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	<title>magzine &#187; Amnesty international</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Liberi di scrivere senza subire ripercussioni: la libertà di stampa secondo Amnesty</title>
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		<pubDate>Sat, 03 May 2025 19:01:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirea D Alessandro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[«La libertà di stampa non è scrivere ciò che vogliamo &#8211; e già questo non è sempre possibile &#8211; ma è scrivere quello che vogliamo senza avere ripercussioni». Così esordisce Riccardo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="900" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/04/2-1.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="2-1" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>«La libertà di stampa non è scrivere ciò che vogliamo &#8211; e già questo non è sempre possibile &#8211; ma è scrivere quello che vogliamo senza avere ripercussioni».</mark> Così esordisce <strong>Riccardo Noury</strong>, portavoce di <em>Amnesty International Italia</em> dal 2003, parlando dell&#8217;Italia. «<strong>Questo è lo stato dell&#8217;Unione Europea che ha il maggior numero di giornalisti sotto scorta</strong>. Si tratta per l&#8217;80% di giovani freelance, per lo più di giovani donne che non hanno una tutela adeguata».</p>
<p>Nel 2024 in Italia sono stati segnalati sulla piattaforma <a href="https://www.mappingmediafreedom.org/">Mapping Media Freedom</a> oltre 130 casi di attacchi ai giornalisti. Sulla base delle segnalazioni, i responsabili di 17 dei 44 casi legali contro giornalisti sono funzionari pubblici. Inoltre secondo quanto riportato nell’ultimo <a href="%20Liberties Media Freedom Report 2025">Liberties Media Freedom Report 2025</a> di Civil Libertities Union for Europe, <mark class='mark mark-yellow'>«l’Italia non ha intrapreso alcuna azione nel 2024 per introdurre la legislazione necessaria ad adeguare il Paese all&#8217;<a href="https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2024/03/26/european-media-freedom-act-council-adopts-new-rules-to-protect-journalists-and-media-providers/">EMFA</a> — la legge europea per la libertà dei media —. Non esiste infatti una legislazione a livello statale che regoli l&#8217;uso di spyware o vieti la sorveglianza dei giornalisti senza il controllo giudiziario».</mark></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Come Amnesty International interviene quando si tratta di proteggere i giornalisti che svolgono il loro lavoro? E come si mette in contatto con loro?</strong> «Vorrei riproporre un’espressione che è diventata famosa in Italia negli ultimi anni: la <strong>scorta mediatica</strong>. Oggi accade con più frequenza, infatti, che giornaliste e giornalisti si occupino dei loro colleghi facendo conoscere le loro storie, collaborando anche con le autorità, facendo manifestazioni davanti alle ambasciate o entrando direttamente in contatto con loro». <mark class='mark mark-yellow'>Fare uscire dall&#8217;anonimato storie di soprusi e limitazioni alla libertà — e farle diventare internazionali per quanto possibile — è fondamentale perché questo permette di implementare una forma di<strong> protezione non armata ma efficace</strong>.</mark></p>
<p>Una delle violazioni più gravi di cui è vittima il mondo dell&#8217;informazione — a prescindere dalle forme di governo — riguarda la <strong>sorveglianza occulta</strong>. Molte delle giornaliste e dei giornalisti che hanno contattato Amnesty per ricevere sostegno hanno infatti scoperto che i loro telefoni sono stati infettati da spyware. Amnesty — che ha sviluppato un <a href="https://www.amnesty.org/en/tech/">dipartimento apposito</a> — per contrastare questo fenomeno e offrire un adeguato supporto, collabora con un organizzazione canadese: la <strong>Citizens Lab che ha sede a Toronto</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>L’Amnesty Tech ha poi sviluppato al suo interno il Security Lab, un team multidisciplinare di ricercatori, hacker, programmatori, attivisti e sostenitori che lavorano per proteggere la società civile dalla sorveglianza digitale illegale, spyware e altre violazioni dei diritti umani abilitate dalla tecnologia. Tra i progetti implementati dal laboratorio, c&#8217;è il <a href="https://securitylab.amnesty.org/digital-forensics-fellowship/">Digital Forensi Fellowship</a> che mira a rafforzare la conoscenza tecnica degli attivisti in tutto il mondo.</mark></p>
<p>Sulla base di quanto riportato nell&#8217;ultimo rapporto pubblicato proprio da <a href="https://citizenlab.ca/2025/03/a-first-look-at-paragons-proliferating-spyware-operations/">Citizen Lab</a>, in Italia sono stati identificati diversi casi di utilizzo dello spyware israeliano <em>Graphite</em> di <a href="https://www.magzine.it/caso-paragon-ancora-troppe-ombre-e-poche-luci/">Paragon</a> sia contro giornalisti che contro difensori dei diritti umani. Un caso molto recente &#8211; e di cui si è discusso negli ultimi mesi &#8211; riguarda il giornalista <strong>Francesco Cancellato</strong>, caporedattore del quotidiano FanPage. L&#8217;azienda ha poi scoperto che Paragon ha preso di mira anche i suoi utenti già nel dicembre 2024 e da allora aveva bloccato l&#8217;attacco. Al momento non si hanno informazioni certe riguardo al periodo in cui Cancellato è stato spiato, ma, nel maggio del 2024 il giornalista ha pubblicato un&#8217;inchiesta che ha rivelato come membri dell&#8217;ala giovanile del partito di estrema destra legato al primo ministro italiano Giorgia Meloni, si fossero dedicati a cori fascisti, saluti nazisti e invettive antisemite. Cancellato, ad oggi, non è il solo giornalista di FanPage spiato con <em>Graphite</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/aiTvXdYyFSA?si=fRcytNaQja5cvr7w" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non c&#8217;è solo l&#8217;Italia tra i Paesi maglie nere del fenomeno: purtroppo sono moltissimi i Paesi dove la libertà di stampa è in pericolo. «Il punto da cui bisogna partire è che in tutto il mondo chi rifiuta di occuparsi di cronaca leggera, spettacolo, arte o gastronomia ma si addentra nei luoghi di potere e scopre violazioni di diritti umani, corruzione e commistioni tra la politica e la criminalità è sempre in pericolo e per questo bisogna pensare a dei meccanismi per proteggere questi professionisti». Nel report annuale dell’organizzazione<a href="https://www.google.com/url?sa=t&amp;source=web&amp;rct=j&amp;opi=89978449&amp;url=https://www.amnesty.org/en/documents/pol10/8515/2025/en/&amp;ved=2ahUKEwjZ6bKF3v-MAxXFQ_EDHeeHGvIQFnoECBgQAQ&amp;usg=AOvVaw3o7MI2ypjWWcPQNI5hxjpp"> The State of the World’s Human Rights</a> pubblicato il 28 aprile si legge: <span class='quote quote-left header-font'>«La repressione contro i giornalisti ha alimentato un clima di paura che porta all’autocensura».</span> E ancora: «Molti giornalisti sono stati minacciati, aggrediti fisicamente e/o arrestati arbitrariamente in molti Paesi come l’Angola, il Ciad, la Guinea, il Kenya, la Nigeria, la Tanzania, il Togo. Al 10 dicembre 2024, otto giornalisti erano stati uccisi in Africa, cinque dei quali in Sudan, secondo la <strong>Federazione Internazionale dei Giornalisti</strong>».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C&#8217;è poi da dire che <mark class='mark mark-yellow'> le pressioni esercitate sui giornalisti non avvengono strettamente in contesti bellici o dichiaratamente autoritari.</mark> Tutti quei giornalisti che decidono di sfidare il silenzio in  subiscono arresti, processi, condanne se non peggio — sparizioni o uccisioni extra giudiziali —. «Noi abbiamo raccolto in questi anni testimonianze da luoghi come il Messico — che ha il numero più alto al mondo di giornalisti uccisi dell&#8217;ultimo anno — , il Burkina Faso, Paesi dell’Asia o dell&#8217;ex spazio sovietico». Il giornalismo visto come un nemico e il giornalista è un bersaglio nei contesti di guerra.<mark class='mark mark-yellow'> Lo si vede con chiarezza in Palestina, dove in due anni centinaia di giornalisti sono diventati obiettivi di guerra per il solo fatto di essere testimoni diretti di ciò che sta accadendo.</mark> Per non parlare della Russia, dove il caso della ventisettenne Victoriia Roshchyna, reporter della testata <em>Ukrainska Pravda </em>arrestata a Zaporizhzhia, detenuta nelle carceri  russe, e &#8220;restituita&#8221; cadavere ai familiari, senza organi e con evidenti segni di tortura, la dice lunga sullo stato dell&#8217;opera nel 2025. «Ad oggi — conclude il portavoce di Amnesty International Italia — tra i casi che stiamo seguendo in Russia, c’è quello di <a href="https://www.amnesty.it/russia-estesa-la-condanna-alla-giornalista-maria-ponomarenko/">Maria Ponomarenko</a>, una giornalista russa condannata a sei anni di carcere per aver scritto un post in cui denunciava la strage di civili compiuta dalle truppe russe nel teatro di Mariupol in Ucraina. La donna ha minacciato più volte il suicidio».</p>
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		<title>Ahmadreza Djalali e il limbo dei condannati a morte in Medio Oriente</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jan 2025 19:50:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da più di tremila giorni gli occhi di Ahmadreza Djalali non vedono altro che le pareti del braccio della morte di Evin. Dopo il suo arresto nel 2016, con l’accusa ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="500" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Ahmadreza-Djalali-Twitter-amnesty207-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ahmadreza-Djalali-Twitter-amnesty207-2" /></p><p style="font-weight: 400;">Da più di tremila giorni gli occhi di <strong>Ahmadreza Djalali</strong> non vedono altro che le pareti del braccio della morte di Evin. Dopo il suo arresto nel <strong>2016,</strong> con l’accusa di spionaggio, e la sua successiva condanna a morte, poi divenuta definitiva, da nove anni lo scienziato svedese-iraniano vive in un vero e proprio limbo, in cui ogni giornata è uguale alla precedente ma, allo stesso tempo, potrebbe essere l’ultima. Nessun “domani” può esser dato per scontato. La logorante e sempre identica attesa di ogni giorno è scandita dalle vicende altrui. Tra queste, c&#8217;è anche la liberazione nel giugno del 2024 di altri due cittadini svedesi, un funzionario dell’Unione Europea e un cittadino comune in condizioni di salute precarie. Un traguardo ottenuto in un negoziato che perfettamente si colloca nella cosiddetta “politica degli ostaggi” iraniana: Stoccolma ha barattato la loro liberazione con il rimpatrio in Iran di Hamid Nouri, condannato in via definitiva all’ergastolo per crimini contro l’umanità, per aver partecipato attivamente al massacro delle prigioni del 1988. <mark class='mark mark-yellow'>Ma, in quest&#8217;occasione, il ritorno di Ahmadreza non è stato richiesto, tanto che <strong><em>Amnesty International</em> </strong>ha iniziato a parlarne come “<strong>l’ostaggio dimenticato</strong>”.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">Un destino che appare ancor più incomprensibile se si considera con quanti Stati si sia intrecciata la vita del ricercatore prima della sua detenzione. Ha lavorato al <strong>Karolinska Institute di Solma</strong>, ottenendo il passaporto svedese, alle università belga <strong>Vrije Universiteit Brussel</strong> e all’<strong>Università Cattolica di Lovanio</strong>, nonché all’<strong>Università del Piemonte Orientale a Novara</strong>, dove ha sviluppato il suo programma di dottorato. Nel frattempo, ha collaborato con diversi centri accademici iraniani, israeliani, sauditi e statunitensi. Ma nessun Paese pare adoperarsi e interessarsi realmente alla sua sorte, neppure quelli europei, benché in questi anni siano riusciti a negoziare e ottenere la liberazione di altri ostaggi da parte di Teheran. Solo <em>Amnesty International</em> continua a tenere alta l’attenzione sul caso per evitare che cali il silenzio, un complice prezioso per procedere con l’esecuzione. Dal canto loro, il governo italiano e quello belga si sono sempre celati dietro la giustificazione che, trattandosi di un cittadino naturalizzato svedese, è Stoccolma a dover guidare i negoziati. Al contempo, il Paese scandinavo lo ha omesso dalle sue richieste, durante le ultime trattative di nemmeno un anno fa. Intanto, continua a mancare una politica comune europea: esistono soltanto delle pressioni congiunte, ma poi ogni Stato agisce in maniera indipendente e per conto proprio, con maggiore o minore forza negoziale. Un atteggiamento così lavativo non ha delle motivazioni ufficiali, ma è ipotizzabile che sia una scelta prudenziale dettata proprio dall’accusa rivolta nei confronti di Djalali: spionaggio per conto di Israele. Un’imputazione che appare per lo più una vendetta: <mark class='mark mark-yellow'>nel 2016 il ricercatore è stato invitato in Iran con il pretesto di un incontro tra scienziati e, una volta approdato nel suo Paese d’origine, gli è stato proposto di diventare un collaboratore del governo iraniano per captare segreti da Tel Aviv. Al suo rifiuto, l’accusa gli si è ritorta contro: è stato etichettato come una spia di Israele.</mark> Ed è proprio questo elemento a rendere particolarmente delicata la questione: l’associazione delle parole “spia” ed “Israele” induce spesso ad assumere un atteggiamento di maggior cautela. «Se cominciamo a dare retta a queste farneticazioni giudiziarie iraniane e, nella logica dello scambio, non chiediamo ciò che dovrebbe essere chiesto, è una partita a perdere – commenta <mark class='mark mark-yellow'><strong>Riccardo Noury, portavoce di <em>Amnesty International Italia</em></strong> -. Il risultato è che Ahmadreza ora è in cattive condizioni di salute, non incontra la famiglia da 9 anni, vede, per loro fortuna, lo sottolineo mille volte, uscire dall&#8217;Iran altri ostaggi come la giornalista italiana Cecilia Sala, l’attivista iraniana-tedesca Navid Taghi (<em>tornata in Germania il 12 gennaio dopo quattro anni di detenzione, mark</em>) <strong>e lui si chiede perché io no. E anche noi ci chiediamo perché lui no</strong>».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Ahmadreza vede uscire dall&#8217;Iran altri ostaggi e si chiede perché a lui non sia concessa la stessa fortuna. E anche noi ci chiediamo perché», commenta Riccardo Noury, portavoce di <em>Amnesty International Italia.</em></span></p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>E il caso Djalali non è isolato, in un Paese come l’Iran dove le esecuzioni capitali sfiorano, se non addirittura superano, il migliaio all’anno: «Nel 2024 le Nazioni Unite ne hanno contate 904, ma secondo <em>Iran Human Rights</em> erano già 954 alla Vigilia di Natale. Basti pensare che dall’inizio del 2025 hanno già superato le 50» spiega Noury</mark>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma nel mondo ci sono anche altri Paesi dove il numero delle esecuzioni continua ad aumentare. <mark class='mark mark-yellow'>Tra questi, l’<strong>Arabia Saudita</strong> che, con una media di un’uccisione capitale al giorno, nel 2024 ha registrato il suo massimo storico e ha superato la cifra già record dell’anno precedente: sono state più di 350 le persone uccise in adempimento a una condanna, molte delle quali sono cittadini stranieri che spesso non hanno accesso agli atti in una lingua comprensibile, né tanto meno a un avvocato o a un interprete, come evidenzia <em>Amnesty.</em></mark> Tra i fattori che hanno contribuito all’aumento di pene capitali si colloca il drastico cambiamento delle <strong>politiche antidroga</strong>, come spiega Noury: «Si può dire che l&#8217;unica forma di contrasto è mettere a morte persone che poi risultano come sempre essere dei consumatori o dei piccoli spacciatori». Della tematica, però, se ne parla poco, complici la politica di repressione portata avanti dai sauditi, nonché i numerosi interessi economici implicati. <mark class='mark mark-yellow'>Da un lato, come spiega il portavoce di <em>Amnesty,</em> «vige il silenzio, perché tutti i difensori dei diritti umani sono in carcere e chiunque provi, anche solo tramite social, a sollevare una critica o a sostenere una causa subisce condanne a decenni di prigione». Dall’altro lato, il mondo dello sport continua a guardare altrove e ad affidare a Riad lo svolgimento di competizioni internazionali: basti pensare alla Supercoppa italiana, per arrivare sino ai Mondiali del 2034</mark>. «Sono molto lontani i tempi in cui si metteva in discussione la decisione di giocare la Supercoppa italiana nel Paese il cui leader è stato accusato di aver ordinato l’assassinio all’estero del giornalista dissidente Jamal Khashoggi» nota Noury.</p>
<p style="font-weight: 400;">Oltre all’incremento numerico, ci sono anche altri comuni denominatori che connotano le esecuzioni capitali di entrambi i Paesi. La maggior parte delle condanne è correlata allo <strong>spaccio o traffico di droga o a omicidi</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Con riferimento alle uccisioni occorre però precisare che, soprattutto quando le autrici del delitto sono le donne, spesso queste avvengono in contesti di maltrattamenti e violenze, in cui l’assassinio del marito viene percepito come l’unica estrema soluzione per porre fine alle continue sofferenze subite; lo stesso discorso molte volte vale anche per gli omicidi dei datori di lavoro.</mark> Ma, proprio quando il sollievo appare raggiunto, spesso la responsabile è condannata a morte: «Lo Stato dapprima si dimostra incapace di proteggere le donne e poi, nel momento in cui loro reagiscono nell’unico modo rimasto a disposizione, decide di togliere loro la vita, impiccandole» commenta Noury. Una situazione che appare paradossale e senza via di fuga, come se l’esistenza di una donna maltrattata dovesse necessariamente snodarsi in un bivio: da una parte una vita di sottomissione agli abusi, dall’altra la pena capitale. Nessuna terza via, nessuno scampo. Una storia senza nessuna possibilità di lieto fine, destinata a una trama violenta oppure a uno strappo aggressivo delle ultime pagine.</p>
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		<title>I centri di detenzione per migranti in Giappone: un inferno sconosciuto</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jan 2025 14:49:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Wishma Sandamali stava per compiere trent’anni quando, nel giugno del 2017, ha deciso di lasciare la sua patria, lo Sri Lanka, per trasferirsi in Giappone e costruirsi una nuova vita ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="500" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/Immigrazione.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Immigrazione" /></p><p><strong>Wishma Sandamali</strong> stava per compiere trent’anni quando, nel giugno del 2017, ha deciso di lasciare la sua patria, lo Sri Lanka, per trasferirsi in Giappone e costruirsi una nuova vita come insegnante di inglese. Meno di quattro anni dopo, <strong>il 6 marzo 2021</strong>, Wishma è morta, dopo sei mesi e mezzo di detenzione in un centro per migranti, dove era stata rinchiusa per la scadenza del suo visto. Aveva perso venti chili per delle problematiche allo stomaco indotte dallo stress ma, nonostante i suoi lamenti di dolore, le erano state negate le cure mediche. La calligrafia delle sue ultime lettere era praticamente illeggibile. I suoi familiari hanno presentato una denuncia chiedendo un risarcimento di 156 milioni di yen, circa un milione di dollari, ma ad oggi non c’è ancora stata alcuna sentenza, nessuna verità giudiziaria. Del caso di Wishma se n’è parlato grazie alla dedizione dei suoi familiari nel chiedere giustizia, ma non si tratta di una vicenda isolata: secondo le organizzazioni per i diritti umani, negli ultimi quindici anni sono stati almeno diciotto i detenuti morti in questi centri a causa di trattamenti crudeli, cure mediche completamente inadeguate e condizioni igienico-sanitarie spaventose. Ma sul tema c’è grande silenzio e opacità. Infatti, quando si nomina il Giappone, si pensa subito a un Paese modello, caratterizzato da puntualità, efficienza ed educazione e nessuno mette in luce un grosso scheletro nell’armadio: il trattamento riservato ai migranti, ai richiedenti asilo o ai rifugiati, quelli che per la società sono gli “invisibili”.<br />
<mark class='mark mark-yellow'>«Se consideriamo i Paesi più sviluppati, ad esempio quelli del G20, il Giappone è uno dei più crudeli: finora c’era un meccanismo di detenzione pressoché automatica delle persone che arrivano irregolarmente, in palese violazione degli standard internazionali, secondo cui questa dovrebbe essere soltantol’ultima delle soluzioni» osserva Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.</mark> E oltre all’automatismo, a preoccupare sono anche le pessime condizioni in cui sono costretti a vivere gli stranieri che si trovano rinchiusi in questi centri, come quelle che ha dovuto affrontare Wishma. Situazioni che a lungo andare spingono alcuni detenuti a cercare il suicidio come possono: impiccagione, asfissia, overdose di farmaci, ingerire detersivo, tagliarsi la gola sono alcune delle modalità con cui cercano di procurarsi la morte. La riforma della legge sull’immigrazione in parte interviene su questo aspetto, ma le preoccupazioni dal punto di vista dei diritti umani restano consistenti.<br />
«Non sono così ottimista rispetto alla nuova norma: è un primo passo, ma non un vero e proprio cambio di strategia. <mark class='mark mark-yellow'>È vero che è stato eliminato l’automatismo, ma le condizioni per poter uscire dalla detenzione restano molto stringenti: ci devono essere motivate ragioni di salute oppure si deve avere un supervisore -commenta Noury -. E, allo stesso tempo, è prevista un’ampia possibilità di espulsione: il governo può deportare i richiedenti asilo che abbiano visto la loro domanda rifiutata per tre volte, il che è gravissimo se si considera che i tre dinieghi possono essere tutti superficiali e arbitrari»</mark>.</p>
<p>Il vero fondamento della riforma, nonché suo elemento propulsore, pare quindi essere soltanto la consapevolezza del Paese di aver bisogno di lavoratori, e non soltanto di quelli qualificati. Al contrario, è rimasta intonsa la concezione elitaria della cittadinanza giapponese come qualcosa da proteggere e da non concedere agli stranieri per non correre il rischio di compromettere la propria identità nazionale. <mark class='mark mark-yellow'>Una realtà che Noury ha ben colto in una riflessione, tagliente quanto esatta: «<strong>Il Giappone si è reso conto di aver bisogno delle braccia degli stranieri ma il problema, come sempre, è che assieme alle braccia arrivano anche le persone a cui queste appartengono</strong>».</mark></p>
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