«Tempi difficili per i sognatori» dicevano alla dolce Amélie Poulain (al secolo Audrey Tautou) ne Il favoloso mondo di Amélie di Jean-Pierre Jeunet. A distanza di ben 19 anni dall’uscita della pellicola francese, questa frase suona ancora molto attuale. Per la generazione under 30 sognare è più che mai sconsigliato, quasi vietato. Tra pragmatici e razionali, sembra non esserci posto per creativi e fantasiosi. Fortunatamente però, non esiste regola senza eccezione e Salvatore Vignola è una di queste.

Classe ’91, trasferitosi a Milano dalla Basilicata, questo alto ragazzo dai capelli corvini ha deciso di inseguire il sogno di quando era bambino fondando nel 2016 il proprio omonimo brand. Facendosi strada per il mondo a tratti spietato della moda, solito a non far sconti a nessuno, nel giro di quattro anni è diventato uno dei nomi emergenti della fashion scene milanese. Un percorso, il suo, che ama definire «naturale, già scritto e per nulla inaspettato». «Avevo organizzato quasi tutto già venti anni fa e ogni passo in avanti che ho fatto non mi ha mai sorpreso più di tanto» ammette molto sinceramente Salvatore. «Avevo degli obiettivi ben chiari e ho sempre lavorato con metodicità per realizzarli».

 

Le ore di disegno e di sartoria giornaliere, l’amore per i tessuti, il continuo aggiornamento e la grande attenzione al presente – «Lo stilista veste il tempo attuale e la differenza tra chi riesce e chi no è stare dentro al periodo in cui viviamo» – sono solo alcuni aspetti della sua vita quotidiana.Portando sulle proprie spalle tutto il peso del giovane brand, nel 2018 Salvatore è entrato a far parte del calendario ufficiale della Milano Fashion Week e ha così presentato a stampa e buyers la sua collezione lancio, Teatro al Mucchio. Quest’anno è stato invece uno dei cinque designer scelti dalla Camera Nazionale della Moda Italiana per il Fashion Hub Market 2020. Sebbene da giovani non si seguano le tempistiche delle grandi maisons – «Loro preparano la sfilata in tre settimane, io, che non ho un’equipe al mio fianco, ci impiego sei mesi» – a chi crede che la vita di uno stilista emergente sia fatta di divertimento e feste, Salvatore risponde forte e chiaro: «Prima della fashion week seguo sempre e solo un unico mantra: lavoro, lavoro, lavoro». «Gli ultimi 20 giorni – continua  -li trascorro in sartoria a cucire e a organizzare lo shooting per la campagna pubblicitaria. Organizzo il moodboard, stabilisco i prezzi degli abiti e contatto fotografi, agenzie, truccatori». Sì perché un’altra parte fondamentale del lavoro dello stilista under 30 è quella dei contatti, delle pubbliche relazioni, da intessere e coltivare tra «uscite, presentazioni e vernissage».

Per mezzo di trasparenze, tulle, tagli asimmetrici e contrastanti sfumature neon su sfondo nude, ogni capo di Salvatore racconta una quotidianità “filtrata”.«L’abito – spiega – deve raccontare quello che vedi, le esperienze personali e più vivi la tua vita intensamente, più racconti qualcosa di interessante». L’aspetto onirico dei suoi vestiti si riconduce al suo personalissimo modo di intendere la realtà: «Tutti mi dicono di essere esagerato ma ciò che racconto non è altro che il modo, appunto esagerato, di come io vivo la quotidianità» ammette. «Non mi voglio paragonare a Alejandro Jodorowsky – trovo che lui sia un genio – ma per me è un po’ come vedere un suo film. Lui si racconta con quello sguardo da bambino capace di cogliere atti quotidiani in maniera grandiosa e secondo me un creativo ha, e deve sempre avere, questo lato sentimentale più accentuato».

La Basilicata è un modo personale di raccontarmi: ne traggo ispirazione perché l’ho vissuta

Insieme ai riferimenti al presente, altro punto focale delle sue collezioni e campagne è la terra natia: «Il mio background creativo arriva dalla Basilicata, una regione veramente poco valorizzata ma ricca di storia, tradizioni e leggende interessanti». «Valorizzare e rendere noto questo territorio però – tiene a sottolineare Salvatore  – non è il mio unico scopo. Per me infatti la Basilicata è un modo personale di raccontarmi, ne traggo ispirazione perché l’ho vissuta. Ripenso, ad esempio, a quando mia nonna mi faceva il malocchio o a quando andavo al corpus domini. Gli odori, i sapori e i colori che narro sono quelli che ho vissuto io e nessun altro».

 

Amati da cantanti e star del pop – da Myss Keta a Joan Thiele, passando per la giovanissima rapper Chadia solo per citarne alcuni – i vestiti di Salvatore sono indossati, oltre che nei servizi fotografici delle riviste patinate di moda, anche nei video musicali, durante concerti e shows. «Le collaborazioni con gli artisti si creano da sole» continua lo stilista «sono amici o persone con le quali mi sono trovato super bene, che ho coinvolto nei miei progetti o viceversa. È il lavoro dei miei sogni perché non devi pensare ad una collezione ma puoi giocare di più, puoi osare. Inoltre si instaura un rapporto umano diverso: mentre la modella si può plasmare, far diventare la tua visione, con l’artista costruisci qualcosa insieme, c’è uno scambio, un 50 e 50».

Costatando con un po’ di amarezza la situazione della moda italiana nei riguardi dei giovani stilisti – «credo che dal punto di vista vendita non ci sia un vero e proprio contenitore che ci possa aiutare» –, Salvatore si dice pronto a rallentare la sua corsa e fare piccoli passi indietro per dedicarsi maggiormente e investire su di sé in maniera più consapevole. Come si vede nel futuro? Due sono i sogni ancora da inseguire: lavorare sul “su misura” per celebrities e dare avvio ad un nuovo modo di fare shopping, «un fast fashion di alta moda».«Mi piacerebbe – svela  -aprire un atelier multifunzionale e poli-artistico, con negozio e annessa sartoria, dove poter presentare ogni giorno cose nuove e ospitare amici, artisti ed eventi».