“Nolite te carbonundorum”: non lasciare che ti annientino, non lasciare che di privino della possibilità di scegliere. Nel descrivere un mondo totalitario e distopico in cui la gravidanza diventa un dovere Margaret Atwood parla della libertà. “Esiste la libertà di e la libertà da”, ma spesso le donne sono private di entrambe e non solo nella finzione narrativa.

Ohio, sono passati solo tre giorni dalla decisione con cui la Corte Suprema, presieduta dal giudice capo John Roberts, ha abolito la storica sentenza del 1973 nota come Roe vs Wade , quando si presentano le prime conseguenze. La vittima è una bambina di dieci anni, è rimasta incinta a causa di uno stupro e da allora sono trascorse sei settimane e tre giorni. Tre giorni di troppo per i legislatori di questo Stato federato che hanno proibito l’interruzione della gravidanza dopo un mese e mezzo dal concepimento, così per abortire la bambina è costretta a raggiungere l’Indiana, dove le conclusioni del “Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization”, almeno per ora, non hanno prodotto effetti e le cliniche sono investite ogni giorno da decine di richieste provenienti dai pazienti degli Stati vicini.

«Era tutto lì e nessuno ha fatto nulla per impedire che si arrivasse a questo punto», commenta Chiara Lalli (docente di storia della medicina e deontologia). Se sdegno e stupore rischiano dunque stucchevoli occorre interrogarsi sulle premesse che, scientemente ignorate «dalla stessa componente progressista che oggi protesta a gran voce», hanno portato il più importante tribunale degli Stati Uniti ad ostacolare il diritto delle donne all’autodeterminazione del proprio corpo.

Prima che il diritto all’aborto venisse inteso come libera scelta e reso legale a livello federale, ogni stato aveva la propria legislazione e in molti di essi era considerato reato. In seguito all’interpretazione del XIV Emendamento della Costituzione americana, assunta il 22 gennaio del ’73 a proposito del diritto alla privacy, si riconobbe all’individuo la facoltà di assumere decisioni anche in ambito procreativo.

«La decisione della Corte Suprema, Roe vs Wade, fu molto discussa fin dalla sua adozione», sottolinea Marilisa D’amico, Professore Ordinario di Diritto costituzionale e Giustizia costituzionale presso l’Università degli Studi di Milano «la stessa giudice Ruth Bader Ginsburg – pioniera delle lotte per i diritti delle donne – era stata molto critica nei confronti diquesta sentenza che aveva imposto il riconoscimento del diritto senza che ad accompagnarlo vi fosse un adeguato percorso educativo in grado di preparare la società ad accoglierne il valore».

Prima che il diritto all’aborto venisse inteso come libera scelta e reso legale a livello federale, ogni stato aveva la propria legislazione e in molti di essi era considerato reato(eccezion fatta per Alaska, Hawaii, Washington DC, stato di Washington, California e New York). In seguito all’interpretazione del XIV Emendamento della Costituzione americana, assunta il 22 gennaio del ’73 a proposito del diritto alla privacy, si riconobbe all’individuo la facoltà di assumere decisioni anche in ambito procreativo.

La Roe vs Wade era già stata minacciata in passato, quando nel 1982 la Corte – allora composta principalmente da giudici ultraconservatori di nomina repubblicana – fu chiamata ad esprimersi su sull’aborto nel caso “Planned Parenthood v. Casey”. Allora prevalse lo “stare decisis” – ovvero il principio secondo cui i giudici sono tenuti a conformarsi al precedente qualora la fattispecie in esame presenti i medesimi profili – oltre alla considerazione per cui il rovesciamento della sentenza avrebbe esposto milioni di donne alle conseguenze derivanti dalla perdita di un diritto su cui, fino a quel momento, avevano potuto fare affidamento.

«La libertà delle donne di agire nella società e di prendere decisioni sulla propria vita riproduttiva era sotto attacco da anni», ribadisce Marilisa D’amico, e quando il sito di informazione Politico ha diffuso la bozza contenete il parere espresso dal giudice Samuel Alito - che sosteneva l’opportunità di rimettere alla volontà del popolo e dei suoi rappresentanti la regolamentazione sull’aborto – il pericolo ha cominciato a divenire sempre più concreto fino all’abolizione dello scorso giugno.

Oggi, dunque, la democrazia è affidata alle singole coscienze individuali, ma come diceva Popper, quando questo accade «essa rischia di morire» e sul fronte dei diritti i contraccolpi del deterioramento sono già evidenti. Se negli Stati Uniti il diritto all’aborto è stato privato della copertura costituzionale,la corrente anti-abortista ha ottenuto diversi successi anche all’interno dell’Unione Europea , basti pensare alla decisione dell’ottobre 2020 (entrata in vigore il 27 gennaio 2021) con cuiil Tribunale costituzionale polacco ha sancito l’incostituzionalità della legge del 1993 che stabiliva le condizioni per l’interruzione della gravidanza, limitando la possibilità di ricorrere all’aborto solo ai casi di stupro, incesto o pericolo di vita ed escludendo così l’ipotesi in cui gli esami medici indichino un’alta probabilità di “malformazioni gravi e irreversibili del feto o malattie incurabili”.

La logica conseguenza di questa restrizione è la clandestinità, e infattisi moltiplicano le richieste indirizzate ai ginecologi che operano nell’ombra e alle associazioni che si occupano di distribuire farmaci abortivi, con tutti i rischi connessi alla mancanza di un’assistenza sanitaria adeguata. «Fare paragoni affrettati non serve – afferma Chiara Lalli – in Italia abbiamo la legge 194 che pur non essendo perfetta, se correttamente applicata, protegge le donne che vogliano ricorrere all’interruzione volontaria della gravidanza. Occorre però una discussione seria, il problema è che senza un’approfondita conoscenza dei dati relativi alla sua applicazione non possiamo avere reale contezza dello stato del diritto ».

Guardando alla mappatura “194. Mai dati” che Chiara Lalli e Sonia Montegiove hanno realizzato presentando decine di richieste di accesso civico generalizzato alle strutture ospedaliere presenti in Italia per comprendere qual è la situazione e come viene garantito il rispetto del diritto all’aborto, risulta chea livello nazionale la percentuale di ginecologi obiettori è di circa il 64,6%, con notevoli differenze tra regione e regione. «Per capire concretamente quali sono gli interventi necessari per garantire un aiuto efficace alle donne che scelgono di abortire non possiamo soffermarci sul piano dell’aneddotica,non sono sufficienti i numeri aggregati messi a disposizione dalle regioni, abbiamo bisogno di dati aggiornati, di informazioni corrette ed esaustive rese disponibili dal Ministero della Salute che ci consentano di fotografare la situazione delle singole strutture.Solo una loro approfondita conoscenza ci mette nella condizione di poter scegliere».

Non basta, quindi, dirsi difensori delle libertà per poi rimanere a guardare mentre essa si sbriciola con la complicità di un colpevole silenzio, perchéanche i diritti che si danno per acquisiti possono essere sottrattie quello che è avvenuto negli States ne è un chiaro esempio. E bisogna continuare a difendere la moralità di questa scelta«anche perché – conclude Chiara Lalli –l’unica alternativa è quella di imporre alle donne di portare avanti una gravidanza», tornando ancora una volta a riflettere su quella che comincia ad apparire una realistica distopia.