Gionata Gesi nasce 40 anni fa a Pontedera, in provincia di Pisa. Dopo una formazione all’Accademia di Belle Arti di Firenze e un breve esordio nel mondo del fumetto, Gionata si concentra sulla sue vere passioni, la pittura e il writing. Gionata nel 2001 si trasferisce a Milano, dove vive tuttora, e diventa ‘Ozmo’, il suo nome d’arte con il quale è famoso tra gli appassionati di tutto il mondo. Ozmo è stato uno dei pionieri della street art italiana e ha realizzato molte opere in Italia e all’estero. Dopo aver accantonato il writing, Ozmo inizia a lavorare sulle opere in studio e sui wall-painting, vere e proprie opere monumentali che ha realizzato in diverse città europee come Londra, Roma, e Danzica; proprio a Milano, nel 2004 al Leoncavallo, realizza una tra le sue opere murali più apprezzate. Le opere di Ozmo sono state esposte in importanti musei e gallerie internazionali: ha partecipato alla storica mostra collettiva Street art, sweet art (2007) al Pac di Milano e nel 2012, all’interno del foyer del Museo del 900, ha esposto il Pre-giudizio universale, una rassegna dei suoi lavori installativi e di grandi dimensioni più importanti contestualizzati grazie ad un coinvolgente live painting davanti al pubblico.

Quando è iniziata la tua passione per il disegno?
Ce l’ho da sempre. Ho alcuni ricordi particolari della mia infanzia, legati al disegno. Una volta feci un disegno su una parete. Quando mia mamma lo vide, nonostante la disapprovazione, decise di non sgridarmi; così presi un pennarello e tracciai una linea alla mia altezza per tutta la casa!
Poi mi viene in mente un disegno di un topolino che avevo copiato da qualche parte. Ricordo che mi sembrava perfetto, era il primo lavoro di cui ero totalmente soddisfatto. Avevo tre, quattro anni al massimo.

Ti sei formato all’Accademia delle Belle Arti a Firenze, e all’inizio volevi diventare fumettista. Come mai questo cambio di rotta? Come sono avvenuti i tuoi esordi nella street art?
Direi che è stata la street art a esordire, in Italia, grazie un gruppo di amici che si sono trovati a Milano nel 2001, e non il contrario. Al tempo nessuno la chiamava street art perché molti arrivavano dai graffiti, dalla grafica e dal fumetto. Capisco che possa sembrare arrogante, ma dico la verità quando affermo che questo gruppo milanese artisticamente parlando ha influenzato non solo tutta la Penisola, ma anche l’Europa e perfino le Americhe. Per esempio, io ed Abbominevole siamo stati i primi in Italia a sviluppare la poster art: da quel momento si sono riscoperti gli adesivi come mezzo artistico. Si iniziava a utilizzare di più il pennello, oltre alla bomboletta spray; si continuava l’attitudine e lo spirito della graffiti art, utilizzando però elementi figurativi e di ispirazione non solo pop. Era l’inizio del nuovo Millennio e a Milano, allora, si respirava un’ aria veramente eccezionale. Tutto sembrava possibile creativamente parlando: in effetti, lo è stato.

Da dove deriva il tuo soprannome?
É un acronimo, significa molte cose diverse. In realtà, principalmente ho scelto questo nome perché mi piacevano le le due ‘O’ all’inizio e alla fine, che negli anni Novanta – quando facevo writing e graffiti-, sostituivo con degli elementi figurativi, dei puppets…

Quali sono gli artisti da cui hai tratto più ispirazione per la tua arte?
Leonardo da Vinci, Alejandro Jodorowsky e Giuseppe Scalarini.

Moltissime tue opere sono un mix di arte antica, rinascimentale e contemporanea, oppure richiamano elementi enciclopedici, riproponendo in chiave attuale la gloriosa – ma talvolta pesante – eredità artistica e culturale italiana. Perché questa scelta? Reinterpretazione, richiamo ai valori antichi, dissacrazione?
L’attrazione per le immagini non è solo per le immagini del passato ma per le “immagini” in generale. Non sono un nostalgico, attingo dalla storia e dal passato come da un forziere pieno di gioielli che amo osservare e ricombinare con gli elementi del presente.

Nel mondo di oggi, secondo te, a che cosa serve studiare e conoscere il proprio passato?
Non saprei: più lo approfondisco e più mi sento ignorante.

Sei stato uno degli artisti esposti alla mostra Street art, sweet art tenuta al Pac di Milano nel 2007, tappa fondamentale verso il riconoscimento della street art in Italia. Puoi raccontarci qualcosa di quell’evento e le tue impressioni sulla sua importanza?
In Italia la street art è riconosciuta? Non mi risulta. Per esempio, ancora oggi alcuni giornalisti mi chiamano ‘graffitaro’ nonostante non realizzi graffiti – nel senso di lettering – dal 2001. Esiste ancora un’ignoranza diffusa per quanto riguarda la nostra arte, che spesso viene descritta utilizzando la definizione comoda, ma svilente e semplicistica, di «riqualificazione urbana».

Nel 2012 un’altra importante tappa del riconoscimento dell’arte urbana e del wall-painting, quando sei stato ospitato al Museo del 900 dove hai realizzato il Pre-giudizio Universale, monumentale opera piena di figure e simboli antichi e moderni, tra il San Sebastiano circondato da marchi di multinazionali, draghi, Pinocchio, auto in fiamme. Cosa hai voluto rappresentare?
In realtà non voglio mai rappresentare qualcosa di particolare nei miei disegni e dipinti; cerco di essere contemporaneo nel linguaggio e trovare contrapposizioni o giustapposizioni interessanti.

Quanto ha bisogno l’arte pubblica di essere istituzionalizzata dalla cultura “ufficiale”? Non ci sono rischi che il suo spirito originario venga snaturato, in un certo senso?
Siamo d’accordo che il bello della street art sono la spontaneità e la partecipazione comune. Ragionando con questi valori, idealmente legittimi, si rischia tuttavia di abbassare la qualità generale dell’arte pubblica: chiunque infatti può diventare street artist per una notte, ma con risultati quasi sempre pessimi. Sono quindi convinto che bisogna abbandonare una certa visione troppo romantica e libera della street art: pur essendo un’idea affascinante, non contribuisce alla crescita del movimento e dei suoi più grandi esponenti. In Italia è necessaria un’attenzione concreta da parte dei critici, dei curatori, dei galleristi, dei direttori dei musei, in modo che permettano agli artisti di avere le risorse per poter creare e fare ricerca artistica senza dover preoccuparsi continuamente delle scarsità economiche. I più grandi street artist italiani all’estero sono ben quotati, ammirati e coccolati dagli addetti ai lavori, hanno una carriera consolidata e un cachet da superstar. Qui ancora non succede, per diversi motivi; c’è ancora molta strada da fare.

Come descriveresti la situazione in Italia?
Attualmente in Italia non esistono proprio gli strumenti per una vera crescita della street art. Oggi vengono realizzati tanti muri a titolo gratuito, spesso con il fine di dar lustro alle amministrazioni locali, o magari a spese di una galleria che ha aperto da solo qualche mese che vuole guadagnare e farsi conoscere, senza investire realmente sull’artista. Iniziative come queste non portano certo a un maggiore riconoscimento dell’arte di strada, piuttosto alla sua svalutazione, oltre che alla progressiva perdita del suo spirito originario. Certo, esistono le eccezioni, anche molto positive: in generale, però, la situazione è ancora molto arretrata rispetto ad altri Paesi.

Parliamo di un’altra tua grande opera che hai realizzato nel 2012, Voi valete più di molti passeri; in una struttura gerarchica e complessa, tra la piramide e la torta nuziale, rappresenti in modo ironico vari tipi umani, diversi mestieri, forme di potere: dalla gente comune, gli operai, alle forze dell’ordine, fino ai grandi ricchi e al Papa. Una rappresentazione allegorica con diversi richiami storici che rispecchia molto, specialmente alla luce dell’attualità, la concezione del potere e della disuguaglianza italiana. Parlaci del tuo wall-painting: cosa hai voluto rappresentare in quell’opera e perché gli hai dato quel titolo?
Il titolo riprende un passo del Vangelo secondo Matteo, quando Gesù parla della grandezza del valore degli uomini, contrapposto al denaro. L’opera è la versione rivista ed aggiornata di una stampa dei primi del Novecento che alcuni artisti russi avevano realizzato per il sindacato dei lavoratori di Philadelphia. Rappresenta il sistema capitalistico: quindi non solo la situazione italiana, ma tutto l’Occidente civilizzato. Realizzare questa opera sul muro del Museo di Arte Contemporanea della Capitale mi sembrava una scelta molto forte dal punto di vista polito e sociale. La scritta «In Art We Trust», che appare in alto, ha in questo caso una valenza ironica: infatti è il denaro la misura con cui assegniamo valore alle cose, arte compresa, come ha scritto Beuys qualche anno fa. Se vendi molto e bene sei un grande artista; se non vendi non conti niente.

Hai realizzato molte opere monumentali. Qual è il tuo modus operandi? Ti è mai capitato di non riuscire a completare un’opera o di non aver rispettato le famigerate ‘scadenze’?
Innanzitutto, cerco di lavorare site-specific, cioè pensando un’opera per lo specifico luogo dov’è realizzata. É qualcosa che non tutti fanno, perché la street art di solito tende a reiterare uno stile o un simbolo fino a farne la firma dell’artista. A me serve conoscere il luogo in cui devo lavorare e in base a quello creare qualcosa che non sia fuori dal contesto. Per quanto riguarda le tempistiche, mi è sempre andata bene: solo a Miami sono andato molto vicino allo ‘sforamento’, ma anche perché lì il lavoro ha ritmi piuttosto lenti, molto “caraibici”, per usare un eufemismo…

Puoi raccontarci un’opera recente che hai realizzato e che hai particolarmente a cuore?
La Minerva realizzata a Breno, in Val Camonica. All’inizio tutti si aspettavano una citazione dai graffiti preistorici; io invece ho scelto di realizzare una rappresentazione enorme di una statua romana di Minerva che è stata ritrovata nei resti del suo tempio, vicino al paese, durante i lavori di scavo in una fogna. Mi ha colpito molto questo singolare ritrovamento di un esempio di arte antica tra gli scarti fisiologici, che rappresenta in modo tangibile il mix tra alto e basso, tra sacro e profano.

A cosa stai lavorando attualmente e quali sono i tuoi progetti futuri?
Sto progettando un festival internazionale di street art in Val Camonica. Sarebbe bello realizzare un’iniziativa del genere in un luogo molto ricco di graffiti preistorici. Poi voglio continuare a lavorare e viaggiare, magari fermarmi da qualche parte fuori dall’Italia.

Che consigli daresti a un giovane che vorrebbe intraprendere il tuo ‘mestiere’?
Di usare il 33% di testa, il 33% di cuore e il 33% di mani.

Qual è stato l’ultimo libro che hai letto, l’ultimo film visto, l’ultima canzone che hai ascoltato?
Simbologia Massonica; Mamma Roma di Pasolini; un brano di musica calypso di cui ora non ricordo il titolo.