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	<title>magzine &#187; bar</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Backdoor43: la Milano da bere si fa piccola piccola</title>
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		<pubDate>Tue, 09 May 2023 14:06:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Christian Valla]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<description><![CDATA[Appena quattro metri quadrati e massimo quattro clienti,  il Backdoor43 di Milano è il bar più piccolo del mondo. Ci troviamo sui Navigli, in Ripa di Porta Ticinese, e al numero ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1474" height="830" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/05/Schermata-2023-05-05-alle-11.28.35.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: Lili Madeleine" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Appena quattro metri quadrati e massimo quattro clienti,  il <em>Backdoor43 </em>di Milano è il bar più piccolo del mondo. Ci troviamo sui Navigli, in Ripa di Porta Ticinese, e al numero 43 c’è una porticina in legno che se ci passi davanti neanche la distingui, se non per un cartello: “Stop si prega di non aprire la porta prima di aver parlato con il barista”.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">&#8220;Io e i miei sei soci volevamo aprire qualcosa di speciale e di unico nel mondo&#8221;, racconta Carlo Dall’Asta, uno dei fondatori del bar. <span class='quote quote-left header-font'>&#8220;Di bar così piccoli non ne esistono. A Tokyo ce ne sono alcuni ma partono da sei o otto posti&#8221;.</span>“Di bar così piccoli non ne esistono, a Tokyo ce ne sono alcuni ma partono da sei o otto posti. E oltre le piccole dimensioni, ciò che contraddistingue il nostro locale è che vanta una collezione di oltre duecento etichette di whisky provenienti da tutte le parti del mondo&#8221;, continua Dall’Asta. <mark class='mark mark-yellow'>Il locale è una perla nel cuore della movida milanese, un pub per veri intenditori. Infatti, si è aggiudicato non solo il record mondiale di cocktail bar più piccolo del mondo, ma è anche entrato a far parte della World 50 Best Discovery Chart</mark>, la classifica che raccoglie i migliori locali al mondo. &#8220;Abbiamo progettato tutto nel dettaglio e all’interno sono esposti oggetti, ricordi, cimeli e souvenir provenienti dai viaggi che io e i miei soci abbiamo fatto in varie parti del mondo – spiega orgoglioso Carlo –. Una cosa divertente del nostro bar è che il bagno è più grande della sala cocktail perché deve essere a norma per gli invalidi&#8221;. All’esterno c’è solo una piccola vetrina e una finestrella da cui vengono serviti i cocktail take-away.</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Le regole da seguire sono poche: si entra solo su prenotazione; se si rimane all’esterno utilizzando il servizio da asporto si può vedere il volto del barman, ma non prima che abbia indossato la sua maschera di Guy Fawkes, il protagonista del film <em>V per Vendetta</em> che aumenta il mistero del luogo; per il servizio take-away non si possono richiedere prodotti fuori menù.</mark> Per prenotare nel weekend c’è un’attesa anche di un mese e chi vuole vivere l’esperienza unica di entrare nel cocktail bar più piccolo del mondo ha un tempo &#8220;limitato&#8221;. Infatti, ottenuto uno slot di prenotazione, il <em>Backdoor 43 </em>resta a disposizione del cliente per un’ora massimo, sufficiente per sentirsi catapultati in un mondo parallelo, fatto di pareti tutte ricoperte da legno intarsiato, una miriade di bottiglie e oggetti da collezione. <mark class='mark mark-yellow'>Il tutto viene reso ancor più particolare dalla possibilità di potere scegliere la propria playlist musicale e dalla presenza di un barman totalmente a propria disposizione, pronto a creare drink tailor-made.</mark> Non resta quindi che bussare alla porticina in legno e aspettare che l’uomo mascherato apra la porta.</p>
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		<title>Riaperture, bilancio dei primi dieci giorni in zona gialla</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2021 14:21:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[#Covid]]></category>
		<category><![CDATA[abbigliamento]]></category>
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		<description><![CDATA[Alla fine – e per il momento – la Lombardia ce l’ha fatta. Tinta di rosso dagli inizi di novembre e poi in arancione a gennaio, la regione si è ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="735" height="416" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Ristoranti-Milano1.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ristoranti Milano" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>Alla fine – e per il momento – la Lombardia ce l’ha fatta.</mark> Tinta di rosso dagli inizi di novembre e poi in arancione a gennaio, la regione si è colorata di giallo. Un colore così sgargiante non poteva non significare riaperture di negozi, bar e soprattutto ristoranti, anche se l’attenzione non deve mai mancare. Così <mark class='mark mark-yellow'>le città si sono rianimate di nuovo di persone, che hanno preso d’assalto strade e piazze a partire da domenica 31 gennaio,</mark> vigilia dell’avvento in giallo. <strong>A poco più di una settimana di distanza, è possibile tracciare un primo bilancio di ciò che sono state le riaperture, ma resta complicato darne una lettura univoca</strong>.</p>
<p>Prendiamo come punto di riferimento il centro di Milano e <strong>partiamo dai negozi</strong>. Il via libera allo shopping era arrivato già con il passaggio in zona arancione, ma con l’ulteriore allentamento delle misure preventive il settore dell’abbigliamento ha sperato nella ripresa del commercio, magari favorita dalla proroga del periodo dei saldi e da percentuali di sconto quasi mai viste prima. Eppure <strong>non sono stati molti i clienti a uscire dai negozi con sacchetti e pacchetti</strong>. Lo conferma la titolare del punto vendita di un noto marchio di camicie: <mark class='mark mark-yellow'>«Qui lungo corso Vittorio Emanuele, domenica scorsa c’era la folla. La gente passeggia, guarda le vetrine, ma non fa acquisti. Nel mio negozio su dieci persone entrate, solo quattro hanno comprato qualcosa. Non c’è nemmeno un vero interesse nelle compere.</mark> Una signora, incuriosita dai saldi, si è fatta un giro tra le camicie, ne ha perfino provate un paio e poi mi ha detto “Ma cosa compro a fare? Tanto non vado da nessuna parte, sono a casa per tutta la settimana”».</p>
<p>In effetti <strong>continuano a spopolare articoli d’intimo, pigiami e tute da ginnastica</strong>, tutte componenti di un comfort legato alla vita casalinga a cui ci siamo abituati ormai da un anno. Le file vere e proprie s’incontrano solo davanti ai rivenditori di questi prodotti. <strong>Nemmeno gli sconti servono a incentivare la clientela</strong> che prima sarebbe corsa a comprare una borsa, una giacca o un paio di scarpe nuove? «Al momento, sembra di no – continua la titolare –. <mark class='mark mark-yellow'>Quest’anno per la prima volta in trent’anni di attività ho cominciato a mettere in vetrina i cartelli con la scritta <em>saldi</em> perfino prima di Natale. Non è servito a nulla.</mark> Non ero nemmeno mai arrivata a fare sconti del 50%, eppure niente di tutto questo ha funzionato. Non sono la sola a constatarlo: qui lungo il corso, sono tantissimi i colleghi che si trovano nella stessa situazione. Va meglio alle grandi catene, che vendono a prezzi decisamente più bassi, ma per tutti gli altri questa situazione è deleteria». <strong>A impattare sugli introiti dei singoli negozi è la crisi economica provocata dal Covid, con migliaia di persone ancora in cassa integrazione o rimaste semplicemente senza lavoro</strong>. Tra queste, ci sono anche alcuni commessi che prima lavoravano in questo negozio di camicie. «Prima della pandemia eravamo in cinque, qui nel locale. Adesso siamo rimaste in due. Non mi era mai capitato di essere costretta a mettere in cassa integrazione un mio dipendente», racconta ancora la titolare. Poi si apre a parlare della sua famiglia: «Anche mia figlia è ferma per colpa del virus. Sono tre anni che lavora per un’agenzia di viaggi e se c’è un reparto che è stato colpito fin da subito è proprio il suo. L’ulteriore beffa? Lei si occupa in particolar modo dei viaggi d’istruzione all’estero per le scuole. Ora si sveglia tutti i giorni con la paura di essere chiamata sentendosi dire “Non ti riprendiamo a lavoro, sei licenziata”, altro che cassa integrazione».</p>
<p><strong>Le difficoltà dei negozi di abbigliamento non sembrano invece riguardare i bar, che finalmente tornano a servire anche al tavolo</strong>. Seppur nel pieno rispetto della chiusura alle 18, è molto facile incappare in locali affollati tanto in centro quanto nei quartieri periferici di Milano. <strong>Non è stato soltanto ripristinato il rito della colazione con cappuccino e brioche, ma anche quello dell’aperitivo, con la Darsena sempre piena di persone anche durante i giorni feriali</strong>, con il sole e con la pioggia. Perché i bar stanno vivendo questa esplosione in zona gialla? <mark class='mark mark-yellow'>«A differenza dei negozi, i locali sono fatti apposta per socializzare – spiega il bartender di un pub sul Naviglio – ed è esattamente questo che cercano le persone dopo un anno fatto di chiusure totali o alternate a periodi di vita quasi normale.</mark> Si vuole tornare a stare insieme, a divertirsi davanti a un cocktail alla fine del turno di lavoro o all’uscita dall’università. <strong>I negozi non permettono tutto questo, anche perché sono luoghi in cui la gente finisce per non rispettare del tutto le distanze di sicurezza. Nei bar questo criterio invece si segue sempre, soprattutto adesso che si può servire al tavolo</strong>. Manca la normalità perduta e bere qualcosa insieme a un paio di amici o colleghi dà l’impressione che la pandemia non ci sia, nonostante le mascherine».</p>
<p><strong>La riapertura attesa più di tutte era però quella dei ristoranti</strong>, che hanno schiuso i battenti per il pranzo di lunedì 1 febbraio. La loro attività resta limitata fino alle 18 proprio come accade per i bar ed è per questo che sono molti i ristoratori ad aver deciso di mantenere serrato il proprio spazio. Una camminata nel cuore di Milano fa capire bene la schizofrenia del periodo: ci sono locali stracolmi all’ora di pranzo, con i titolari costretti a sfruttare quanta più superficie possibile per rispettare il distanziamento sociale tra i clienti e i vari tavoli, mentre altri – magari lungo la stessa strada e con l’ingresso collocato alla porta accanto – sono chiusi o praticamente deserti. Il quartiere di Brera, storicamente affollato da turisti e da studenti dell’Accademia di Belle arti, è la rappresentazione perfetta dell’attuale situazione. Nonostante tutto, i ristoratori cercano di essere fiduciosi. <mark class='mark mark-yellow'>«Credo nella zona gialla, ma l’importante è arrivare alla bianca, perché noi ristoratori solo con il pranzo non riusciamo a stare a galla – spiega il titolare dell’<em>Hosteria della Musica </em>–. È impensabile mantenersi solo con l’incasso della mattinata a menù convenzionati, senza contare che lo <em>smart working</em> resta molto diffuso e incide sugli ingressi dei dipendenti pubblici nei vari locali».</mark> Il titolare ci spiega che comunque per il momento il suo ristorante non è a rischio chiusura perché fa parte di un gruppo solido. Nonostante questo, «Si perdono comunque soldi a fine mese – continua –. Se invece dovessero farci regredire in zona arancione o rossa, nascerebbero veri problemi. Non si può andare avanti così». L’<em>Hosteria della Musica</em> è solo uno dei tanti ristoranti che vive le problematiche del periodo e come tutti gli altri lavora a regime più che dimezzato. «<strong>Abbiamo ridotto del 50% il personale e stiamo lavorando al 30%</strong> &#8211; racconta il titolare –. <strong>Normalmente facevamo 150 coperti</strong>. A settembre-ottobre, prima di richiudere, eravamo tornati a servire di nuovo cento persone, <strong>adesso invece quaranta</strong>. Come personale lavoriamo in sette, invece dei 23 che eravamo prima della pandemia. Per limitare le perdite serviamo anche l’aperitivo fino alle 17.30, poi alle 18 si chiude».</p>
<p><strong>I grandi assenti nel dibattito sulle riaperture sono gli hotel</strong>. Privati dei turisti che di solito affollano le camere e dei grandi eventi mondani che Milano sa offrire in ogni periodo dell’anno, alcune di queste strutture hanno affrontato mesi difficili fino a maturare l’idea di reinventarsi. <strong>Un caso particolare è quello del <em>21 way of living</em></strong>, a pochi passi dal Politecnico. Questa struttura, inaugurata ufficialmente intorno alla metà di febbraio 2020, è nata con un obiettivo che oggi appare lungimirante: <mark class='mark mark-yellow'>«Ci siamo resi conto che in una struttura ricettiva c’è tanto spazio inutilizzato, come la hall che resta vuota per tutta la giornata, e abbiamo pensato a quali servizi potevano essere utili sia ai nostri ospiti sia a chi abita nel quartiere – ci racconta <strong>Francesca Torricella, direttrice del <em>21WOL</em></strong> –. L’idea di offrire uno spazio <em>coworking</em> ci è sembrata utile e a maggior ragione si è rivelata vincente e interessante in questo periodo, perché ci sono persone che sono in <em>smart working</em> a casa che desiderano rompere questa monotonia spostandosi in un contesto più attrezzato con stampanti e connessione internet.</mark> Dopo il lockdown abbiamo organizzato meglio anche postazioni esterne, così che le persone possano lavorare nel giardino della struttura in periodi più caldi come la primavera o l’estate. Adesso ci adeguiamo in base ai decreti governativi. In zona gialla possiamo offrire tutti i nostri servizi, compreso quello di ristorazione del nostro bistrot interno».</p>
<p>La clientela di questo tipo di spazio abbraccia tipologie differenti di lavoratori. Si passa dagli abitanti del quartiere, che trovano qui rifugio per scappare dalla routine a cui si sono abituati durante i mesi del primo lockdown, agli ospiti dell’hotel che, come dice ancora la direttrice, «Non vogliono perdere ore di efficienza in attesa di prendere un treno o un aereo». Non mancano nemmeno startupper e freelance, che magari si trovano in città un paio di volte a settimana e hanno bisogno di un buon punto di appoggio per incontri di lavoro. A tutte queste persone sono offerti tre diversi pacchetti quotidiani tra cui scegliere per decidere se usufruire degli spazi di <em>coworking</em> solo per poche ore o se per tutta la giornata, consumando il pranzo o invece concedendosi solo un piccolo snack per spezzare la fame. Ma cosa ne è stato del bistrot nel momento in cui la somministrazione al tavolo è stata vietata dai decreti governativi? «In zona rossa non abbiamo potuto offrire questo servizio – spiega la direttrice –. Permettevamo soltanto il consumo del pranzo portato da casa, consumato nelle cucine comuni adibite a questa funzione. Chi chiedeva di poter usare il <em>coworking</em> ha avuto sempre accesso alla nostra struttura, seppur in termini ridotti per rispettare il distanziamento sociale. I dipendenti del bistrot hanno operato come take-away entro i quartieri vicini e servito solo i pochi ospiti dell’hotel».</p>
<p>La zona gialla sembra preparare al lento ritorno alla normalità, ma i prossimi mesi saranno comunque osservati speciali sia dal punto di vista sanitario sia sotto quello economico. <strong>Ripartire resta l’imperativo principale</strong>, in paziente attesa di tempi migliori.</p>
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		<title>Una giornata al bar, in zona offlimits</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2020 07:51:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Melissa Paini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="717" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/IMG_3865.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="IMG_3865" /></p><p>La sveglia suona alle 5:00. Fuori è ancora buio, fa freddo e la nebbia ricopre tutto il paesaggio.<mark class='mark mark-yellow'>L’autocertificazione è sul tavolo della cucina, compilata e pronta per essere messa in tasca. Alle 5:30 si sale in macchina</mark>. La strada non è lunga: il bar dista 10 km da casa di Paolo e Giada. Le strade sono semi deserte, ma meno di quanto ci si aspetterebbe in una zona rossa. Alle 5:45 si arriva a Pero, un comune di circa 11 mila abitanti nella provincia nord-ovest di Milano.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La “Latteria” , infatti, non è un bar del centro, non ha un arredamento <em>chic </em>o il personale con il papillon, ma è un punto di riferimento in paese da ormai 50 anni</mark>. Paolo, il titolare, lo ha acquistato nel 2018 subentrando alla storica gestione precedente. Giada, invece, la moglie, ha un altro lavoro che svolge in <em>smartworking</em> e che le permette di aiutare il coniuge al bar per sopperire alla cassa integrazione delle altre dipendenti.</p>
<p>La prima cosa da fare entrando nel locale è accendere il forno. Una volta infornate le <em>brioches</em>, è il momento di accendere le luci, il registratore di cassa, le macchine della ricevitoria, la lava-bicchieri e<mark class='mark mark-yellow'>la tv per ascoltare le notizie del mattino. Quest’ultime andranno riferite meticolosamente ad ogni cliente per colmare la mancanza dei soliti quotidiani letti mentre si beve il caffè</mark>.</p>
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		</div>
		
<p>&nbsp;</p>
<p>Alle 6:30 il bar è invaso dall’aroma del caffè appena macinato e della prima sfornata. Mentre Giada finisce di decorare le <em>brioches</em> con lo zucchero a velo e  sistemarle nella vetrina espositiva, Paolo è pronto ad alzare la <em>claire</em>.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Fino all’arrivo del primo <em>lockdown</em>, il momento prima dell’apertura rappresentava la calma prima della frenesia della mattinata, dei caffè “al volo” dei lavoratori sempre in ritardo e delle lunghe colazioni con gossip delle <em>sciure. </em>Oggi, invece, quell’adrenalina non c’è più</mark>. Dopo pochi minuti dall’apertura, entra il primo cliente che prende un caffè da asporto e qualche minuto di riparo dal freddo nella sua attesa. Bisognerà aspettare almeno un’ora per vedere entrare qualcun altro.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La colazione al bar è un piacere, un piccolo sfizio, per qualcuno un’abitudine irrinunciabile, ma per la maggior parte delle persone, invece, è diventata un gesto sacrificabile in ottica di una prevenzione comune</mark>. Le mattine sono diventate interminabili, fatte di lunghe attese intervallate da qualche parola scambiata con i pochi avventori del bar.</p>
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		</div>
		
<p>&nbsp;</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Il discorso è sempre uno: il Covid-19. I numeri dei contagi, le terapie intensive, lo <em>smartworking</em>, la cassa integrazione sono i temi che dominano le chiacchiere quotidiane. «Lo sai che quel tale è risultato positivo al tampone?». La pandemia ha snaturato il lavoro dei baristi. Stare dietro ad un bancone non significa solo fare caffè e calici di bianco ai propri compaesani, ma è molto di più</mark>. Le persone vanno, o meglio andavano, al bar per leggere i giornali, incontrare conoscenti e amici,  riempire le pause con chiacchiere piacevoli, dibattiti sul calcio, qualche <em>gossip</em> e, a volte, anche per cercare uno sfogo con il barista che assumeva le vesti di confidente o psicologo. Non è facile sradicare dalla mente delle persone questa visione del bar. Non è semplice far capire ai clienti abituali, soprattutto quelli diversamente giovani, che oggi non possono più usare il bar come punto di ritrovo o <em>agorà</em> del paese.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Quella che una volta era l’ora dell’aperitivo, la cosiddetta <em>happy hour</em>, ora è diventata il momento della giornata in cui i clienti cercano di ritrovarsi all’esterno del locale. La scusa o scappatoia più gettonata è una passeggiata all’aria aperta nel proprio comune o l’attesa per entrare al bar a comprare bevande d’asporto. Ogni sera infatti, nell’orario di uscita dal lavoro e rientro alle dimore,  poco prima della chiusura alle 18:00, la “Latteria” torna indietro nel tempo</mark>. Sembra di essere nel novembre del 2019, quando nelle nostre menti era inimmaginabile che un virus ci potesse costringere ad indossare mascherine e stare distanziati dagli altri, ma soprattutto che ci potesse impedire di andare al bar. Uomini, soprattutto, lavoratori, operai, ma anche pensionati, si fermano nei pressi del locale e, a piccoli gruppi di due o tre, trascorrono un’oretta tra chiacchiere e brindisi in bicchieri di plastica. Il titolare invita insistentemente ad allontanarsi dall’entrata e a non consumare lì nei paraggi, ma forse infondo quello è proprio il momento della giornata che preferisce. Gli insperati clienti gli fanno sempre brillare gli occhi come quando gli vennero consegnate le chiavi del bar.</p>
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				</div>
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		</div>
		
<p>I controlli dei vigili o dei carabinieri non mancano. Una pattuglia passa due volte al giorno tutti i giorni: poco prima e subito dopo le 18:00, per controllare la regolare chiusura dell’attività. Anch’essi, come il titolare,<mark class='mark mark-yellow'>invitano le persone ad allontanarsi gli uni dagli altri e dal bar, si assicurano che tutti indossino le mascherine e  li esortano ad andare a casa per consumare i proprio acquisti, ma, per il momento, non hanno fatto contravvenzioni. Forse anche le autorità capiscono il significato delle parola “bar”</mark>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p style="text-align: center;"><strong> </strong></p>
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		<title>Sud Corea, a servire il caffè ora ci sono i robot baristi</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Jun 2020 12:28:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>
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		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
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		<description><![CDATA[La Corea del Sud sta ripartendo dopo i mesi di lockdown. Seul sta programmando la sua Fase 2 ricorrendo alla tecnologia per favorire il distanziamento sociale, prima ed essenziale misura di sicurezza per evitare ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1432" height="861" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/05/Robo-barista.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Robo barista" /></p><p>La Corea del Sud sta ripartendo dopo i mesi di lockdown. Seul sta programmando la sua Fase 2 ricorrendo alla tecnologia per favorire il distanziamento sociale, prima ed essenziale misura di sicurezza per evitare una nuova ondata di casi Covid-positivi.</p>
<p>Un esempio  viene da un bar di <strong>Daejeon</strong>, dove <mark class='mark mark-yellow'>è stato introdotto un <strong>robot barista</strong> che, spostandosi autonomamente e interagendo con chi entra nel locale, prende le ordinazioni</mark>e prepara quanto richiesto dai clienti – è in grado di produrre 60 tipi diversi di caffè, oltre ad altre bevande – <mark class='mark mark-yellow'>e serve direttamente al tavolo, evitando assembramenti nei pressi di bancone e cassa.</mark> L’unico essere umano ancora presente nel bar si occupa del settore pasticceria, dei rifornimenti di cibo e bevande e delle pulizie al termine della giornata di lavoro.</p>
<p>Entro la fine dell’anno, la <strong>Vision Semicon</strong>, che produce questi robot baristi, promette di fornirne trenta ad altrettanti locali. E pazienza se la tecnologia sottrarrà posti di lavoro a chi svolge dei part-time nei locali: la lotta al Covid-19 viene prima di tutto.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Per saperne di più, continua a leggere su <a href="https://venturebeat.com/2020/05/25/robot-barista-helps-south-korean-cafe-with-social-distancing/">Venture Beat</a></strong></p>
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		<title>Raboucer, il bar in cui sentirsi a casa</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Dec 2019 21:04:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Barra]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[bar]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[storie]]></category>

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		<description><![CDATA[Raboucer, ex Bar Cuore, anima il centro di Milano. Le luci in via Gian Giacomo Mora – vicino alle Colonne di San Lorenzo, per intenderci– si sono riaccese quasi un ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="1600" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/12/raboucer.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Andrea Pirola, co-founder di Raboucer" /></p><p><strong><span style="font-size: 10.0pt; font-family: 'Georgia',serif; color: #333333; font-weight: normal;"><strong>Raboucer</strong></span></strong><span style="font-size: 10.0pt; font-family: 'Georgia',serif; color: #333333; font-weight: normal;">,</span> <strong><span style="font-size: 10.0pt; font-family: 'Georgia',serif; color: #333333; font-weight: normal;">ex Bar Cuore, anima il centro di Milano. Le luci in via Gian Giacomo Mora – vicino alle Colonne di San Lorenzo, per intenderci– si sono riaccese quasi un anno fa. L’atmosfera all’interno del locale è rilassata e gli arredi vintage danno la sensazione di trovarsi al <em>Cabaret Voltaire,</em> culla del Dadaismo. I protagonisti di questa storia sono due: <strong>Andrea e Simone</strong></span></strong><span style="font-size: 10.0pt; font-family: 'Georgia',serif; color: #333333; font-weight: normal;">,</span> <strong><span style="font-size: 10.0pt; font-family: 'Georgia',serif; color: #333333; font-weight: normal;">che hanno realizzato il sogno di aprire un bar   e hanno restituito ai milanesi la location storica, seppur con alcune novità. </span></strong></p>
<p><strong><span style="font-size: 10.0pt; font-family: 'Georgia',serif; color: #333333; font-weight: normal;">«Andrea Pirola, 29 anni, bergamasco», esordisce uno dei due fondatori del locale. La sua storia come bartender parte nel 2013, quando il ragazzo inizia un percorso di approfondimento sulla miscelazione, insieme al suo attuale socio, Simone, calabrese doc. I due giovani, dopo aver frequentato delle «buone scuole» hanno deciso di aprire un bar proprio a Milano che, per il loro lavoro, «offre delle possibilità che in Italia sono uniche». </span></strong></p>
<p><strong><span style="font-size: 10.0pt; font-family: 'Georgia',serif; color: #333333; font-weight: normal;">«Un sogno che si avvera», sotto le colorate luci led di Raboucer. La scelta del nome «è stata puramente casuale – racconta il ragazzo –. Eravamo indecisi. Poi, un giorno, abbiamo trovato la vecchia insegna del bar Cuore e l&#8217;abbiamo letta al contrario: così è nato Rab-Ou-Cer». </span></strong></p>
<p>Capita spesso che la gente, entrando nel locale, pensi di trovarsi ancora al bar Cuore, storica location milanese che ha lasciato un&#8217;importante eredità con la quale fare i conti, nel bene e nel male. Raboucer ha mantenuto la stessa struttura e gli stessi arredi del suo predecessore, a parte qualche dettaglio, ma «ad ogni cosa – spiega Andrea –  è stata conferita una visione innovativa, un concept più moderno».</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Chi lavora in un bar, si sa, è soggetto al costante confronto con le persone. Andrea racconta di aver avuto moltissimi incontri strani e di aver, spesso, fatto da consulente alla gente che gli «confida i propri problemi sentimentali o di vita».</mark> Ma va bene così, perché, stando alle sue parole, <strong>il punto di forza di Raboucer è proprio «l&#8217;ospitalità». </strong></p>
<p>Andrea e Simone hanno l&#8217;obiettivo di creare un&#8217;atmosfera in cui predominino l&#8217;accoglienza, la cultura del bene bene, la cordialità e la buona musica. «Nel nostro locale vogliamo vedere gente di ogni età che ride, scherza e si diverte», dice il ragazzo. Il target del locale è eterogeneo e il palinsesto degli eventi <strong>accontenta gusti</strong> <strong>differenti</strong>: dalle serate jazz, a quelle  rock, per arrivare alla disco-music. Andrea si definisce «scarmantico» e non vuole parlare dei progetti che lui e il suo socio hanno per il futuro, ma non esita a rispondere alla richiesta di descrivere Raboucer in due parole: «Posso farlo in tre. <strong>Sentirsi a casa</strong>».</p>
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		<title>Song, il bar dove il cliente si sente a casa</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Dec 2019 16:42:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandra D'Ippolito]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[bar]]></category>
		<category><![CDATA[caffè]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[storie]]></category>

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		<description><![CDATA[II suo nome è Song. Roberto Song. I suoi occhi a mandorla potrebbero ingannare chi li incrocia per la prima volta dietro al bancone del suo bar tabacchi, ma la ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>II suo nome è Song. <strong>Roberto Song</strong>. I suoi occhi a mandorla potrebbero ingannare chi li incrocia per la prima volta dietro al bancone del suo bar tabacchi, ma la sua cadenza milanese tradisce le sue origini.<mark class='mark mark-yellow'>Nato da genitori cinesi a Firenze 24 anni fa, nel 1999 ha raggiunto Milano con la sua famiglia ed è qui che ha frequentato le scuole. Terminato l’ultimo anno all’istituto alberghiero, «ho fatto un po’ di anni da barista in giro – ha detto Roberto – Poi ho trovato questo locale».</mark>Così cinque anni fa ha deciso di rilevare il <strong>bar di Paolo</strong>, il vecchio proprietario, e farlo suo.</p>
<p>Alle 6:30 <strong>nell’angolo tra via Vespri Siciliani e via Tito Vignoli</strong> inizia la giornata di Roberto. Con caffè, brioche vegane e centrifughe di frutta fresca dà il buongiorno agli abitanti del quartiere, che considerano il suo locale il loro punto di riferimento. «È un bar di zona che è vicino alla chiesa e al supermercato» afferma un cliente affezionato che, lavorando fuori Milano riesce a fare tappa da Song solo nel fine settimana. Oltre agli anziani e ai pensionati che passano lì le loro giornate, si ritrovano anche amici e facce conosciute del quartiere per fare l’aperitivo, comprare un pacchetto di sigarette o per scambiare due chiacchiere. «Il giorno dove lavoro di più è il mercoledì perché in questa via c’è il mercato, e quindi è un giorno un po’ affollato», ha rivelato Roberto.</p>
<p>Spesso, però, pur non essendo un locale di passaggio o di <em>viveur</em>, il bar ha nuovi clienti.<mark class='mark mark-yellow'>Secondo quanto recensito su Google, molti sono entrati nel bar per caso e ne sono rimasti piacevolmente soddisfatti: un’attività a conduzione familiare dove gentilezza, cordialità e attenzione alle esigenze della clientela sono di casa.</mark></p>
<p>«Mi piace che i clienti sono tutti amici tra loro» dice il proprietario. «Con i clienti che vengono tutti i giorni, con cui c’è una certa confidenza, sono molto amichevole. Fanno come se fossero a casa loro» ha aggiunto. Infatti è curiosa la storia delle due piccole cassette in legno, tinteggiate di bianco per essere <em>en pendant </em>con lo stile moderno, che fanno da libreria all&#8217;ingresso del bar Song. «Era uno spazio vuoto, poi una cliente è arrivata con dei libri e mi ha chiesto se me li poteva lasciare e allora io li ho lasciati lì. Poi man mano che entravano i clienti, mi chiedevano: “Posso prendere questo libro per leggerlo?” o magari entrava l’altro cliente che mi chiedeva lo scambio. Quindi io lascio fare a loro», dice  con sincerità Roberto che ogni giorno parte da Quarto Oggiaro per raggiungere il suo bar. «Questa zona è bellissima e i clienti sono speciali e simpatici», aggiunge.</p>
<p>Con passione e impegno lavora fino alle 20 e in questi cinque anni di attività è riuscito a farsi volere veramente bene dagli abitanti della zona, nonostante questa abbia subito una cinesizzazione di massa.</p>
<p>«Nonostante sia di origini asiatiche, si è integrato bene anche perché è nato in Italia e sa bene l’italiano, ma a volte ha un po’ della “cinesità”» ha ironizzato un cliente. Infatti nascoste tra le bottiglie di amari e liquori si scorgono due etichette con le scritte in cinese: “grappa alle rose” e “grappa al bambù”.</p>
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		<title>L&#8217;angolo nascosto di Chung Fa</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Dec 2019 15:53:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Natale Ciappina]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[bar]]></category>
		<category><![CDATA[caffè]]></category>

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		<description><![CDATA[Attraversando la zona pedonale che taglia a metà il cuore della Chinatown milanese, quasi si fatica a scorgere il Bar Gallery, nascosto com’è all’angolo di un cunicolo che collega via ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2000" height="1125" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/12/WhatsApp-Image-2019-12-08-at-17.59.12.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="WhatsApp Image 2019-12-08 at 17.59.12" /></p><p>Attraversando la zona pedonale che taglia a metà il cuore della Chinatown milanese, quasi si fatica a scorgere il <strong>Bar Gallery</strong>, nascosto com’è all’angolo di un cunicolo che collega via Sarpi all’estremità di via Rosmini. «Sì, non è un locale che dà proprio sulla strada, ma a me è sempre piaciuto proprio per questo» confessa <strong>Chung Fa</strong>, la proprietaria che ha aperto il bar nel 2004.<mark class='mark mark-yellow'>Nata 47 anni fa nella provincia cinese dello Yunnan, Chung Fa non ha fatto troppa fatica ad ambientarsi a Milano, nonostante fatichi ancora a esprimersi bene in italiano.</mark> «Per fortuna ogni tanto c&#8217;è mio figlio a darmi una mano, specie con le ordinazioni, altrimenti avrei potuto chiudere!» commenta col sorriso sulle labbra, mentre prepara un caffè a un disorientato cliente, che sembra essere capitato al Bar Gallery quasi per caso. A dispetto di una tendenza che vede la Chinatown meneghina in continua espansione economica, gli affari non sembrano andare benissimo per Chung Fa.<mark class='mark mark-yellow'>«Più che la posizione – ci dice – a penalizzarci è stata la crescita della competizione. Fino a qualche anno fa il mio era fra i pochi bar cinesi in tutta in zona Sarpi. Adesso invece siamo molti di più».</mark> In effetti, camminando lungo la zona pedonale, è possibile trovare un bar o una caffetteria almeno ogni centro metri, spesso segnalati da sgargianti insegne con luci al neon che, con il calar del sole, si fanno ancora più vistose e attraenti.</p>
<p>Eppure la proprietaria del Bar Gallery non sembra affatto intenzionata ad arrendersi: «Sono arrivata in Italia ormai più di 20 anni fa, raggiungendo mio marito che lavorava in un’industria tessile, e questo bar è stata la nostra prima attività». La giornata del Bar Gallery inizia ogni giorno alle 7: ad aprire il locale ci pensa una sua dipendente, che predispone il tutto in attesa dei clienti e di Chung Fa, che di solito si palesa intorno alle 8 e mezzo, cioè in coincidenza dell’orario di massima affluenza nel bar. «Come dicevo, con gli anni la quantità di lavoro è diminuita e quindi posso permettermi di prendermela un po’ più comoda la mattina». Malgrado un italiano a tratti zoppicante, Chung Fa si sente milanese quasi a tutti gli effetti: pur gravitando sempre attorno Chinatown, col tempo ha iniziato ad allargare i suoi orizzonti.<mark class='mark mark-yellow'>Ha un debole per ogni tipo di risotto, ad esempio, e quando può va sempre a vedere l’Inter allo stadio in compagnia di suo figlio. «L’unica cosa che non penso riuscirò mai a fare è mangiare il formaggio: è troppo anche per me».</mark></p>
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		<title>Pier Strazzeri: un barista a cavallo tra Milano e provincia</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Dec 2019 00:02:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Barenghi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[bar]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[storie]]></category>

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		<description><![CDATA[«Sono un barista di provincia… E ne vado estremamente fiero!». È così che Pier Strazzeri adora definirsi, sorridendo ogni volta dietro la sua folta barba da hipster. Nato il 3 ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«Sono un barista di provincia… E ne vado estremamente fiero!». È così che <strong>Pier Strazzeri</strong> adora definirsi, sorridendo ogni volta dietro la sua folta barba da hipster. Nato il 3 giugno di 48 anni fa, gestisce, sin dal lontano 1999, il <strong><em>BarCastello</em> di Abbiategrasso</strong>, città dove è nato e cresciuto. La passione per il bancone sboccia da giovanissimo quando, seduto per terra davanti alla televisione, guarda la prima puntata di <em>Cheers</em>, famosa sitcom americana, andata in onda a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, e ambientata in un locale di Boston dal quale la serie stessa prende il nome. È proprio in questo periodo, nel quale si comincia a fantasticare su cosa si voglia fare da grandi, che Pier conosce Monica, l’amore della sua vita, con cui avrà, a soli 17 anni, Eleonora, la sua prima e unica figlia. Con l’arrivo di Eleonora, il giovanissimo padre nonché futuro “barista di provincia”, interrompe gli studi, iniziando a lavorare come magazziniere per portare a casa la pagnotta. Successivamente decide di licenziarsi e seguire un corso di cucina serale, lavorando parallelamente in un negozio gastronomico abbiatense come garzone di bottega, imparando a stare in mezzo ai clienti, trattandoli e accogliendoli nel migliore dei modi. Un importantissimo banco prova che lo fa entrare in contatto con due fratelli che, impressionati dalle sue capacità, gli propongono nel 1998 di aprire assieme un nuovo locale in piazza Castello, vero e proprio fulcro della vita cittadina di Abbiategrasso. Una proposta che Pier accetta senza indugi e che riaccende in lui la scintilla nata tanti anni prima guardando le puntate di <em>Cheers</em>. Dopo soli 6 mesi rileva interamente l’attività con due nuovi soci, aprendo la strada a quella che è la ventennale avventura di <em>Bar</em><em>Castell</em><em>o</em>: un locale divenuto, nel corso del tempo, una vera e propria istituzione tra i pub dell’hinterland milanese e cresciuto, in queste due decadi, tanto quanto l’esperienza del suo gestore.<mark class='mark mark-yellow'>Un barista, Pier, <em>old school</em>, che si è fatto le ossa imparando a rubare il mestiere e osservando, seduto al bancone e con gli occhi che si muovono alla velocità della luce, i migliori bartender di Milano intenti a miscelare i cocktail più disparati.</mark>Una ricerca sul campo che ha portato questo barista abbiatense ad entrare in contatto e a collaborare con due dei nomi più importanti della <em>Milano da bere</em>: Edoardo Nono e Flavio Angiolillo, gestori rispettivamente di <em>Rita&amp;Cocktails</em> e <em>Mag Cafè</em>. È con questa attenta miscela di passione ed esperienza che si fonda la qualità e il successo di <em>Bar</em><em>Castello</em>, uno dei pochissimi locali di provincia capaci di fare la differenza anche fuori da essa.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/12/20191207_155102-01.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-40041" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/12/20191207_155102-01-225x300.jpeg" alt="20191207_155102-01" width="225" height="300" /></a></p>
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