«Si è sempre parlato molto del perché e di come Giuseppe Pinelli sia morto, sia stato ucciso, ma molto raramente si è raccontata la sua quotidianità, le sue idee» racconta Claudia Cipriani, regista del documentario Pino – Vita accidentale di un anarchico. In un’epoca in cui le informazioni e le notizie viaggiano veloci, appare anacronistico constatare quanto in realtà episodi bui della storia nazionale più recente vengano ampiamente ignorati dalle nuove generazioni. Opere come quella della Cipriani tentano di colmare quel vuoto informativo ed educativo lasciato dalle scuole. Perché, a più di cinquant’anni dalla sua morte, l’anarchico Pinelli  – riconosciuto nel 2009 come diciottesima vittima della strage di piazza Fontana dall’allora presidente della Repubblica Giuseppe Napolitano – rivive nella memoria soprattutto delle parole delle figlie Claudia e Silvia. La sua è «una storia piccola ma allo stesso tempo enorme che riguarda tutti noi», continua la Cipriani. Ed fondamentale da conoscere anche per i più giovani.

 

 

Non è la prima volta che qualcuno racconta la storia di Giuseppe Pinelli. Tuttavia ha deciso di narrarla adottando un punto di vista inedito, dando voce direttamente alle figlie della vittima. Perché?

Da molto tempo io e Niccolò Volpati – con cui ho scritto il documentario – avevamo intenzione di raccontare la vita di Giuseppe Pinelli. Ci siamo resi conto di volerla narrare dal punto di vista delle figlie proprio quando abbiamo incontrato Claudia Pinelli che ha cominciato a raccontarci la sua vita in relazione a quanto accaduto il 12 dicembre 1969. Mi ha colpito il suo racconto del Natale di quell’anno, di quando lei e sua sorella – tornando un giorno a casa – trovarono la polizia al posto del padre. Tra le tante cose che vennero buttate a terra durante la perquisizione c’erano i regali di Natale. Fu così, in maniera brutale, che le bambine scoprirono che babbo Natale non esisteva. Questo piccolo aneddoto ci ha fatto capire che la loro testimonianza era essenziale. Inoltre, paradossalmente, adottare il punto di vista di due bambine ci ha aiutato a “semplificare” una storia e un contesto storico così complessi. Lo spettatore infatti cresce insieme alla crescita naturale, ma soprattutto alla consapevolezza delle bambine. Piano piano comincia ad avere più informazioni e a dipanarsi nella trama del racconto.

Come è stato lavorare con le sorelle Pinelli? 

Con Claudia e Silvia è stato un lavoro concertato. Loro ci raccontavano gli episodi rilevanti e noi li raccoglievamo, trascrivevamo e correggevamo poi nuovamente la sceneggiatura sotto la loro supervisione. È stato molto bello, interessante, ma anche faticoso. Faticoso soprattutto per Claudia e Silvia perché, anche dal punto di vista emotivo, voleva dire scavare nei ricordi ancora racchiusi nel passato e nella memoria, tirarli fuori. Abbiamo fatto domande sempre più specifiche volte a scavare in profondità. E loro sono state molto pazienti e disponibili.

Claudia e Silvia Pinelli hanno affermato di essersi completamente riconosciute nelle parole scelte ed utilizzate nel documentario. Immaginiamo la soddisfazione…

Sentivamo una grandissima responsabilità nel rappresentare questa storia, queste bambine che crescono. Avevamo a che fare con un materiale storico – ed emotivo – delicato. Per noi è stato molto gratificante.

 

 

 

Il documentario è stato pensato appositamente per un pubblico giovane. Secondo voi quanto è importante lo studio degli anni più recenti per la comprensione del presente?

È fondamentale. Si parla di tempi recenti ma sono passati cinquant’anni. Per i ragazzi sembra il passato remoto e invece è abbastanza vicino. Capire quanto successo allora ci permette di acquisire degli strumenti fondamentali per poter analizzare il presente, non solo per il nostro Paese ma anche per il contesto europeo e mondiale. È stato molto difficile. Queste cose a scuola purtroppo si studiano pochissimo e a volte non si studiano nemmeno. Dovevamo fornire degli elementi a dei ragazzi ventenni, universitari o frequentanti le scuole superiori, per poter permettere loro di comprendere non solo la vicenda Pinelli ma anche il contesto storico del tempo.

Raggiungere un pubblico giovane non è sempre molto semplice. Avete adottato degli espedienti particolari?

Abbiamo pensato che l’utilizzo del disegno animato potesse creare un po’ più di appeal. Entrare in una storia animata ci è parso più semplice. Abbiamo evitato di realizzare un lavoro fatto interamente di sequenze d’archivio e interviste. Poi certo, per forza di cose abbiamo introdotto anche sequenze storiche secondo noi fondamentali con fotografie, video e soprattutto quotidiani e giornali dell’epoca. Ci sembrava giusto restituire anche ciò che veniva scritto e detto in quegli anni. Ma il nostro lavoro non si basa solo su sequenze di tal genere. Per adesso i riscontri da parte dei ragazzi sono stati ottimi.

 

 

 

 

Avete in programma un ciclo di proiezioni del documentario nelle scuole?

Molte scuole si sono già fatte avanti. Insegnanti di licei e di istituti superiori ci hanno contattato. Per ora stiamo organizzando un tour cinematografico che durerà circa un mese. Dopo abbiamo intenzione di proiettare il documentario dovunque ce lo chiedano: scuole, videoteche, circoli culturali, associazioni,  in qualunque realtà lo si voglia vedere. Il nostro intento è diffonderlo il più possibile.

La cittadinanza milanese ha risposto in maniera commossa e numerosa alle tante manifestazioni e celebrazioni commemorative in programma per il cinquantesimo della strage di piazza Fontana. Tuttavia troppo spesso ci si ricorda di possedere una coscienza storica  solamente a ridosso di anniversari importanti per poi renderla nuovamente silente subito dopo. Secondo lei è possibile mantenere sempre vivo il ricordo di fatti storici eclatanti?

Si può e si devono mantenere vivi questi ricordi e questi studi. Le commemorazioni sono utilissime però non si devono fermare lì. Il mio lavoro come regista e giornalista è un lavoro di trasmissione e mi auguro che possa servire anche come spunto di approfondimento. In questo specifico progetto su Pinelli e sulla strage di piazza Fontana abbiamo cercato di fornire elementi per poter capire, per farsi venire dubbi, ma anche per avere dei chiarimenti. Il documentario può essere un ottimo punto di partenza per studiare ancora e rispondere magari a domande che vengono fuori e che, ovviamente, non possono essere esaurite in un’ora di filmato.

 

 

 

 

I suoi cortometraggi e lungometraggi hanno ricevuto diversi riconoscimenti e sono stati selezionati da festival nazionali e non solo. Cosa rappresenta per lei il genere documentaristico?

La complessità e la bellezza del documentario risiedono nel fatto che esso è un genere molto eterogeneo. Anche io per esempio ho realizzato documentari molto diversi tra loro: storici, cosiddetti di “creazione” e altri. Sicuramente è un genere che permette di indagare sulle storie e di porsi delle domande. E’ uno strumento di conoscenza molto forte e la potenza della realtà della vita espressa e rappresentata è fortissima. Negli ultimi tempi si parla molto spesso della commistione tra finzione e realtà nel documentario. Non bisogna mai dimenticarsi, però, che quando si realizza un documentario, a differenza del film di finzione, non si ha un ciak. Nessuno dice: «Motore, azione». Non si può. Questa è una differenza fondamentale.

Ha mai pensato di realizzare un film di finzione?

Ho realizzato dei cortometraggi di finzione ma devo ammettere che in realtà anche Pino – Vita accidentale di un anarchico può essere considerato tale. Ho chiesto infatti a degli attori di recitare seguendo una sceneggiatura. Vi è una voce narrante che segue uno script. Inoltre vi sono anche parti di cartone animato vero e proprio, realizzate da un disegnatore. Pino è proprio il risultato di una commistione di generi: se vogliamo c’è la parte più di fiction, quella del cartone animato, e la parte più documentaristica con il lavoro di archivio, con gli inserti che contestualizzano la storia dando informazioni storico-politiche.

Il progetto è stato premiato nella sezione work in progress del Festival Visioni dal Mondo. Ha vinto la Menzione Speciale della giuria ed il premio EDI Visionary Award «per la capacità della regista di fornire una narrazione della grande Storia, attraverso il punto di vista dei singoli». Cosa ha provato nel ricevere questi riconoscimenti?

I premi sono sempre importanti. Sembra banale ma in realtà sono un riconoscimento al tuo lavoro. Capire obiettivamente che anche al pubblico piace ciò che fai è molto gratificante. A maggior ragione se il premio lo ricevi ancor prima della realizzazione finale del tuo progetto, come nel caso di Pino. Ti fa comprendere che sei nella direzione giusta ed è un grande stimolo a proseguire il tuo  lavoro e a cercare i fondi per ultimarlo.

 

Pino – Vita accidentale di un anarchico
Regia di Claudia Cipriani
Scritto da Claudia Cipriani, Claudia e Silvia Pinelli, Niccolò Volpati