Pensare che il problema del precariato degli insegnanti riguardi solamente il corpo docenti è miope. Certamente è un problema occupazionale, ma spesso ci si dimentica delle deficienze didattiche provocate dall’instabilità lavorativa. Ne consegue un peggioramento della qualità dell’istruzione, vale a dire una formazione non adeguata delle nuove generazioni e, quindi, una futura classe lavorativa non sufficientemente preparata. È un circolo vizioso che va fermato. Lo sciopero di oggi riguarda tutto il personale scolastico, dai professori al corpo ATA: è la prima volta che le due categorie uniscono le forze per protestare assieme. La motivazione del picchetto risiede principalmente nel duro nodo del rinnovo contrattuale di tutti i lavoratori del mondo scolastico, oltre alle modalità di reclutamento e formazione dei docenti. Stando ai dati MIUR del 2020/21, circa il 22% dei contratti del personale scolastico – docenti e ATA – è a tempo determinato: 242.733 su un totale di 1.137.575.

Docenti con contratto a tempo determinato

Docenti con contratto a tempo determinato

Personale ATA con contratto a tempo determinato

Personale ATA con contratto a tempo determinato

L’ultimo concorso è stato un fallimento con modalità modificate all’ultimo. Inoltre, la nuova abilitazione arriverebbe durante il percorso universitario, penalizzando chi svolge già la professione.Una delle polemiche che si protrae da più tempo è quella del reclutamento. Parliamo di una problematica che lega neolaureati e aspiranti insegnanti ai docenti precari che negli ultimi anni hanno tentato di mantenere in piedi un sistema scolastico sempre più a corto di personale. L’ultimo concorso, iniziato con un anno di ritardo e ancora in pieno svolgimento, si è rivelato fallimentare per molti partecipanti: modalità dello scritto modificate all’ultimo momento e disposizioni diverse a seconda della sede. L’obiettivo dichiarato della nuova legge è quello di uniformare ancora di più le procedure concorsuali, rendendole annuali e aperte solamente a docenti abilitati. Ma come si consegue l’abilitazione che fino ad oggi si conquistava superando il concorso? È qui che si scatena la principale polemica: l’abilitazione arriverebbe durante il percorso universitario, acquisendo 60 cfu tra esami e tirocini e svolgendo una prova conclusiva. Se per i laureandi il problema è relativo, la situazione cambia per i precari senza abilitazione che si ritroverebbero a dover integrare ulteriori esami a spese proprie. Persino coloro che insegnano da più di tre anni, pur avendo l’accesso diretto al concorso, in seguito dovrebbero acquisire 30 crediti universitari e svolgere la prova di abilitazione per passare di ruolo.

Un iter lunghissimo e complicato che, secondo la categoria dei docenti, non porterebbe neppure alcun miglioramento a livello di selezione, in quanto la prova scritta concorsuale rimarrebbe, almeno fino al 2024, a risposta multipla. Proprio la preparazione degli insegnanti è un altro tema caldo: la legge 36/22 istituisce la Scuola alta di formazione che si occuperà di stabilire i vari corsi formativi, oltre che accreditare e verificare le strutture che dovranno erogare i corsi, per garantirne la massima qualità. La pianificazione su base triennale riguarderà corsi per progettare la didattica con strumenti e metodi formativi. I sindacati protestano e lo definiscono un taglio all’autonomia degli istituti e al ruolo del collegio dei docenti, in favore dell’ennesima piattaforma che va ad affiancarsi alle altre come INDIRE e INVALSI.

Tra l’altro i percorsi, che saranno svolti fuori dall’orario lavorativo verranno retribuiti solo se comportano un ampliamento dell’offerta didattica, mentre potranno portare ad un incentivo salariale se valutati positivamente. Un incentivo salariale che però riguarderà il 40% dei docenti in questione: ma come verranno scelti coloro che riceveranno l’incentivo? E con quali fondi verranno pagati? Ecco un altro punto chiave dello sciopero: i tagli. I soldi per la formazione, e soprattutto per gli incentivi salariali, deriverebbero dal taglio di circa 10mila unità, un paradosso per un settore che ha cattedre vacanti e precari da stabilizzare.

La Scuola, che fa parte delle riforme del PNRR, si occuperà anche dei percorsi di formazione di dirigenti e personale Ausiliario, Tecnico e Amministrativo. Ed è qui l’ultima grande battaglia sindacale che riguarda la categoria che, al pari degli insegnanti, è fondamentale nell’ecosistema scolastico. Perché si è visto proprio con lo sciopero, senza ATA, la scuola non apre. Infatti, la richiesta è quella di maggiori assunzioni tra le fila del personale scolastico: collaboratori, tecnici di laboratorio, segretari e assistenti amministrativi.

La stabilizzazione del precariato e la formazione degli insegnanti devono essere parte dello stesso progetto per garantire una didattica migliorePerò, non tutti sono d’accordo con le motivazioni dello sciopero. Infatti, secondo Cristina Costarelli (Anp Lazio), “Il ritornello è il solito: stabilizzare i precari, non considerando per nulla il diritto degli alunni ad avere insegnanti migliori, più preparati, più aggiornati”. L’osservazione è corretta, ma le due cose sono strettamente intrecciate. Infatti, il precariato rende meno efficaci i percorsi di formazione degli insegnanti, i quali acquisiscono competenze senza però avere la certezza di poterle mettere in pratica: questa instabilità influisce inevitabilmente sulla qualità della didattica. Dunque, tutti ci perdono: i docenti, gli studenti e anche lo Stato stesso.

Il PNRR non può essere l’ennesima occasione sprecata o un’ulteriore promessa mancata. La necessità è quella di investire sia sugli insegnanti che sui giovani. O, meglio ancora, sugli insegnanti giovani.