Pao, al secolo Paolo Bordino, è nato nel 1977 a Milano, dove vive tuttora. Mi accoglie nel suo studio in zona Lampugnano, piccolo ma accogliente, pieno di alcuni dei suoi mitici ‘panettoni’ trasformati in pinguini stilizzati con occhi grandi e colori accesi. Sono passati circa vent’anni da quando dipinse il primo paracarro di una strada milanese donandogli le sembianze di questo simpatico animale. La street art, per Pao, è iniziata per gioco: una passione divenuta ben presto incontenibile, nata dalla volontà di divertirsi e divertire gli altri, «portando colore là dove c’era il grigio», regalando un po’ di vivacità a strade e quartieri anonimi della metropoli milanese. Oggi Pao è uno dei ‘graffitari’ più noti in Italia: nel 2005 fonda PaoPao Studio, che porta avanti tuttora insieme alla graphic designer Laura Pasquazzo, e in questi anni ha collaborato con numerose aziende e gallerie d’arte. I suoi lavori in studio sonostati esposti in numerosi musei e spazi espositivi come il Padiglione d’arte contemporanea di Milano, la Triennale di Milano e la Biennale di Venezia. Di strada, Pao, ne ha fatta tanta, ma la sua passione è la stessa di quando era ragazzo.
 

Quando hai deciso di diventare uno street artist?
In realtà non c’è stato un momento preciso, è stato un percorso lento e graduale. Sui vent’anni ho iniziato a dipingere per strada per gioco, spinto dalla passione, come fanno in tanti. Allora lavoravo come tecnico di palcoscenico a teatro; per esempio, ho lavorato in alcuni spettacoli di Dario Fo e Franca Rame. É stato qui che ho iniziato a utilizzare gli spray e i colori per dipingere scenografie e decorazioni di vari allestimenti. L’altro mio campo d’azione rimaneva sempre la strada: i miei lavori iniziavano ad essere riconosciuti e apprezzati e ricevetti le prime commissioni.

Per circa un anno hai vissuto a Londra, dove hai dichiarato di avere avuto un’impressione decisamente negativa sulle condizioni dello spazio urbano.
Il mio soggiorno a Londra ha coinciso con un periodo di stasi, una sorta di anno sabbatico nel quale ho cercato di capire cosa avrei voluto fare davvero nella vita. La periferia londinese mi sembrò fin da subito contrassegnata da un’urbanizzazione molto dura, un ambiente generalmente grigio, che sembrava aver perso il contatto con le persone che lo vivevano. Fu in quel momento che iniziai a riflettere su quello che era lo spazio pubblico e la sua reale funzione. Una volta tornato in Italia, mi sono messo a dipingere, motivato a migliorare – nel mio piccolo – alcune delle zone più anonime della città, a portare colore dove c’era il grigio, lo smog; a rendere più umano e vicino alle persone quei luoghi a prima vista estranei e seriosi.

Così hai iniziato a dipingere i tuoi famosi pinguini sui paracarri stradali…
Volevo sviluppare un approccio giocoso e ironico, così ho deciso di dipingere questi simpatici animali. Il mio obiettivo era quello di comparire con le mie opere sulla foto del giorno del Corriere, non immaginavo che questa semplice idea avrebbe avuto così tanti apprezzamenti. Fin da subito mi accorsi che i personaggi che realizzavo suscitavano reazioni positive dalla gente di tutte le età, dai bambini agli anziani. Mi resi conto che queste opere colorate riuscivano a cambiare qualcosa, a rendere più vivaci e gradevoli strade e quartieri che sembravano avere perso la loro anima. Mi piace chiamarla una sorta di trasformazione magica e positiva dello spazio urbano, che la street art è in grado di mettere in moto.

Che approccio usi quando ti appresti a dipingere un graffito in città?
Cercare che un’opera di street art ben riuscita debba essere il più possibile comprensibile a un ventaglio il più possibile vasto di persone, perchè un’opera visibile in strada deve essere di tutti e non può escludere nessuno. Ogni volta che devo realizzare un graffito, studio l’ambiente circostante, riflettendo attentamente al tipo di persone che lo andrà a fruire, che lo vedrà nella vita quotidiana. Per questo creo sempre soggetti semplici, pop, con un livello di lettura immediato, accessibile a chiunque.  Nelle mie opere in studio, invece, il mio approccio è completamente diverso: in quel caso posso sperimentare, sviluppare opere complesse, più profonde e articolate, proprio perchè destinate a un pubblico specializzato.

A chi e a cosa ti ispiri, per i tuoi soggetti?
A tutto ciò che riguarda la cosiddetta cultura popolare moderna, che per definizione unisce alto e basso, sacro e profano in un mix indistinto e caotico. Quindi, dai Simpson e Spongebob a Leonardo e Piero della Francesca. Il bello è giocare sugli elementi dell’immaginario collettivo, carpirne gli elementi, cambiarli, accostarli, proprio come un gioco. Quello che rende magico il nostro lavoro è proprio la trasformazione, rendere le cose diverse da quello che ognuno si aspetta che siano. Quello che più amo è l’originalità, l’imprevisto, contrapposte all’omologazione e alla serialità a cui la nostra società è abituata. Rendere un luogo vivo, unico e speciale è una lotta contro la neutralità e il grigiore di certi posti, che finiscono inevitabilmente per danneggiare la psiche delle persone. Se una mia opera riesce ad allietare un po’ il lunedì mattina di un pendolare che ritorna al lavoro, o a una casalinga che va a fare la spesa, allora ho raggiunto il mio scopo.
Non mi sento in debito con maestri in particolare; forse Keith Haring, colui che più di tutti ha saputo esprimere la cultura pop nell’arte del graffito. Il bello della street art è che si tratta di un’attività all’aria aperta e spesso collettiva: capita spesso che tra me e gli artisti con cui ho lavorato per un murale o per una jam session avvengano scambi reciproci di idee e soluzioni stilistiche.

Trovi che negli ultimi anni ci sia un atteggiamento più aperto nei confronti della street art, da molti vista con diffidenza?
Senza dubbio. Se solo vent’anni fa la street art era ancora una realtà underground, completamente ignorata dalla cosiddetta cultura ufficiale, dopo il 2000 sono state organizzate diverse mostre e gallerie che hanno fatto conoscere le nostre opere al grande pubblico; una delle più importanti tappe in questo senso è stata la mostra collettiva Street Art Sweet Art, organizzata al Pac di Milano nel 2007. Ed è stata proprio la conoscenza della nostra arte a farla apprezzare a chi credeva che i nostri fossero solo scarabocchi estemporanei e malriusciti. Oggi anche le istituzioni hanno recepito questo messaggio: sono tanti i Comuni che commissionano graffiti e molte città mettono a disposizione spazi liberi da dipingere per chi vuole esprimersi. A Milano vivono alcuni dei più grandi graffitari italiani di fama internazionale anche se, paradossalmente, l’amministrazione comunale si è dimostrata molto meno aperta rispetto ad altre metropoli come Roma.

Lo scorso maggio sei stato protagonista, tuo malgrado, di un piccolo caso mediatico: alcuni volontari hanno cancellato parte del tuo murale in piazza Santissima Trinità, vicino Parco Sempione. La vicenda è stata molto discussa, tra le ragioni dei ‘ripulitori’ e le proteste degli abitanti del quartiere.
Se c’è qualcosa di positivo che si può trarre da questa vicenda è stato proprio l’appoggio dei residenti, che hanno dimostrato di apprezzare davvero la mia opera. Questo dovrebbe far riflettere molta gente ostile ai graffiti e anche le istituzioni, in buona parte legate a pregiudizi superati verso la nostra arte, che ormai non sono più condivisi dalla gente comune.

Come si fa a distinguere la linea sottile che separa la street art dal puro vandalismo?
Direi usando il classico buon senso. C’è differenza tra il ragazzino che traccia la sua firma sotto casa per provare il brivido della trasgressione e l’artista con anni di esperienza con un proprio stile espressivo. In ogni caso, credo che la tolleranza zero verso i graffiti sia sempre la soluzione sbagliata. Questo metodo repressivo adottato da alcuni Comuni, invece di ridurre questa cosiddetta forma di vandalismo, lo ha incentivato, scoraggiando invece chi street artist lo è davvero e che impiega tempo e dedizione per realizzare un bel murale, rischiando pene molto severe. L’ostilità verso i graffiti deriva in generale dall’ignoranza di un fenomeno che è ormai radicato e vivo nella nostra società, nella nostra cultura. Non stiamo parlando di vandali, ma di migliaia di ragazzi delle nostre città che scrivono il loro nome sui muri, gli stessi figli di chi ci critica così duramente. Non è la street art che rovina le strade, non più di quanto fanno gli enormi cartelloni pubblicitari con donne e uomini seminudi che offrono modelli estetici e sociali profondamente negativi e distorti, con il solo scopo di vendere prodotti. Preferisco mille volte il ragazzino che scende instrada con una bomboletta spray e che – pur sbagliando – scrive su un muro, quando il suo scopo è esprimere la sua personale rivolta a questa orribile omologazione, ostile alle differenze e alla creatività.

Da anni tieni laboratori creativi nelle scuole medie e elementari. Cosa cerchi di trasmettere ai bambini attraverso l’arte?
Per prima cosa, l’importanza educativa della progettazione. Creare un graffito con i bambini fa capire loro che anche un atto apparentemente così spontaneo presuppone un’idea ben definita e un grande impegno nella sua realizzazione: solo così un’opera d’arte diventa interessante e originale. Quel che cerco di insegnare ai bambini è che tutti sono in grado di esprimersi attraverso l’arte, nessuno escluso. Purtroppo è ancora molto forte l’idea romantica dell’artista-genio nato con il talento e l’ispirazione; io cerco di smontare questo mito e di far capire che con l’impegno e la buona volontà è possibile trovare una propria voce. All’inizio spesso i ragazzi mi dicono «questo non lo so fare» e mi chiedono aiuto; dopo qualche giorno, alla fine del laboratorio, è bellissimo vedere la soddisfazione e l’orgoglio nei loro sguardi mentre mettono in mostra al pubblico la propria opera terminata.

A cosa stai lavorando attualmente?
Nei giorni scorsi ho realizzato dei graffiti in alcune città italiane, come a Torino e Bologna. Ora sto lavorando a un gioco di carte da tavolo per bambini con dei lupi mannari: non avevo fatto nulla del genere sino ad ora: mi piacciono le sfide.

C’è una frase, un’opera o una canzone nella quale ti riconosci?
A pelle direi un libro, che ho amato tantissimo quand’ero ragazzo: si intitola Randagio è l’eroe, di Giovanni Arpino. Parla di un uomo che ama girare in bici per le vie della Milano degli anni Settanta. Un giorno inizia a leggere le scritte sui muri della città, per lo più insulti a tema politico, e ha un’idea: modificare queste brevi frasi creando anagrammi, giochi di parole, aggiungendo punti di domanda e puntini di sospensione. E’ un romanzo che ho scoperto prima di iniziare a fare graffiti, quindi posso dire che è stato proprio quello il primo segnale a spingermi verso la street art. La cosa che più mi piace di questo libro è che presenta la figura di un mezzo artista che attraverso il gioco e la purezza dell’espressione è convinto di poter migliorare il mondo. Del resto, l’arte è sempre stato un mezzo per esprimere l’irrazionale e il metafisico della vita; la sua è una continua ricerca nel rendere visibile ciò che non lo è ma che esiste nei sentimenti e nelle vite delle persone.

 

Foto di Michele Rossi