Nel mondo ogni anno vengono sprecate 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, circa un terzo di tutto ciò che viene prodotto.  Con questo scarto si potrebbe sfamare per quattro volte tutta la popolazione mondiale denutrita stimata.Guardando all’Italia, la situazione non è migliore: annualmente ogni singolo cittadino butta 30 chili di alimenti, uno dei dati più alti della media europea. È proprio dall’urgenza di risolvere un problema in costante peggioramento che a Milano nasce Recup. Recup è un progetto che opera nei mercati della città per combattere lo spreco alimentare e l’esclusione sociale.

Recup è un progetto nato nel 2016 per diminuire lo spreco alimentare nei mercati cittadini e per recuperare valore sociale. A Milano, l’iniziativa è cresciuta durante la pandemia, si è allargata all’Ortomercato centrale e coinvolge varie categorie sociali ed enti solidali. Tra le attività dei volontari, adesso anche iniziative educative per i bambini

Rebecca Zaccarini è il nome della studentessa che nel 2014 ha fondato l’attività. La ragazza si trovava in Erasmus in Francia quando, per la prima volta, decise di prendere parte a dei gruppi di recupero del cibo nei mercati. Rebecca si accorse del grande spreco che veniva fatto in questi luoghi e così, al suo rientro in Italia, decise di continuare questa pratica adattandola alla realtà locale.Ed è così che l’idea semplice di una ragazza intraprendente ha permesso nel 2016 la nascita ufficiale dell’associazione a promozione sociale (APS) Recup.

Ma è nello slogan dell’Associazione che è racchiuso il senso più profondo dell’iniziativa: “il cibo che perde valore economico, acquista valore sociale”.Recup crede che il cibo sia un bene appartenente a tutti ed è un bene dotato di un certo valore economico, soprattutto nell’attuale società di mercato capitalista. Quando del cibo invenduto viene buttato è inevitabile la perdita di profitto da parte dei commercianti, ma Recup nel suo piccolo si pone l’obiettivo di rimediare a tutto ciò. In che modo? Dando a quel cibo un valore sociale.

“Ciò che facciamo nei mercati è recuperare la frutta e la verdura che i commercianti non vendono, selezionarla e poi distribuirla in modo equo a tutti i volontari partecipanti all’attività”. A parlare è Lorenzo Di Stasi, giornalista freelance, dal 2017 responsabile comunicazione nel direttivo di Recup.Lorenzo spiega che l’associazione è stata fin da subito attiva sia rispetto al tema dello spreco alimentare, sia riguardo l’esclusione sociale. I volontari di Recup non sono solo pensionati, lavoratori, giovani studenti e gruppi scout, ma anche persone ai margini della società, costrette a “scavare nei rifiuti”. Ed è proprio questo variegato gruppo di partecipanti a distribuire il cibo recuperato durante l’attività del mercato. “Noi non facciamo la carità, ma vogliamo favorire quanto più possibile favorire la partecipazione attiva dei cittadini”, dice Lorenzo. La partecipazione al progetto negli ultimi due anni è raddoppiata, complice anche la maggiore attenzione della popolazione al tema dello spreco e della sostenibilità ambientale.

Foto (2) - Claudio Manenti

La crescita del numero di soci e volontari è stata esponenziale durante la pandemia da Coronavirus, dal 2020: in questo periodo “le persone erano a casa e avevano più tempo sia per riflettere che per dedicarsi al bene della comunità”, dice Lorenzo. Questa situazione che ha permesso a Recup di accedere all’Ortomercato di Milano, collaborando con il Comune stesso e con So.Ge.Mi (società che gestisce i mercati agroalimentari all’ingrosso della città) nella preparazione di borse spesa indirizzate a 5mila famiglie in difficoltà. La materia prima è proprio il cibo destinato alla spazzatura. “Durante il lockdown i nostri obiettivi erano tre: dare sostegno alimentare, portare per quanto possibile un po’ di compagnia nei momenti di consegna del cibo alle persone più sole e continuare la lotta allo spreco alimentare”, racconta Lorenzo.

Rispetto ai primi anni di attività, Recup oggi riesce a raccogliere grandi quantità di alimenti e i soli volontari spesso non bastano più a smaltirli tutti.“Il secondo obiettivo sarà consegnare il cibo recuperato e che avanza ad associazioni del terzo settore, che si occuperanno in seguito di distribuirlo alle persone bisognose”, specifica Elena Volturo, altro membro del direttivo di Recup. La giovane spiega che Recup collabora con diverse organizzazioni non profit, in modo particolare con la Croce Rossa e il Banco Alimentare di Milano.

Dal 2016 l’associazione è riuscita a raccogliere e distribuire in modo gratuito oltre 130 tonnellate di prodotti ortofrutticoli ancora commestibili, che altrimenti sarebbero stati buttati via: un contributo prezioso e fondamentale per l’ambiente. Secondo un recente studio dell’Onu, infatti, lo spreco alimentare risulta responsabile di circa il 10 percento delle emissioni di gas serra: il cibo da eliminare necessita di svariate operazioni di smaltimento e questo contribuisce in modo significativo all’aumento delle quantità di CO2 nel pianeta. “Noi facciamo tutti i giorni del nostro meglio per contrastare l’impatto ambientale” dice Lorenzo. E aggiunge: “Io nel mio piccolo ho smesso di usare la plastica, sto attento nel fare la spesa e nel guardare le date di scadenza dei prodotti che utilizzo”. Azioni semplici, ma in grado di fare la differenza.

Lorenzo ha iniziato la sua avventura con Recup nel 2017 e racconta di essere stato “accolto a braccia aperte” al mercato comunale di viale Papiniano: uno dei più grandi tutt’ora presenti a Milano, nonché il primo mercato in cui, solo un anno prima, Rebecca diede inizio a Recup.“Il forte impatto del progetto su questioni quali lo spreco, l’esclusione sociale e l’ambiente, ma anche i sorrisi e la felicità di chi partecipa al progetto e crede in ciò che stiamo facendo: è questo che mi dà la forza e mi permette di continuare per questa strada”, spiega Lorenzo. Il suo entusiasmo è anche quello di tanti altri giovani, stimolati ormai ogni giorno da parole, slogan, pubblicità, immagini e attività di sensibilizzazione portate avanti da svariate aziende per la creazione di una società a impatto ambientale pari a zero.

Foto (1) - Claudio Manenti

È questo il caso di Giorgio, avvocato e da pochi giorni volontario di Recup insieme ad altri otto colleghi:“Siamo l’ufficio legale di una società di consulenza e il nostro responsabile ha deciso di organizzare un’attività di team building per migliorare il nostro modo fare squadra”, spiega, mentre trasporta una cassetta di verdura nel punto di raccolta di Recup. “Dentro questa cassa ci saranno venti finocchi buoni e uno marcio: mi sono reso conto solo ora, grazie a questa iniziativa, di quanto cibo si sprechi nei mercati”, continua Giorgio. Sia lui che i suoi colleghi sono entusiasti di ciò che stanno facendo, ma tutti sostengono anche che Recup dovrebbe diventare un vero e proprio ente con dipendenti stipendiati: “Sarebbe una soluzione per diminuire in modo davvero consistente lo spreco alimentare”, dicono, d’accordo l’uno con l’altro. Dello stesso parere è Lorenzo che ritiene Recup sempre più impegnativa sia per il direttivo che per i volontari: “L’attività è in crescita, necessita di tempo ed è giusto che chi ci lavora riceva un compenso anche economico”, dice.

Ma l’associazione non si occupa solo di “azione”, bensì anche di “educazione” nelle scuole, con i bambini. Con e per loro Recup organizza dei laboratori di colori: attività ludico-creative in cui un gruppo di volontari si diverte a creare degli acquerelli per disegnare. “Questi colori si ottengono cuocendo con dell’acqua le bucce di frutta e verdura riciclate”, spiega Lorenzo. Lo scopo è educare e informare i più piccini sul valore del cibo, attraverso il gioco. E se l’obiettivo finale dei ragazzi di Recup è quello di apportare un cambiamento concreto rispetto a spreco alimentare, emarginazione sociale e sostenibilità ambientale, allora puntare sul futuro appare una strategia vincente sia per il pianeta che per la comunità. Del resto, il futuro è già nelle mani dei bambini.

 (Immagini copyright Claudio Manenti, per gentile concessione dell’autore)