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	<title>magzine &#187; asilo nido</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Costrette a scegliere: il gender gap allontana le donne dall&#8217;indipendenza</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Mar 2023 09:15:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Buonarosa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[8 marzo]]></category>
		<category><![CDATA[asilo nido]]></category>
		<category><![CDATA[contratti]]></category>
		<category><![CDATA[festa della donna]]></category>
		<category><![CDATA[Gender Gap]]></category>
		<category><![CDATA[salari]]></category>
		<category><![CDATA[stipendi]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>

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		<description><![CDATA[Studia, lavora, dimettiti. Sembra essere questa la parabola di migliaia di donne italiane che ogni anno sono costrette a lasciare il posto di lavoro per dedicarsi a famiglia e figli. ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="458" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/studentessa.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="studentessa" /></p><p><span style="font-weight: 400;"><strong>Studia, lavora, dimettiti.</strong> Sembra essere questa la parabola di migliaia di donne italiane che ogni anno sono costrette a lasciare il posto di lavoro per dedicarsi a famiglia e figli. Il report dell’<strong>Ispettorato Nazionale del Lavoro</strong> parla chiaro: nell’ultimo anno analizzato, il 2021, <strong>oltre 52mila persone</strong> hanno <strong>lasciato il posto di lavoro</strong> e di queste ben il 71% sono donne. Una condizione accomuna i lavoratori coinvolti: essere padri e madri con a carico figli sotto i tre anni. </span></p>
<div class="flourish-embed flourish-chart" data-src="visualisation/12979944"><script src="https://public.flourish.studio/resources/embed.js"></script></div>
<p>Come mostra il grafico a barre molte di queste persone sono donne. Un numero in costante crescita, esclusa la parentesi del primo anno di pandemia. <mark class='mark mark-yellow'><strong>La fascia più coinvolta è proprio quella tra i 29 e i 44 anni</strong>, quando si esce dal nucleo familiare di origine &#8211; almeno in Italia &#8211; e si inizia a progettare un futuro autonomo. Inoltre, molte di queste lavoratrici devono fare in conti con contratti di lavoro part-time, perché sono costrette a dividere la giornata tra la gestione della famiglia e il lavoro. Le percentuali si ribaltano se analizziamo i contratti a tempo pieno: questi ultimi coinvolgono quasi il 70% di uomini, che si riducono al 30% se consideriamo chi lavora mezza giornata.</mark>  «Il part-time sembra una soluzione per combinare lavoro e famiglia, ma è una segregazione &#8211; denuncia <strong>Paola Profeta, direttrice del Lab ricerca sull’uguaglianza di genere all’Università Bocconi di Milano</strong> -. Di fatto si guadagna di meno e non c&#8217;è la possibilità di fare carriera. Il part-time favorisce la <strong>ghettizzazione femminile</strong> perché è pagato meno e, quando c&#8217;è una riduzione dello stipendio, diventa automaticamente accettabile per le donne. C&#8217;è sempre l&#8217;idea che l&#8217;uomo debba guadagnare a pieno e che la donna sia il percettore di reddito addizionale».  </p>
<div class="flourish-embed flourish-chart" data-src="visualisation/12979941"><script src="https://public.flourish.studio/resources/embed.js"></script></div>
<p><strong><span style="font-weight: 400;">Eppure, rispetto alla <strong>media europea</strong> delle settimane concesse come congedi di maternità e paternità, <strong>l’Italia non si posiziona agli ultimi posti</strong>. Il nostro Paese prevede quasi 22 settimane di congedo per le madri ma riserva ai padri appena dieci giorni. Numeri ben lontani da quelli previsti dal sistema spagnolo, che garantisce ai lavoratori uomini ben 12 settimane di congedo. <strong>Fanalino di coda è la Germania</strong> che non prevede alcun congedo di paternità, mentre riserva alle madri 12 settimane retribuite. </span></strong></p>
<div class="flourish-embed flourish-chart" data-src="visualisation/12980021"><script src="https://public.flourish.studio/resources/embed.js"></script></div>
<p>Numeri che non demoliscono completamente il sistema italiano dei congedi. <mark class='mark mark-yellow'> Tuttavia i <strong>licenziamenti</strong> concentrati tra le lavoratrici testimoniano che qualche ingranaggio non funziona come dovrebbe. «<strong>In Italia questo problema è molto ampio</strong> e riguarda l’intero mercato del lavoro &#8211; spiega Paola Profeta -, tant&#8217;è vero che abbiamo in generale <strong>un tasso di occupazione femminile intorno al 50%, uno dei più bassi in Europa</strong>. Dietro di noi ci sono soltanto Grecia, Malta e Cipro. Occorre considerare il tema della maternità e quindi della possibilità di conciliare lavoro e famiglia. C&#8217;è quasi un incentivo a smettere di lavorare. Per penalizzazione materna intendo la <strong>riduzione del tasso di occupazione già dalla nascita del primo figlio</strong>. Il problema è che questa non è una cosa solo italiana, ma qui è un po&#8217; più grave”.</mark> </p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«In Italia questo problema è molto ampio e riguarda l’intero mercato del lavoro &#8211; spiega Paola Profeta -, tant&#8217;è vero che abbiamo in generale un tasso di occupazione femminile intorno al 50%, uno dei più bassi in Europa. Dietro di noi ci sono soltanto Grecia, Malta e Cipro. Occorre considerare il tema della maternità e quindi della possibilità di conciliare lavoro e famiglia»</span></p>
<p>La particolarità della situazione italiana è che <strong>l’allontanamento dal posto di lavoro da parte delle donne diventa permanente</strong>. «Quando i figli diventano più grandi, queste donne non tornano sul mercato del lavoro e dunque, una volta uscite, la scelta è spesso definitiva. Questo è l’aspetto più grave. Invece, in altri Paesi ci sono degli aggiustamenti lungo la vita delle persone». A spingere molte lavoratrici a lasciare il posto di lavoro sono le esigenze di gestione della prole.</p>
<p>Tra i motivi principali che emergono dal report, al primo posto c’è la <strong>difficoltà a conciliare il lavoro con la cura dei figli piccoli</strong>. <mark class='mark mark-yellow'> Gli asili sono sempre pochi ma, anche quando i posti si trovano, i costi sono troppo alti. Inoltre non tutte le famiglie possono contare sul sostegno dei parenti, a cominciare dai nonni. L’altra ragione è legata all’azienda dove si lavora: la maggior parte delle donne denuncia che <strong>le condizioni di lavoro non sempre sono conciliabili con la cura della famiglia</strong>. Spesso le lavoratrici devono fare i conti con la lontananza dal luogo di lavoro e con la mancata flessibilità sui turni mostrata dagli imprenditori. </mark> La questione riguarda il modo in cui viene percepita la maternità dalle aziende: «Spesso c’è un<strong> mancato accordo con le aziende</strong>. Mentre le grandi aziende seguono una politica generale sui congedi, hanno un approccio culturale alla maternità diverso perché sono abbastanza allineate con i paradigmi più internazionali, in Italia la maggioranza sono realtà medio-piccole che hanno ancora un&#8217;idea che la maternità sia in qualche modo un costo e quindi la scaricano sulla lavoratrice».</p>
<p><strong>La maternità viene dunque vissuta come un problema</strong>, un obbligo imposto al datore di lavoro di riorganizzare il personale. <mark class='mark mark-yellow'> «Considerato che abbiamo un tasso di natalità molto basso &#8211; sottolinea Paola Profeta &#8211; ogni azienda alla fine non èsi trova a gestire numeri di maternità esorbitanti. Le aziende la vedono non tanto come un costo in termini diretti, perché il congedo viene finanziato dell&#8217;Inps, ma in termini di organizzazione, di trovare un sostituto. Questo perché non sono abbastanza attrezzate per gestire questo tipo di situazione. A questo si aggiunge la carenza di asili nido, che è molto ampia del nostro Paese rispetto agli standard europei.»</mark> </p>
<div class="flourish-embed flourish-chart" data-src="visualisation/12979967"><script src="https://public.flourish.studio/resources/embed.js"></script></div>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Le <strong>difficoltà economiche legate al costo degli asili</strong> gravano soprattutto su determinate categorie di lavoratrici come le impiegate e le operaie. Sono queste ultime, infatti, a licenziarsi di più, perché non riescono a sopportare gli alti costi di cura della famiglia e sono costrette così a rinunciare alla prospettiva di far carriera. </mark> </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">«Le donne che lavorano &#8211; ricorda Profeta &#8211;  sono quelle con un reddito un po&#8217; più elevato e che si possono permettere degli aiuti per gestire la famiglia. Invece sono tagliate fuori quelle con i redditi più bassi, che non possono permettersi di pagare baby sitter o asili nido».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Alla radice di questo gender gap c’è il <strong>retaggio culturale</strong> per cui la donna tradizionalmente è vista come colei che si occupa della famiglia ed è così chiamata a fare delle scelte. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>«I rapporti all&#8217;interno della famiglia sono molto sbilanciati e questo &#8211; sottolinea Profeta &#8211; non rimane all&#8217;interno della famiglia perché le donne, anche quando lavorano fuori casa, continuano a fare tutto il lavoro domestico, un lavoro che è stimato intorno alle dieci ore in più al giorno alla settimana rispetto agli uomini. Quello che troviamo sul mercato del lavoro è il risultato di ciò che succede all&#8217;interno della famiglia». </mark> </span></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Alla radice di questo gender gap c’è il <strong>retaggio culturale</strong> per cui la donna tradizionalmente è vista come colei che si occupa della famiglia ed è così chiamata a fare delle scelte.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questo è un problema complesso e radicato che può essere affrontato con gesti concreti: «<strong>Occorre incentivare i congedi</strong>. In Italia sono soltanto dieci giorni e pochi padri si prendono i congedi parentali, cioè quelli a scelta ma pagati il 30% in meno, perché c&#8217;è anche uno stigma per cui <strong>l&#8217;uomo in congedo suona strano</strong>, mentre in altri Paesi è normalissimo». </span><mark class='mark mark-yellow'>La soluzione a questo <strong>modello lavorativo</strong> incasellato in determinati ruoli e fortemente legato al <strong>genere di appartenenza</strong> può essere lo <strong>smart working</strong>, che abbiamo sperimentato durante il lockdown e che è ancora proposto da molte aziende. Si tratta di una forma di lavoro ibrida che non prevede riduzioni né di stipendio né di orari di lavoro, con una declinazione neutrale e per questo si può adattare allo stesso modo sia ai lavoratori che alle lavoratrici.</mark></p>
<p><span style="font-weight: 400;">«Si stanno sperimentando <strong>nuove forme di organizzazione del lavoro flessibile</strong>, a cominciare dal lavoro da casa &#8211; conclude Profeta &#8211; ed è vantaggioso perché è a <strong>stipendio pieno e vale sia per uomini che per donne</strong>. Potrebbe favorire un ribilanciamento all&#8217;interno della famiglia: siamo tutti a casa e in qualche modo c&#8217;è una neutralità». </span>La strada da percorrere è ancora molta ma bisogna pur partire, per far seguire alle lavoratrici del futuro altre parabole, ben più gratificanti.</p>
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		<title>Quell&#8217;asilo non s&#8217;ha da fare</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Oct 2020 17:06:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Annarosa Laureti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[#scuola]]></category>
		<category><![CDATA[asilo nido]]></category>

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		<description><![CDATA[C’era una volta Asteroide B612, un pianeta lontano sulle cui terre, vergini e inesplorate, nessun virus aveva ancora seminato terrore. Accogliente e colorato attendeva di essere calpestato da piccoli passi ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1599" height="1200" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/09/0377a9fb-29d0-4a23-bd7d-a4b7f0afb4b4.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="0377a9fb-29d0-4a23-bd7d-a4b7f0afb4b4" /></p><p>C’era una volta <em>Asteroide B612</em>, un pianeta lontano sulle cui terre, vergini e inesplorate, nessun virus aveva ancora seminato terrore. Accogliente e colorato attendeva di essere calpestato da piccoli passi svelti, ma su di esso pendeva lo spettro di un enorme mostro a cinque teste chiamato burocrazia, che tentava, in ogni modo, di ritardarne la scoperta.</p>
<p>Se pensate di star leggendo una bizzarra versione de <em>Il Piccolo Principe</em> vi sbagliate. La storia narrata, infatti, non è quella di Antoine de Saint-Exupéry, ma di Sofia e del suo micro nido d’infanzia il cui avvio non è potuto coincidere con il suono della campanella nazionale.</p>
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						</a>

					
					
				</div>
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		</div>
		
<p>&nbsp;</p>
<p>Ventiquattro anni e una laurea in Scienze dell’Educazione all&#8217;Università degli Studi di Macerata, <mark class='mark mark-yellow'> Sofia è una di quelle ragazze che ha deciso di affrontare di petto il mercato del lavoro, creandosi da sé un posto, aprendo una propria attività. </mark> Una scelta che appare per certi versi singolare, ma quasi obbligata, in un’era come quella del Covid, piena di norme sanitarie da rispettare e, soprattutto, per nulla benevola nei confronti dei più giovani in cerca di occupazione.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> «Dopo la laurea e il tirocinio non ho mai trovato lavoro né nelle strutture private né nelle cooperative. E allora mi sono detta “Sai cosa?! Inizio in piccolo, lavorando da sola e con pochi bambini”» </span></p>
<p>Seguendo gli studi fatti e la sua grande passione (e predisposizione) per i più piccoli, risalente sin alla tenera età – «Già quando frequentavo le elementari mi prendevo cura del bambino di un anno di alcuni amici di famiglia» racconta – Sofia ha trascorso questa ultima estate cercando di dare forma al proprio progetto. «Dopo la laurea e il tirocinio non ho mai trovato lavoro né nelle strutture private – che molto spesso hanno uno stretto giro di personale per via dei rapporti con i tirocinanti – né nelle cooperative, che però non mi allettavano più di tanto. E allora mi sono detta “Sai cosa?! Inizio in piccolo, lavorando da sola e con pochi bambini”».</p>
<p>L’idea iniziale era quella di dar vita ad un asilo domiciliare all&#8217;interno di un locale di famiglia, ma poi si è optato, in corso d’opera, per l’apertura di un vero e proprio micro nido d’infanzia, pensando anche alla possibilità di riuscire, un domani, ad allargarsi e quindi ad ospitare un numero maggiore dei sette bambini previsti e consentiti al momento.  <mark class='mark mark-yellow'> Quello che però può sembrare un semplice cambio di programma, per Sofia si è rivelato essere una vera e propria avventura, tra uffici comunali, catasto, cambi di locazione e sorprese dell’ultimo minuto, dovute anche al fatto che «in Italia – spiega – non esiste una regolamentazione unica e precisa relativa a questo ambito. Non c’è nulla da poter consultare ben bene prima di partire». </mark></p>
<p>Tra le tante regole da seguire – nazionali e regionali – c’è, per Sofia, anche il divieto di utilizzare più del 15% della metratura del locale prescelto per il nido, a causa della posizione di quest’ultimo in una zona industriale, e in aggiunta l’obbligo di rivolgersi ad un ristorante per il servizio mensa offerto. «All&#8217;inizio mi avevano detto che avrei potuto tranquillamente cucinare da me. Ho allestito quindi tutta la cucina con forno, frigorifero, fornelli e tutto il resto necessario, quando poi ho scoperto che dal 2003, se non sei un nido domiciliare, ciò non si può fare. Dovrei affidarmi ad una cuoca, anche se dovessi avere solo bambini inferiori all&#8217;età di un anno. Devo rivolgermi a un servizio catering per tre, al massimo cinque bambini, e questo significa nuovi costi da affrontare e, ovviamente, da richiedere anche alle famiglie. Tra le altre cose mi sono recata anche da una dietologa, per farmi fare una dieta apposita, ma dovrò consegnare la stessa a chi di dovere». Un onere in più per chi comincia in piccolo mosso dall&#8217;amore per il proprio lavoro. «Devo ringraziare i miei genitori e i miei nonni» ammette Sofia. «Mi hanno aiutato un sacco e sono stata fortunata ad avere un locale già a disposizione. Se fossi dovuta andare in affitto da qualche parte tutto ciò sarebbe stato impossibile. Per aprire in affitto devi entrare per forza in società con qualcuno perché da sola, e con soli sette bambini, non riuscirai mai a coprire i costi e le spese».</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'> Le restrizioni dovute al Covid-19, invece, non sono molto rigide, sebbene il rapporto educatrice-infanti sia sceso da uno a sette a uno a cinque. </mark> «La mia – ammette Sofia – è un’operazione un po’ rischiosa, dato il periodo in cui ci troviamo.  Posso tenere bambini da tre mesi a tre anni e per quest’età non è necessario per loro indossare la mascherina. Sarebbe proprio impossibile. Se uno di loro si ammala dovrà rimanere a casa e con i genitori bisognerà mantenere la distanza di sicurezza, oltre che seguire tutte quelle regole alle quali ci siamo abituati».</p>
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						</a>

					
					
				</div>
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		</div>
		
<p>&nbsp;</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> «Sono dell’idea che se un bambino non è interessato a quello che voglio fargli fare io, non occorre forzalo. Il bambino da me sarà molto libero nella scelta di ciò che vuole fare, sempre sotto il mio sguardo vigile e il mio controllo» </span></p>
<p>Nel frattempo, le porte dell’Asteroide B612 continuano ad essere chiuse ancora per un po’, aspettando i controlli finali dei servizi sociali comunali e creando una piccola lista d’attesa tra alcune famiglie locali. Al loro interno, invece, rimangono ben protette le stanze colorate e decorate con frasi e immagini tratte da una delle favole più amate dai più piccoli. <mark class='mark mark-yellow'> «Il nome dell’asilo l’ho scelto insieme ad una bambina a cui faccio da babysitter. Quando aveva 9 anni, abbiamo visto il film <em>Il Piccolo Principe</em>, e letto il libro. La storia ci è piaciuta tantissimo e ci siamo appassionate a tal punto che quando è arrivato il momento di scegliere un nome, la scelta finale non poteva essere altrimenti». </mark> «Tutto il nido poi – continua Sofia &#8211; lo ho impostato sullo stile montessoriano». L’arredamento, dai lettini ai tavoli per il pranzo – realizzati dal padre falegname e restauratore – sono ad altezza bambino, così come i giochi in legno e in materiali riciclati. «I bambini devono essere il più indipendenti e liberi possibile, ovviamente entro certi limiti. Organizzerò alcune attività da fare ma sono dell’idea che se un bambino non è interessato a quello che voglio fargli fare io, non occorre forzalo. Il bambino da me sarà molto libero nella scelta di ciò che vuole fare, sempre sotto il mio sguardo vigile e il mio controllo».</p>
<p>Nonostante la leggera ansia che «da un momento all&#8217;altro possa arrivare un&#8217;altra sorpresa capace di bloccare nuovamente l’apertura», l’entusiasmo e la passione di Sofia non si scalfiscono, aspettando finalmente di accogliere nel proprio pianeta, cinque piccoli principi da accudire con tanto amore.</p>
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