Crisi idrica siriana

Crisi idrica siriana

Prima si combatteva per il petrolio, l’oro nero, ma ora è l’acqua a essere una risorsa di cui non si può fare a meno.  La terra è per la maggior parte composta di acqua e solo il 2,5% di questa è dolce, utilizzabile scopi alimentari e per il sostentamento delle popolazioni. L’acqua è diventata una merce di scambio sempre più ambita e, come tutte le merci di scambio, quando diventa contesa, genera guerre.

Questo è il cosiddetto water grabbing: l’accaparramento strategico dell’oro blu.  Con “accaparramento” ci si riferisce a situazioni in cui attori potenti decidono di fermare il normale flusso di un corso d’acqua a discapito delle comunità locali o di intere nazioni.

Con l’aumento dei consumi pro-capite della popolazione, la disponibilità di acqua nel mondo è passata da 9mila metri cubi d’acqua degli anni Novanta ai 7500 del 2010. Entro due anni, questo dato potrà scendere fino a cinquemila metri cubi d’acqua a persona.  

Gli effetti che tutto questo comporta sono e saranno devastanti: migrazioni incontrollate, privatizzazioni delle falde acquifere, controllo per i progetti agroalimentari e delle fonti idriche da parte di forze militari poco avvezze a condividerne i benefici e intente a limitare lo sviluppo di quell’area. 

La prima guerra dell’acqua risale a 4mila anni fa, quando gli eserciti di due città-stato vicino alla confluenza del Tigri e l’Eufrate iniziarono a combattere per avere la meglio su quei letti d’acqua dolce tanto ambiti. Il Re Umma fu il primo a prosciugare un canale di irrigazione: è la prima volta che si usò l’acqua come strumento di guerra. Da lì si sono sviluppate altre “Guerre dell’acqua” che negli anni hanno cambiato i contorni del contesto internazionale.

 

Mesopotamia: Siria e Iraq nelle mani della Turchia

Una delle Water Wars più evidenti è in Siria, un Paese che sta attraversando una crisi idrica colossale che riduce i metri cubi d’acqua pro-capite a 1500 all’anno. Confinante con l’Iraq e posta a Sud della grande Turchia, la Siria è il Paese che sta subendo le conseguenze peggiori sull’uso strategico dell’acqua.

La stazione di Alouk rifornisce l’intera regione e, dall’inizio dell’invasione del 2019, è stata danneggiata oltre 24 volte. 

Questo episodio si colloca in una precisa strategia turca: all’interno del Paese hanno origine il Tigri e l’Eufrate e, tramite il GAP (Progetto dell’Anatolia Sud-Orientale) e le sue dighe nel Sud-Est, il Paese può controllare il flusso d’acqua che irriga tutto il territorio che attraversa. I due fiumi sono infatti fondamentali per l’area mesopotamica, per la Siria e per l’Iraq. Impossibile non aver mai sentito parlare almeno una volta della “Mezzaluna Fertile”. 

Ciò che rende la questione ancora più pericolosa è il fatto che Istanbul non ha mai firmato la Convenzione ONU del 1997 sull’utilizzo dei corsi d’acqua per scopi diversi dalla navigazione. Questo accordo obbliga i governi ad informare gli Stati vicini di imminenti modifiche o di qualsiasi azione che vada a toccare i corsi d’acqua comuni. Istanbul, non avendo firmato, può continuare a costruire quelle ventidue dighe previste nel GAP, assetando un’intera regione, senza nessun vincolo giuridico. 

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Diga di Ataturk, Turchia

Dietro all’enorme costruzione del GAP ci sono ragioni economiche, sociali – la dispersione della popolazione curda -, militari per impedire movimenti di guerriglia e avere tra le mani un’arma di pressione.

Ad esempio, quando le unità popolari di autodifesa siriane hanno liberato la diga di Tashreen nel Nord della Siria, il presidente turco Erdogan ha iniziato a rilasciare il 40-50% di acqua in meno. Questo ha significato una diminuzione notevole del bene potabile, corrente elettrica e irrigazione dei campi. 

Nel 2019, sempre Erdogan ha completato la costruzione della diga a Sud-Est della Turchia, così trovandosi tra le mani anche la sopravvivenza dei popoli iracheni, dal momento che detiene il controllo anche delle acque dell’Eufrate che scorrono in quel Paese. Il tasso di stress idrico in questo Paese ha raggiunto 3,7 su 5, classificandosi di fatto come un Paese “ad alto rischio”, tanto che l’indice globale prevede che entro il 2040 i fiumi Tigri ed Eufrate si prosciugheranno completamente. 


Un conflitto iniziato all’alba dei tempi

Le questioni relative alla condivisione dell’acqua costituiscono una parte importante anche del conflitto israelo-palestinese. I due Paesi si spartiscono tre principali fonti d’acqua: il bacino del fiume Giordano, la falda acquifera costiera – con Israele a monte e Gaza a valle – e la falda della montagna che inizia in Cisgiordania e sfocia nella Valle del Giordano. Il popolo ebraico, all’inizio dell’esistenza dello Stato di Israele, aveva a disposizione limitate falde acquifere e faceva quindi affidamento sull’acqua palestinese. 

 

Processo israeliano di desalinizzazione del Mar Morto

Processo israeliano di desalinizzazione del Mar Morto

Dopo la guerra dei sei giorni del 1967, Israele occupò la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, nazionalizzando le risorse idriche dei territori occupati. Israele ha potuto così accaparrarsi il controllo delle tre falde acquifere e limitare l’uso dell’acqua alla Palestina, obbligando i cittadini a richiedere l’autorizzazione prima di qualsiasi costruzione di sviluppo (come nuovi pozzi). Il prezzo dell’acqua pagato dai palestinesi triplicò e la carenza idrica arrivò anche in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Il popolo palestinese, ancora e fino a oggi, percepisce questa cattura di risorse come un vero e proprio “furto”.

Gli anni Novanta, in particolare, sono stati forieri di grandi sforzi per raggiungere un accordo di pace e cooperare sulle questioni della condivisione idrica.

Le rivolte degli anni Duemila contro l’occupazione israeliana – la seconda Intifada – hanno provocato altri ostacoli alla prova di cooperazione bilaterale sull’acqua. Con la successiva elezione di Hamas in Palestina nel 2006 ci fu un punto di svolta, in negativo. Hamas ha posto fine a ogni cooperazione tra i due Paesi e Israele ha iniziato a gestire i suoi impianti di desalinizzazione unilateralmente. A questo punto, Israele è riuscito a trovare ulteriori fonti d’acqua necessarie al suo sostentamento e la popolazione palestinese soffre ancora oggi di carenze idriche. Tutt’ora, a livello nazionale, la cooperazione idrica tra i due Paesi è in stallo. 


L’Etiopia vuole sviluppo, l’Egitto e il Sudan sicurezza

Siamo nel 2023 e anche l’accelerazione del cambiamento climatico ha un ruolo protagonista. Un ruolo che ha fatto diventare la disputa sul Nilo più intensa, spingendo gli stati regionali a competere per la sicurezza dell’acqua, del cibo e dell’energia. Altro attore di questa Water War è la costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), un progetto idroelettrico non consumistico sul Nilo firmato Etiopia. 

Il progetto ha ulteriormente complicato il rapporto tra il Paese precursore e l’Egitto, due degli Stati che inquadrano questa grande opera come una necessità esistenziale ma anche come una vera e propria minaccia. Questo conflitto, però, non è solo un problema di risorsa fisica.

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Il Grand Ethiopian Renaissance Dam in costruzione

Dall’inizio della costruzione del GERD il problema sembra essere una disputa identitaria: il Cairo teme per la sua stabilità regionale e per la possibilità di carenza idrica. Ma, oltre questo, l’Egitto non riesce a vedersi senza il Nilo. Per il Paese è come un essere vivente inseparabile dalla storia e dall’identità della sua cultura. Il Cairo e il Sudan, due Paesi che dipendono maggiormente dal flusso d’acqua del Nilo, si sono opposti subito al progetto annunciato dall’Etiopia nel 2011. Questo Paese, dal canto suo, vuole costruire per questioni di sviluppo, più che di sicurezza. 

Il conflitto si intensificò due anni dopo, quando l’Etiopia ha deviato il fiume Nilo: stava iniziando a costruire la diga. Una mossa ritenuta dall’Egitto come un affronto da portare in discussione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. 

Ma anche Addis Abeba lotta per la sicurezza materiale e immateriale. Il GERD non è solo una infrastruttura fisica ma è anche un simbolo di unità nazionale rispetto alla povertà che attanaglia la popolazione e all’arretratezza della vita quotidiana.L’Etiopia non vuole più vedere il Nilo come un ladro che ruba le sue risorse ma come una nuova forza. Più che una lotta fisica è quindi una lotta tra l’antica identità egiziana incentrata sul Nilo e la nuova identità etiope, che è in costruzione.  Il progetto è stato commissionato il 20 febbraio 2022 ed è andato avanti .

Secondo una ricerca dell’USC, l’Università del Sud della California, il GERD andrebbe a riempirsi con un corso d’acqua che sostiene milioni di persone e potrebbe ridurre le forniture idriche a valle dell’Egitto di oltre un terzo. Un deficit che, se non controllato, potrebbe destabilizzare il 72% della terra coltivabile del territorio egiziano, portare la disoccupazione al 24%, sconvolgere l’economia e sfollare gli abitanti. Circa 280 milioni di persone, infatti, dipendono da quel corso d’acqua e oggi il conflitto minaccia di generare una guerra.