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	<title>magzine &#187; Amnesty</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Ahmadreza Djalali e il limbo dei condannati a morte in Medio Oriente</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jan 2025 19:50:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da più di tremila giorni gli occhi di Ahmadreza Djalali non vedono altro che le pareti del braccio della morte di Evin. Dopo il suo arresto nel 2016, con l’accusa ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="500" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Ahmadreza-Djalali-Twitter-amnesty207-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ahmadreza-Djalali-Twitter-amnesty207-2" /></p><p style="font-weight: 400;">Da più di tremila giorni gli occhi di <strong>Ahmadreza Djalali</strong> non vedono altro che le pareti del braccio della morte di Evin. Dopo il suo arresto nel <strong>2016,</strong> con l’accusa di spionaggio, e la sua successiva condanna a morte, poi divenuta definitiva, da nove anni lo scienziato svedese-iraniano vive in un vero e proprio limbo, in cui ogni giornata è uguale alla precedente ma, allo stesso tempo, potrebbe essere l’ultima. Nessun “domani” può esser dato per scontato. La logorante e sempre identica attesa di ogni giorno è scandita dalle vicende altrui. Tra queste, c&#8217;è anche la liberazione nel giugno del 2024 di altri due cittadini svedesi, un funzionario dell’Unione Europea e un cittadino comune in condizioni di salute precarie. Un traguardo ottenuto in un negoziato che perfettamente si colloca nella cosiddetta “politica degli ostaggi” iraniana: Stoccolma ha barattato la loro liberazione con il rimpatrio in Iran di Hamid Nouri, condannato in via definitiva all’ergastolo per crimini contro l’umanità, per aver partecipato attivamente al massacro delle prigioni del 1988. <mark class='mark mark-yellow'>Ma, in quest&#8217;occasione, il ritorno di Ahmadreza non è stato richiesto, tanto che <strong><em>Amnesty International</em> </strong>ha iniziato a parlarne come “<strong>l’ostaggio dimenticato</strong>”.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">Un destino che appare ancor più incomprensibile se si considera con quanti Stati si sia intrecciata la vita del ricercatore prima della sua detenzione. Ha lavorato al <strong>Karolinska Institute di Solma</strong>, ottenendo il passaporto svedese, alle università belga <strong>Vrije Universiteit Brussel</strong> e all’<strong>Università Cattolica di Lovanio</strong>, nonché all’<strong>Università del Piemonte Orientale a Novara</strong>, dove ha sviluppato il suo programma di dottorato. Nel frattempo, ha collaborato con diversi centri accademici iraniani, israeliani, sauditi e statunitensi. Ma nessun Paese pare adoperarsi e interessarsi realmente alla sua sorte, neppure quelli europei, benché in questi anni siano riusciti a negoziare e ottenere la liberazione di altri ostaggi da parte di Teheran. Solo <em>Amnesty International</em> continua a tenere alta l’attenzione sul caso per evitare che cali il silenzio, un complice prezioso per procedere con l’esecuzione. Dal canto loro, il governo italiano e quello belga si sono sempre celati dietro la giustificazione che, trattandosi di un cittadino naturalizzato svedese, è Stoccolma a dover guidare i negoziati. Al contempo, il Paese scandinavo lo ha omesso dalle sue richieste, durante le ultime trattative di nemmeno un anno fa. Intanto, continua a mancare una politica comune europea: esistono soltanto delle pressioni congiunte, ma poi ogni Stato agisce in maniera indipendente e per conto proprio, con maggiore o minore forza negoziale. Un atteggiamento così lavativo non ha delle motivazioni ufficiali, ma è ipotizzabile che sia una scelta prudenziale dettata proprio dall’accusa rivolta nei confronti di Djalali: spionaggio per conto di Israele. Un’imputazione che appare per lo più una vendetta: <mark class='mark mark-yellow'>nel 2016 il ricercatore è stato invitato in Iran con il pretesto di un incontro tra scienziati e, una volta approdato nel suo Paese d’origine, gli è stato proposto di diventare un collaboratore del governo iraniano per captare segreti da Tel Aviv. Al suo rifiuto, l’accusa gli si è ritorta contro: è stato etichettato come una spia di Israele.</mark> Ed è proprio questo elemento a rendere particolarmente delicata la questione: l’associazione delle parole “spia” ed “Israele” induce spesso ad assumere un atteggiamento di maggior cautela. «Se cominciamo a dare retta a queste farneticazioni giudiziarie iraniane e, nella logica dello scambio, non chiediamo ciò che dovrebbe essere chiesto, è una partita a perdere – commenta <mark class='mark mark-yellow'><strong>Riccardo Noury, portavoce di <em>Amnesty International Italia</em></strong> -. Il risultato è che Ahmadreza ora è in cattive condizioni di salute, non incontra la famiglia da 9 anni, vede, per loro fortuna, lo sottolineo mille volte, uscire dall&#8217;Iran altri ostaggi come la giornalista italiana Cecilia Sala, l’attivista iraniana-tedesca Navid Taghi (<em>tornata in Germania il 12 gennaio dopo quattro anni di detenzione, mark</em>) <strong>e lui si chiede perché io no. E anche noi ci chiediamo perché lui no</strong>».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Ahmadreza vede uscire dall&#8217;Iran altri ostaggi e si chiede perché a lui non sia concessa la stessa fortuna. E anche noi ci chiediamo perché», commenta Riccardo Noury, portavoce di <em>Amnesty International Italia.</em></span></p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>E il caso Djalali non è isolato, in un Paese come l’Iran dove le esecuzioni capitali sfiorano, se non addirittura superano, il migliaio all’anno: «Nel 2024 le Nazioni Unite ne hanno contate 904, ma secondo <em>Iran Human Rights</em> erano già 954 alla Vigilia di Natale. Basti pensare che dall’inizio del 2025 hanno già superato le 50» spiega Noury</mark>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma nel mondo ci sono anche altri Paesi dove il numero delle esecuzioni continua ad aumentare. <mark class='mark mark-yellow'>Tra questi, l’<strong>Arabia Saudita</strong> che, con una media di un’uccisione capitale al giorno, nel 2024 ha registrato il suo massimo storico e ha superato la cifra già record dell’anno precedente: sono state più di 350 le persone uccise in adempimento a una condanna, molte delle quali sono cittadini stranieri che spesso non hanno accesso agli atti in una lingua comprensibile, né tanto meno a un avvocato o a un interprete, come evidenzia <em>Amnesty.</em></mark> Tra i fattori che hanno contribuito all’aumento di pene capitali si colloca il drastico cambiamento delle <strong>politiche antidroga</strong>, come spiega Noury: «Si può dire che l&#8217;unica forma di contrasto è mettere a morte persone che poi risultano come sempre essere dei consumatori o dei piccoli spacciatori». Della tematica, però, se ne parla poco, complici la politica di repressione portata avanti dai sauditi, nonché i numerosi interessi economici implicati. <mark class='mark mark-yellow'>Da un lato, come spiega il portavoce di <em>Amnesty,</em> «vige il silenzio, perché tutti i difensori dei diritti umani sono in carcere e chiunque provi, anche solo tramite social, a sollevare una critica o a sostenere una causa subisce condanne a decenni di prigione». Dall’altro lato, il mondo dello sport continua a guardare altrove e ad affidare a Riad lo svolgimento di competizioni internazionali: basti pensare alla Supercoppa italiana, per arrivare sino ai Mondiali del 2034</mark>. «Sono molto lontani i tempi in cui si metteva in discussione la decisione di giocare la Supercoppa italiana nel Paese il cui leader è stato accusato di aver ordinato l’assassinio all’estero del giornalista dissidente Jamal Khashoggi» nota Noury.</p>
<p style="font-weight: 400;">Oltre all’incremento numerico, ci sono anche altri comuni denominatori che connotano le esecuzioni capitali di entrambi i Paesi. La maggior parte delle condanne è correlata allo <strong>spaccio o traffico di droga o a omicidi</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Con riferimento alle uccisioni occorre però precisare che, soprattutto quando le autrici del delitto sono le donne, spesso queste avvengono in contesti di maltrattamenti e violenze, in cui l’assassinio del marito viene percepito come l’unica estrema soluzione per porre fine alle continue sofferenze subite; lo stesso discorso molte volte vale anche per gli omicidi dei datori di lavoro.</mark> Ma, proprio quando il sollievo appare raggiunto, spesso la responsabile è condannata a morte: «Lo Stato dapprima si dimostra incapace di proteggere le donne e poi, nel momento in cui loro reagiscono nell’unico modo rimasto a disposizione, decide di togliere loro la vita, impiccandole» commenta Noury. Una situazione che appare paradossale e senza via di fuga, come se l’esistenza di una donna maltrattata dovesse necessariamente snodarsi in un bivio: da una parte una vita di sottomissione agli abusi, dall’altra la pena capitale. Nessuna terza via, nessuno scampo. Una storia senza nessuna possibilità di lieto fine, destinata a una trama violenta oppure a uno strappo aggressivo delle ultime pagine.</p>
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		<title>I centri di detenzione per migranti in Giappone: un inferno sconosciuto</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jan 2025 14:49:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Wishma Sandamali stava per compiere trent’anni quando, nel giugno del 2017, ha deciso di lasciare la sua patria, lo Sri Lanka, per trasferirsi in Giappone e costruirsi una nuova vita ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="500" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Immigrazione.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Immigrazione" /></p><p><strong>Wishma Sandamali</strong> stava per compiere trent’anni quando, nel giugno del 2017, ha deciso di lasciare la sua patria, lo Sri Lanka, per trasferirsi in Giappone e costruirsi una nuova vita come insegnante di inglese. Meno di quattro anni dopo, <strong>il 6 marzo 2021</strong>, Wishma è morta, dopo sei mesi e mezzo di detenzione in un centro per migranti, dove era stata rinchiusa per la scadenza del suo visto. Aveva perso venti chili per delle problematiche allo stomaco indotte dallo stress ma, nonostante i suoi lamenti di dolore, le erano state negate le cure mediche. La calligrafia delle sue ultime lettere era praticamente illeggibile. I suoi familiari hanno presentato una denuncia chiedendo un risarcimento di 156 milioni di yen, circa un milione di dollari, ma ad oggi non c’è ancora stata alcuna sentenza, nessuna verità giudiziaria. Del caso di Wishma se n’è parlato grazie alla dedizione dei suoi familiari nel chiedere giustizia, ma non si tratta di una vicenda isolata: secondo le organizzazioni per i diritti umani, negli ultimi quindici anni sono stati almeno diciotto i detenuti morti in questi centri a causa di trattamenti crudeli, cure mediche completamente inadeguate e condizioni igienico-sanitarie spaventose. Ma sul tema c’è grande silenzio e opacità. Infatti, quando si nomina il Giappone, si pensa subito a un Paese modello, caratterizzato da puntualità, efficienza ed educazione e nessuno mette in luce un grosso scheletro nell’armadio: il trattamento riservato ai migranti, ai richiedenti asilo o ai rifugiati, quelli che per la società sono gli “invisibili”.<br />
<mark class='mark mark-yellow'>«Se consideriamo i Paesi più sviluppati, ad esempio quelli del G20, il Giappone è uno dei più crudeli: finora c’era un meccanismo di detenzione pressoché automatica delle persone che arrivano irregolarmente, in palese violazione degli standard internazionali, secondo cui questa dovrebbe essere soltantol’ultima delle soluzioni» osserva Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.</mark> E oltre all’automatismo, a preoccupare sono anche le pessime condizioni in cui sono costretti a vivere gli stranieri che si trovano rinchiusi in questi centri, come quelle che ha dovuto affrontare Wishma. Situazioni che a lungo andare spingono alcuni detenuti a cercare il suicidio come possono: impiccagione, asfissia, overdose di farmaci, ingerire detersivo, tagliarsi la gola sono alcune delle modalità con cui cercano di procurarsi la morte. La riforma della legge sull’immigrazione in parte interviene su questo aspetto, ma le preoccupazioni dal punto di vista dei diritti umani restano consistenti.<br />
«Non sono così ottimista rispetto alla nuova norma: è un primo passo, ma non un vero e proprio cambio di strategia. <mark class='mark mark-yellow'>È vero che è stato eliminato l’automatismo, ma le condizioni per poter uscire dalla detenzione restano molto stringenti: ci devono essere motivate ragioni di salute oppure si deve avere un supervisore -commenta Noury -. E, allo stesso tempo, è prevista un’ampia possibilità di espulsione: il governo può deportare i richiedenti asilo che abbiano visto la loro domanda rifiutata per tre volte, il che è gravissimo se si considera che i tre dinieghi possono essere tutti superficiali e arbitrari»</mark>.</p>
<p>Il vero fondamento della riforma, nonché suo elemento propulsore, pare quindi essere soltanto la consapevolezza del Paese di aver bisogno di lavoratori, e non soltanto di quelli qualificati. Al contrario, è rimasta intonsa la concezione elitaria della cittadinanza giapponese come qualcosa da proteggere e da non concedere agli stranieri per non correre il rischio di compromettere la propria identità nazionale. <mark class='mark mark-yellow'>Una realtà che Noury ha ben colto in una riflessione, tagliente quanto esatta: «<strong>Il Giappone si è reso conto di aver bisogno delle braccia degli stranieri ma il problema, come sempre, è che assieme alle braccia arrivano anche le persone a cui queste appartengono</strong>».</mark></p>
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		<title>Se il calcio è stampella della politica: il Qatar si prepara ai mondiali</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2022 22:48:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Colombo]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Amnesty]]></category>
		<category><![CDATA[Mondiali di Calcio]]></category>
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		<description><![CDATA[Si presenta come un Paese capace di mediare nei conflitti in Medio Oriente, partner indispensabile per le democrazie occidentali. Ora l&#8217;Emirato ha messo in campo tutta la sua ricchezza per impressionare ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="675" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/GettyImages-1194472295-1200x675.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="mondiali di calcio 2022 Qatar" /></p><p>Si presenta come un Paese capace di mediare nei conflitti in Medio Oriente, partner indispensabile per le democrazie occidentali. Ora l&#8217;Emirato ha messo in campo tutta la sua ricchezza per impressionare il mondo. Dalle naturalizzazioni dei calciatori alla costruzione di sette stadi, passando per i diritti negati e le morti sul lavoro. La preparazione dei mondiali in Qatar è iniziata nel 2010 e nulla è stato lasciato al caso. A partire dal 20 novembre, a Doha, in gioco non ci sarà solo la coppa del mondo, ma la reputazione internazionale di un Paese che secondo diverse organizzazioni a tutela dei diritti umani ha deciso di fare dello sportwashing &#8220;una stampella di politica estera&#8221;, come ha spiegato <strong>Amnesty International</strong> a <em>magzine.it</em>.</p>
<p><strong>Non solo gas</strong><br />
Innovazione, idrocarburi, e ricchezza. Il Qatar è un emirato del Vicino Oriente, sul Golfo Persico, ed è uno dei più grandi investitori del mondo. Suddiviso in dieci municipalità, l’emirato è retto dalla monarchia assoluta della famiglia reale Al Thani, che ha sostenuto progetti per sfruttare l’enorme giacimento di gas, principale fonte di ricchezza del Paese. Il Qatar è oggi una delle realtà più dinamiche ed innovative del mondo, oltre a vantare una grande sicurezza interna. La popolazione ha un alto tasso di crescita, dato però non dalla natalità, bensì dal continuo flusso di immigrati che stagionalmente vanno ad offrire manodopera straniera. <mark class='mark mark-yellow'> Il Qatar risulta essere il Paese meno corrotto di tutta l’area mediorientale, ma possiede ancora parecchie criticità dal punto di vista dei diritti umani e della libertà di pensiero: l’esistenza di una monarchia assoluta non permette la possibilità di creare forme di opposizione politica organizzata. </mark>E i numerosi migranti sono oggetto di sfruttamento lavorativo, come denuncino diverse organizzazioni non governative. Inoltre, il Paese non è ancora coperto da una rete ferroviaria.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/radoslaw-prekurat-a-kdjff86zE-unsplash.jpg"><img class="aligncenter wp-image-59965 size-full" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/radoslaw-prekurat-a-kdjff86zE-unsplash.jpg" alt="radoslaw-prekurat-a-kdjff86zE-unsplash" width="4237" height="2825" /></a></p>
<p>In Qatar le donne possono votare dal 1999: l’emirato è il primo emirato arabo del Golfo Persico a consentire il diritto di voto femminile in ordine di tempo. Tuttavia, il simbolo più riconosciuto del Paese a livello mondiale è il canale satellitare all-news <em>Al Jazeera</em>: l’emittente ha consentito per la prima volta a commentatori del mondo arabo di confrontarsi in diretta tv. <mark class='mark mark-yellow'> Sulla scena internazionale, il Qatar si è sempre comportato come un Paese neutrale, mediando tra diversi conflitti in Medio Oriente, dal Sudan all’Afghanistan, passando per la Palestina. </mark> La grande ricchezza di gas consente all’emirato di detenere posizioni di vantaggio rispetto alle superpotenze mondiali. Guardando al futuro, il Qatar punta a raggiungere entro il 2030 lo status di nazione &#8220;completamente sviluppata”, garantendo allo stesso tempo un alto tenore di vita agli abitanti. Sembra essere sulla buona strada, considerato che, secondo i dati dell’FMI del 2015, vanta di essere il Paese con il più alto Pil pro-capite al mondo.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Il Qatar si presenta come un Paese capace di mediare nei conflitti in Medio Oriente, partner indispensabile per le democrazie occidentali. Ora, con i mondiali di calcio, l&#8217;emirato ha messo in campo tutta la sua ricchezza per impressionare il mondo </span></p>
<p><strong>L’Aspire Academy e il problema delle naturalizzazioni<br />
</strong>Se oggi si parla di Qatar e pallone è impossibile non soffermarsi su naturalizzazioni e doppi passaporti. D’altronde, in un mondo globalizzato come quello dello sport, chi non ne ha almeno uno in squadra scagli la prima pietra. In realtà da quelle parti la naturalizzazione è diventata prassi e costume: dai mondiali di pallamano giocati a Doha con una squadra piena zeppa di campioni spagnoli a quelli di calcio che verranno disputati con 24 giocatori naturalizzati e solo due qatarini in rosa. Poco importa la disciplina, l’importante è primeggiare. Imporsi nel calcio però non è così facile, soprattutto non è facile farlo in tempi così brevi. La soluzione scelta &#8211; e voluta dall&#8217;ex emiro Hamad Al Thani nel 2004 &#8211; si chiama <em>Aspire Academy</em> ed è la fotografia del <em>modus operandi</em> di un Paese che guarda gli altri e cerca di emularli. In origine il progetto Aspire si chiamava <em>Football Dream:</em> già il nome racconta tutto. Una fabbrica del talento ai confini del pallone.</p>
<p>Il lavoro della <em>Aspire Academy</em> è enorme: visiona e recluta giovani di 13 anni in tre continenti e 18 Paesi. In realtà si occupa di vari sport, ma il calcio è senza dubbio il fiore all’occhiello. <mark class='mark mark-yellow'>L’iter di selezione dei ragazzi è sempre lo stesso e negli anni sono stati coinvolti più di 3,5 milioni di aspiranti calciatori sui 12-13 anni: vengono valutati tramite una partita in un campo a 11, poi i migliori passano per Doha e finiscono in Belgio, a Eupen, dove c’è un’altra squadra di proprietà dello sceicco. </mark>E&#8217; il laboratorio in cui il Qatar costruisce il suo futuro calcistico. La storia di tanti giocatori che oggi sono in nazionale parte da lì, grazie a un sistema di naturalizzazione e doppi passaporti che favorisce il processo. L’Academy ha dato loa possibilità di evadere da contesti difficili: questi ragazzi si sono fatti valere e stanno aiutando il Paese ad affermarsi nel mondo del pallone. In sintesi, è un rapporto <em>do ut des</em>. <mark class='mark mark-yellow'> Un altro fattore è l’influenza spagnola: la gestione dell&#8217;Academy per anni è stata affidata a Josep Calamer, ex scout della Masia a Barcellona. </mark>Dalla Catalogna viene anche il c.t. della nazionale, Felix Sanchez, per oltre un decennio allenatore dell’under 16 Blaugrana. È alla guida dello stesso gruppo di ragazzi dal 2014, e non è cambiato nulla, neanche lo staff. Un <em>unicum</em> nel mondo del calcio. A maggior ragione, scendere in campo in un Mondiale contro Messi e Ronaldo per molti di loro conterà di più.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/rhett-lewis-W-6grboBEIY-unsplash.jpg"><img class="aligncenter wp-image-59972 size-full" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/rhett-lewis-W-6grboBEIY-unsplash.jpg" alt="rhett-lewis-W-6grboBEIY-unsplash" width="5875" height="3917" /></a></p>
<p><strong>Otto stadi in un’unica città. Il capolavoro architettonico a Doha</strong><br />
È possibile immaginare otto stadi tutti concentrati in un’unica città? Evidentemente sì e quella che sembrava pura utopia è diventata realtà. Per averne la conferma basta chiedere all’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani, che grazie ad alcuni dei migliori architetti e ingegneri in circolazione ha trasformato la capitale Doha in un vero e proprio centro sportivo di dimensioni gigantesche. Un po’ come se a Roma – che ha circa mezzo milione di abitanti in più rispetto alla capitale qatarina – venissero costruiti attorno all’Olimpico altri sette stadi. Qualcosa di impensabile in un Paese come il nostro. A proposito di numeri, sono serviti oltre 200 miliardi di euro per finanziare gli stadi e le infrastrutture del primo Mondiale arabo della storia. Non solo stadi, appunto, ma anche reti autostradali, aeroporti e linee ferroviarie sono state ampliate e ammodernate all’interno di un progetto avviato nel 2008 e denominato Qatar National Vision 2030. <mark class='mark mark-yellow'>L’obiettivo è facilmente intuibile: rendere il Qatar uno dei Paesi più innovativi e all’avanguardia del pianeta. In linea con il progetto, si è deciso di costruire da zero ben sette impianti su otto. </mark>Un’opera mostruosa in termini architettonici ed economici che rende l’idea della quantità di risorse investite dal Qatar per rendere memorabile questa manifestazione.</p>
<p>C’è anche un pizzico di Italia, che non sarà sul campo a giocarsi la coppa ma che ha comunque messo la firma su questi Mondiali. Tra le varie imprese che hanno realizzato le gradinate superiori e la copertura dell’Al Bayt Stadium c’è anche la Cimolai Spa, azienda italiana con sede a Pordenone, che in passato ha contribuito anche alla costruzione del Soccer City di Johannesburg, sede della finale del Mondiale sudafricano nel 2010. <mark class='mark mark-yellow'> Tra gli elementi architettonici più originali e inaspettati spiccano i container, la cui natura industriale è stata declinata in una più strutturale ed estetica. Lo Stadium 974 sarà infatti il primo stadio “trasportabile” al mondo, </mark> costruito proprio con 974 container, in una struttura a incastro che ricorda molto quella dei mattoncini Lego e che come tale può essere smantellata e rimodellata. A pochi chilometri di distanza, ad Al Emadi, sorge una fan zone che mette a disposizione centinaia di camere dedicate ai tifosi, tutte realizzate proprio all’interno di container trasformati in stanze d’albergo. Le polemiche si sono subito infiammate, dato che serviranno 200 dollari per trascorrere una notte all’interno di questi container. Quel che è certo è che il Qatar è riuscito a far diventare realtà un capolavoro architettonico che per molte grandi potenze mondiali resta tuttora un sogno.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/Stadio-Al-Bayt-Qatar-3.jpg"><img class="aligncenter wp-image-59974 size-full" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/Stadio-Al-Bayt-Qatar-3.jpg" alt="Stadio Al Bayt Qatar 3" width="4032" height="3024" /></a></p>
<p><strong>Morti sul lavoro</strong><br />
Sono 6500 i lavoratori morti in Qatar nella costruzione delle infrastrutture per i prossimi mondiali di calcio. Lo riporta il <em>Guardian</em> e il portavoce di Amnesty International Riccardo Noury sottolinea a <em>magzine.it</em> che si tratta di una cifra enorme, soprattutto se confrontata alle stime ufficiali che registrano qualche decina di vittime. <mark class='mark mark-yellow'> “I certificati di morte riportano come causa gli infarti, ma in realtà si tratta di colpi di calore. Si lavora su impalcature con oltre 50 gradi e non vengono fatte autopsie indipendenti”, spiega Noury. Amnesty denuncia condizioni di sfruttamento estremo, </mark> salari non versati, turni di lavoro massacranti e diniego del riposo. La comunità internazionale, però, non ha mosso un dito: “Semplicemente non è pervenuta”, taglia corto il portavoce dell&#8217;organizzazione. Il motivo è semplice: “Lo sport è una stampella della politica estera” e gli Stati del Golfo sono partner strategici sia per l’equilibrio geopolitico dell&#8217;Occidente, sia per l’approvvigionamento degli idrocarburi. Nemmeno la Fifa è intervenuta: “Si è fidata molto del comitato supremo, che è l’organismo che organizza i mondiali. È stata raccontata una versione molto edulcorata della realtà”. Tanto che diverse organizzazioni, tra cui Amnesty, hanno dovuto fare pressione perché venisse istituito un fondo di 440 milioni di dollari per risarcire le famiglie dei lavoratori morti. La richiesta ufficiale risale a maggio, la risposta ancora manca. Lo sfruttamento dei lavoratori in Qatar è diventato noto con i mondiali di calcio, ma alla base c’è un sistema strutturato. Noury spiega che “il lavoratore è vincolato, come proprietà del datore di lavoro”. Nel 2017 è iniziato un processo di riforma parziale, che si è interrotto nel 2020. <mark class='mark mark-yellow'> “Molti imprenditori emettono a proprio piacimento certificati di nulla osta per consentire ai lavoratori di cambiare impiego o lasciare il Paese, ma i lavoratori rimangono di fatto bloccati in Qatar”, </mark> spiega Noury, che evidenzia anche come solo il 2% dei lavoratori abbia aderito ai comitati misti. Si tratta di sindacati gestisti direttamente dai datori di lavoro. Una volta passati i mondiali, il tema dei lavoratori migranti resterà: “Ci saranno i campionati asiatici di calcio nel 2023, poi i giochi asiatici invernali nel 2029 in Arabia Saudita: che condizioni saranno garantite?”</p>
<p><strong>La comunità Lgbtqi+</strong><br />
«L’omosessualità è una malattia mentale, l’omosessualità è haram». Haram, dunque proibito dalla morale e dalla legge islamica. L’ultima dichiarazione che ha scatenato la bufera sui Mondiali di calcio in Qatar è giunta per voce di Khalid Salman, l’ambasciatore di questo campionato che durante un’intervista all’emittente televisiva tedesca Zdf ha detto: «È importante che i gay che arriveranno nel Paese rispettino le nostre regole», aggiungendo che i bambini potrebbero essere influenzati negativamente dai loro comportamenti.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/IMG_8087.jpg"><img class="aligncenter wp-image-59967 size-full" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/IMG_8087.jpg" alt="IMG_8087" width="1040" height="693" /></a><br />
La questione dei diritti umani resta un’ombra sui giochi che inizieranno il 20 novembre, e a essere minacciata è anche la comunità Lgbtq+, perché in Qatar l’omosessualità è illegale.<br />
<mark class='mark mark-yellow'>Il codice penale qatariota punisce con la reclusione da uno a tre anni gli atti omosessuali tra maschi adulti e consenzienti e, commenta il portavoce di Amnesty International, </mark> Riccardo Noury, «chi prova a manifestare la propria percepita espressione di genere rischia di essere arrestato dalle forze di pubblica sicurezza». «Il fatto &#8211; prosegue Noury – è che sotto i riflettori potrebbe non accadere nulla, ma dobbiamo chiederci cosa lasceranno in eredità questi mondiali quando l’attenzione non ci sarà più».  Il torneo può essere l’occasione per fare luce sulla violazione delle libertà, ma il rischio è al fischio d’inizio l’operazione di sportwashing riesca a raggiungere gli effetti desiderati.</p>
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