apparire nel feed in un modo che sembri autentico, organico e che, alla fine, ti sorprenda&#8221;. Per di più, lo scorso autunno, la Casa Bianca ha ospitato gli influencer di TikTok ad un convention VidCon Baltimora, un raduno di creatori online. Insomma, <strong>l’amministrazione Biden sta facendo il possibile per farsi perdonare le politiche passa e includere i ragazzi in vista di un percorso più ampio per il futuro.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Fiona ed Ellie, un&#8217;America spaccata in due</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2020 05:43:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Barra]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
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		<description><![CDATA[Le presidenziali Statunitensi sono agli sgoccioli e si configurano come le elezioni dei record e delle continue sorprese. Con 290 voti – contro i 232 dell’uscente Donald Trump – Joe ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="6912" height="4160" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/pexels-pixabay-290386.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="usa 2020" /></p><p>Le presidenziali Statunitensi sono agli sgoccioli e si configurano come le elezioni dei record e delle continue sorprese. <mark class='mark mark-yellow'>Con 290 voti – contro i 232 dell’uscente Donald Trump – Joe Biden ha ottenuto la nomina come presidente degli Stati Uniti d’America</mark>, aggiudicandosi anche il titolo di candidato più votato di sempre. Il democratico è, inoltre, il terzo ad aver vinto le elezioni senza vincere l’Ohio dal 1900: prima di lui solo Franklin D. Roosevelt e John F. Kennedy.</p>
<p>Una sfida sudata, che ancora vede in atto il<mark class='mark mark-yellow'>riconteggio dei voti in Georgia, uno dei cosiddetti “swing states”</mark>. Questi stati, detti anche “battleground states” – ovvero stati indecisi – sono quelli in cui si consuma effettivamente la sfida elettorale. Nel 2020, oltre la Georgia e l’Ohio, sono stati: Arizona, Florida, secondo distretto congressuale del Maine, Minnesota, Michigan, Nebraska, Nevada, North Carolina, Pennsylvania, Wisconsin e New Hampshire. Fatta esclusione della Florida che è andata a Trump, Biden si è aggiudicato il cosiddetto “Big Four” (composto da Florida, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin), considerato decisivo per il risultato delle elezioni presidenziali di quest’anno. La ragione di questa tesi è che i quattro stati sopracitati siano passati ai repubblicani nel 2016 solo per un punto percentuale o meno.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/pexels-andrew-neel-5821296.jpg"><img class="alignnone wp-image-48321 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/pexels-andrew-neel-5821296-1024x682.jpg" alt="usa 2020" width="1024" height="682" /></a></p>
<p>A elezioni concluse e dopo tutte le cose che abbiamo sentito dire da politici, esperti e giornalisti, ci è sembrato doveroso sentire il parere dei giovani che dovranno fare i conti con i risultati di queste elezioni. In particolare,<mark class='mark mark-yellow'>abbiamo parlato con Ellie Willard e Fiona Flaherty, due praticanti giornalisti dell’Arizona State University</mark>. Entrambi si dicono soddisfatti per il risultato, “con la speranza che lo slancio verso il cambiamento in questa nazione continui anche sotto il presidente democratico”, specifica Ellie. Sempre lei, definisce<mark class='mark mark-yellow'>la campagna elettorale fatta dai due candidati “molto intensa e abrasiva”</mark>. Le pubblicità sono state pervasive e i candidati non si sono preoccupati di insultare – anche facendo riferimento ad aspetti personali e non politici – l’avversario: “si trovavano prima di ogni video di YouTube”. Quello che emerge dalle parole della ragazza è che Biden si sia sforzato di fare appello ai giovani promuovendo questioni come il debito universitario e la sostenibilità. Fiona, invece, sottolinea un aspetto strettamente legato all’attualità: il Covid-19. “Penso che entrambi i candidati abbiano fatto un buon lavoro, con la differenza che Joe Biden ha condotto una campagna molto più sicura visto il tempo di pandemia in cui ci troviamo”. In più, Fiona fa luce su un aspetto tanto consolidato nell’opinione pubblica, quanto interessante dal punto di vista sociale e culturale: “Penso che nessuno dei due candidati abbia davvero influenzato qualcuno, ma c&#8217;è stato un movimento interessante tra molti giovani democratici chiamato &#8220;Settle for Biden&#8221;. Si tratta di un gruppo di ex sostenitori di altri candidati democratici a cui non piace necessariamente Biden, ma non piace Trump.” Sono moltissimi, infatti, gli elettori che hanno votato spinti non da una forma di consapevolezza o ammirazione nei confronti del candidato democratico, ma da un cosiddetto <mark class='mark mark-yellow'>“Anti-Trumpismo”</mark> dilagante nel paese, specialmente all’indomani della pandemia.  I giovani statunitensi stanno dimostrando un forte spirito critico, riuscendo a scindere la felicità per la vittoria del candidato maggiormente in linea con le proprie ideologie e pensando al bene del proprio paese. Prima di fidarsi, infatti, vogliono “assicurarsi che sia responsabile e che mantenga le sue promesse politiche”.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/biden-trump-sempionenews.jpg"><img class="aligncenter wp-image-48322 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/biden-trump-sempionenews.jpg" alt="biden trump " width="888" height="444" /></a></p>
<p>Un altro motivo per il quale ricorderemo queste elezioni è la<mark class='mark mark-yellow'>transizione non pacifica e la mancata accettazione della sconfitta da parte di Donald Trump, che ha deciso di fare ricorso alla Corte Suprema per presunti brogli elettorali commessi dai democratici</mark>. Un’accusa molto pesante a cui Joe Biden ha risposto con toni altrettanto duri, affermando che anche lui è disposto ad andare sul penale pur di fare chiarezza sulla questione. Come osserva giustamente Ellie, “i voti considerati mancanti non avrebbero fatto una grande differenza perché la maggior parte dei voti che hanno decretato il risultati sono stati contati in modo corretto ed equo”. Seppur la questione rimane ancora aperta, Fiona sottolinea che – in quanto giornalista e ricercatrice – non ci sia alcuna prova di frodi elettorali di massa. E questo è stato confermato anche da molte agenzie di intelligence del paese. “Negli ultimi decenni ci sono stati alcuni piccoli casi di frode, ma nulla che minerebbe il processo democratico – dice, e continua –. Penso che gli sforzi di Trump per cercare di far pensare che sia una frode siano pericolosi”.</p>
<p>La questione ha le sue radici nella battaglia – iniziata anni fa – da Trump riguardo il <mark class='mark mark-yellow'>voto postale</mark>. Questa modalità è diffusa in America in 34 stati su 50 sin dai tempi della guerra civile e consente a chi ha difficoltà a recarsi nel seggio di riferimento – per disabilità o perché residente in zone rurali molto lontane – di votare a distanza. L’ex presidente ha sempre sostenuto che questa modalità, più permeabile alle frodi, minasse il processo democratico. Secondo Fiona, invece, “lo implementa, perché consente a queste persone di far sentire la propria voce, quando altrimenti non avrebbero potuto, soprattutto se si pensa a coloro che vivono nelle riserve dei nativi americani o nelle terre tribali”. Ellie ricorda che sono anche i militari e i cittadini che vivono all’estero a beneficiare del voto per corrispondenza.<mark class='mark mark-yellow'>“Ovviamente quando si ha un gran numero di elettori c’è sempre la possibilità di frode”, ma i benefici di aiutare le persone a votare in sicurezza – soprattutto durante una situazione pandemica come quella corrente – superano quest’eventualità</mark>.</p>
<p>Ma la vera domanda che in molti si fanno è: cosa si aspettano i cittadini americani dall’elezione di Joe Biden? Quali sono i dubbi? Quali le speranze? C’è chi è più fiducioso e chi lo è meno. E<mark class='mark mark-yellow'>Fiona e Ellie si configurano un po’ come l’emblema di un’America spaccata in due</mark>. Da un lato c’è chi non crede cambierà molto “se non per quanto riguarda la pandemia”. Dall’altro, invece, chi pensa che la situazione cambierà in meglio perché – nonostante sia difficile unificare un paese così diviso in questo momento – “è positivo che finalmente ci sia qualcuno che metta in primo piano la lotta alle disuguaglianze sociali che subiscono le persone di colore e  la comunità LGBTQ”. I punti interrogativi sono ancora tanti, ma i giovani statunitensi sanno che, per avere delle risposte, si dovrà aspettare ancora. L’importante, nel frattempo, è non smettere di sperare che “America” possa non essere soltanto sinonimo di grandi ricchezze e rapidi profitti, ma anche patria di diritti sociali e civili.</p>
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		<title>Usa 2020: una vittoria di misura in un Paese diviso</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Nov 2020 07:26:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Cozzaglio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Donald Trump o Joe Biden? Chi sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca? Il votò verrà realmente contestato dinanzi alla Corte Suprema come ha minacciato il tycoon? Tutte domande che ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="532" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/12818934-3x2-xlarge.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="12818934-3x2-xlarge" /></p><p>Donald Trump o Joe Biden? Chi sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca? Il votò verrà realmente contestato dinanzi alla Corte Suprema come ha minacciato il tycoon? Tutte domande che stanno tenendo l’America e il mondo con il fiato sospeso, soprattutto perché l’esito sarà deciso solo da alcuni stati chiave dove i due candidati rimangono testa a testa (sebbene Biden sembri in recupero grazie allo scrutinio del voto per posta): <strong>Arizona, Georgia, Nevada, North Carolina e Pennsylvania</strong>.</p>
<p>In attesa degli ultimi risultati, ci si comincia ad interrogare su quale America emerge dal voto e quali saranno le prospettive future indipendentemente dal vincitore. Su questo tema si è focalizzato l’evento virtuale “Presidenziali USA 2020: dall’elezione all’insediamento” organizzato dall’Ambasciata americana di Roma. Ad esso sono intervenuti <strong>Eric Terzuolo</strong> (ex diplomatico, docente di international relations presso l’American University School of International Service di Washington), <strong>Francesco Clementi</strong> (professore di diritto pubblico comparato all’Università degli Studi di Perugia), <strong>Gianluca Pastori</strong> (docente di storia delle relazione politiche tra Nordamerica e Europa presso l’Università Cattolica di Milano) e <strong>Francesca Longo</strong> (professoressa di scienza politica e sistema politico dell’Unione Europea dell’Università di Catania).</p>
<p>Sebbene lo scrutinio non sia ancora terminato, si nota come la partecipazione al voto sia stata impressionante, una delle più alte registrate in un paese dove tendenzialmente l’affluenza è più bassa. A questo dato positivo ne corrisponde uno negativo. <mark class='mark mark-yellow'>«Sia i repubblicani sia i democratici sono delusi e arrabbiati» &#8211; afferma Eric Terzuolo &#8211; «Non c’è stato un verdetto univoco degli elettori e non ci sarà. I risultati ci fanno vedere un’America profondamente divisa a livello nazionale, ma anche all’interno dei singoli stati».</mark> La delusione è maggiore per i democratici che si aspettavano un risultato netto, speranza alimentati dai sondaggi che anche quest’anno come nel 2016 ipotizzavano una “blue wave”, un’onda di voti per Joe Biden.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>La delusione è maggiore per i democratici che si aspettavano un risultato netto, speranza alimentati dai sondaggi che anche quest’anno come nel 2016 ipotizzavano una “blue wave”, un’onda di voti per Joe Biden</span></p>
<p>Come mai i sondaggisti hanno nuovamente sbagliato le loro previsioni? Secondo Eric Terzuolo, è stato nuovamente sottovalutato l’elettorato pro Trump il quale spesso manifesta reticenza a professare il proprio sostegno politico in pubblico, salvo poi concretizzarlo nel segreto dell’urna. <mark class='mark mark-yellow'>Tuttavia i sostenitori di Trump non sono più soltanto i bianchi di ceto medio-basso e con istruzione media-superiore: per Eric Terzuolo, il tycoon ha avuto un discreto successo presso i latinoamericani (un elettorato tendenzialmente conservatore su certi temi) e anche una certa porzione degli afroamericani è stata attratta dalle sue promesse.</mark></p>
<p>Le divisioni del popolo americano si sono riflesse anche sulla diversa modalità di voto: i repubblicani hanno preferito recarsi alle urne durante l’election day, mentre i democratici hanno privilegiato il voto per posta. Quest’ultimo, incoraggiato dai timori per la pandemia da Covid-19 (che nel paese ha fatto oltre 300mila morti), ha raggiunto numeri molto elevati divenendo la causa principale del ritardo nello scrutinio. Ma non è solo questo. <mark class='mark mark-yellow'>Come sottolinea Francesco Clementi, non esiste un sistema elettorale federale, ma ognuno degli stati ne adotta uno diverso dagli altri. Gli elementi in comune sono due: l’obbligo per il cittadino americano di registrarsi per poter votare e il meccanismo della <em>plurality</em> secondo il quale il vincitore conquista tutti i grandi elettori assegnati a quello stato in proporzione al peso demografico (con le parziali eccezioni per il Maine e il Nebraska).</mark></p>
<p>Una volta assegnati, i grandi elettori (in tutto 538) esprimeranno la loro preferenza il 14 dicembre, termine ultimo per decisioni su eventuali riconteggi delle schede o dispute legali, come avvenne nel 2000 nella sfida tra George Bush e Al Gore. A quel punto inizierà la fase di transizione dei poteri dallo sconfitto al vincitore (qualora dovesse trionfare Biden) che si concluderà il 20 gennaio, data di insediamento del nuovo presidente.</p>
<p>Queste elezioni verranno probabilmente ricordate per il fatto di essersi svolte nel corso di una pandemia. Proprio il Covid-19 ha costretto i due candidati a rivedere le proprie strategie elettorali in quella che Gianluca Pastori ha definito “<em>struggle for the soul of America</em>”. Donald Trump non ha potuto sfruttare appieno la sua carta vincente: un’economia prospera e la disoccupazione ai minimi storici che l’emergenza sanitaria ha gravemente cancellato. Il tycoon ha allora cercato di mostrare agli elettori l’immagine di un paese forte, in grado di affrontare da solo ogni avversità e rimarcando la sua diversità rispetto ad altri stati nel mondo. Al contrario il suo sfidante ha rimarcato le fragilità interne del paese e la coesione nazionale messa a dura prova. <mark class='mark mark-yellow'>Afferma Gianluca Pastori: «Biden ha narrato l’America fragile, diversa, che necessita un cambiamento per essere davvero grande».</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Il tycoon ha allora cercato di mostrare agli elettori l’immagine di un Paese forte, in grado di affrontare da solo ogni avversità e rimarcando la sua diversità rispetto ad altri stati nel mondo. Al contrario il suo sfidante ha rimarcato le fragilità interne del paese e la coesione nazionale messa a dura prova.</span></p>
<p>Sicuramente queste elezioni sono anche il frutto di una campagna molto dura che in certi momenti è sembrata povera di contenuti. Secondo Francesca Longo, uno temi assenti nel dibattito è stata la politica estera. Pur riconoscendo che attualmente gli Stati Uniti hanno priorità di carattere interno, il nuovo presidente dovrà fronteggiare stati che mirano ad un’egemonia globale (come la Cina e la Russia) ed altri che ambiscano ad un ruolo di potenza regionale (Turchia e Iran in Asia Occidentale). «Il Medio Oriente rappresenta per l’Europa un vicino instabile, ma importante per la sicurezza globale, l’approvvigionamento energetico e i flussi migratori» &#8211; sottolinea Francesca Longo &#8211; «Quindi la politica di Biden (se eletto) verso quest’area sarà rilevante per le relazioni transatlantiche». In linea teorica si può ipotizzare che una presidenza Biden potrebbe segnare un ritorno almeno parziale al multilateralismo e al probabile ritorno degli Stati Uniti negli accordi sul clima di Parigi.</p>
<p>Nei prossimi giorni forse sapremo il vincitore, ma la battaglia per la Casa Bianca è ancora lunga.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Per vedere il video integrale dell’evento, cliccare </strong><a href="https://www.youtube.com/watch?v=KH6zBFHQb8w"><strong>qui</strong></a></p>
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		<title>USA, ancora una terra promessa per i ricercatori stranieri?</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2020 07:40:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Cozzaglio]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[donald trump]]></category>
		<category><![CDATA[ricercatori]]></category>
		<category><![CDATA[Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>

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		<description><![CDATA[Con l’approssimarsi delle elezioni presidenziali, gli occhi del mondo sono puntati sugli Stati Uniti. I sondaggi si susseguono giorno dopo giorno e tutti i principali temi della campagna elettorale vengono ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1271" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/microscope-275984_1920.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="microscope-275984_1920" /></p><p>Con l’approssimarsi delle elezioni presidenziali, gli occhi del mondo sono puntati sugli Stati Uniti. I sondaggi si susseguono giorno dopo giorno e tutti i principali temi della campagna elettorale vengono analizzati e commentati. Dopo quattro anni con Donald Trump  inquilino della Casa Bianca, e sei mesi di pandemia ci chiediamo quale sia la situazione dei ricercatori stranieri oltreoceano, che sono tanti e scelgono da sempre gli Stati Uniti come meta privilegiata per il ruolo sociale e i finanziamenti assegnati alla ricerca soprattutto media e scientifica. Ci siamo fatti aiutare dalla dottoressa <strong>Sara Gandolfi</strong>, oncologa ed ematologa, ricercatrice e post-doctoral fellow al <strong>Dana-Faber Cancer Institute di Boston (Massachusetts).</strong></p>
<p>Innanzitutto dobbiamo considerare che avere la possibilità di condurre ricerche negli Stati Uniti è intrinsecamente legato alle procedure per l’immigrazione, necessarie anche per i ricercatori intenzionati a fermarsi oltreoceano solo per un tempo determinato. <mark class='mark mark-yellow'>«La situazione dei ricercatori italiani negli Stati Uniti non è particolarmente complicata &#8211; dice la dottoressa Gandolfi -. Il problema più importante quando ci si trasferisce […] è avere qualcuno che ti sponsorizzi un visto».</mark> Nel caso specifico di un ricercatore italiano, la dottoressa Gandolfi ci spiega che il visto concesso è il cosiddetto <strong>J1</strong>, valido fino a 5 anni e conferente lo status di <em>non-resident alien</em>. Dopo due anni si diventa residente, ma qualora si decida di ottenere la <strong>Green Card</strong> che identifica il portatore come <em>lawful-resident</em> bisogna prima entrare in possesso di un visto H1B (<em>resident-alien</em>).</p>
<p>L’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump ha reso la situazione più complicata: fedele al motto “Make America Great Again”, il tycoon ha introdotto limitazioni alla concessione di visti per tutti gli immigrati la cui attività possa costituire una minaccia per i lavoratori americani. Dalla sua esperienza, la dottoressa Gandolfi ci racconta che alcuni suoi colleghi indiani e cinesi sono stati costretti a non effettuare rientri nei loro paesi per timore di non riuscire ad ottenere un timbro speciale sui loro visti.</p>
<p>Ma possiamo quindi dire che il numero dei ricercatori stranieri è diminuito dal 2016? «Durante la presidenza Trump il flusso è stato regolare» &#8211; puntualizza la dottoressa Gandolfi &#8211; «Si è invece ridotto in questo periodo a causa del Coronavirus». Per quanto riguarda il periodo pre pandemia, se ne può trovare una conferma statistica. <mark class='mark mark-yellow'>Secondo il <strong>Pew Research Center</strong>, fin dal 2010 la percentuale di immigrati con più di 25 anni d’età e un alto titolo di studio è sempre stata in costante ascesa: nel 2018 il 18,1% poteva esibire un <em>bachelor’s degree</em>, mentre il 13,9% era in possesso di un <em>postgraduate degree </em>(<strong>Fig. 1</strong>).</mark></p>
<div id="attachment_47512" style="width: 750px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/Immagine-2020-10-23-104950.jpg"><img class="wp-image-47512" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/Immagine-2020-10-23-104950.jpg" alt="Fig.1 Percentuali di immigrati di età superiore ai 25 anni divisi per titolo di studio più elevato" width="750" height="542" /></a><p class="wp-caption-text">Fig.1 Percentuali di immigrati di età superiore ai 25 anni divisi per titolo di studio più elevato</p></div>
<p>Un flusso costante di ricercatori stranieri rappresenta non solo una ricchezza, ma anche la colonna portante di tutto il mondo della ricerca statunitense che conta un numero notevolmente limitato di “cervelli” americani. <mark class='mark mark-yellow'>La ragione è l’estrema difficoltà per molti ad accedere all’istruzione superiore per l’alto costo delle rette universitarie. Ci spiega la dottoressa Gandolfi: «L’alto livello di educazione è un privilegio negli Stati Uniti. Gli studenti per potersi mantenere agli studi, spesso si indebitano a vita con lo stato, motivo per cui l’americano finisce a lavorare non in università ma nelle industrie».</mark> Al contrario i dati raccolti nel 2017 dal <strong>National Science Board</strong> mostrano percentuali rilevanti di ricercatori stranieri già in possesso di titoli accademici conseguiti all’estero (<strong>Fig. 2</strong>)</p>
<div id="attachment_47513" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/nsb20201-fig009.png"><img class="wp-image-47513 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/nsb20201-fig009-1024x627.png" alt="Fig. 2" width="1024" height="627" /></a><p class="wp-caption-text">Fig. 2 Titoli di studio tra gli stranieri impiegati nel settore Scienza e Ingegneria (S&amp;E)</p></div>
<p>Un motivo fondamentale che attira negli Stati Uniti menti brillanti da tutto il mondo è l’ingente disponibilità di fondi per la ricerca. È possibile distinguere i finanziamenti (<em>grant</em>) in 4 tipologie a seconda della loro provenienza: essi possono giungere dal governo federale, da università o college, da organizzazioni non governative e da privati. <mark class='mark mark-yellow'>Quest’ultima categoria si è sempre imposta come il principale partner economico per la ricerca: dall’inizio del millennio, gli investimenti privati non sono mai scesi sotto i 200 miliardi di dollari, raggiungendo nel 2017 la cifra impressionante di 400 miliardi.</mark> Ma il dato interessante è il forte divario con le altre fonti di finanziamento che nell’arco di 17 anni (2000-2017) non hanno mai raggiunto i 100 miliardi (<strong>Fig. 3</strong>).</p>
<div id="attachment_47515" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/nsb20201-fig016.png"><img class="wp-image-47515 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/nsb20201-fig016-1024x638.png" alt="Fig. 3" width="1024" height="638" /></a><p class="wp-caption-text">Fig. 3 Ammontare dei diversi finanziamenti al settore Ricerca e Sviluppo (R&amp;D)</p></div>
<p>La massiccia iniezione di capitali privati potrebbe indurre a riflettere se dietro al sostegno per il mondo della ricerca ci siano calcoli politici ed economici. Difficile dare una risposta certa ed esaustiva. <mark class='mark mark-yellow'>«Sicuramente la politica ha un impatto sulla linea di ricerca piuttosto che direttamente sui singoli laboratori» &#8211; sottolinea la dottoressa Gandolfi &#8211; «Credo che si parli di una policy più generale dell’istituto di ricerca: adesso per esempio c’è stata una forte propulsione verso la ricerca immunologica, le immunoterapie e le terapie antivirali».</mark> Tuttavia anche i fondi federali risentono della politica: ci spiega la dottoressa Gandolfi che due anni fa Donald Trump diede un taglio importante ai grant federali garantiti dal <strong>NIH</strong> (<strong>National Institute of Health</strong>), ovvero fondi molto consistenti della durata fino a 5 anni consecutivi. Tagli che hanno avuto come conseguenza immediata una forte protesta da parte della comunità scientifica che rischiava di trovarsi con numerosi progetti di ricerca impossibilitati a proseguire.</p>
<p>Quindi per un ricercatore straniero è relativamente semplice ottenere un visto e ricevere finanziamenti per la sua ricerca negli Stati Uniti. È possibile affermare lo stesso sul piano professionale e personale? «Il trattamento dal punto di vista remunerativo è stabilito direttamente dal NIH attraverso delle apposite tabelle che prevedono aumenti salariali proporzionali allo scatto di carriera ogni anno. Non ci sono quindi differenze rispetto ai ricercatori americani», ci spiega la dottoressa Gandolfi. Ma immediatamente puntualizza: <mark class='mark mark-yellow'>«Però l’accesso a posizioni prestigiose nell’ambito dell’industria è difficoltoso per chi arriva come ricercatore dall’estero perché le industrie tendono ad assumere persone con la Green Card o cittadini americani per non preoccuparsi delle scadenze dei visti».</mark> Sul piano personale, invece, episodi di discriminazione sul luogo di lavoro sono tendenzialmente sporadici.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«Il trattamento dal punto di vista remunerativo è stabilito direttamente dal NIH attraverso delle apposite tabelle che prevedono aumenti salariali proporzionali allo scatto di carriera ogni anno. Non ci sono quindi differenze rispetto ai ricercatori americani»</span></p>
<p>Nonostante la presenza di luci e ombre all’interno del mondo della ricerca, gli Stati Uniti restano nel complesso un paese in grado di permettere a giovani ricercatori di proseguire gli studi e realizzare i propri progetti scientifici: non è un caso quindi che secondo il National Science Board tra il 2000 e il 2017 il contributo statunitense alla crescita degli investimenti nella ricerca sia pari al 20% delle spese mondiali, sopra l’Unione Europea (17%), ma dietro alla Cina che registra un notevole 32% (<strong>Fig. 4</strong>).</p>
<div id="attachment_47514" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/nsb20201-fig012.png"><img class="wp-image-47514 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/nsb20201-fig012-1024x736.png" alt="Fig. 4" width="1024" height="736" /></a><p class="wp-caption-text">Fig. 4 Contributi alla crescita della spesa mondiale nel settore Ricerca e Sviluppo (R&amp;D)</p></div>
<p>Una volta noto chi sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca, forse si potrà verificare se la fama degli Stati Uniti quale terra di opportunità per i giovani talenti continuerà o se verrà scalfita magari dai nuovi paesi economicamente emergenti.</p>
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		<title>USA 2020: quanto contano i vicepresidenti?</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Oct 2020 05:49:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Cozzaglio]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="840" height="560" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/ae318d92eff3abe8a773c11b7ca54874.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="ae318d92eff3abe8a773c11b7ca54874" /></p><p>Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti lo scontro tra i due candidati, Donald Trump e Joe Biden, diventa sempre più acceso: il dibattito tra i due tenutosi il 30 settembre è stato definito “il peggiore della storia americana”. Pochi contenuti, molta aggressività. Per questo molte persone hanno accolto positivamente il netto cambio di stile nel confronto dell’8 ottobre tra i due contendenti alla vicepresidenza: <strong>Mike Pence</strong> e <strong>Kamala Harris</strong>.</p>
<p>La crescente attenzione su due figure di solito ai margini nella corsa per la Casa Bianca suscita una domanda: tutto questo avrà delle conseguenze sul voto degli americani? Prima di tentare di rispondere, bisognerebbe riflettere sul reale potere dei vicepresidenti. Su questo punto si concentra la ricerca “Do running mates matter? The influence of Vice-Presidential candidates in presidential elections” di<strong> Christopher Devine</strong> (political science professor at the University of Dayton, Ohio) e <strong>Kyle Kopko</strong> (Director of the Center for Rural Pennsylvania, adjunct professor at Elizabethtown University), ospiti di un evento virtuale organizzato dal Consolato Americano di Milano.</p>
<p>Spesso si ritiene che un vicepresidente (o un candidato) possa assicurare al prossimo “comandante in capo” degli Stati Uniti il supporto del proprio Stato o, in alternativam attirare il consenso di alcuni segmenti specifici della popolazione. Ma in realtà il quadro è molto complesso. Secondo il professor Devine, la definizione più arguta sulla vicepresidenza fu data da <strong>John Adams</strong>, vicepresidente di George Washington (1789-1797): «Sono vicepresidente e non sono niente. Ma potrei essere tutto». <mark class='mark mark-yellow'>Secondo la costituzione americana il vicepresidente ha pochi poteri, ma può assumere il posto del presidente nel caso quest’ultimo sia gravemente malato, si dimetta e sia deceduto.</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>La definizione più arguta sulla vicepresidenza fu data da John Adams, vicepresidente di George Washington: «Sono vicepresidente e non sono niente. Ma potrei essere tutto»</span></p>
<p>Ma quando i vicepresidenti sono diventati centrali nello scenario politico americano? Secondo Kyle Kopko c’è una data precisa: le elezioni presidenziali del 1976. Fu un anno molto particolare poiché nel decennio precedente ben due vicepresidenti erano diventanti capi di Stato prima della scadenza naturale del mandato dei loro superiori: Lyndon B. Johnson nel 1963 dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy e Gerald Ford nel 1974 dopo le dimissioni di Richard Nixon. Da quel momento il vicepresidente ha assunto maggiori responsabilità: presiede riunioni di alto livello, funge da interlocutore tra l’amministrazione presidenziale e i poteri intermedi (il Congresso e i governatori), rappresenta gli Stati Uniti nelle missioni all’estero.</p>
<p>Alla base delle ricerche dei professori Devine e Kopko, gli effetti dei vicepresidenti sull’elettorato si possono dividere in tre categorie: direct, targeted, indirect.  Partiamo dal primo gruppo: può un vicepresidente influenzare direttamente la scelta del prossimo inquilino della Casa Bianca? In realtà no. <mark class='mark mark-yellow'>Secondo i dati dell’American National Election Studies (ANES), meno del 5% degli indici di gradimento o non gradimento di un vicepresidente condiziona la scelta del presidente. Questo dimostra che l’elettore preferisce guardare direttamente il futuro presidente, probabilmente in virtù dei maggior poteri del suo ruolo.</mark></p>
<p>La seconda categoria, i “<strong>targeted effects</strong>”, si riferisce alla capacità di un vicepresidente di attrarre il consenso di specifici settori dell’opinione pubblica. Non si intende qui solo l’elettorato del proprio stato, ma segmenti estesi su scala nazionale (donne, minoranze etniche, gruppi religiosi, categorie lavorative…). Trattandosi però di gruppi di difficile prevedibilità, questo tipo di effetti non si manifesta così regolarmente come si potrebbe ipotizzare. Secondo Kopko, <mark class='mark mark-yellow'>solo la categoria degli “<strong>indirect effects</strong>” ha una reale incidenza sulla campagna presidenziale. In questo caso la scelta di un particolare soggetto per la vicepresidenza aiuta gli elettori ad avere maggiori informazioni sul prossimo presidente</mark>: ad esempio, una scelta ritenuta saggia potrebbe infondere fiducia sulla capacità di giudizio del probabile inquilino della Casa Bianca. Similmente, un giudizio negativo sulla nomina del vicepresidente potrebbe invece dissuadere dal votare il candidato presidente.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Il risultato di queste ricerche rende necessaria una domanda: Kamala Harris può essere una scelta strategica e potenzialmente vincente per Joe Biden? Secondo Christopher Devine, la decisione può rivelarsi positiva sotto vari punti di vista.</mark> Innanzitutto, optare per una persona con robuste competenze legali e amministrative (Harris è stata procuratore generale della California dal 2011 al 2017) può offrire una visione positiva della capacità di giudizio di Joe Biden. Inoltre la giovane età della Harris potrebbe tranquillizzare quell’elettorato preoccupato per l’anzianità del candidato democratico. In ultimo lei occupa una posizione originale tra i democratici: non appartiene all’area centrista come Biden, ma non è nemmeno assimilabile all’ala più progressista identificabile nelle figure di Bernie Sanders ed Elizabeth Warren.  Di conseguenza, la sua figura potrebbe servire a Biden per tenere unite le due anime del partito.</p>
<p>Chiunque sarà il prossimo vicepresidente, avrà comunque un ruolo cruciale nel governo degli Stati Uniti che delegherà a questa figura sempre più incarichi di alto livello. Una tendenza che difficilmente si potrà arrestare.</p>
<p><strong>Per vedere il video integrale dell&#8217;evento, cliccare <a href="https://www.youtube.com/watch?v=TWdJNFk5WLw">qui</a></strong></p>
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		<title>USA 2020 e Covid-19, comunicazione e politica secondo Kristen S. Anderson</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2020 10:13:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Cozzaglio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Covid 19]]></category>
		<category><![CDATA[donald trump]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni usa 2020]]></category>
		<category><![CDATA[Joe BIden]]></category>
		<category><![CDATA[Kristen Soltis Anderson]]></category>
		<category><![CDATA[Millenials]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 2020 verrà ricordato come l’anno della pandemia di Covid-19. Stiamo assistendo ai suoi effetti sui sistemi sanitari, sulle persone e sulle economie. Ma un cambiamento è già in atto ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="400" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/Kristen-Soltis-Anderson-640x400.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Kristen-Soltis-Anderson-640x400" /></p><p>Il 2020 verrà ricordato come l’anno della pandemia di Covid-19. Stiamo assistendo ai suoi effetti sui sistemi sanitari, sulle persone e sulle economie. Ma un cambiamento è già in atto e riguarda la politica: la necessità di trovare nuove modalità per svolgerla nonostante le restrizioni della pandemia.</p>
<p>Un tema più che mai attuale negli Stati Uniti. Qui non solo il Covid-19 ha colpito con enorme violenza il paese, ma ha reso ancora più incandescente la campagna elettorale per le elezioni presidenziali di novembre. Quello che si prospetta è una sfida tra il presidente Donald Trump e lo sfidante democratico Joe Biden in uno scenario assolutamente inedito che rende impellente per entrambi adottare nuove strategie di comunicazione.</p>
<div id="attachment_45769" style="width: 199px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/color-edited-md.jpg"><img class="wp-image-45769 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/color-edited-md-199x300.jpg" alt="color-edited-md" width="199" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Kristen Soltis Anderson, co-founder di Echelon Insights</p></div>
<p>Di questo si è discusso nella diretta Youtube organizzata dal Consolato Generale americano di Milano con <strong>Kristen Soltis Anderson</strong>. Un’ospite speciale in grado di spiegare ad una platea di giovani telespettatori dinamiche complesse dell’arena politica statunitense: originaria di Orlando (Florida) e oggi residente a Washington D.C., Anderson è una sondaggista, scrittrice e giornalista. È anche co-fondatrice di <em>Echelon Insights</em>, agenzia di sondaggi, data science e strategie di comunicazione. Riconosciuta come una delle maggiori esperte della generazione dei Millennials, Anderson è stata inoltre indicata nel 2013 dalla rivista Time tra le 30 persone con meno di 30 anni che stanno cambiando il mondo.</p>
<p>Secondo Anderson, il Covid-19 sta obbligando i politici a rivedere il proprio modo di fare politica. <mark class='mark mark-yellow'>Un passaggio fondamentale è il flusso sempre più massiccio di investimenti nel settore del <em>digital advertising</em> per rendere la comunicazione più diretta con i propri sostenitori. Le tecnologie digitali, come i social media, si stanno infatti rivelando piattaforme estremamente funzionali per la discussione di temi sociali e politici anche tra le fasce più giovani della popolazione</mark>: un esempio recente è la pubblicazione di quadri neri con l’hashtag #BlackoutTuesday per esprimere sostegno alle manifestazioni di protesta dopo la morte di George Floyd a Minneapolis.</p>
<p>I giovani sono gli utenti principali delle piattaforme social. È indubbio. Ma la loro interazione con temi sociopolitici si può tradurre nella volontà di recarsi alle urne? In base ad alcuni dati del PEW Research Center, Anderson mostra che alle mid-term elections del 2014 votò circa il 20% dei Millennials. A quelle del 2018 votò per la prima la generazione Z e l’affluenza fu del 30%, un risultato molto alto per una mid-term election.</p>
<p>Per quanto riguarda la campagna elettorale vera e propria, entrambi i partiti americani si sono mossi per cercare nuove vie: la prima è quella della realizzazione di <strong>eventi in diretta</strong> che permettano di rivolgersi direttamente agli elettori senza avvalersi dei media tradizionali. Un’applicazione simile la troviamo in “The Right View”, una sorta di show televisivo realizzato nelle proprie case a sostegno della rielezione di Trump. Una strategia che pare funzionare, specie alla luce del crescente disinteresse negli americani per le convention dei partiti trasmesse alla televisione. <mark class='mark mark-yellow'>Tuttavia Anderson nota come questo sistema sia realmente efficace solo per raggiungere i propri sostenitori e non gli indecisi (<em>swing voters</em>).</mark></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Le restrizioni dovute alla pandemia hanno fatto emergere in vista delle elezioni presidenziali il dibattito sul <strong>voto per posta</strong>. Un test era stato tentato il 3 febbraio al caucus democratico in Iowa,  ma il sistema si era rivelato imperfetto a causa di numerosi ritardi nella registrazione e nel calcolo delle schede.</mark> Anderson sottolinea come quello dell’Iowa sia stato un esperimento organizzato frettolosamente senza conoscenze specifiche sulla nuova tecnologia. L’auspicio, però, è che per novembre si sia fatto tesoro di questa esperienza per fornire ai cittadini un sistema efficiente con il quale votare senza rischiare assembramenti ai seggi elettorali. Ciò nonostante, i Repubblicani rimangono scettici sull’impiego del voto per posta che ritengono fonte di brogli potenziali.</p>
<p>Le prossime presidenziali saranno un banco di prova anche per tutti gli istituti di statistica e sondaggi che tenteranno di rimediare al clamoroso errore del 2016 quando fu ritenuto che Hillary Clinton fosse in considerevole vantaggio rispetto a Trump nella corsa alla Casa Bianca. Anderson indica tre motivi che spinsero i sondaggisti a sottostimare il sostegno al tycoon:</p>
<ul>
<li>Molte preferenze di voto cambiarono i giorni appena prima del voto quando non era più possibile per legge diffondere nuovi sondaggi</li>
<li>Coloro che votarono per Trump lo ammisero solo dopo l’elezione, ma non ne fecero parola nelle indagini precedenti</li>
<li>Furono sovrastimati i laureati dei college: essi erano più inclini a sostenere la Clinton, ma allo stesso essi erano più disponibili a rispondere ai sondaggi rispetto a coloro con un livello di istruzione più basso. Questo errore di valutazione creò l’illusione di un forte consenso per l’ex segretario di stato</li>
</ul>
<p>Alla luce di fenomeni sociali recenti come il <em>Climate Change</em> e <em>Black Lives Matter</em>, viene spontaneo domandarci quanto spazio avranno questi temi nel dibattito politico. <mark class='mark mark-yellow'>Secondo Anderson, questi argomenti si muoveranno in realtà entro dei limiti abbastanza definiti: la tutela dell’ambiente attira molto l’attenzione dei giovani ed è ampiamente discussa nel partito democratico (meno in quello repubblicano), mentre il tema del razzismo sarà al centro della cronaca almeno nel breve periodo per entrambi i partiti.</mark> Sul fronte democratico, Biden sarebbe intenzionato a scegliere una donna afroamericana come candidata alla vicepresidenza. I repubblicani, invece, saranno costretti a discuterne soprattutto considerando la presenza di molti <em>swing voters</em> nelle proteste di questi giorni.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Anderson sostiene che a causa della pandemia i temi che saranno principalmente dibattuti saranno: <strong>il sistema sanitario</strong> (che in questi mesi ha mostrato tutta la sua fragilità a causa dei costi elevati e della difficoltà per molti americani di accedere alle cure), <strong>l’economia</strong> al momento in forte crisi dopo una crescita costante e la disoccupazione ai minimi nei mesi pre pandemia e, almeno da parte dei Repubblicani, <strong>i rapporti con la Cina</strong>.</mark></p>
<p>I prossimi mesi saranno quindi molto intensi e si potrebbe assistere ad un maggior coinvolgimento dei giovani grazie ad un ruolo ormai in costante crescita delle tecnologie digitali. I social media divengono quindi uno strumento di dibattito trasversale tra gli elettori e con effetti potenzialmente determinanti per il candidato alla presidenza che saprà farne l’uso migliore. L’avvertimento, conclude Anderson, è però di restare attenti ai messaggi quasi del tutto allineati con le nostre opinioni perché potrebbero celare un’informazione distorta che non fornisce tutti i punti di vista di una situazione complessa.</p>
<p><strong>Per vedere il video integrale della diretta, cliccare <a href="https://www.youtube.com/watch?v=BOr8eZicclY">qui</a></strong></p>
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		<title>In Nevada un nuovo capitolo delle primarie</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Feb 2020 21:18:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Natale Ciappina]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Bernie Sanderds]]></category>
		<category><![CDATA[donald trump]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[Elizabeth Warren]]></category>
		<category><![CDATA[Medicare for All]]></category>
		<category><![CDATA[Michael Bloomberg]]></category>
		<category><![CDATA[Nevada]]></category>
		<category><![CDATA[Primarie]]></category>

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		<description><![CDATA[Nonostante una pausa elettorale durata più di dieci giorni, la campagna per le primarie presidenziali dei democratici continua ad animare il dibattito negli Stati Uniti. Oggi gli elettori tornano a ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="675" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/02/GettyImages_1201952028.0.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="GettyImages_1201952028.0" /></p><p>Nonostante una pausa elettorale durata più di dieci giorni, la campagna per le primarie presidenziali dei democratici continua ad animare il dibattito negli Stati Uniti. <mark class='mark mark-yellow'>Oggi gli elettori tornano a votare in Nevada, uno degli Stati che meglio rappresenta le tante sfaccettature all’interno dell’universo americano</mark>; emblematico in tal senso il volantino pubblicato dalla <strong>Culinary Workers Union</strong>, il sindacato dei cuochi, in cui veniva sconsigliato, a oltre 130mila persone fra membri della <em>union</em> e dei loro familiari, di votare per Elizabeth Warren e soprattutto per <strong>Bernie Sanders</strong>, il candidato a oggi favorito nei sondaggi. Il perché è presto detto: si tratta di due politici che, fra i principali punti in programma, hanno quello del <strong>Medicare for All</strong>, cioè una sanità pubblica che abolirebbe di fatto la Culinary Healthcare di cui godono a oggi gli iscritti alla CWU; e, come evidenzia Marco Sioli, professore di American history and politics presso l’Università di Milano, <mark class='mark mark-yellow'>“è storicamente provato che, nel momento in cui riesci ad avere un’assicurazione sanitaria privata legata al lavoro, ti chiedi come si possa garantirla a tutti”</mark>. Quella che negli anni la CWU è riuscita a negoziare è infatti un tipo di copertura sanitaria dai più reputata eccellente, con costi molto ridotti per i propri lavoratori. “Sono d’accordo con la <em>union</em> – commenta John Rowe, professore di Health policy alla Columbia University – quando sostengono che Medicare for All garantirebbe ai propri membri una minore copertura sanitaria a dei costi maggiori”.</p>
<div class="flourish-embed flourish-chart" data-src="visualisation/1434334"><script src="https://public.flourish.studio/resources/embed.js"></script></div>
<p>Un sindacato, quello della CWU, peraltro composto a maggioranza da latino-americani – e che rappresentano a loro volta una porzione importante dell’elettorato dem in Nevada – ovvero quelli più lontani da candidati moderati e in ascesa come <strong>Buttigieg</strong> e <strong>Bloomberg</strong>. A tal proposito, giovedì si è tenuto un nuovo dibattito, che ha visto la presenza, per la prima volta, proprio di Bloomberg; il quale non ne è uscito benissimo, subendo soprattutto gli attacchi di Warren, che l’ha incalzato sugli svariati accordi di riservatezza con cui il miliardario ha chiuso molte accuse di discriminazioni di genere all’interno delle sue aziende; <mark class='mark mark-yellow'>un’inversione di tendenza per la senatrice del Massachusetts, tanto da risultare al momento seconda nei sondaggi nel Nevada, con il 16% </mark> secondo <em>RealClearPolitics</em>. “Bloomberg rappresenta non pochi problemi fra i democratici, per via del suo passato repubblicano – sottolinea Raffaella Baritono, che insegna Storia e politica degli Stati Uniti all’Università di Bologna – e questo può rinvigorire di certo l’appoggio della parte più progressista nei confronti di Warren, specie per quella fetta di elettorato che si rende conto che Sanders non sarebbe il candidato vincente in caso di elezioni generali”.</p>
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