Sono giorni difficili in cui parlare di tecniche di PMA (Procreazione Medicalmente Assistita). Da un lato il Vaticano pubblica un documento del Dicastero per la Dottrina della Fede intitolato “Dignitas infinita”, che inserisce tra le violazioni alla dignità umana anche la maternità surrogata. «Attraverso di essa– si legge nel documento –, il bambino, immensamente degno, diventa un mero oggetto. Questa pratica lede gravemente la dignità della donna e del figlio. È fondata sullo sfruttamento di una situazione di necessità materiale della madre. Un bambino è sempre un dono e mai l’oggetto di un contratto».

Dall’altro lato la politica, con in testa Giorgia Meloni, minaccia di rendere questa forma di procreazione assistita reato universale, ovvero perseguibile in Italia anche se commesso all’estero. «Auspico che la proposta venga approvata quanto prima – ha detto la premier al convegno tenutosi al Tempio di Adriano e organizzato dalla ministra per la famiglia il 12 aprile –. Potrebbe bastare qualche settimana. In commissione Giustizia al Senato sono in corso le audizioni sul testo, presentato da Fdi e già approvato dalla Camera a fine luglio in prima lettura».

Tutto questo accade a vent’anni dall’introduzione della legge 40 del 2004, divenuta nota con la nomea di “legge dei divieti”, tramite la quale non soltanto è stata resa illegale questa pratica nella forma commerciale, con la possibilità di punire chiunque realizzi, organizzi o pubblicizzi la commercializzazione dell’utero surrogato (GPA), ma ha anche regolamentato e limitato drasticamente l’accesso a tutte le altre tecniche di PMA.
Perché, però, c’è chi ricorre a queste pratiche e in cosa consistono?
«Ho avuto mia figlia grazie alla scienza – racconta Simona, una signora che ha scelto un parziale anonimato e ha gentilmente accettato di parlarci della sua esperienza di fecondazione assistita –. Avevo un forte desiderio di maternità: era una cosa che io e il mio compagno desideravamo tantissimo. Non credevo che la possibilità mi fosse preclusa, ma purtroppo l’orologio biologico ticchetta e non sempre il momento giusto per provare ad avere un figlio corrisponde al periodo in cui si è fertili. Prima di avvicinarmi alla fecondazione assistita tentai l’adozione, ma è un calvario, un percorso molto difficoltoso: ti passano ai raggi X, studiano te, il tuo compagno, la tua famiglia, chiedono colloqui anche con i tuoi genitori. I miei, all’epoca, erano anziani e fragili e non me la sentii di coinvolgerli».
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Simona decide così di ricorrere alle tecniche di PMA. Queste possono essere di primo, secondo e terzo livello: le prime sono meno invasive e avvengono direttamente all’interno dell’apparato genitale femminile; le altre sono più complesse e prevedono che la fecondazione avvenga in vitro.
«Portare a compimento questi percorsi non è una cosa facile. Forse le persone che sono contrarie pensano che sia tutta una passeggiata, un gioco, ma lo sforzo fisico e mentale è immenso. Se si arriva a farne ricorso è perché c’è un desiderio importante, un malessere che si deve avere la possibilità di risolvere. Per tre volte utilizzai l’inseminazione intrauterina semplice, una tecnica di primo livello che prevede l’introduzione del seme maschile nella cavità uterina riproducendo pressappoco l’atto naturale. Mi somministrarono un farmaco per aumentare la produzione di ovuli, ogni donna ne produce un certo numero e si costringe l’organismo a produrne molti di più. Ciò comporta uno sforzo fisico molto forte, e da un punto di vista mentale ogni fallimento pesa come un macigno».

Il governo Meloni si appresta a modificare la legge 40 che norma la procreazione assistita per perseguirla come reato universale, in modo da tracciare pratiche eseguite nei Paesi esteri. Ecco chi è contrario a questa modifica e perché

Proprio perché queste tecniche mettono molto sotto sforzo il corpo della donna, devono essere diluite in un lungo periodo. Così facendo, gli anni passano e la possibilità di poter concepire un figlio si fa sempre più remota. Simona passa così alle tecniche di secondo livello: «La prima esperienza fu terribile. Dovetti rivolgermi a un centro privato perché nel pubblico non ero accettata a causa dell’età – circa 38 anni –: la pratica consisteva nell’utilizzo di una siringa per delle iniezioni sottocutanee sull’addome, attraverso le quali ti pungevano i follicoli per acquisire gli ovuli. Mi fecero tutta la procedura senza anestesia. Non c’era una sala operatoria: mi fecero sdraiare su un tavolo e mi trattarono come carne da macello. Tutto ciò non potrebbe mai accadere nel pubblico: il fatto di vietarne la possibilità, secondo me, non fa altro che condannare tante donne non solo a spendere ingenti quantità di denaro, ma anche a rischiare la propria salute in casi come questi. Ovviamente parlo per la mia esperienza personale di tanti anni fa: non so se sia ancora così, ma sicuramente rimane il fatto che se la pratica fosse più accessibile si risolverebbero tanti problemi di tempo e psiche per le coppie».
Le difficoltà, oltre che fisiche, sono infatti soprattutto mentali e influenzano molto sia la donna che la coppia: «Ti senti malissimo. Purtroppo viviamo ancora nel retaggio culturale che la maternità sia necessaria per definire la femminilità. Non riuscire ad avere un figlio ti fa sentire un po’ umiliata, come se non fossi davvero una donna. Come se fossi sbagliata, rotta. Molte coppie durante il percorso di fecondazione assistita scoppiano: è un suicidio. Inizialmente la si affronta a cuor leggero, ma più vai avanti e più è usurante da un punto di vista psichico. Hai delle speranze, delle aspettative, e quando la cosa non funziona ti si presenta il conto sotto forma di sangue mestruale. Ti chiedi se hai fatto bene a provarci, se ne vale la pena. Ci pensi in continuazione e, anche nel rapporto di coppia, questo incide molto. Ti senti sotto pressione per le aspettative dell’altro e ti senti meno donna oppure puoi arrivare a incolpare il tuo compagno per non essere riusciti a procreare. Insomma, è un percorso davvero difficile e stremante e c’è un investimento emozionale importante».

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Fortunatamente, dopo aver provato in altre due strutture, Simona riesce a completare il ciclo e a rimanere incinta. Ed ora, a più di venti anni di distanza e con sua figlia accanto, dice: «Vorrei che queste possibilità non venissero demonizzate e se ne parlasse di più per aiutare tutte quelle donne che si sentono rotte o “malformate”per capire che non è così e che possono ricevere un aiuto. Io sono fiera di dire che è grazie alla scienza se ho avuto mia figlia».

I cambiamenti nella legge 40

Ad oggi, la legge 40 è stata quasi del tutto smantellata, in gran parte per l’intervento dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, che dalla sua introduzione si è battuta per permettere alle coppie di fare ricorso alle tecniche di PMA e a difendere la libertà di ricerca scientifica.
«Questa legge effettua volutamente una confusione nella sfera dei soggetti di diritto – dichiara Filomena Gallo, avvocata e segretaria nazionale dell’Associazione, da sempre in prima linea per la modifica della legge 40 –. Il concepito diviene un’entità autonomamente considerata che entra in contrasto con quella soggettività che solo alla nascita si acquisisce ai sensi dell’articolo uno del codice civile. Questa legge, nella sua forma originale, prevede l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita solo per le coppie infertilisterili e non anche per quelle fertili portatrici di malattie trasmissibili per vie genetiche; vieta la produzione di più di tre embrioni; vieta la fecondazione eterologa e la commercializzazione di utero surrogato; e impone un assoluto divieto di accesso a queste tecniche per le coppie dello stesso sesso e a persone singole. Inoltre, è vietata la sperimentazione sugli embrioni non idonei per una gravidanza, prodotti in Italia».

Dopo l’entrata in vigore della norma, e dopo il referendum che non raggiunse il quorum, la legge finisce sul banco degli imputati più e più volte nel corso degli anni. La prima grande vittoria in tal senso avviene nel 2009: «Con la decisione 151 del 2009 la consulta affermò che è costituzionalmente illegittimo l’articolo 14 della legge citata nella parte in cui impone la fecondazione di non più di tre gameti per un massimo di tre embrioni e un unico contemporaneo impianto di tutti gli embrioni prodotti. Queste scelte, infatti, competono al medico e devono essere compiute secondo i principi della buona pratica medica nell’interesse dei pazienti e dell’obiettivo da raggiungere con il loro consenso, e non possono essere frutto di una scelta del legislatore. Poi, dal 2010, sono seguite diverse altre decisioni dei tribunali e della Consulta che hanno consentito l’accesso a questi percorsi alle persone sterili perché il divieto di eterologa è stato cancellato nel 2014 e nel 2015 anche alle coppie fertili portatrici di patologie genetiche per poter accedere alle indagini cliniche diagnostiche sull’embrione prima del trasferimento in utero».

bohSecondo quanto afferma l’avvocata Gallo, da quando la legge 40 è stata modificata dalle sentenze e dalla Corte, nascono circa 14mila bambini ogni anno: «Sono bambini che non sarebbero mai nati e tra questi molti non erediteranno le malattie genetiche di cui i genitori sono portatori o malati. Ci sono però ancora dei divieti da eliminare per rendere la legge 40 una legge finalmente giusta: l’accesso alle tecniche per single e coppie dello stesso sesso, la donazione degli embrioni non idonei per la ricerca scientifica e una regolamentazione per la gravidanza solidale per altri. Un problema importante è ancora rappresentato dalla disparità nell’accesso alle cure tra le Regioni: per esempio, in Lombardia e Toscana è possibile accedere a tutte le tecniche di PMA nel pubblico e nel privato convenzionato, oltre che nel privato. Vi sono regioni in cui nel  pubblico non sono erogate tutte le tecniche di terzo livello: ad esempio, in Sicilia nel pubblico non è erogata l’eterologa per assenza di risorse per importare dall’estero i gameti e non vi sono privati convenzionati. Poi, in alcuni casi, le Regioni non rimborsano la prestazione eseguita in altre Regioni. Ancora, a volte  le coppie scelgono di recarsi nuovamente all’estero, come avveniva prima dell’intervento della Corte costituzione, e tutto ciò determina una discriminazione tra chi può affrontare la spesa necessaria e chi non può. Purtroppo nel nostro Paese c’è ancora un tabù legato a queste pratiche perché, in senso più ampio, abbiamo un problema legato alla sessualità e a tutto ciò che ad essa è collegato: basti pensare che fino al 2017 l’infertilità non era considerata una patologia ed è stata inserita nei LEA, ma ancora manca l’applicazione delle tariffe varate solo a giugno del 2023. Da un lato il legislatore discrimina sulla base di scelte personali come il proprio orientamento sessuale, dall’altro associa le tecniche di fecondazione assistita non a un rimedio che la ricerca pone a nostra disposizione, ma sembra che la consideri una scelta non necessaria per chi non può avere un figlio senza le PMA. Questo è il problema».

E sulla possibilità del governo di rendere la maternità surrogata un reato universale, Filomena Gallo afferma: «Stupisce che il legislatore non sia capace di legiferare: per perseguire un fatto identificato come reato in Italia ma commesso all’estero, quello stesso fatto deve essere considerato un reato anche nel Paese dove è stato compiuto. È un principio di diritto penale internazionale. Questa pratica non può essere definita un reato universale, perché i reati universali vedono una comunità politica internazionale agire per identificare reati come, ad esempio, i crimini di guerra. Nessun Paese ha una legge che li normi. Invece, chi vuole accedere alla GPA si reca in Paesi dove il percorso  è previsto per legge. Questo governo, però,  hai numeri maggioritari per approvare la legge in Parlamento e, se la vogliono, l’avranno; dopo bisognerà capire come dovrebbe essere applicata ed  è certo che ritorneremo nei tribunali a difendere le famiglie che hanno rispettato le leggi dei Paesi dove si sono recati e che non sono criminali ma, per noi, sono genitori a tutti gli effetti».