Sono ancora troppi i misteri sulla strage di Capaci. Misteri ben “protetti” da chi sa e non parla. Non sono solo mafiosi però i colpevoli di questo silenzio: in un’intercettazione telefonica tra Santino Di Matteo e la moglie durante i giorni del sequestro del figlio più piccolo Giuseppe, poi assassinato e sciolto nell’acido, si sente: «Hai capito perché hanno sequestrato nostro figlio? – dice la moglie al marito –. Ricordati che abbiamo un altro figlio: non parlare mai degli infiltrati della polizia nelle stragi». Lo racconta il Procuratore Generale della Corte d’appello di Palermo Roberto Scarpinato nell’evento organizzato a Palermo domenica scorsa nella basilica La Magione, proprio nel quartiere in cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono nati.

Si commemora l’impegno dei due magistrati uccisi 26 anni fa e si condanna il silenzio sulle loro morti: «I depistaggi sono sempre stati molti. Tutti tacciono. Anche a Fiammetta Borsellino che di recente è andata in carcere a parlare con gli assassini del padre, senza però trovare risposte. Eppure collaborando, i detenuti al 41bis potrebbero iniziare una nuova vita. Come, appunto, i fratelli Graviano». Così le domande su cosa sia successo veramente il 23 maggio 1992 sull’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo poco distante dallo svincolo di Capaci non fanno altro che aumentare. «Abbiamo avuto qualche collaboratore di giustizia. Tra i più importanti, Giovanni Larda che da infiltrato ci ha rivelato chi era l’artificiere della Strage di Capaci – precisa il procuratore –. Incontrò persino Bernardo Provenzano. I carabinieri fotografarono l’incontro, ma non lo arrestarono. Perché? Il collaboratore anticipò poi di voler rivelare gli scenari politici che starebbero dietro all’omicidio del giudice Falcone, ma pochi giorni prima verrà assassinato».

Caso simile è quello di Antonino Gioè, uno stragista di quella stagione dei massacri. Gioè aveva appena rivelato la sua intenzione di collaborare quando si suicidò, o meglio venne ucciso. «Prima di morire lasciò una lettera nella quale accusava il coinvolgimento dei servizi segreti nella strage di Capaci. Quella sera stranamente era stata chiusa la porta della cella di Gioè che dava sul corridoio: stava succedendo qualcosa di strano». C’è una parte oscura nella storia dell’Italia che sembra non avere risposte. «Le sentenze hanno condannato i boss ma restano tanti misteri sulle relazioni eccellenti e sui patrimoni. Tra i tanti misteri anche l’agenda rossa sottratta dall’auto di Paolo Borsellino il pomeriggio del 19 luglio 1992 in via d’Amelio e il diario di Giovanni Falcone, mai ritrovato. Qualcuno entrò nel suo ufficio al ministero di giustizia e portò via i file dal suo computer», precisa Salvo Palazzolo, il giornalista di Repubblica che da anni a Palermo si occupa di mafia. «Dopo le stragi lo Stato ha dato una risposta. La società civile ha reagito, ma oggi l’attenzione in Sicilia si è spenta». Già: oggi questi misteri non si raccontano. Ci si sofferma sulla strage e sul maxiprocesso, «quello è stato il capolavoro di Falcone e Borsellino. Se però ai ragazzi raccontiamo solo quello che è successo fino al maxiprocesso, non capiscono il dopo – conclude Roberto Scarpinato –. Marino Mannoia, l’ultimo collaboratore di Cosa Nostra, mi ha detto che non abbiamo capito nulla della mafia: oggi è sempre meno corpo e più testa. Ha ragione: oggi la Sicilia è una terra sempre più povera. Cosa Nostra è sempre più nel mercato degli stupefacenti e del gioco d’azzardo. Senza dimenticare il ruolo dei colletti bianchi, che collegano mafia a politica. Oggi come allora. Ancor più triste, però, è che l’antimafia dei diritti non esiste più. Non abbiamo mantenuto la promessa: avevamo promesso a Giovanni e Paolo che l’antimafia si sarebbe evoluta».