«Come puoi chiedere a queste persone di lavarsi le mani e di mantenere la distanza se non hanno acqua corrente e se vivono da sfollati?». È racchiusa in poche parole la descrizione di ciò che è la pandemia in Somalia. A pronunciarle è il dottor Abdiaziz Ali Mohamed, membro della task force che il governo ha formato per combattere la diffusione del Covid nello stato africano.

L’intervista con il dottor Abdiaziz inizia in modo inaspettato. Il contatto mi viene fornito dall’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni con cui il medico collabora dal 2017. Lo chiamo. Pochi squilli e poi un semplice «Hello» dall’altro lato del telefono. Gli spiego in inglese chi sono, che sto frequentando una scuola di giornalismo a Milano e che vorrei intervistarlo. «Buongiorno», risponde in italiano. Scopro con sorpresa che ha studiato medicina in Italia e che, dunque, parla perfettamente la lingua. Il dottor Abdiaziz è uno dei tre infettivologi presenti in tutta la Somalia. Tre soli medici esperti in malattie infettive per quindici milioni di abitanti. «Io sono il più frontline, essendo stato direttore del De Martino Hospital», mi spiega. All’inizio della pandemia, il governo aveva stabilito che il Giacomo De Martino Hospital diventasse il centro Covid per tutto il Paese. Una struttura sanitaria costruita ai tempi del colonialismo italiano e ristrutturata nel 2014 grazie all’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo.

«Qualche mese fa mi sono ammalato. Il 25 marzo sono venuto a Londra, ma tra quindici giorni tornerò in Somalia. Lavorare lì era estremamente difficile», precisa. La situazione nel Paese si sta aggravando, ma il motivo non è solo la pandemia. A causa della Gu rainy season, la stagione delle piogge, 400mila persone si sono dovute spostare in campi profughi. Il numero totale delle internally displaced persons, gli sfollati, è di 2.6 milioni. Oltre a ciò l’invasione delle locuste, che stanno divorando raccolti e determinando seri problemi di scorte alimentari. E poi c’è il Coronavirus, la cui pericolosità non viene percepita dalla popolazione. «Il problema principale in Somalia è che le persone non hanno coscienza del fatto che non si tratti di un semplice virus influenzale. Quando noi medici cerchiamo di chiarire loro perché sia diverso e mortale, ci dicono che non importa, che hanno contratto tantissimi altri virus nella loro vita». La chiave sta nella carenza: di igiene, di cibo, di acqua e di educazione. «Il 30% della popolazione somala ha un medio-alto livello di scolarizzazione, comprende ciò che viene detto e si salva. Il restante 70% ha un livello di educazione basso o inesistente. E rendere la popolazione consapevole è complesso».

Il tentativo di spiegare cosa sia il Coronavirus – e, in tempi ordinari, tutte le altre malattie – si scontra con la realtà di ogni giorno.  «Vicino all’università della Somalia c’è un campo di sfollati. Sono stato con loro quasi un’ora per far comprendere perché sia importante tutelare la propria salute in questa situazione di emergenza», racconta. «Al termine della conversazione, un uomo mi ha detto: “io ho due scelte: uscire e morire di Coronavirus o stare in casa e far morire di fame me e i miei figli“. Viveva in una tenda piccolissima con i sette bambini e la moglie». La mancanza di cibo impone alle persone di uscire. E la paura di non avere abbastanza provviste supera il timore del contagio. «Il punto è che i giovani non hanno mai smesso di lavorare, sono molto esposti e diventano così veicolo di contagio per gli anziani. La fortuna è che l’80% della popolazione somala ha meno di quarant’anni».

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Il dott. Abdiaziz Ali Mohamed collabora con IOM dal 2017 (credits: www.iom.int/donate/campaigns/somalia-responds)

La capitale della Somalia, Mogadiscio, è stata tra le prime città a essere colpite. I pazienti curati sono stati molti. Ma per il dottore molti sono anche i problemi. «Il primo è che raggiungere l’ospedale non è semplice perché tante persone non hanno denaro a sufficienza per un automobile e i trasporti pubblici praticamente non esistono in Somalia. Il secondo è che non abbiamo idea di quale sia la situazione nelle zone del Paese in cui non ci sono strutture sanitarie e dunque nessun dato è disponibile. Il numero dei morti riportato dal ministero della Sanità è di 85 persone, ma non abbiamo una visione completa del numero di decessi e contagi per Covid in Somalia». Altra questione di drammatica rilevanza è il fatto che manchino dispositivi e strumenti per la terapia intensiva. Chi si ammala e manifesta sintomi gravi è destinato a morire. «Per ora, fortunatamente, solo l’1% dei casi ha avuto problemi seri dal punto di vista respiratorio. Mancano però i respiratori, i macchinari di ventilazione meccanica. Noi facciamo il possibile per salvare vite. Ma se un paziente necessita della terapia intensiva muore sotto ai miei occhi e tra le mie braccia. Abbiamo chiesto al governo di fornirci quanto necessario. Ci promettono che arriveranno. Ma quando ciò accadrà, i contagi si saranno ridotti a Mogadiscio e l’epidemia si sarà diffusa in altre zone della Somalia».

Non può esistere quarantena in un Paese collocato al 194esimo posto su 195 nel Global Health Security Index, scala di valutazione della sicurezza sanitaria degli Stati. Attuare il distanziamento sociale è impossibile. Lavarsi le mani ancora di più. L’unica soluzione per il dottor Abdiaziz è dare dei suggerimenti alla popolazione, pur consapevole dei limiti oggettivi esistenti. «Noi medici, attraverso la radio, la televisione, delle vignette e delle attività di sensibilizzazione in strada, spieghiamo quali siano le regole da mantenere: lavarsi le mani, attuare il distanziamento sociale, non uscire di casa se si hanno sintomi. Ma serve a poco. E capisco il dramma della loro quotidianità: queste persone devono già affrontare ogni giorno, in condizioni normali, una vita durissima».

Nel sorriso amaro a tutto schermo del dottor Abdiaziz c’è la risposta a una domanda in realtà retorica: come fare dunque in modo che siano rispettate le norme anti contagio da parte di una popolazione che vive in condizioni di estrema fragilità? La verità è che per ora non esistono soluzioni, ma solo flebili proposte che potrebbero migliorare la situazione. «Il governo dovrebbe dare mascherine, guanti e igienizzanti a tutti», suggerisce, consapevole che i fondi a disposizione non bastino. «Abbiamo sollecitato i leader politici, militari, religiosi e delle tribù ad andare in radio e in televisione per comunicare alla popolazione quali dovrebbero essere le regole da seguire. Il loro intervento potrebbe essere utile. Sono figure seguite. E ritenute molto più importanti dei medici».

*immagine di copertina: IOM Somalia