“Siamo pochissimi accademici che sono disposti a impegnarsi con la disobbedienza civile”. Gianluca Grimalda è un ricercatore presso il Kiel Institute for the Global Economy, ma è anche un’attivista di Scientist Rebellion. “Ho ricevuto molte pressioni da parte del mio istituto, il direttore mi ha detto che è intollerabile per il personale accademico compiere azioni che vadano contro la legge. Ho cercato di spiegargli la filosofia della disobbedienza civile, ma lui mi ha continuato a dire che se io continuerò ad intraprendere azioni di questo tipo avvieranno delle procedure legali contro di me”.

Spiegare cosa sia Scientist Rebellion non è facile, perché è una struttura internazionale e orizzontale molto eterogenea. Le loro azioni si basano, come spiegato da Gianluca, sulla disobbedienza civile, cioè azioni contro casi di violazione diretta del principio morale che dovrebbe stare dietro la legge. In genere, i vari gruppi nazionali conducono battaglie in maniera indipendente, ma vengono anche organizzate anche manifestazioni coordinate globalmente. Ad esempio, durante la Cop27 hanno protestato contro l’utilizzo dei jet privati: “Bloccando un aeroporto, noi stiamo dalla parte della legge: è un’infrazione solo formale perché, in realtà, è un’azione nel rispetto della Costituzione e dei diritti umani”.

Tre le richieste degli attivisti: abolire i jet privati, tassare i frequent flyers e far pagare chi inquinaL’intento era quello di denunciare l’ingiustizia climatica e la disparità nelle emissioni, portando all’attenzione dell’opinione pubblica le loro richieste: abolire i jet privati, tassare i frequent flyers – cioè coloro che viaggiano spesso in aereo – e make polluters pay, “chi inquina paga”. “Non si pagano tasse sul cherosene per gli aerei, mentre si paga per il combustibile per le automobili: oltre alla disparità di emissioni e di consumo di energia, chi sfrutta l’aviazione privata può viaggiare in maniera sussidiata. Oltre al danno, la beffa”. Ma perché prendersela con i jet privati? “Ovviamente ci sono settori che inquinano di più, ma l’idea era quello di prendere un settore in cui la disparità è eclatante per affermare il principio che ‘i ricchi devono pagare’, perché possono permettersi questi consumi di lusso. Bisogna iniziare a decarbonizzare dalla cima, da chi inquina di più”. Dunque, alla base delle loro azioni è che l’ingiustizia climatica è profondamente legato alle differenze sociali.

Gli scienziati-attivisti come Gianluca sono pochi perché – come ci ha spiegato – “molti si occupano di diffondere l’urgenza della crisi climatica tramite conferenze e altri mezzi comunicativi simili. Questo accadrebbe per due motivi: da un lato, gli istituti cercano di metterti i bastoni tra le ruote nella carriera di ricerca, minacciando il licenziamento; dall’altro, il rischio è di venire visti solo come attivisti, perdendo credibilità dal punto di vista accademico”.

La situazione sembra essere irreversibile: “Siamo in un’epoca geologica diversa da quella in cui abbiamo costruito la nostra civiltà. Alla Cop27 abbiamo chiesto che i Paesi ammettessero che l’obiettivo di mantenere l’aumento delle temperature sotto l’1,5ºC è ormai impossibile, a meno che da domani smettessimo completamente di usare energia fossile: ma non vediamo azioni che ci portino verso quella direzione”.

E, dopo un forum come la Cop27, i mondiali di calcio in Qatar stridono molto con la volontà espressa di un mondo diverso. La domanda è: ci può essere un futuro “verde” per eventi come questi? “Organizzare in maniera ecologica un evento del genere non è possibile, non si può compensare una misura così grande di emissioni. Bisogna solo puntare a ridurre i consumi e le emissioni, aumentare l’efficienza e passare alle rinnovabili”.