18 ottobre 2020: il nuovo decreto del presidente del Consiglio dei ministri sancisce la necessità, per le scuole superiori di secondo grado, di modulare di più gli ingressi degli studenti, iniziando le lezioni non prima delle nove del mattino. Viene anche consigliata l’attuazione di turni pomeridiani per scaglionare la popolazione studentesca e decongestionare gli assembramenti sui mezzi pubblici.

A soli tre giorni dall’emanazione di questo provvedimento, in Lombardia il governatore Attilio Fontana cambia le carte in tavola e con un’ordinanza annuncia lo stop alla didattica in presenza nei licei e negli istituti tecnico-professionali.

Si scatena la rivolta. I sindaci delle principali province – a partire dal primo cittadino di Milano, Giuseppe Sala – si scagliano contro la nuova normativa e per i tre giorni successivi provano a far cambiare idea al vertice della regione. Il risultato della settimana di protesta – che ha visto protagonista non solo il mondo della scuola, ma anche quello della ristorazione e dello spettacolo – è l’ennesimo decreto nazionale, firmato la mattina del 25 ottobre dal premier Giuseppe Conte: da lunedì 26 ottobre gli istituti superiori dovranno erogare almeno il 75% della didattica in versione telematica. Con una postilla non da poco: starà alle singole regioni decidere se aumentare o meno questa quota. La Lombardia ha già la sua risposta.

Non è la prima volta che la scuola viene bistrattata così. Già prima della pandemia quello scolastico era un universo tenuto poco in considerazione, con tagli continui e personale sfiduciato, ma ora la situazione è esplosiva e le tensioni sono alimentate dal perenne clima di incertezza causato in parte dall’emergenza sanitaria, in parte dalla non-risposta delle istituzioni. Lo testimoniano le parole dei professori Giorgio Galanti e Domenico Squillace, presidi rispettivamente del liceo classico “Tito Livio” e dello scientifico “Alessandro Volta” di Milano. Commentando il decreto dello scorso 18 ottobre, Galanti si è detto “indignato” a proposito degli ingressi dalle nove, pensati per alleggerire il carico di studenti sul trasporto pubblico e riproposti anche nel Dpcm di domenica 25: «Noi siamo in un contesto metropolitano ad alta densità abitativa e dalle otto alle nove – lo sa chiunque abbia vissuto anche per poco tempo a Milano – i mezzi pubblici raggiungono la massima densità. Chiedere ai ragazzi di utilizzarli proprio in quella fascia oraria mi sembra una cosa insensata». Dello stesso avviso è anche il collega Squillace, che aggiunge: «C’è questa illusione che, tenendo i ragazzi delle scuole superiori a casa, si fermino i dati del contagio. Mi sembra un credere alle favole. La scuola non è generatrice di infezione, ma piuttosto raccoglie i contagi che i ragazzi prendono in giro. Pensare di lasciarli a casa con la speranza che ciò inverta o appiattisca la curva dei contagi è un’illusione, un provvedimento preso solo per dimostrare di star facendo qualcosa. E dato che la scuola è un interlocutore più semplice di altri, le ripercussioni si hanno poi su presidi, docenti e studenti. Condannare per il secondo anno una generazione di ragazzi alla didattica a distanza sarebbe un disastro per la formazione di tutti».

Entrambi i presidi, seppur contrari all’idea del ritorno alla didattica online, saranno costretti ad adeguarsi all’ordinanza emanata dalla regione Lombardia, ma il loro pensiero non cambia. «Sono un pedagogista esperto in pedagogia del corpo – afferma il prof. Galanti – e per tutta la vita ho approfondito quanto l’apprendimento passa anche attraverso la fisicità, oltre che tramite l’immagine da video». Le lezioni in aula dovrebbero quindi restare fondamentali, tanto è vero che, continua il preside, «Abbiamo un piano per la didattica integrata che è stato pensato, redatto e attuato tenendo conto dell’alternanza tra distanza e presenza, cercando di cogliere il meglio di entrambe le componenti. Inoltre lo abbiamo fondato su due elementi essenziali: la non divisione del gruppo classe e la presenza garantita a giorni alterni. Non abbiamo voluto smembrare le classi perché crediamo nella forza del mantenimento dell’equità del gruppo, che deve vivere la stessa situazione mentre sta imparando». Con la ripartenza a pieno regime della didattica online, però, il rischio è vanificare gran parte del lavoro effettuato durante l’estate per permettere ai ragazzi di frequentare in sede. A peggiorare tutto, dice il prof. Galanti, «è la consapevolezza che non si tratta solo di un momento di resistenza che è superato, ma di una prospettiva che angoscia studenti, docenti e presidi».

Anche il prof. Domenico Squillace scuote la testa quando sente parlare di lezioni a distanza. «La scuola è una cosa che si fa in presenza. Non voglio fare il romantico, ma educazione e formazione passano dal confronto tra docenti e studenti che si guardano negli occhi. Inoltre la didattica nelle opportune sedi fisiche è uguale per tutti, perché garantisce al miglior livello possibile il dettato costituzionale che afferma che i meritevoli hanno diritto ad arrivare ai livelli più alti dell’istruzione. Con la didattica a distanza questo non è possibile, perché se uno studente, pur essendo volenteroso, si trova a vivere in una casa dove non ha la possibilità di isolarsi anche solo per cinque minuti per poter concentrarsi e studiare, mancando magari anche di strumenti di ultima generazione come tablet, cellulari, pc o una buona connessione a Internet, allora resta indietro in maniera spaventosa. Non amo la didattica a distanza proprio per questo: perché è classista. Va bene, cioè, per quei ragazzi che se la sarebbero cavata anche frequentando in presenza, mentre è devastante per i più fragili».

Un commento è rivolto anche alla possibilità di tenere aperta la scuola di pomeriggio: «Mi piacerebbe capire di cosa parliamo quando si usa l’espressione “turno pomeridiano” nel 2020 – si domanda Squillace –. Se lo scopo è decongestionare i mezzi di trasporto, non ne vedo il senso. Se faccio entrare gli studenti alle 14 per farli uscire alle 19, escono nel momento di maggior picco di traffico sui mezzi, perché il ritorno dei lavoratori a casa inizia intorno alle 17 e finisce verso le 20. Spostare al pomeriggio gli ingressi significa decongestionare parzialmente i mezzi al mattino, ma sposta i problemi in un’altra fascia oraria. Se si vuole evitare che i ragazzi affollino i mezzi in questi due momenti della giornata, sarebbe necessario un approccio differente: farli entrare a scuola alle 10.30, per esempio, e permettere loro di uscire alle 15.30. Sono due momenti di calma piatta, stando a quanto dicono i funzionari dell’Atm. Certo, questa è una soluzione che potrebbe funzionare bene in una città metropolitana come Milano; in provincia però sarebbe diverso, perché gli autobus che collegano le varie cittadine non passano a tutte le ore. Perciò occorre ridisegnare completamente il sistema dei trasporti». Anche il preside Galanti rileva le stesse incoerenze, ma specifica due concetti validi per tutte le scuole d’Italia: «Non sono contrario all’idea in sé, anche se sappiamo benissimo come l’apprendimento alla mattina funzioni diversamente rispetto a quello pomeridiano. Una scelta del genere deve essere sostenuta in tutti i modi dal ministero e dall’amministrazione tutta, altrimenti le scuole non possono reggere da sole una rivoluzione organizzativa come quella di andare avanti fino alle 18-19 del pomeriggio con le lezioni. Si creerebbe anche un problema sindacale, perché lo status di lavoratori dei docenti è importante e va tutelato: non si può pensare di tenerli a disposizione da mattina a sera».

La scelta di chiudere le scuole superiori di secondo grado continua a far discutere, soprattutto alla luce della percentuale dei ragazzi contagiati sul totale dei positivi nel nostro Paese. Che i numeri siano abbastanza contenuti lo dimostrano anche i casi registrati nei due licei milanesi: «A oggi la nostra struttura – spiega il preside Squillace – ha circa venti contagiati e diciotto classi a casa su un totale di 1200 studenti. Siamo perciò abbastanza sicuri – e con noi anche l’Ats, altrimenti ci avrebbe costretti alla chiusura già da tempo – di essere riusciti a circoscrivere i casi positivi, perché non c’è stata diffusione del virus in queste classi». Contagi che, specifica, provengono dall’esterno delle mura scolastiche, principalmente dai luoghi in cui i ragazzi praticano regolarmente sport di contatto – ora sospesi dai decreti nazionali – come calcio, pallavolo, basket e pallanuoto. Al “Tito Livio” per il momento la situazione è ancora più tranquilla, con il prof. Galanti che dichiara di avere «sei classi su quarantuno in quarantena perché in ciascuna è risultato positivo o un ragazzo o un insegnante. Abbiamo prima messo in isolamento fiduciario e poi l’Ats l’ha trasformato in quarantena».

In tutto ciò, che cosa pensano gli studenti del ritorno alla didattica a distanza?

Nonostante siano molto comuni la stanchezza e lo sconforto per una situazione che non sembra accennare a migliorare, non mancano testimonianze di ragazzi pronti a gesti di responsabilità. Fuori dal “Tito Livio” una ragazza ci dice di preferire le lezioni erogate in presenza, «mark]ma visto che adesso la situazione è abbastanza grave, mi fa piacere tornare a distanza per aiutare me e la mia famiglia a evitare un possibile contagio[/mark] che può avvenire tanto a scuola quanto sui mezzi pubblici». Una compagna di classe si avvicina e concorda: «Anch’io preferisco la presenza, ma sperimentando l’online durante il lockdown avevo trovato il mio ritmo di studio e non mi trovavo eccessivamente male. Ora come ora credo che sarebbe conveniente tornare alla didattica a distanza per evitare di entrare a contatto con positivi a scuola e con altri che saranno asintomatici. Soprattutto per noi del liceo coreutico nelle aule di danza è molto, molto difficile riuscire a mantenere le distanze, è quasi impossibile». Più in là un ragazzo con il vocabolario di latino sotto il braccio annuisce: «In lockdown ho trovato fattibile la didattica online e se oggettivamente farci stare a casa giovasse al sistema dei trasporti pubblici, tornare a distanza sarebbe un sacrificio non insostenibile». Sono invece tutti categoricamente contrari alla turnazione pomeridiana e reputano inutile entrare alle nove per gli stessi motivi già evidenziati dai presidi: se la scuola riaprisse con questo orario, i ragazzi sarebbero costretti a usare metro, autobus e tram proprio nel momento di maggior traffico. «Da quest’anno vengo in bicicletta proprio per evitare i mezzi pubblici – racconta un altro studente –. È una nuova abitudine che mi piace e mi permette di fare movimento. Ora come ora non mi sentirei tranquillo a salire su un treno della metropolitana, che è sempre piena di gente».

A parlare sono tutti studenti dell’ultimo anno e non possiamo fare a meno di chiedere se si sentono meno preparati in vista dell’esame di maturità. La prima a rispondere è una ragazza che aspira a ingegneria dopo il liceo classico: «Abbiamo un grande vuoto rispetto al secondo quadrimestre dello scorso anno. In più, avendo fatto sempre lezione a distanza, abbiamo perso un po’ di dimestichezza nella traduzione. Quindi sì, sono preoccupata: vorrei che il governo dicesse fin da ora come sarà il nostro esame, se sarà come quello di luglio o se sarà diverso, e che non si aspetti l’ultimo minuto per comunicarcelo». Un amico al suo fianco cerca di essere più ottimista: «È tutto un grosso punto interrogativo, ma possiamo prepararci in modo adeguato anche con la didattica a distanza. Sono sicuro che la nostra preparazione sarà corrispondente alla difficoltà dell’esame». Sulla stessa scia si inserisce una studentessa del liceo coreutico: «Probabilmente la nostra maturità sarà simile a quella appena passata, tenendo conto del fatto che con la didattica a distanza si fa molta fatica a seguire tutto il programma». Altre due ragazze intervengono sullo stesso tema: «Nemmeno noi siamo molto tranquille, però siamo ancora al primo quadrimestre e abbiamo la speranza che tutto si stabilizzi».

Quali sono gli aspetti della scuola pre pandemia di cui sentono più la mancanza? «Avere un contatto tra noi studenti – dice convinta un’altra studentessa –. Siamo all’ultimo anno, siamo responsabili, portiamo sempre la mascherina». Un ragazzo invece racconta che sente nostalgia della «serenità di andare in giro per i corridoi durante l’intervallo. Ho un fratello più piccolo al primo anno e mentre siamo a scuola non posso vederlo; se la pandemia non ci fosse stata, avrei potuto raggiungerlo a ricreazione e salutarlo. Manca la spensieratezza che non ci è concessa per tutte le attenzioni che dobbiamo prestare a noi stessi e agli altri». Una compagna la butta sul ridere: «Mi manca respirare»; poi aggiunge: «Rivorrei il contatto con le amiche e la naturalezza di gesti e movimenti». Qualcun’altra riflette a voce alta: «A volte sento che le persone si guardano l’un l’altra con sospetto, come a dire “Non so cosa stai facendo, cosa fai quando esci” ed è veramente brutto, perché non aiuta affatto l’inclusione in classe. Mi manca lo stare insieme tranquillamente e il non pensare due volte a compiere qualsiasi azione».

Di fronte a dati incoraggianti e all’atteggiamento di diffusa responsabilità mostrato dai ragazzi, fa sorridere con amarezza il fatto che sia il Dpcm sia l’ordinanza regionale lombarda concedano il massimo della presenza agli studenti delle scuole medie, che secondo il preside Giorgio Galanti sono «la fascia più a rischio, perché appena usciti di classe i ragazzi calano le mascherine e si avvicinano gli uni agli altri, immersi nella loro bolla pre adolescenziale». Eppure per il momento sono gli allievi delle superiori a fermarsi e a tornare a casa, condannati ancora una volta a quell’alienante didattica online contro cui continuano a battersi la ministra dell’Istruzione, i sindaci e i presidi. Tutti si augurano che da qui a un mese i dati dei contagi rallentino e si stabilizzino su cifre più gestibili, ma intanto, come nel gioco dell’oca, la scuola finisce di nuovo su una casella di stop, in attesa di avere maggior fortuna al prossimo turno e sperando che le istituzioni la smettano di lanciare in aria i dadi per prendere delle decisioni.