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	<title>magzine &#187; barona</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Un angolo di Turchia alla Barona</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 17:48:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Miniutti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[#kebab]]></category>
		<category><![CDATA[barona]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>

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		<description><![CDATA[“Mi piacerebbe andare in Svizzera o in Germania, l’Italia non investe abbastanza sui giovani”. Sembrano parole pronunciate da un giovane appena laureato in un’università italiana, ma non è questo il ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="752" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/01/WhatsApp-Image-2022-01-17-at-18.42.50.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="WhatsApp Image 2022-01-17 at 18.42.50" /></p><p>“Mi piacerebbe andare in Svizzera o in Germania, l’Italia non investe abbastanza sui giovani”. Sembrano parole pronunciate da un giovane appena laureato in un’università italiana, ma non è questo il caso: a dire questa frase, con un po’ di tristezza, è <mark class='mark mark-yellow'>Salman, ventunenne di origine turca ma che è, come tiene a specificare, “italiano a tutti gli effetti”</mark>. In effetti, sia la gestualità che gli intercalari denotano la formazione italiana del giovane, figlio del proprietario dell’<em>Istanbul Turkish Kebab Milano</em>, un piccolo esercizio nel quartiere Barona.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Salman: “L&#8217;Italia non investe sui giovani, vorrei andare in Germania o in Svizzera”</span> Per chi non conoscesse la città, la Barona non è una zona facile. All&#8217;inizio della periferia milanese, la Barona è situata poco oltre i Navigli, e le differenze urbanistiche sono ben visibili: c’è un’atmosfera grigia, esattamente come il colore dei condomini poco curati che definiscono le vie del quartiere. Tuttavia, l’aria che si respira nel negozio della famiglia di Salman è tutt’altro che triste: persone solari che ti accolgono calorosamente, scambiando volentieri due parole. I menù sono cartelloni enormi e colorati, appesi alla parete sopra il tavolo da lavoro, con i prezzi ben evidenziati.</p>
<p>Questa è la loro seconda ‘kebabberia’: la prima l’ha aperta il fratello maggiore quando sono arrivati in Italia, nel 2002; invece, l’esercizio attuale ha ormai tre anni ed è sopravvissuto alla sfida della pandemia. Infatti, dopo il primo mese di chiusura, i fratelli si sono organizzati per effettuare le consegne a domicilio e sono riusciti – anche se con non poche difficoltà – a portare avanti l’attività, in particolare grazie agli studenti che abitano nelle vicinanze. Tuttavia, <mark class='mark mark-yellow'>in questo periodo, i disagi economici stanno emergendo. “Non abbiamo mai alzato i prezzi, ma tra poco mi sa che ci toccherà farlo: il costo della vita è aumentato e paghiamo 1700 euro al mese solamente per l’affitto del locale”</mark>, dice Salman preoccupato, guardando il listino prezzi appeso sopra al bancone.</p>
<p>Suo padre è a fianco a lui che sta pulendo i tavolini, ma guarda spesso il figlio, fiero. Tuttavia, quando Salman esprime la sua voglia di lasciare il Paese sembra un po’ seccato: non perché desidera che suo figlio rimanga, ma perché sa che ha ragione. <mark class='mark mark-yellow'>“Abbiamo lasciato la Turchia venti anni fa perché non c’era speranza, ora pensiamo nuovamente le stesse cose ma riferendoci all’Italia”, dice il padre, sventolando nervosamente lo straccio bagnato</mark>.</p>
<p>Anche se non pianificano di tornare in Turchia, Salman e il padre sono molto orgogliosi della loro provenienza. Infatti, quando chiedo a Salman di potergli fare una foto, lui non si posiziona dietro al bancone, bensì davanti ad un enorme poster appeso al muro: una raccolta di istantanee delle meraviglie turche. È così che il giovane italo-turco si fa ritrarre, in un bellissimo quadro astratto che cancella le distanze tra l’Italia e la Turchia.</p>
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		<title>Giardini condivisi, Milano strappata al degrado</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jul 2018 13:27:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Frosina]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[barona]]></category>
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		<description><![CDATA[Con la delibera n. 1143 del 25 maggio 2012, il comune di Milano ha deciso di riconoscere e promuovere l’esperienza dei giardini condivisi. Si tratta di un sistema innovativo di ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="768" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/07/8450E149-6E8A-4C00-A38D-E970658409D6.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="L’Orto Comune Niguarda" /></p><p><iframe width="1140" height="641" src="https://www.youtube.com/embed/UZ1F7HDyXAQ?feature=oembed" frameborder="0" allow="autoplay; encrypted-media" allowfullscreen></iframe></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Con la delibera n. 1143 del 25 maggio 2012, il comune di Milano ha deciso di riconoscere e promuovere l’esperienza dei <strong>giardini condivisi</strong>.</mark> Si tratta di un sistema innovativo di recupero di aree urbane degradate o abbandonate: i cittadini si riuniscono in associazioni no profit e <strong>“adottano” una porzione di suolo lasciata a sé stessa</strong>, che il Comune non ha i mezzi economici per riqualificare. Questi spazi vengono trasformati in aree verdi, dove i volontari svolgono attività di giardinaggio e/o coltivazione. Non solo: spesso, i giardini condivisi diventano punti di riferimento per i residenti del quartiere in cui si trovano, spazi aggregativi dove si organizzano eventi e si costruisce <strong>coesione sociale</strong>. È un’esperienza che ha dato ottimi risultati in alcune grandi città europee, e in questi pochi anni di applicazione ha riscontrato un grande successo anche a Milano.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Tra gli esempi più riusciti ci sono gli <strong>Orti di via Padova</strong>.</mark> Questo orto urbano recintato insiste su un terreno di 2mila metri quadri all’angolo tra via Palmanova e via Carlo Esterle, accanto al deposito Atm. Un’area fortemente urbanizzata, nota anche per i problemi d’integrazione con le comunità straniere presenti nella zona. <strong>Franco Beccari</strong> e altri volontari di Legambiente, nel 2014, hanno presentato la richiesta al Comune per trasformare quel terreno, utilizzato come discarica a cielo aperto, in un giardino condiviso. <span class='quote quote-left header-font'>«È stato un lavoro duro e lungo, ma ora questo è un luogo del quartiere»</span></p>
<p>«È stato un lavoro molto duro e lungo», racconta, «qui sotto c’era di tutto: materassi, mattoni, bottiglie e tutto ciò che la gente si sentiva in diritto di venire a scaricare». Ora ci sono fiori selvatici, piante di pomodoro, peperoncino, aglio, lattuga, e un “apiario urbano” dove ogni anno si produce il miele millefiori. Tutto gestito da un numero ridotto di volontari, per lo più pensionati, che dedicano agli Orti gran parte del loro tempo. «Siamo soddisfatti soprattutto di aver dato vita a un luogo funzionale ad un quartiere che ha molti problemi, ma non tutti quelli che sembra da fuori», dice Franco. Sempre più residenti, incuriositi, cominciano a collaborare alla manutenzione dell’orto; e si è creata un’importante sinergia con altre associazioni e aziende del quartiere, che rende il progetto totalmente auto-sostenibile.</p>
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<div id="attachment_36124" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/06/Screenshot-2018-06-23-19.27.59.png"><img class="size-medium wp-image-36124" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/06/Screenshot-2018-06-23-19.27.59-300x168.png" alt="Panoramica degli Orti di via Padova" width="300" height="168" /></a><p class="wp-caption-text">Panoramica degli Orti di via Padova</p></div>
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<p>Alla periferia nord della città, nel <strong>quartiere Niguarda</strong>, si trova un’esperienza simile. <mark class='mark mark-yellow'>È l’<strong>Orto Comune</strong>, nato, anche qui, da un’iniziativa di cittadini, riuniti in associazione, che hanno trasformato un’area abbandonata e occupata da roulotte di nomadi in un terreno coltivato.</mark> A capo del progetto c’è <strong>Fabio Campana</strong>, dipendente del Parco Nord, l’istituzione che ha la proprietà del terreno. Ad oggi, camminando su via Tremiti si può ammirare quest’oasi di 5mila metri quadrati ricoperta da piante multicolore.  <span class='quote quote-left header-font'>In due anni, l&#8217;associazione Orto Comune è passata da 22 a oltre 160 membri</span> L’orto è suddiviso in “stanze tematiche”, ognuna dedicata a una particolare varietà di coltivazioni: c’è la “stanza delle aromatiche”, dove si coltivano piante aromatiche ed officinali, teatro anche di laboratori con i bambini delle scuole materne ed elementari, che imparano a riconoscere gli odori e gli aromi; la “stanza delle antiche varietà”, dove crescono ortaggi rari e dimenticati dalla grande distribuzione (Fabio mostra la “fragola ananas”, una fragola di colore giallo chiaro dal gusto simile a quello dell’ananas: «è matura, anche se non sembra», scherza); il “mandala delle insalate”, una figura a cerchi concentrici creata con i ceppi di lattuga verde e rossa. «Fin dall’inizio abbiamo pensato questo spazio non solo come un orto, ma come un luogo di bellezza e rinascita per il quartiere, che potesse essere fruibile da tutti», dice Arianna Bianchi. E i fatti hanno dato loro ragione: in due anni, l’associazione Orto Comune è passata da 22 a oltre 160 membri.</p>
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<div id="attachment_36134" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/07/8450E149-6E8A-4C00-A38D-E970658409D6.jpeg"><img class="size-medium wp-image-36134" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/07/8450E149-6E8A-4C00-A38D-E970658409D6-300x225.jpeg" alt="L’Orto Comune Niguarda" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">L’Orto Comune Niguarda</p></div>
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<p>Spostandosi a sud, in <strong>zona Barona</strong>, tra le vie Andrea Ponti, Bussola e Malaga si trova il <strong>Giardino nascosto</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>È uno spazio di 5mila metri quadri costeggiato dal torrente Olona, che fino al 2012 era occupato da macerie di ogni tipo, detriti e abitanti abusivi.</mark> Il Comitato Ponti, nato dall’iniziativa dei residenti delle case limitrofe, l’ha preso in gestione, trasformandolo in un giardino lussureggiante. «La spinta me l’ha data un interesse personale, perché io abito qui accanto», dice Elisabetta Bartone. «Un conto è vivere circondati dal degrado e dai rifiuti, un altro uscire di casa e vedere il bello. Il bello chiama bello, il degrado chiama degrado». <span class='quote quote-left header-font'>«Il bello chiama bello, il degrado chiama degrado»</span>Dario Cristini, socio fondatore del comitato, le fa eco: «La soddisfazione che proviamo a vedere come abbiamo trasformato questo posto è impagabile. Periodicamente organizziamo dei pic-nic con gli abitanti del quartiere, che sono sempre molto partecipati. La positività di questa esperienza ha una forza di coinvolgimento enorme». Lo conferma un visitatore, che sta manovrando un tosaerba insieme al suo bambino: «Passando ogni giorno di qui, la trasformazione di questo posto mi ha incuriosito. Pian piano ho iniziato ad avvicinarmi, a partecipare alle attività del giardino, e ora sono socio, e appena posso vengo a dare una mano».</p>
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<div id="attachment_36137" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/07/Giardino-Nascosto-del-Comitato-Ponti-3-1.jpg"><img class="size-medium wp-image-36137" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/07/Giardino-Nascosto-del-Comitato-Ponti-3-1-300x225.jpg" alt="Lezioni di yoga al Giardino Nascosto" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Lezioni di yoga al Giardino Nascosto</p></div>
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