«Da un anno siamo in attesa di capire qual è il suono di questo lockdown e forse l’abbiamo trovato proprio a Sanremo 2021». Dopo la canzone di Diodato, Fai rumore, cantata a squarciagola dai balconi a marzo 2020, secondo Vincenzo Rossini, appassionato di musica e autore del libro Unadimille – Mille canzoni italiane dal 2000 ad oggi, raccontate, la vittoria dei Måneskin con Zitti e buoni è la perfetta risposta al momento storico che stiamo vivendo.

Vincenzo Rossini: “Penso che ogni epoca esprima un suono e un suono delle parole”

«Per un anno abbiamo smesso di andare ai concerti, di vedere esibirsi dal vivo e siamo rimasti colpiti soprattutto dal fatto che un gruppo facesse quello che dovrebbe fare una band in un palazzetto dello sport o in un club: suona, fisicamente, tocca gli strumenti, si muove liberamente sul palco e un cantante ti urla addosso quella carica di energia che tu come pubblico sei pronto a ricevere. Quindi credo proprio che la loro vittoria sia certamente dovuta molto alla dimensione fisica, di performance e alla loro furia minacciosa e giovane».   Il suo libro, che a lui piace definire anche dizionario, si ferma un attimo prima della pandemia, al 2019, quando sul palco dell’Ariston vinceva Mahmood con Soldi, una «canzone – spiega Rossini – che interpretava moltissimo in quel momento il sentimento presente e in parte lo interpreta ancora oggi perché parla della ricerca dell’identità, tema centrale anche per un personaggio come Ghali che nella sua Cara Italia descrive una modalità di approccio all’identità estremamente contemporanea e che raramente avremmo potuto trovare nei cantautori del passato».

Questo è uno dei motivi per cui Vincenzo, classe 1983, ha deciso di fare un’analisi musicale applicata alla storia molto recente della canzone italiana, raccontando attraverso mille brani di circa 550 artisti come è cambiato il modo di interpretare i sentimenti del Paese e le generazioni che lo segnano. «Penso che ogni epoca esprima un suono e un suono delle parole. Adoro i cantautori tradizionali e i miei miti sono Dalla, Battisti e De André, però mi ha sempre infastidito il confronto tra la musica di ieri e quella di oggi perché puntualmente si tende screditare la seconda non considerandola all’altezza e secondo me tutto questo è ridicolo e inutile – ribadisce con forza Rossini – Il discorso su cosa rimane non è mai legato esclusivamente alla qualità della musica che uno fa, ma è legato al modo in cui quella qualità e quella voce sono in grado di intercettare la storia di un paese, di una generazione o di una persona in quel determinato momento».

Correndo sul doppio binario del successo dell’artista e della sua capacità di raccontare il tempo in cui vive, per Vincenzo Rossini il nuovo millennio inizia con la figura di Tiziano Ferro, cantante tradizionale e al contempo innovativo per essere riuscito ad inserire il suo privato nel flusso di parole delle sue canzoni quando il web, attraverso i blog, iniziava ad essere il diario personale di tutti. Alla fine di questo ventennio a far sentire la sua voce è una giovane artista che nel Duemila non era ancora nata: Madame, tra i big in gara quest’anno a Sanremo. «Lei fa parte di una generazione molto contemporanea di figure artistiche che sta trovando un altro modo di raccontare e di utilizzare la parola all’interno delle canzoni – spiega l’autore del libro -. Spesso le viene fatta la critica di mangiarsi le parole, come se il farsi capire fosse obbligatorio. [/mark] Il suo modo di cantare risponde al modo in cui un diciottenne oggi ritiene naturale esporre un concetto e credo che Madame vada proprio a parlare a quel tipo di pubblico e a farlo in un codice che è esattamente quello che è richiesto oggi, tra l’altro è un codice femminile. Secondo me lei ha il potere innovativo che poteva avere Mahmood quando è uscito, ma superiore». [/mark]

Secondo il critico Vincenzo Rossini, le canzoni “non sono mai del tutto di chi le ha scritte ma sono corpi chimici che si compongono e si dissolvono” intorno al sentire popolare

La giovanissima artista è arrivata ottava a Sanremo 2021, ma a una settimana dalla fine del Festival la canzone Voce è tra le più ascoltate su Spotify ed Apple Music, insieme ai Måneskin, ai secondi classificati Fedez e Francesca Michielin, e al tormentone di Colapesce e Dimartino, arrivati appena sotto il podio. «Loro sono la vera rivelazione del Festival. Nel libro ci sono diverse schede a loro dedicate, ma anche se non hanno fatto parte di quel giro che può essere considerato mainstream, le loro canzoni hanno un potenziale popolare molto forte – afferma Rossini – Musica leggerissima è riuscita a interpretare perfettamente il sentimento di tristezza e la mancanza di leggerezza senza mai menzionare la questione della pandemia ed è il classico pezzo che si definisce a rilascio lento: tu l’ascolti la prima volta e pensi sia carino, la seconda volta inizi a recuperare il motivo e la terza diventa qualcosa che ti si appiccica addosso e non puoi più farne a meno». Da una settimana la canzone è in testa alle classifiche EarOne, Radio airplay e Top 50 e Top 100 Italia su Spotify; è la più trasmessa in radio e la più virale sui social dove le scene di ballo più celebri di film e serie tv vengono montate a tempo di “metti un po’ di musica leggera perché ho voglia di niente, anzi leggerissima”.

«Come accade sempre le canzoni non sono mai del tutto di chi le ha scritte, diventano qualcos’altro e la parte più bella è quando le usi come dei corpi chimici che cali in una soluzione e osservi come si dissolvono – dice Vincenzo –. Colapesce e Dimartino potrebbero quasi aver esaurito del tutto l’onda e magari tra un mese non ne potremo più. Chiamami per nome di Fedez e Francesca Michielin adesso è la canzone con i numeri più alti di streaming su YouTube – 10 milioni di visualizzazioni – ed era impensabile che non fosse così dato il potere digitale di Fedez e di Chiara Ferragni, ma bisogna vedere se col tempo si ha voglia di riascoltarla. In generale però, secondo me, sono tante le canzoni che resteranno. Rimarranno i Coma Cose con Fiamme negli occhi, un pezzo anche questo a rilascio lento che si instaura nella mente e richiama tante cose che uno ha già visto: io li vivo come una sorta di Albano e Romina indie, un amore molto tenero in un contesto della Milano dei Navigli, anno 2010,, con un linguaggio che è proprio del mondo metropolitano. Rimarrà Willie Peyote, con Mai dire mai, che è stato in grado di portare la sua voce critica a Sanremo e di far comprendere a tutti il suo rap. Resterà Irama con La genesi del tuo colore, un pezzo molto pompato, energizzante e anche un po’ futuristico, anche se secondo me lui puntava a vincere il Festival. Persino Aiello, che è stato oggetto di un meme con Ora, potrebbe diventare un fenomeno. Alla fine la storia di Sanremo è piena di pezzi che hanno vinto e che poi sono stati superati, infatti il vero Festival a volte è proprio il post-Sanremo».