«Per la leadership femminile sono ottimista». Voce squillante, tono rassicurante. Avvolta nella sua giacca bianca tappezzata di fogli di giornale, Rawan Damen si racconta al pubblico della sala Notari, cuore del Palazzo dei Priori. La direttrice di Arab Reporters for Investigative Journalism (ARIJ) porta a Perugia i suoi 25 anni di esperienza in televisione, dove ha realizzato per Al Jazeera oltre 200 documentari di inchiesta. Dalle carenze scolastiche in Giordania, alle lacune nel sistema giuridico egiziano, Rawan indaga, con il suo network di 30 giornalisti proveniente da 8 Paesi arabi, le questioni più urgenti con longform, dati e visualizzazioni. Rawan rappresenta la possibilità concreta per una donna di diventare una leader, anche in Paesi dove la democrazia e la libertà di stampa sono assenti.

Rawan Damen alla 17esima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, aprile 2023.

Com’è iniziata la tua carriera?

«Ho studiato media e sociologia in Palestina 20 anni fa. Ho finito nel 2001 e ho iniziato a lavorare in tv come anchor woman. Mi sono specializzata in documentary filmaker a Leeds, in Inghilterra».

Hai detto di essere ottimista, ma qual è lo stato in cui versa il giornalismo investigativo nei media arabi?

«Il giornalismo investigativo è sotto minaccia ovunque ma soprattutto nei media arabi perché ci sono regimi autoritari che non vogliono raccontare quello che fanno, a cominciare dalla corruzione, dalle politiche che favoriscono l’inquinamento climatico, dal traffico di denaro. Il giornalismo investigativo è pericoloso perché smaschera il potere. Per questo negli ultimi 10 anni è difficile praticarlo».

Le nuove generazioni sono pronte ad avere leader donne?

«Sì, stanno cambiando le opportunità. Le ragazze nelle regioni arabe stanno frequentando sempre di più le università. Penso a mia nonna che ha studiato ma non ha frequentato l’università, mentre mia mamma si è specializzata e ha lavorato come economista per 25 anni. La mia generazione è pronta. Abbiamo bisogno di rafforzare i sogni delle ragazze, dare loro le stesse opportunità. Questo, tuttavia, non vale per tutte le classi sociali: quella media e alta sono più propense a farlo. Occorre dare incentivi. Talvolta quello che blocca le donne a lavorare è la mancanza del trasporto pubblico, di assicurazione medica, di garanzie sociali. Capita così di trovare donne formate che però non lavorano. Nella regione dove vivo solo il 12% delle donne lavora. È anche una questione economica perché le donne non riescono a pagare con il loro reddito un aiuto per gestire i figli, così le famiglie pensano che sia più comodo che a lavorare sia l’uomo, mentre la donna gestisce la casa».

Rawan Damen durante il panel “Media arabi indipendenti. La parola alle donne” alla 17esima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, aprile 2023.

Nelle redazioni è sempre più difficile mantenere un equilibrio tra carriera e salute fisica e mentale?

« Occorre investire veramente nella salute mentale e fisica. Sfortunatamente molte redazioni non curano questo aspetto pensando che la sicurezza digitale sia la questione più importante. Se non si investe nella salute mentale, non si riuscirà a portare a termine i propri lavori, soprattutto quando si coprono zone di guerra o si raccontano storie in territori dove occorrono la massima attenzione e conoscenza dei problemi di quell’area. Altrimenti il giornalista rimarrà traumatizzato e lascerà la carriera».

Come possono i media continuare ad essere indipendenti?

«I media devono avere una molteplicità di canali dove prendere i fondi. Altrimenti la fonte singola imporrà la sua linea editoriale. Per questo occorrono diverse fonti da cui ricavare un piccolo ammontare di risorse. Sarebbe opportuno avere come punti di riferimento diverse fondazioni filantropiche e vari modelli di business. Al contrario i regimi hanno dalla loro parte gli uomini di affari e di potere e per questo non supportano i media indipendenti. Con l’ARIJ teniamo ogni anno un forum per aiutare i freelance a fare network e prepararli ad affrontare situazioni di rischio e stress».

Cosa consiglia ad un giovane che vorrebbe avvicinarsi alla professione giornalistica?

«Per prima cosa, la curiosità. Essere curiosi è la cosa più importante. Poi occorre avere la capacità di cercare le informazioni e di credere in sé stessi. Bisogna credere nella propria forza. Solo così si riesce a sopportare la stanchezza. Non bisogna ascoltare le persone che ti dicono che non ci riuscirai. Quello che mi fa andare avanti è l’impatto che le inchieste hanno sulle vite delle persone. Ad esempio, abbiamo fatto un’inchiesta sulle ambasciate yemenite in Europa, che richiedevano alle donne yemenite che vogliono rinnovare il passaporto la presenza di padri e fratelli, sebbene in Yemen non siano necessari. Dopo la nostra inchiesta le ambasciate hanno rimosso questa clausola e le donne yemenite possono compiere questa operazione da sole. Un cambiamento che ci dà speranza. Il giornalismo d’inchiesta insegna a pensare in grande, che le cose che accadono in Egitto o in Marocco hanno delle ripercussioni anche in altri Paesi».