Un monumento alla memoria di Milano come città d’acqua: pontili di legno, una doppia passeggiata alberata e un grande specchio azzurro, riempito dall’acqua del Ticino. È così che dovrebbe presentarsi la nuova Darsena, quella progettata daJean-François Bodin assieme a Edoardo Guazzoni,Sandro Rossi Paolo Rizzatto. Tutto è nato dal Bando internazionale promosso dall’amministrazione di Milano nel 2003, a cui hanno risposto decine di Studi di architettura. Ricorda l’architetto Guazzoni: “Per noi è stato il prosieguo di un’attività nata anni fa, di un’associazione non formale di architetti milanesi. Era ovvio che ci volessimo dedicare ad un tema così centrale per la nostra città, con una ricerca che è partita proprio dall’analisi dell’architettura e della morfologia di quella parte di Milano”.

Un’analisi a cui ognuno ha avuto modo di dare il proprio contributo specifico. C’è chi, come l’architetto Rizzatto si è occupato principalmente delle luci e dell’arredo urbano e chi, come Sandro Rossi, ha portato un contributo che viene dalle esperienze dirette dei luoghi e delle tematiche. “La mia esperienza nasce dal Vigevanese – racconta Rossi – È un’esperienza che parte dal Ticino, la cui acqua poi arriva fino alla Darsena. Bodin ha portato un respiro internazionale, un confronto con quanto è stato fatto in Francia e in particolar modo a Parigi”.

 Ma come si opera quando ci si trova a dover riprogettare un luogo che – pur non essendo antico – ha valenze simboliche così importanti? “Per noi è stato fondamentale partire dalla storia della Darsena, e da come questa parte di Milano è cambiata negli anni. È un tratto di città fatto d’acqua, con una sua natura specifica di paesaggio tecnico, che era un porto anche prima che il “manufatto darsena” fosse costruito – continua Rossi – Basta pensare che lì scorreva il Naviglio Grande, che la Porta del Cagnola non era altro che un ponte, che c’era la Conca di Viarenna. Anche le stesse mura avevano in un certo senso una funzione di argine rispetto alle acque: con il loro bastione rappresentavano uno dei pochi confini sicuri di un tratto di Milano che non ha mai avuto una delimitazione ben definita”.

 E infatti, andando a spulciare fra vecchie planimetrie e mappe, l’innesto del Naviglio Grande in città assume a seconda dei secoli dimensioni e forme diverse, fino a trovare una definitiva strutturazione con la costruzione, fra la prima e la seconda metà dell’Ottocento, della Darsena vera e propria. “Ma non bisogna cadere nell’errore di chi la considera soltanto un manufatto industriale – ammonisce Guazzoni – Paradossalmente, per quanto non sia veramente antica, è un luogo che conserva la memoria di ciò che c’era precedentemente, con il letto del naviglio appena fuori dalle mura. È una costruzione inserita in un contesto, conserva la memoria di ciò che c’era prima e ne perpetua i valori”.

 E proprio la perpetuazione di questi valori è diventata una delle tematiche principali del progetto del gruppo Bodin: uno dei punti che ha messo subito d’accordo tutto il gruppo di lavoro – sia i “milanesi” che l’architetto di fama internazionale – è stato proprio la necessità di non snaturare il luogo, ma anzi, di evocarne il passato e di rendere conto dei suoi legami territoriali. L’idea è quella di dare alla superficie della Darsena una valenza quasi monumentale nei confronti di quella Milano dei Navigli che ormai appare difficilmente recuperabile e, per farlo, gli accorgimenti sono stati diversi.  In primis, la scelta di non andare a intervenire pesantemente sull’esistente, limitando l’intervento progettuale a una sistemazione della zona e successivamente l’inserimento di alcuni elementi che fossero contemporaneamente d’arredo e funzionali, e che ricordassero quello che era l’uso del porto.

“Due esempi sono lo “sperone” e i pontili di legno – si illumina l’architetto – Con lo “sperone” che abbiamo usato per definire chiaramente la sponda nord volevamo rievocare due elementi: vista la forma e la sua direzione, ricorda la presenza in quel punto delle mura spagnole, di cui segue l’allineamento. È un tributo alla forma poligonale di Milano e riassume in sé il tema del muro da Porta Genova a Porta Ticinese e del muro d’attracco dei barconi. Al tempo stesso ricorda anche i “pennelli” tipici del Ticino e di molti fiumi lombardi che, protesi verso il centro del corso d’acqua, ne correggono lo scorrere. Anche i pontili di legno che compongono le passeggiate sulle due sponde e si protendono verso il centro del bacino sono lì a ricordare cosa era quel luogo”.

 Ma i pontili sono anche la   soluzione per un altro problema: l’aerazione del parcheggio sotterraneo che dovrebbe trovare posto sotto lo specchio d’acqua, e dalla cui realizzazione sono partite l’idea e la necessità di andare a riprogettare anche la parte superficiale. “L’autosilo sotto la Darsena poneva dei grossi vincoli al nostro lavoro, soprattutto perché era già in parte progettato – spiega Rossi – In questi casi le problematiche a cui è più complicato rispondere sono due: le rampe e l’aerazione”. Nell’affrontare il rapporto fra riqualificazione superficiale e ipotesi di parcheggio, il pool di Bodin ha scelto di agire in maniera più neutra possibile, senza intervenire su ciò che il Comune aveva già ipotizzato per la realizzazione dei posti auto ma anzi piuttosto cercando di conciliarlo con l’idea che volevano dare del luogo. “In questo ci è stato di grande aiuto l’architetto Bodin che vedeva la situazione in maniera più distaccata rispetto a noi. Abbiamo modus operandi diversi, ma ugualmente disponibili al confronto, e proprio integrando i due è nata l’idea di fornire l’aerazione attraverso le grate dei pontili di legno. Il tentativo era proprio di fondere, tenendo l’acqua come filo conduttore, elementi innovativi ed elementi di memoria e fare in modo che tutti assieme rinviassero al senso di quel mondo, del mondo delle costruzioni con l’acqua”.

 Tutto ciò, però, si è fermato assieme ai lavori del cantiere per il parcheggio e alle proteste di alcune associazioni di cittadini che in questo modo vedono la Darsena profanata. “E io davanti a questo – si lamenta l’architetto Rossi – provo una grande tristezza, un senso di impotenza. Penso si possa essere fortemente critici nei confronti sia dell’amministrazione sia di chi solleva perplessità verso il parcheggio, perché la situazione precedente ai lavori non era una soluzione accettabile per la zona. Ora il cantiere ha messo in luce la crisi, ma già prima si sarebbe dovuto fare qualcosa per restituire alla Darsena la dignità che merita”.

  di Matteo Buffolo