La serata è finita. Ringrazi i tuoi amici per la cena. È ora di tornare a casa. Esci dal palazzo, prendi il cellulare, digiti il numero del taxi. Ci ripensi, non lo chiami. D’altronde è una notte di inizio giugno davvero piacevole. Per l’aria senti il profumo dei gelsomini. L’estate sta arrivando. Che cosa saranno mai venti, al massimo trenta minuti di camminata? E poi hai le cuffiette nella borsa. Apri Spotify e ascolti la tua playlist preferita. Lì per lì ti senti sicura, felice, mentre ripensi, passo dopo passo, alle piacevoli ore trascorse in compagnia. Il giorno dopo però menti, ai tuoi amici, alla tua famiglia e a te stessa. «Come sei tornata a casa?». «In taxi» rispondi. Meglio non farli preoccupare. Meglio non ammettere quanto superficiale e incauta tu sia stata.

A pochi giorni dal mio venticinquesimo compleanno ripenso a tutte quelle volte in cui mi sono sentita invincibile, forte a tal punto da sfidare il pericolo senza troppi pensieri. Sarà stata la leggerezza dei vent’anni, l’euforia del vivere in una città nuova ma tornare a casa da sola di notte per me era qualcosa di cui essere orgogliosa, fiera. La triste verità è che è la cosa più stupida che una ragazza possa fare, perché ancora oggi quando imbocchiamo una via illuminata dai lampioni, non sappiamo mai con esattezza se riusciremo a inviare il messaggio promesso: «Sono arrivata, buonanotte».

Sarah Everard non ce l’ha fatta. Come me, come tante altre ragazze, quella notte del 3 marzo scorso non è stata prudente. «Se l’è cercata» ha detto qualcuno. Nel 2021 non possiamo permetterci il lusso di sentirci sicure, anche in una città come Londra, «tappezzata di telecamere di video sorveglianza» dice Fiammetta, 26 anni. «Sarah stessa è stata ripresa per un tratto di strada che aveva percorso tornando a casa. Quello che è successo è sconcertante e il fatto che forse sia stato un poliziotto della MET rende la cosa molto più scandalosa e inquietante».

Fiammetta ha vissuto a Londra per cinque anni e molte volte si è sentita più al sicuro lì rispetto che a Milano, la sua città. «Londra è sempre molto viva, più o meno a tutte le ore del giorno c’è gente per strada, i mezzi vanno. La mia stessa coinquilina quando era a Roma portava sempre con sé uno spray al peperoncino nella borsa, a Londra ha totalmente smesso di farlo». «C’è da dire comunque – continua – che è una città particolare. Al di là di quei quartieri ritenuti più malfamati, come avviene in qualsiasi città del mondo, anche in centro, svoltando l’angolo, ti può capitare di entrare in una strada e perdere quella sensazione di sicurezza che provavi fino a un minuto prima. In un attimo ti si apre un mondo completamente diverso. Io, ad esempio, vivevo vicino a Oxford Circus e la stessa grande via principale che costeggiava il nostro appartamento la sera si riempiva di eroinomani». Davanti a questo terribile caso, l’ennesimo, Fiammetta non colpevolizza il sistema di sorveglianza quanto piuttosto il singolo individuo: «Ho scoperto che nel Regno Unito ogni tre giorni una donna viene uccisa da un uomo e che la maggior parte delle donne ha subìto una molestia nel corso della propria vita. Questi sono davvero dati preoccupanti ma non credo siano dovuti al sistema di polizia. È un fatto più intrinseco, la cui causa è una mancata educazione». «Parlando in generale, perché purtroppo casi del genere avvengono anche in Italia – continua –: credo che nel nostro Paese ci sia un senso di moralità differente. Quello che ho notato anche nella mia università è che le persone, i ragazzi, gli studenti come me, erano magari molto preparati sulle materie di studio ma avevano grosse lacune culturali. La cultura non deve essere per forza legata ad un fatto di “sapere tante cose” ma ad un fatto di “conoscenza sensibile delle cose”. Ad alcuni inglesi manca proprio questo, e credo sia causa di situazioni del genere».

Anche per Victoria, madrilena di 25 anni, la cosa più preoccupante del caso di Sarah è che forse sia stato un poliziotto ad ucciderla. Nonostante Madrid sia una città molto viva fino a tarda notte, Victoria non torna mai a casa a piedi se sola: «Prendo sempre il taxi. Non ho mai vissuto brutti episodi perché preferisco essere prudente. Credo che Madrid sia una città europea abbastanza sicura. Di notte c’è molta gente per strada ma è sempre meglio prendere precauzioni per evitare spiacevoli sorprese, soprattutto dalle due o tre del mattino». Il messaggio alle amiche rimane l’ancora di salvezza sulla quale contare: «Noi ragazze – continua – ci salutiamo dicendo “Per favore fammi sapere quando arrivi a casa”. I nostri amici maschi ci dicono “Se hai bisogno di qualcosa chiamami”. È normale, ma forse non dovrebbe essere così».

Il telefono sembra essere l’unico strumento che possa in qualche modo proteggerci. Sbagliando, per le strade vuote, quella voce familiare nelle nostre orecchie ci fa sentire meno sole. «Quando cammino verso casa di notte di solito chiamo i miei amici, così c’è sempre qualcuno che sa dove mi trovo» racconta Thea, 23 anni, di Hamar, Norvegia. «Io vivo in una cittadina piccola, secondo me più sicura di una grande città come Oslo. Non credo che il mio Paese sia meglio o peggio dell’Italia, purtroppo abbiamo a che fare tutte con gli stessi problemi. Spero che un giorno potremo camminare di notte senza preoccuparci delle nostre vite, ma non so se riusciremo mai ad arrivare a questo punto» confessa. Anche Melissa, 24 anni di Rho, non ha mai avuto particolarmente paura nel tornare a casa da sola la sera o di portare fuori il cane: «Abito in una cittadina di provincia molto tranquilla» dice. Nonostante ciò, se tardi, usa sempre alcuni accorgimenti, evitando di ascoltare la musica con le cuffiette. «Non ho mai vissuto episodi di violenza o aggressioni ma spesso ciò che mi spaventa sono anche solo gli sguardi o i commenti di certi uomini. È davvero triste che ci sia bisogno di frequentare corsi di autodifesa, di evitare determinate strade quando è tardi o determinati abbigliamenti». Sin da bambine ci insegnano regole di buon e sicuro comportamento come se fosse una cosa normale, giusta e scontata. Hannah, 22 anni di Los Angeles, non rinuncia ad uscire la sera ma «sicuramente sono sempre più attenta e in allerta quando mi ritrovo da sola» racconta. «Di solito torno da lavoro in macchina. Raramente di notte ci sono pattuglie intorno casa e quando vivevo in downtown mi sentivo in realtà più sicura perché in giro c’erano più persone».

Vivere in un quartiere piuttosto che in un altro fa la differenza. Benedetta, 24 anni, quando viveva a Roma non si è mai sentita in pericolo: «abitavo in una zona universitaria, sempre viva dalla mattina alla sera» racconta. Le cose sono cambiate quando si è trasferita a Francoforte, dove è stata costretta a comprendere come comportarsi nella nuova città. «A Roma mi muovevo quasi sempre in macchina, perché in parte sei obbligato a farlo. A Francoforte invece ci sono i mezzi a tutte le ore ma il numero di persone potenzialmente pericolose sembra essere maggiore, in un certo senso più concentrato». «Ho capito che per uscire di notte dovevo organizzarmi con le amiche ogni volta, scendere a compromessi per fare in modo che nessuna di noi fosse sola. Questa cosa non l’ho mai accettata». La paura, la prudenza, la scelta di indossare dei pantaloni piuttosto che la gonna, è stata dettata da episodi che hanno visto protagoniste le stesse amiche di Benedetta. «Una ragazza del mio gruppo – continua – è stata inseguita da un uomo ritornando da una festa, vicino al campus universitario. Lei è riuscita a scappare e a raggiungere casa. Quando poi ha denunciato il tutto alla polizia ha scoperto che il tipo in questione era solito girare la zona e aveva già sfregiato la faccia di alcune ragazze e abusato di altre». E anche quando si sceglie di prendere un Uber non si è mai totalmente al sicuro: «Un’altra mia amica, addormentandosi per un minuto in macchina, si è ritrovata improvvisamente le mani dell’autista tra le gambe. Di fronte al suo pianto mi sono sentita impotente. Nonostante ogni volta proviamo ad urlare di fronte a situazioni del genere le nostre voci non vengono mai ascoltate. Abbiamo scoperto che casi simili con Uber sono comuni. Le denunce contro l’azienda sono numerose, ma la risposta è sempre la stessa: “La colpa è la tua che ti sei addormentata dentro la macchina e non di chi gestisce il servizio”. E quello che rimane è quella sensazione di immensa colpa verso te stessa. Come se fossi tu quella sbagliata».