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	<title>magzine &#187; deontologia</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Gender gap nel giornalismo, parla Anna Masera</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jun 2021 17:01:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Natale Ciappina]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[anna masera]]></category>
		<category><![CDATA[deontologia]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1367" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/05/13029409_10153402394987854_451808441978460347_o.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="© Alessio Jacona, Festival Internazionale del Giornalismo 2016" /></p><p><span style="font-weight: 400;">Se c’è una regola valida in generale ma essenziale nel giornalismo, è che per ogni argomento c’è un modo adatto di parlarne. È un mestiere, più di tanti altri, dov’è fondamentale la precisione nel linguaggio, anche se non è sempre così. Capita infatti di trovare sui giornali, nelle tv o nelle radio frasi e concetti intrisi di stereotipi fallaci. C’è bisogno di grande attenzione quando si scelgono le parole, specie per certi argomenti. Quando si parla di femminicidi, ad esempio, bisogna fare attenzione a non empatizzare con il presunto uccisore, anche se non bisogna arrivare a uccidere per capire quanto siano evidenti certi problemi, specie se si tratta di discriminazioni di genere. Spesso non sono nemmeno delle scelte consapevoli. Negli ultimi anni la sensibilità su questi temi è cambiata, e non tutti i giornalisti sono stati in grado di intercettare questo tipo di evoluzione. Si tratta di una questione complessa che ha a che fare anche con chi sta nelle redazioni, composte ancora oggi, in maggioranza, da uomini. </span></p>
<p><strong>Anna Masera, giornalista della <i>Stampa</i></strong><span style="font-weight: 400;"><strong>, ricopre dal 2016 il ruolo di public editor</strong> – una figura già presente in diversi giornali americani, anche se inedita in Italia, a cui è richiesta la protezione dell’integrità e della correttezza della testata per cui lavora. Masera è sempre stata molto attenta, sia al </span><a href="https://www.lastampa.it/rubriche/public-editor/2021/02/09/news/il-vaccino-non-e-un-siero-e-nemmeno-un-antidoto-1.39877389"><span style="font-weight: 400;">corretto utilizzo delle parole</span></a><span style="font-weight: 400;"> che alla </span><a href="https://www.lastampa.it/rubriche/public-editor/2021/03/22/news/la-parita-di-genere-che-manca-nelle-redazioni-1.40059677"><span style="font-weight: 400;">diversità di genere dentro le redazioni</span></a><span style="font-weight: 400;">; due questioni che spesso finiscono per incrociarsi. L’abbiamo raggiunta e abbiamo parlato di come il giornalismo stia affrontando le discriminazioni di genere, non senza rendere conto dei cambiamenti dentro le redazioni italiane.</span></p>
<p><strong><strong> </strong></strong><b>Dall&#8217;1 gennaio 2021 è entrata in vigore una versione aggiornata del testo unico dei doveri del giornalista che introduce delle indicazioni per il rispetto delle differenze di genere. </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Carlo Verna, il presidente dell’Ordine dei giornalisti (Odg), ha fatto bene a intervenire, perché era una cosa che bisognava fare prima o poi. Però, come si dice in questi casi, “fra dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Oggi c’è sicuramente maggiore sensibilità rispetto a una volta, e un po’ con il mio ruolo di garante dei lettori, un po’ con gli interventi dell’Odg, un po’ per il fatto che tutti ci criticano, alla fine i giornalisti si stanno aggiornando. Ma le contraddizioni sono ancora tantissime e non c’è una pratica diffusa a stare attenti al genere. È una prassi che va introdotta e consolidata, ci vorrà un po’ di tempo. Non è che se i giovani di oggi, che sono attenti al genere, allora vuol dire che tutta la società lo sia. Ci sono generazioni che la pensano diversamente, o che non sono proprio abituate a pensarla in questo modo. Serve cultura, che non si stabilisce con una regolina che cambia tutto da un giorno all’altro.</span></p>
<p><strong><strong> </strong></strong><b>Molte frasi fatte e luoghi comuni, tipici del giornalismo, sono legati a concetti stereotipati o discriminatori. Sconfiggere gli stereotipi aiuterebbe a eliminare certe differenze di genere, oppure servirebbe <b>qualcos’altro</b>?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ci sono i giornalisti attenti e altri meno attenti: i giornali sono fatti da persone, e ogni persona è responsabile per se stessa. Non c’è una voce unica nei giornali, tranne per quelli molto schierati che prendono posizioni provocatorie di proposito, come fanno </span><i><span style="font-weight: 400;">Libero</span></i><span style="font-weight: 400;"> e il </span><i><span style="font-weight: 400;">Giornale</span></i><span style="font-weight: 400;">, che giocano al politicamente scorretto per far parlare di sé. C’è anche questa componente. Poi, se parli singolarmente ai direttori di questi giornali, sono molto più colti di quanto appaiano. Ma sulla carta stampata scrivono provocazioni per incrementare la vendita, perché i giornali sono molto in crisi. </span></p>
<p><b>Sì, però spesso si avverte una grande contraddizione fra la neutralità dell’informazione e l’attenzione al lessico che stessi giornali dovrebbero portare avanti. Ad esempio, la scelta di usare o meno l’articolo davanti al nome di una donna è una presa di posizione da parte di chi lo fa o no?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È sbagliato scrivere </span><i><span style="font-weight: 400;">la</span></i><span style="font-weight: 400;"> Boldrini, bisogna dire Boldrini. Come si dice Giannini, come si dice Mieli, o Draghi. Non si dice </span><i><span style="font-weight: 400;">il</span></i><span style="font-weight: 400;"> Draghi. Dire </span><i><span style="font-weight: 400;">la</span></i><span style="font-weight: 400;"> Boldrini è sbagliato. Poi è colloquiale, e il giornalismo è colloquiale, quindi poiché la maggioranza parla così, i giornali si adeguano. Ma se vuoi essere corretto non lo scrivi. Un conto è il parlato, un conto è la scrittura. Il colloquiale va bene ma fino a un certo punto nella scrittura, e bisogna stare molto attenti, specie in questo periodo in cui il politicamente corretto è importante. Quindi avere rispetto per la lingua corretta è rispettoso anche del genere, e delle donne in questo caso. Ci sono una serie di regole che a me sono state insegnate, e a cui bisogna prestare attenzione. Se un uomo sceglie di cambiare sesso devi declinare al femminile, anche se te lo ricordi come una persona che all’inizio era di sesso maschile. A volte, ad esempio, si parla di Chelsea Manning come di un uomo, nonostante adesso sia una donna.</span></p>
<p><b>Ecco, il politicamente corretto. C’è da dire che in Italia spesso viene dato più risalto alle distorsioni del </b><b><i>politically correct</i></b><b>, invece che alle notizie che riguardano le violenze di genere. Il fatto che in una </b><b><i>high school</i></b><b> del Massachusetts si rimuova Omero dal piano di studi fa più rumore, rispetto a un caso di razzismo o di femminicidio.</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Preferisco non semplificare troppo il discorso, né da una parte né dell’altra. In Italia in molti sono rigorosi e attenti e attenti al </span><i><span style="font-weight: 400;">politically correct,</span></i><span style="font-weight: 400;"> altri reagiscono all&#8217;opposto, perché preferiscono l&#8217;ironia. Io penso che bisogna saper stare al gioco, ma sulle questioni serie bisogna essere seri, facendo delle distinzioni. In questo momento c’è molta tensione, perché quando emerge una tendenza nuova il vecchio cerca di resistere. Viviamo una fase molto complessa, e io cercherei di essere equilibrata; di essere corretta nella scrittura, rispettosa del genere e della dignità umana e delle notizie, ma anche rispettosa della storia, perché il politicamente corretto si applica nella revisione storica. Penso che sia esagerato non leggere Omero, perché la cultura è cultura, anche se certi personaggi hanno fatto tutta una serie di cose che non erano proprio politicamente corrette; ecco, sono contraria alla revisione storica in quel senso lì. Però è anche giusto, quando si insegna la storia, dire che alcune cose erano assolutamente sbagliate. Per esempio, ricordate quella polemica su </span><i><span style="font-weight: 400;">Via col Vento</span></i><span style="font-weight: 400;"> rimosso da Hbo Max (una piattaforma di streaming negli Stati Uniti, <em>ndr</em>), e poi re-inserito ma con un avvertimento iniziale, in cui si specifica il contesto in cui fu girato? Ecco, </span><i><span style="font-weight: 400;">Via col Vento</span></i><span style="font-weight: 400;"> è uno dei miei film preferiti, però va collocato storicamente, visto che effettivamente ci sono delle scene dove si inneggia alla schiavitù; mettere un <em>disclaimer</em> che spieghi che il film è ambientato in un contesto razzista è comprensibile, ed è giusto che non sembri normale l&#8217;esistenza degli schiavi. </span></p>
<p><b>Potrebbe essere una soluzione quella di inserire nelle redazioni un ruolo come quello del <em>gender editor</em> (una figura, presente in alcune testate statunitensi, che si occupa di temi riguardanti le discriminazioni)? </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La <em>gender editor</em> sarebbe meravigliosa! C’è bisogno di attenzione a tutto quello che è nuovo. Così come io sono <em>public editor</em>, così c’è stato il primo social media editor, il primo digital data editor, insomma, tutte figure lavorative inedite, nate grazie al giornalismo digitale. Quindi ben venga la <em>gender editor</em>, sarebbe giusto, ma prima di arrivarci… campa cavallo! I giornali che stanno nascendo possono immaginare di averlo, ma forse non ne hanno neanche bisogno, perché questi valori sono già incorporati nei giornalisti di nuova generazione. Per le vecchie redazioni potrebbe essere necessario, ma sarebbe vissuto molto male, perché in Italia i giornalisti non sono assolutamente preparati a questo tipo di idee.</span></p>
<p><b>Magari è solo una mia impressione, ma a volte mi sembra che tante donne debbano dimostrare agli uomini di essere in grado di occuparsi di determinati temi, come la politica, l’economia o lo sport. Sempre questo atteggiamento, a volte, porta le donne a non proporsi proprio, a non buttarsi, aprendo così al dilagare di firme maschili. Ad esempio </b><b><i>Ultimo Uomo</i></b><b>, una rivista online che si occupa di sport, fatica a trovare autrici donne per i propri pezzi. </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ho fatto la direttrice di un master in giornalismo, a Torino, per quattro anni. Facevamo sempre in modo che ci fossero abbastanza ragazze: su 20 studenti, dieci erano sempre ragazze. Era un osservatorio, e le ragazze si buttavano tranquillamente, fidati. Sono le giovani generazioni che si buttano tranquillamente. </span><i><span style="font-weight: 400;">Stampa</span></i><span style="font-weight: 400;"> La redazione politica di Roma de La <i><span style="font-weight: 400;">Stampa</span></i> ha tre caposervizio e sono tutte donne. È stata una scelta del direttore Giannini, quella di mettere tante donne. Si sono fatti passi da gigante rispetto al tempo passato. So per certo che le donne sono meno numerose nelle redazioni, il 41%, quindi il divario c’è ancora. In passato era un mondo prettamente maschile, poi il femminismo ha portato più donne in redazione, anche se adesso la situazione è di nuovo peggiorata: con la pandemia le prime a ritirarsi sono state le donne. I dati lo confermano in tutti i settori, non solo nel giornalismo. E in più le donne sono pagate di meno, e nei posti apicali non ci sono proprio. Non ci sono donne che fanno le direttrici: è un disastro. </span></p>
<p><b>I direttori dei sette maggiori telegiornali italiani sono tutti maschi. Lo sono anche quelli delle più importanti testate, sia cartacee che online. A conti fatti, fra i giornali a maggiore diffusione, le uniche direttrici donne sono Agnese Pini della </b><b><i>Nazione</i></b><b> e Nunzia Vallini del </b><b><i>Giornale di Brescia</i></b><b>. </b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Guarda, io sono assolutamente favorevole alle quote rose, anche nel giornalismo. Michela Murgia ha fatto una bellissima campagna per sensibilizzare il tema: ha iniziato a pubblicare su Twitter le prime pagine di </span><i><span style="font-weight: 400;">Repubblica</span></i><span style="font-weight: 400;"> e del </span><i><span style="font-weight: 400;">Corriere della Sera</span></i><span style="font-weight: 400;">, cerchiando di blu le firme maschili e di rosso quelle femminili. Questi cerchi erano quasi tutti blu nella maggior parte dei casi, e infatti lei metteva l’hashtag #tuttimaschi, dimostrando come i direttori tendano a considerare più importanti gli articoli degli uomini, tanto da metterli in prima pagina. Siccome è una selezione, quella della prima pagina, non si fanno venire in mente di trovare editorialiste donne per scrivere di certi argomenti come la politica o l’economia, che di solito vanno in primo piano. Ecco, Giannini ha invertito questa tendenza, facendone addirittura una forzatura: tra le firme nelle prime pagine della </span><i><span style="font-weight: 400;">Stampa</span></i><span style="font-weight: 400;">, almeno la metà sono donne, se non di più. Abbiamo un sacco di editorialiste donne, tra cui proprio Michela Murgia, perché c’è un direttore femminista da questo punto di vista. Però se vai a vedere i vertici del giornale non è riuscito a fare un vicedirettore donna (i vicedirettori della </span><i><span style="font-weight: 400;">Stampa</span></i><span style="font-weight: 400;"> sono tre uomini, ndr). In ogni caso un passo in avanti c’è stato, come ti dicevo parlando anche della redazione di Roma della </span><i><span style="font-weight: 400;">Stampa</span></i><span style="font-weight: 400;">. Ad alcuni colleghi magari può dare fastidio di vedere le quote rosa, ma si tratta di una conquista importante per raggiungere la parità di genere. Vanno messe, sia in politica che nei giornali. Le quote rosa ci vogliono anche negli articoli, però: quando il cronista scrive un pezzo e deve sentire delle persone, deve assicurarsi di aver rappresentato un po’ tutti; altrimenti ci si parla addosso in una bolla e non si rappresenta la società che è diversa, e non è fatta solo da bianchi, maschi ed etero.</span></p>
<p><strong><strong> </strong></strong><b>Guardo molto sport, ma soprattutto in questo settore mi sembra che di diversità non ce ne sia poi molta. Per le donne, poi, è molto difficile lavorare nel giornalismo sportivo in tivù, a meno che non siano molto avvenenti. È un problema che riguarda più l’audience o le redazioni?</b></p>
<p><strong><span style="font-weight: 400;">Come sai abbiamo una fantastica giornalista che fa l’inviata di esteri, Giovanna Botteri, presa in giro da un’altra donna perché se ne fregava dell’estetica e si presentava in televisione acqua e sapone. Ora, a parte che io reputo Giovanna Botteri una bellissima donna, ma il concetto è che anche se guardi la </span><i><span style="font-weight: 400;">Cnn</span></i><span style="font-weight: 400;"> lì non sono mica tutte delle star di Hollywood. Brave, competenti, ma senza look da dive, perché non è quello il ruolo: devono fare le giornaliste. Poi per quanto riguarda lo sport, come si dice: donne e motori. Ecco, le donne sono sempre state messe lì in vetrina, a fare le giornaliste sportive, perché attirano audience: dovevano essere sexy, belle. Alba Parietti ha cominciato così, a </span><i><span style="font-weight: 400;">Telemontecarlo</span></i><span style="font-weight: 400;">, come giornalista sportiva, e poi è diventata la soubrette che tutti conosciamo. Lilli Gruber la riprendevano a tre quarti e faceva la giornalista super-sexy: poi si è scoperto che è molto brava, però l’idea maschilista che c’era dietro era quella, della vetrina. Nel mondo del giornalismo sportivo ce ne sono molte, come Giulia Zonca della </span><i><span style="font-weight: 400;">Stampa</span></i><span style="font-weight: 400;">, che è un’inviata bravissima, anche se forse nel giornalismo di scrittura è più facile per le donne, mentre in tivù si punta di più a farle apparire come soubrette, a prescindere dal fatto che siano competenti o meno. Credo che si tratti di un mondo un po’ a parte, quello del giornalismo sportivo, però ecco, sì, tendenzialmente è molto maschile. Maschile e macho. Secondo me se si mettesse qualche giornalista bravo e gay, ti assicuro che avrebbe un’attenzione diversa, nel senso che diversificherebbe la sensibilità della redazione. La parità di genere emerge anche grazie al fatto che metti persone di provenienza, genere e orientamento sessuale diverso. Se metti troppo testosterone alla fine è ovvio che a dilagare è questo tipo di cultura. Siamo ancora una società dove il machismo è imperante, c’è poco da fare.</span></strong></p>
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		<title>Giornalismo e violazioni deontologiche: una questione culturale</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Sep 2020 07:47:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Domaschio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Inchieste]]></category>
		<category><![CDATA[deontologia]]></category>
		<category><![CDATA[discriminazione]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[linguaggio]]></category>

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		<description><![CDATA[Da un’identità di genere non riconosciuta al mancato rispetto della dignità di un migrante, dall’additare un indagato come il colpevole già certo alla pubblicazione di foto di minorenni coinvolti in ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="3416" height="1920" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/09/inCollage_20200929_154732760.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="inCollage_20200929_154732760" /></p><p>Da un’identità di genere non riconosciuta al mancato rispetto della dignità di un migrante, dall’additare un indagato come il colpevole già certo alla pubblicazione di foto di minorenni coinvolti in casi di cronaca. Questi sono solo alcuni esempi di ciò che si può comunemente leggere sui giornali, sia online che offline. Se in certi casi la discriminazione non rispecchia l’intento di chi scrive e di chi pubblica, però è altrettanto frequente che, tanto sulla carta stampata quanto online, venga appositamente utilizzato un linguaggio discriminatorio.</p>
<p>“Questo – spiega <strong>Paolo Borrometi, presidente dell’associazione Articolo 21, liberi di…</strong> &#8211; <mark class='mark mark-yellow'>fa capire come la grande ignoranza che c’è nella società odierna si rispecchi nel giornalismo</mark>”. Articolo 21, liberi di&#8230; è un’associazione che raggruppa giornalisti, economisti, giuristi ed altre figure nel campo della comunicazione, uniti dal comune desiderio di difendere la libertà di manifestazione del pensiero. Nonostante ciò, non solo riconosce l’assoluta necessità delle carte deontologiche, ma si è fatta promotrice, nel 2019, della Carta di Assisi, documento che tratta proprio del peso che possono avere le parole e della responsabilità di cui si è investiti nell&#8217;uso per la comunicazione.</p>
<p>Di carte deontologiche, negli anni, ne sono state scritte diverse, ognuna delle quali rivolta ad una specifica questione e a tutela di varie minoranze e categorie di persone fragili: dalla carta di Treviso del 1990, a difesa dei minori, a quella di Roma del 2011, volta a proteggere e far valere i diritti di migranti e rifugiati, <mark class='mark mark-yellow'>per arrivare ad un testo che le raccoglie e sintetizza tutte nel 2016: il Testo unico dei doveri del giornalista.</mark></p>
<p>Internamente all’Ordine dei Giornalisti, proprio affinché gli iscritti rispettino le carte, esistono dei consigli disciplinari, cui spetta il ruolo di valutare la gravità in caso di infrazione del codice deontologico, commisurando anche l’eventuale punizione. Questo procedimento, come spiega <strong>Ruben Razzante, professore di Diritto dell’Informazione</strong>, è del tutto indipendente da eventuali processi per diffamazione che si svolgono tramite la giustizia ordinaria: “Le violazioni deontologiche seguono un altro binario, e possono arrivare fino alla radiazione dall’Ordine. <mark class='mark mark-yellow'>Il giornalista, però, può anche prendere una condanna dal consiglio di disciplina ed essere assolto nel processo di legge ordinaria, o viceversa essere condannato per diffamazione, ma essere assolto dal consiglio disciplinare e continuare dunque ad esercitare la propria professione</mark>”.</p>
<p>Se, tuttavia, oltre alla giustizia ordinaria esiste anche questo ulteriore livello di controllo sull’operato giornalistico, come si spiegano allora tutti i casi in cui, in buonafede o meno, la stampa italiana non ha rispettato i paletti che nel tempo si è autoimposta? Secondo Borrometi il problema è culturale: “Basti pensare a certi titoli di giornale che sono tutto tranne che giornalistici. Nonostante questo, l’ordine dei giornalisti ha avuto enormi problemi nel sanzionare i direttori responsabili e editoriali. Questo fa capire come purtroppo ci sia ancora tanto da fare, sia nel giornalismo che nella società. I social media hanno sdoganato un linguaggio di violenza che si ripercuote nella società odierna e che abbraccia, spesso con malafede, l’operato giornalistico”. Opinione condivisa anche da Ruben Razzante, che spiega: “<mark class='mark mark-yellow'>Molti giornalisti violano con disinvoltura, per esempio, le norme deontologiche sui temi dell&#8217;immigrazione ma non vengono per questo perseguiti.</mark> I consigli di disciplina sono molto poco attivi rispetto a queste violazioni, e spesso mancano di sensibilità su questi temi”. Un&#8217;ulteriore riprova, questa, del fatto che problema è di matrice culturale: non sono gli strumenti a mancare ma la volontà di adoperarli fino in fondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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