“To jest wojna”, “è guerra”: è questo l’urlo di battaglia che risuona tra le strade polacche da qualche settimana. Il 22 ottobre, infatti, la Corte Costituzionale ha approvato la sentenza proposta dal Pis – partito conservatore “Diritto e Giustizia” al governo – che apporterebbe restrizioni alla legge sull’aborto, già tra le più severe a livello europeo.

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La vicenda, però, ha le sue radici nella primavera del 2016. Dopo pochi mesi dalla vittoria del PiS alle legislative, la Conferenza episcopale polacca diffonde un comunicato che invita il parlamento a modificare la legge sull’aborto promulgata nel ’93 sotto la presidenza di Lech Walesa. La normativa in questione non prevede l’interruzione di gravidanza per scelta entro le 12 settimane – come nella maggioranza dei paesi UE –, ma solo in tre casi specifici: per stupro o atto illegale, in caso di malattia della madre oppure di malformazione del feto. Per i vescovi polacchi, però, non è abbastanza. «La decisione deliberata di privare un essere umano innocente della sua vita è sempre moralmente malvagia e non può mai essere lecita né come fine in sé né come mezzo per raggiungere un buon fine»: queste le parole dell’arcivescovo Stanisław Gądecki.

E così, quando la questione arriva in parlamento, le donne scendono in piazza, costringendo il leader del PiS Jarosław Kaczyński a fare marcia indietro. Un altro tentativo viene fatto dal governo nel 2018, seguendo lo stesso copione.

Risale a quest’anno– il 2020 – il tentativo più deciso da parte del PiS: saltare il parlamento e arrivare direttamente al Tribunale costituzionale. Questa scelta, inoltre, viene presa in un momento particolare su scala globale. Siamo nel pieno della seconda ondata pandemica del Covid-19, la Polonia è zona rossa e questo comporta limiti delle libertà personali e di circolazione. Non sarebbe difficile pensare che non sia un caso e che il periodo sia stato scelto dal governo per evitare le proteste che negli anni passati hanno portato al retro-front. Questo ipotetico piano strategico, però, non è servito a fermare donne e uomini di ogni età e categoria sociale. Il movimento Strajk Kobiet, infatti, è riuscito a mobilitare l’intero paese come mai fino ad ora: non c’è stata città o centro abitativo senza una manifestazione e la protesta è arrivata anche dentro le chiese, nonostante gli appelli dei vescovi. Oltre il partito di destra Diritto e Giustizia, infatti, l’altro avversario è la chiesa cattolica, che con la campagna pro-life, ha portato all’approvazione della sentenza del Tribunale costituzionale sull’aborto. «Il ruolo della chiesa è importantissimo, e non potrebbe che essere così , visto che la religione cattolica è stata il collante che ha mantenuto vivo il sentimento unitario polacco rispetto agli abusi che questo popolo ha subito nel corso dei secoli. Quindi rimane ancora questo tipo di vicinanza e senso di riconoscimento» afferma Matteo Meloni, giornalista della rivista di geo-politica Eastwest che si è occupato a lungo della questione relativa allo stato di diritto in Polonia. Tuttavia, queste proteste hanno creato una fortissima rottura soprattutto tra i più giovani e la chiesa, verso la quale è nato un sentimento di totale «discredito». L’unico modo in cui il mondo ecclesiastico polacco – alla luce dei recenti avvenimenti – potrebbe continuare a giocare un ruolo chiave sarebbe quello di «riformarsi ed essere più attenta al sentimento e ai bisogni reali del popolo polacco».

Per capire al meglio quale sia la situazione in Polonia vanno specificate due cose. La prima è che il Tribunale costituzionale è composto in larga parte da giudici conservatori, molti dei quali nominati in modo “illecito” con forzature procedurali costate alla Polonia ben due infrazioni da parte della Commissione Europea. La seconda, invece, riguarda l’osmosi esistente tra il PiS e le gerarchie cattoliche: il governo riceve il consenso dalla chiesa, alla quale però deve dare qualcosa in cambio. La sentenza del 22 ottobre è parte di questo “qualcosa”.

Un’altra categoria rilevante in questo contesto e che ha assunto posizioni contrastanti è quella dei medici: «a livello generale – dice Meloni – hanno dimostrato di seguire l’indirizzo governativo sulle decisioni riguardanti l’aborto, tanto da ritardare appositamente alcuni trattamenti». Dall’altra parte, però, sono molti anche i medici che hanno deciso di dissociarsi dalla negazione di questo diritto e sono stati costretti ad andare a lavorare in altri paesi, mettendosi a disposizioni delle pazienti da lontano.

Sono moltissime, infatti, le donne polacche che sono costrette a praticare l’aborto clandestino o andare via dal proprio paese per esercitare questo diritto. Le statistiche ufficiali mostrano che su circa 1100 aborti in un anno, la stragrande maggioranza sono causati da malformazione del feto e solo uno scarso 2,5% per le altre fattispecie (stupro o malattia della madre). Un numero bassissimo, se confrontato al numero di donne tra i 20 e i 44 anni (alla soglia dei 7 milioni nel 2020). «Quindi, laddove questa legge dovesse essere realmente approvata, il diritto all’aborto di fatto in Polonia sparirebbe completamente», conclude il giornalista.

Sulla proposta di legge che restringe quella del’93 sull’aborto, uno dei politici polacchi che sta combattendo in prima linea questa battaglia al livello istituzionale è Barbara Nowacka, presidente del partito “Iniziativa polacca”. Nel 2017 ha ricevuto il premio internazionale “Per la libertà delle donne”, per la sua attività di difesa dei diritti delle donne e aver contrastato ogni tentativo di introdurre un divieto totale dell’aborto.

Nello stesso anno Barbara Nowacka ha proposto il disegno di legge “Save the women”, che prende il nome dal comitato di cui fa parte, per rendere la normativa sull’aborto uniforme a quella europea. Noi di magzine l’abbiamo intervistata per fare il punto della situazione in Polonia. (https://en.federa.org.pl/save-women-bill-with-500-000-signatures-submitted-to-the-polish-parliament/)

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Miss Nowacka, che aria si respira ora in Polonia?

“Le prime due settimane di proteste sono state molto intense, circa centomila persone erano in strada, ora le manifestazioni si sono leggermente ridimensionate. Stiamo tutti sostanzialmente aspettando che il Parlamento si riunisca la prossima settimana. Probabilmente il presidente Andrzej Duda proporrà il suo disegno di legge in base alla decisione del Tribunale Costituzionale, ovviamente i movimenti di protesta non saranno soddisfatti di questa proposta e senza dubbio questa scelta porterà ad ulteriori proteste in tutta la Polonia.”

Cosa ne pensa della decisione di uscire dalla convenzione di Instanbul, che riguarda i diritti delle donne e la loro tutela in merito alle violenze domestiche?

“La decisione non è ancora ufficiale, ma il governo ha girato la convenzione di Istanbul al tribunale costituzionale, per cambiarla in modo che possa essere conforme alla legge polacca. Ovviamente è devastante per le donne vittime di violenza domestica perché a livello legislativo nulla è cambiato al momento, ma simbolicamente sì. Perché? Perché questo è un chiaro messaggio che lo stato polacco non vuole occuparsi di loro.”

La situazione quindi, dalle parole di Barbara Nowacka, è che la Polonia si trova in questi giorni in una sorta di vuoto normativo. Il tribunale costituzionale non ha ancora ufficialmente emanato un verdetto, perciò pur non essendo cambiato ancora nulla, il clima in Polonia è molto teso e l’unica soddisfatta è la Chiesa Cattolica.

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Pensa che il Governo riuscirà stavolta a portare a termine questa legge?

“In realtà l’affare è ancora più complesso, nel senso che questa proposta parte da alcuni gruppi di società civile, perciò il governo non ne è direttamente autore, ma risponde alla loro volontà con una proposta più restrittiva in Parlamento. Cosa succede, che all’interno del governo tra i partiti di maggioranza c’è chi vorrebbe delle restrizioni ancora più severe, ecco perché al momento non stanno arrivando ad un accordo.”

In questo clima, quanto si può dire che la Chiesa sia influente sulle decisioni del Governo?

“Ad essere onesti, a volte sembra proprio che la Chiesa dia dei diktat al Governo, nel senso che è l’unica istituzione prevalentemente compatta su questa legge. C’è da dire anche che c’è una grande parte della politica che non gradisce per niente questi interventi attivi della Chiesa. “

Il dubbio più grande che sorge allora viste le proteste è: perché il governo sta continuando?

“Credo che non tutto il governo sia legato ai gruppi cattolici, inoltre Jarosław Aleksander Kaczyński, leader del partito Pis (Destra e Giustizia) è abituato a guidare il paese con spaccature sociali e alimentando conflitti e penso che loro credano che sia un giusto modo per coprire i problemi reali del paese, come quelli economici e sanitari. La nostra attività in quanto opposizione, sta continuando in Parlamento, in Polonia abbiamo l’immunità e perciò noi parlamentari stiamo aiutando chi nella società civile, che sta manifestando, sta avendo problemi giudiziari, specialmente ragazzi adolescenti.”

 Così, mentre il governo continua imperterrito la sua marcia verso l’abolizione dell’aborto terapeutico, e i vescovi minacciano i manifestanti invitandoli a non avvicinarsi alle loro Chiese in nessun modo, gli stessi manifestanti difesi legalmente da Barbara Nowacka vengono identificati come “centomila persone”. Persone, che però hanno storie da raccontare.

Monika e Martyna sono due ragazze polacche che hanno partecipato alle proteste di Varsavia e in altre città e che da donne, ci hanno voluto raccontare le loro reazioni alla legge contro l’aborto. Entrambe preoccupate del rischio di doversi riversare nelle piazze in un momento in cui il Covid-19 sta contagiando molte persone in Polonia, ma allo stesso tempo ben consapevoli di dover difendere i diritti principali di una donna. Il movimento Strajk Kobiet è stato in grado infatti di bloccare Varsavia, facendo venire da tutte le parti della Polonia più persone possibili. Non c’è da stupirsi, dato che questo movimento è stato artefice del “Black Monday”, ovvero un lunedì in cui gli organizzatori sono riusciti a manifestare lo stesso giorno simultaneamente in 147 diverse città della Polonia.

Nessuna differenza di età, sesso e cultura, in piazza dai racconti di Monika, c’era tutta la società civile, convinta e unita. I suoi parenti non sono andati alle proteste, a causa del numero crescente di incidenti, ma le hanno fornito tutto l’appoggio morale dal profondo del loro cuore, e l’hanno supportata orgogliosamente, dai suoi nonni ai suoi cugini. Sostegno che è venuto a mancare da parte delle istituzioni, infatti Monika alla notizia della proposta di legge ha subito pensato che fosse uno scherzo, era incredula e si vergogna tutt’ora della gente che governa il suo Paese per aver preso delle decisioni così importanti senza aver consultato il suo popolo, durante la seconda ondata del Covid-19.

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“Non importa dove è la protesta, è importante come viene fatta”, ci dice Monika, per spiegarci che anche nelle piccole realtà locali la gente è scesa in strada per manifestare il proprio dissenso.

La seconda ondata di Covid-19 ha evidenziato inoltre un altro aspetto, come fa notare Martyna, ovvero che con le scuole chiuse gli studenti e i professori non possono discutere di questi argomenti e dunque il dibattito, che è fonte di vita di una democrazia, viene a mancare o è sensibilmente ridotto. Si avverte in Polonia una forte repulsione da parte di questi giovani nei confronti di un sistema che vedono come vecchio e del quale sono stufi perché non possono decidere di cambiare nulla. Tutti i maschi che conosco – continua Martyna – ci supportano e supportano la causa, alcuni in maniera più coinvolta altri meno, ma alcuni miei amici hanno preso parte alle manifestazioni. Jędrzejów, il comune dalla quale provengono sia Martyna che Monika, che è storicamente di orientamento conservatore, ha visto riversarsi nelle sue strade molta gente, tra cui la madre di Martyna che ha reso fiera sua figlia. Pur essendo una famiglia che crede nel matrimonio a 20 anni e nel modello di famiglia tradizionale, i suoi genitori sono contro questo governo per questa decisione, per aver tolto la libertà ad altre persone di poter scegliere.

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 “Mia madre mi dice sempre che non riuscirebbe ad immaginare il trauma di dare alla luce un bambino che potrebbe morire dopo due ore a causa di malformazioni”. Credo che molti discorsi provengano anche dal fatto che i miei sono nati sotto il comunismo e che bramano la libertà ogni secondo, per loro è inaccettabile dunque prendere una decisione che riguardi il corpo di un altro. La decisione del governo ha scioccato Martyna, che è rimasta molto scossa da questa visione intransigente, dopo aver vissuto quattro anni in Germania per studio trova veramente difficile vivere in un paese con queste politiche.

“Pensate che il loro senso di democrazia è arrivato a portare il leader del Pis Jarosław Aleksander Kaczyński a rendere illegali alcune manifestazioni e ad accusare l’opposizione di incoraggiare le persone a manifestare, definendoli criminali. È stata addirittura mandata una circolare ministeriale in cui si dice che i professori che avrebbero partecipato alle proteste sarebbero andati incontro a conseguenze legali.

“Mia madre è una insegnante, cosa vuol dire, che perderà il lavoro semplicemente per aver espresso la sua opinione? È folle, in questo momento sembra una dittatura”.

La prossima settimana si discuterà nuovamente il disegno di legge, intanto per Kaczyński suonano come avvisi importanti il forte calo di gradimento del governo, la richiesta interna dalla maggioranza delle sue dimissioni e l’appello degli ex generali che invitano ad ascoltare il volere del popolo, per evitare un bagno di sangue.