Nelson Mandela credeva fermamente che lo sport avesse il potere di cambiare il mondo, di ispirare e di unire le persone. Era l’inizio del XXI secolo. Oggi, venti anni dopo, la volontà di creare un binomio inscindibile tra sport e università si scontra in Italia con un sistema universitario tradizionale che si muove rispettando una routine studio-centrica, in cui ogni energia a disposizione viene dedicata a libri e carriera accademica. Maggiore è il carico di lavoro, maggiore dunque sarà la tendenza ad abbandonare le attività extra-curricolari. Dati ISTAT del 2017 certificano questo trend: se tra gli 11 e il 14 anni pratica sport il 70,3% dei ragazzi, tra i 15 e i 17 anni si passa al 63,4%, scendendo al 54% tra i 18 e i 24. L’importanza di un solido legame tra attività sportiva e vita d’ateneo non sembra dunque essere ancora stata pienamente recepita. Ma il progresso è per definizione graduale, e le strade intraprese dai cinque maggiori atenei milanesi (Bicocca, Bocconi, Cattolica, Polimi e Statale) si dirigono verso la creazione di un un’esperienza universitaria a 360 gradi.

Il programma Dual Career

Gli studenti-atleti devono conciliare studio e attività agonistica svolta a vari livelli, dal nazionale all’olimpionico. Per questa ragione l’Università Cattolica e il Politecnico di Milano hanno aderito al protocollo a “Sostegno alle carriere universitarie degli atleti di alto livello”, attuando il progetto Dual Career. «Il programma si focalizza su due aspetti: le borse di studio e la fase di accompagnamento, che costituisce il cuore del progetto. I tutor si pongono come facilitatori, aiutando le matricole a orientarsi, programmare e conoscere il mondo universitario», precisa la porfessoressa Chiara D’Angelo, coordinatore all’università Cattolica del Master di secondo livello in Sport e Intervento Psicosociale, ricercatore presso la Facoltà di Psicologia e docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni. Lo scopo è evidente. Si vuole evitare che vi sia una sovrapposizione tra appelli d’esame e gare, per esempio. O che le assenze a causa di impegni sportivi impediscano a uno studente di essere considerato frequentante. I programmi rimangono i medesimi, cambiano solo le tempistiche. In una parola, è una questione di flessibilità. «Attualmente fanno parte del programma una ventina di studenti, quaranta in tutto dall’istituzione del programma avvenuta tre anni fa. La valenza è più ampia rispetto al servizio reso ai soli atleti, poiché viene trasmesso a tutti gli studenti un esempio di determinazione, capacità di organizzazione e focalizzazione sugli obiettivi», spiega l’ingegnere Francesco Calvetti, docente al Politecnico di Milano e delegato del Rettore per le attività sportive. Anche l’università Bocconi crede nello sport come linguaggio universale. Il Programma di Supporto per Studenti-Atleti 2019/2020 prevede esoneri totali dal pagamento dei contributi accademici per un numero massimo di anni fuori corso pari alla durata legale del ciclo di studi prescelto.

Italia – USA: modelli a confronto

Italia-USA-BandieraQueste esperienze sembrano avvicinarsi al modello americano, in cui college e sport sono facce della stessa medaglia. Esiste tuttavia una differenza sostanziale. Negli Stati Uniti le borse di studio sono assegnate per attrarre atleti che indossino i colori delle squadre universitarie; nel caso italiano l’università supporta lo studente, ma la competizione interviene a livello di club e società private. «Il primo passo che il nostro ateneo ha mosso è stato quello di attivare Bocconi Sport Team, società sportiva dilettantistica partecipata integralmente dalla Bocconi e affiliata a diverse federazioni sportive», puntualizza il professore Stefano Zorzoli, delegato allo Sport Attivo e Docente di Finanza all’Università Bocconi. «A esclusione di alcune iniziative del Cus, chi indossa la maglia Bocconi Sport Team non partecipa ai campionati universitari ma a campionati promossi dalle federazioni come Fip, Fipav e Fgci».

Gli approcci sono diversificati. Per Salvatore Sisca, Responsabile Comunicazione del Cus Milano-Bicocca, l’obiettivo non deve essere quello di clonare il sistema americano nella sua totalità. Ciò che conta è strutturare un’offerta formativa completa e solida, rivolta a chiunque voglia fare sport. «Nella nostra cultura non esiste un approccio identitario all’attività sportiva, come accade negli Stati Uniti. Molti studenti non hanno un interesse forte nel vivere un’esperienza universitaria completa – spiega – e avvicinare uno studente ad attività ed eventi cui non parteciperebbe da sé è possibile se crei un senso di appartenenza, un’identità ». Ancora più netta è la posizione del Politecnico, secondo cui si deve attuare «un modello che non deve necessariamente considerare lo schema americano come punto di arrivo. E’ in atto una rivoluzione in cui la concezione dello sport universitario in Italia è in evoluzione e la sensibilità verso lo sport in progressiva crescita». Un paragone in miniatura con gli Stati Uniti tuttavia esiste e protagonista ne è l’Università Statale di Milano. «Abbiamo introdotto i colori e i loghi per ogni corso di studi» – chiarisce il Roberto Sergio, responsabile generale del Cus Statale – «e di recente è stata presentata una grande novità: dieci mascotte per dieci facoltà. Non esiste ancora un’identificazione con gli Stati Uniti, ma ci stiamo avvicinando».

I numeri

Il tentativo di non limitarsi a un pacchetto di lezioni ed esami è reale e i numeri lo dimostrano. L’Università Statale di Milano viaggia su cifre altissime. Sono millecinquecento gli studenti che partecipano ai campionati di facoltà, mentre la somma di coloro che aderiscono alle attività promosse è tra le 10-12mila presenze. L’obiettivo è quello di fare praticare sport a tutti. Vi sono squadre universitarie, tornei e campionati di facoltà interni all’Unimi, «ma proponiamo anche gite di sci, tornei di volley, una serata sul ghiaccio, …». Anche la Bicocca, la più giovane tra le università contattate, sta investendo molto nella sinergia tra sport e accademia. La Valanga Bicocca, gita sulla neve che si svolge a metà marzo e giunta ormai alla 12esima edizione, coinvolge in media mille persone per anno. L’investimento è però di più ampio respiro. Da un lato l’inaugurazione del Bicocca Stadium, quasi 60mila metri quadrati di centro sportivo; dall’altro la creazione di una vera e propria Football Academy per giovanissimi. «E’ verosimile che chi vive fin da giovane una certa zona cercherà di investirvi anche in età adulta. I ragazzi della scuola calcio vivono non solo un’esperienza sportiva piena, ma imparano a conoscere i servizi della Bicocca, contribuendo a una crescente integrazione tra università, cittadinanza e quartiere». L’Unibocconi ha inaugurato a novembre il nuovo campus, aperto agli studenti e alla città di Milano. Un intervento che prevede un centro sportivo polifunzionale, con due piscine (una delle quali olimpica da 50 metri, l’altra da 25), un’area fitness, un campo da basket/pallavolo e una running track al coperto, con tribune capaci di ospitare circa mille persone.

Se è vero che ciascuna università si prodiga in un’offerta sportiva differenziata, la costante è che gli atenei meneghini non riconoscono crediti curricolari per ciò che non è riconducibile al percorso di studi intrapreso. La posizione è comunque unanime: si tratta di un tema emergente e fondamentale, rispetto al quale è necessario insistere affinché le attività extra svolte, dallo sport al volontariato, abbiano un riconoscimento formale.

I mondi dello sport

basketball-108622_960_720Lo sport non equivale dunque a sole partite o tifoserie. Le dinamiche sono complesse ed esistono più “mondi” dello sport che si intersecano tra loro. Servono competenze gestionali, comunicative ed economiche solide affinché l’industria sportiva funzioni. Anche in questo caso Milano mostra la sua versatilità. Nella declinazione del politecnico lo sport è cruciale per tre pilastri fondamentali: la vita del campus (Campus life è il nome di una nuova area dell’amministrazione del Politecnico in cui è inquadrato il servizio sport); il consolidamento della comunità di studenti, dipendenti e laureati; il complemento alla formazione e alla crescita personale. «I benefici dello sport possono essere constatati su più fronti: senso di appartenenza, stimolazione della competizione e del senso di responsabilità, consolidazione di consapevolezza, autostima e determinazione, educazione al sacrificio e all’etica del lavoro, insegnamento a conoscere, rispettare e superare i propri limiti». La Cattolica offre un Master in Sport e Intervento Psicosociale, la cui missione fondamentale è “complessificare” la realtà. «L’idea è di fare dialogare laureati in diverse facoltà (scienze motorie, scienze della comunicazione e dell’educazione, psicologia) con il mondo dello sport. Lavorare in questo settore richiede comprenderne le caratteristiche, sviluppando molteplici competenze: lo sport non è composto solo di adrenalina e passione, elementi fondamentali ma che non sono gli unici». Per la Bocconi i piani sono due. Occorre comprendere se il mondo dello sport considerato sia quello volto a includere un ex atleta o chi atleta non è mai stato. «Il primo caso è più complesso e il nostro Master in Management nasce anche per far sì che ex atleti si interessino a ciò che esiste attorno allo sport; il secondo caso comporta invece la trattazione dello sport in termini giuridici, quantitativi e statistici. In entrambi i casi esiste un’attenzione intellettuale su ciò che esiste al di là del campo da gioco».

Dal virtuale al reale

Comunicare lo sport significa creare sinergia tra studenti e università. In Bicocca punto di partenza è l’incontro tra le due diverse realtà, cui segue la comprensione di cosa comporti divulgare lo sport e realizzare eventi. «Vogliamo creare quel senso di appartenenza che chi gioca in una squadra ben conosce. I canali Facebook, Instagram e Twitter sono uno strumento che permette di creare rete, facendo conoscere persone che magari non entrerebbero mai in contatto tra loro. Ma il nostro vero obiettivo è creare un social network reale, analogico».  Il Cus Statale viaggia sulla stessa lunghezza d’onda, avvalendosi di una macchina comunicativa forte: da un lato gli account social, dall’altro un programma radio dal titolo ironico: “Se vinciamo limoniamo“. Lo scopo è divulgare la cultura dello sport lavorando come in un team: ciascuno ha il suo ruolo, ma ognuno deve sapere svolgere anche le mansioni dell’altro. «Il nostro insegnamento non si limita all’università, ma vogliamo che la capacità di lavorare in team venga applicata in campo lavorativo, qualunque esso sia. E lo sport oggi si presenta come uno degli ultimi baluardi di socializzazione in un’epoca in cui i social network hanno complicato terribilmente le relazioni».